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  La vera identità del Colonnello Negri
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  Personaggi dell'Agosto 1861
 
 
 
PIAZZA FRANCESCO II DI BORBONE A PONTELANDOLFO!

   


COMUNE DI PONTELANDOLFO
Deliberazione del Consiglio Comunale-COPIA    :
Verbale n.73 del 7.9.1995
 
OGGETTO:PROPOSTA MODIFICA TOPONOMASTICA STRADALE

L'anno millenovecento novantacinque Il giorno sette del mese di Settembre alle ore 9,00
nella casa comunale,dietro invito diramato dal Sindaco in data 4. 9 .1995 con prot.4352,si è riunito il Consiglio Comunale in sessione di urgenza ed in seduta pubblica di
prima convocazione.
 
Presiede l'adunanza il Sig. Giuseppe Perugini
Dei consiglieri comunali sono presenti N .9 e assenti sebbene invitati,N.8
Partecipa il Segretario Comunale Sig.dr.Mario Mirabella incaricato della redazione del verbale.
Il Presidente, riconosciuto legale il numero dei Consiglieri Intervenuti, dichiara aperta la seduta ed invita il ConsigliO Comunale a trattare il seguente argomento all'ordine del giorno.
 

Il Presidente introduce la discussione sul presente punto all'ordine del giorno rilevando come la pagina "cultura" del quotidiano La Repubblica proprio nella edizione di ieri 6 c.m., dedicava largo spazio alla politica stradale del Comune di Roma ed in relazione a recenti decisioni assunte da quell'Amministrazione, qualificate come scelte culturali e di rottura con modelli di tipo ideologico, titolava suggestivamente "Sindaci eretici e Santi".

Il Sindaco, così continua:

La motivazione alla proposta che ci accingiamo a formulare, di dedicare la piazzetta laterale alla casa Municipale a Francesco II di Borbone pare possa trovare abbrivio con la considerazione che la nostra iniziativa è sicuramente a valenza politica ma del tutto estranea ai dibattito politico in corso su ipotesi secessionistiche e dunque ha carattere di oggettività storica e non può prestarsi ad alcuna qualificazione o strumentalizzazione.
Non intendiamo fare da contro canto ad alcuno, nè vogliamo recuperare o creare simboli capaci di suscitare passioni e con le passioni, divisioni e polemiche.
Le statue e le targhe stradali hanno come destino il loro abbattimento, ancor prima della realizzazione, quando sono frutto maturato soltanto ( e precipitosamente)nella coscienza di èlite amministrative e politiche.

Non sarà così per la targa stradale che vogliamo dedicare al ricordo dell'ultimo Re del Regno delle due Sicilie, perchè Francesco II vive da sempre nella memoria popolare e dunque non appartiene ad una congiuntura temporale nè rappresenta significato e Valore soltanto per la classe dirigente. 

Tutta la vicenda storica incentrata sul prezzo immane che la nostra terra e la nostra gente pagò per il processo unitario è segnata come stimmate sul corpo sociale di questa - Comunità.

E' dal 1973 che diciamo che il problema del sottosviluppo del mezzogiorno sia grave ed immenso e costringa  ancora oggi a scrivere e dire non certo di Pontelandolfo, di questa oscura e lontana entità sociale del Sannio interno, ma di Napoli, del nostro capoluogo di Regionee,di quella che fu la grande, prospera e stupenda Capitale delle due Sicilie, che è una metropoli di disoccupati, con due terzi degli abitanti che hanno necessità di essere assistiti di urgenza: oggi non domani, prima di mezzogiorno, non prima di sera; che è una città dove prima di costruire un destino industriale o un destino turistico, bisogna costruire la rete fognante.

Quello del sottosviluppo è problema la cui integrale soluzione passa attraverso la mobilitazione l'impegno operativo di tutti ma specialmente degli studiosi, dei criticìi, degli artisti ancora legati autenticamente al sud, consapevoli che una battaglia è ancora necessaria per superare le condizioni di incultura e disinformazione, di soggezione, di sfruttamento delle terre e degli uomini del sud.

Noi di Pontelandolfo vogliamo dare il nostro contributo  a simile battaglia.
Dunque l' Amministrazione comunale di Pontelandolfo ri ordando Francesco II di Borbone nel centenario della sua morte, intende contribure al necessario processo per modificare le situazioni di sottosviluppo, per denunziare una storia che ha, come è stato da altri già detto, come denominatore comune lo sfruttamento, la miseria, la terra di riporto, il colonialismo del sud.

E tutto ciò, senza rimarcare nè obiettivi di riabilitazione, nè di restaurazione, ma solo per determinare un'altra occasione per proporre alla pubblica opinione una rivisitazione rispetto alle condizioni di vita delle popolazioni, alla efficienza ,ed efficacia dell'apparato amministrativo e produttivo del Regno delle due SiCilie.

Vogliamo ricordare come eravamo e come siamo.

Senza retorica,senza ipocrisia. senza infigimenti,ma con la forza dei fatti.
vogliamo dare un contributo per superare demonizzazioni acritiche e disprezzi banali.

Sentiamo di poter ambire ad essere tra quelli che vogliono la riscrittura della Storia degli ultimi anni del Regno delle due Sicilie.

Sentiamo come doveroso realizzare il tassello più importante al mosaico che progettammo già nel 1973 e che ci fece chiedere al Signor Presidente della Repubblica la riabilitazione delle vittime del fatti d'armi del 1861 e dedicare una piazza a Concetta Biondi,la più giovane di quelle vittime.

IL CONSIGLIO COMUNALE

Udita la relazione del Presidente;
Acquisito il parere di legittimità di cui alla legge n.142/90 da parte del Segretario Capo;
Con voti unanimi espressi per alzata di mano;

DELIBERA
- di intitolare la piazzetta laterale alla Casa Comunale a Francesco II di Borbone.

 
Letto. approvato esfttoscritto.
 
Il Presidente:F.to Giuseppe Perugini -Il Consigliere Anziano:F.to Emilio Griffini-Il segretario Comunale:F.to Dr.Mario Mirabella

CERTIFICATO DI PUBBLICAZIONE
Si certifica che ai sensi e per gli effetti dell'art. 47 della legge 8-6\1990,N.142, la presente deliberazione è affissa all'albo pretorio del Comune per quindici giorni consecutivi dal 15 settembre  al 29 settembre 1995
e inviata al Comitato Regionale di Controllo. Sez. Prov.le di Benevento : Con prot. n.4731 del 15 settembre 1995
Copia conforme  ll'originale ad uso amministrativo addì 15 SET. 1995
La presente deliberazione è divenuta esecutiva per decorso di termini, ai sensi dell'art. 46 - 47 della legge 8.6 .1990,N. 142.
il 13 ottobre 1995.
 

  

 

 


INSERTO, "L'ESTATE DEL TERRORE" PUBBLICATO SULLA RIVISTA "LA DOMENICA DEL CORRIERE" CON DISEGNI DI UGGERI.Per gentile concessione di Gino Martino.

 


AGOSTO 1861

LETTERA DI FRANCESCO II

DA ROMA IN DATA 15 DICEMBRE 1861 AL CARDINALE RIARIO SFORZA ARCIVESCOVO DI NAPOLI A SEGUITO DEL TERREMOTO CHE AVEVA COLPITO TORRE DEL GRECO L'8 DI QUEL MESE

Eminenza,

Come a Pastore della Diocesi a cui appartiene Torre del Greco, trasmetto a Vostra Eminenza una somma di ottocento scudi, nel mio nome e nel nome della Regina, per aiuto di quelli infelici danneggiati. Non vi è una lagrima de' miei sudditi che non ricada sul mio cuore, e non penso alla mia povertà, che quando, come adesso,-m'impedisce di fare il bene che ho desiderato sempre con passione. Una nuova calamità è venuta ad aggiungere crudeli sventure alle tante che colpiscono i miei popoli. Gli abitanti di una città vicina alla mia capitale errano desolati ne' rigori del verno, intorno a' loro focolari distrutti. Torre del Greco rassomiglia a Pontelandolfo e Casalduni; meno misera sol perché non può rigettare su gli uomini l'atrocità della sua ruina.

Sa già l'E.V. quello che la iniquità ed il tradimento han fatto della mia Corona. Sovrano proscritto, non posso accorrere in mezzo ai miei sudditi, per sollevare le loro pene. II potere del Re delle Due Sicilie è paralizzato, e le sue risorse sono quelle di un esiliato che non ha portato con sé, nel lasciare la terra in cui riposano i suoi avi, che il suo imperituro amore per la patria perduta. Ma per quanto grande sia la mia rovina, per quanto deboli siano le mie risorse, Re sono, e debbo l'ultima goccia del mio sangue, ed il mio ultimo scudo a' miei popoli; e l'obolo del povero che oggi gl'invio, avrà; forse, più valore a' loro occhi, che tutto quello che in tempi più prosperi, che certo ritorneranno, potrò fare per soccorrere le loro sventure.

Di vostra Eminenza Aff.mo. FRANCESCO

Sindaco Melchiorre


dí Pontelandolfo e Casalduní

Da pag 232 del libro INDIETRO SAVOIA

di Lorenzo del Boca :

Le SS dell'Ottocento indossavano la divisa dell'esercito del Piemonte. E, infatti, Pontelandolfo fu una specie di Marzabotto, un atto di vandalismo senza motivo e senza giustificazione. Però la storia di Marzabotto fa parte del patrimonio di memoria collettiva e, a scuola, non c'è insegnante che non dedichi almeno un ciclo di lezioni alle stragi nazi­fasciste. «Cuneo che brucia ancora», il boia di Genova, il colonnello Reder, il colonnello Kappler, le Fosse Ardeatine rappresentano i grani del rosario degli orrori conosciuti. Di Pontelandolfo sanno la gente del posto e il suo sindaco.

È del tutto evidente che, se i tedeschi avessero vinto la guerra, nelle pagine dei testi accademici non ci sarebbe stata traccia di Marzabotto e, al contrario, gronderebbero di citazioni per Pontelandolfo se, per avventura, i borbonici fossero riusciti a riprendersi il Regno di Napoli. In quel caso i briganti sarebbero stati partigiani del re, eroi di puro conio, pensionati a spese dello Stato, titolari del nome di strade e di piazze, di viadotti, di ponti, di circonvallazioni alberate e di interi quartieri costruiti apposta per celebrare la loro memoria.

Il diario di Carlo Margolfi è stato trovato, per caso, dai dirigenti della Pro Loco, che l'hanno pubblicato nel 1997.

«Quale desolazione! - commentò il soldato - Non si poteva stare intorno per il gran calore. E quale rumore facevano quei poveri diavoli che per sorte avevano da morire abbrustoliti sotto le rovine delle case. Noi, invece, durante l'incendio, avevamo di tutto: pollastri, vino, formaggio e pane». Che avevano rubato nelle case.

I top-gun che venivano dal Nord rasero al suolo Auletta (nella provincia citeriore), Rignano (in Capitanata), Campochiaro e Guardiaregia (nel Molise), Vesti, Vivo Palma e Barile (in Basilicata), Spinelli e Cotronei (in Calabria). Restarono senza casa 360 mila persone destinate a ingrossare il numero dei briganti e, dunque, a finire ammazzate da una schioppettata.

Fu un tentativo di pulizia etnica che non scandalizzò come quella dei serbi a danno degli albanesi e che, per il momento, non gode nemmeno di una critica imparziale. Lo sterminio degli indiani d'America, adesso, viene chiamato con il suo nome. Ma, in Italia, dov'è il Soldato blu di casa nostra? E dov'è Balla coi lupi per ripristinare un maggiore equilibrio di giudizi? Pasquale Squitieri ha girato una pellicola - Briganti - ma, per ammissione unanime dei commentatori, il suo lavoro è stato boicottato in modo che lo vedesse il minor numero di persone possibile.


PIER ELEONORO NEGRI

IL COMUNE DI VICENZA OGNI ANNO LO ONORA CON UNA CORONA DI FIORI

L'eccidio di Pontelandolfo, compiuto il 14 agosto del 1861 da una colonna di 400 bersaglieri, resta certamente una delle pagine del cosiddetto «risorgimento» più accuratamente nascoste.

L'11 agosto 1861, 41 dei 45 soldati al comando del tenente livornese Cesare Bracci furono uccisi dai «briganti» della banda Giordano, ingrossata da cittadini di Casalduni, Pontelandolfo e Cerreto. Da giorni, in quell'area tra il Matese ed il Beneventano, erano in corso azioni di bande di ex soldati duosiciliani, appoggiate da notabili locali ed esponenti del clero.

Per vendicare la morte dei 41 soldati, fu comandata un'azione di rappresaglia a Pontelandolfo e Casalduni. Il luogotenente del re savoiardo, Enrico Cialdini. ordinò che di Pontelandolfo non doveva rimanere pietra su pietra. Chi comandò la colonna di soldati che distrusse l'intero paese (solo tre case rimasero intatte), uccidendo centinaia di persone e imprigionandone molte altre? La reale identità dell'ufficiale. un luogotenente colonnello. è stata sempre avvolta nel mistero. Se ne è sempre conosciuto il cognome, Negri, senza il nome. E genericamente di un colonnello Negri parlano lo storico Giacinto De Sivo e altri numerosi studiosi. Non fornisce dati neanche il maggiore Cado Melegari, che effettuò la rappresaglia a Casalduni. Nelle sue memorie accenna solo a un tale colonnello Negri.Qualcuno (come Antonio Ciano) ha identificato il colonnello in Gaetano Negri, all'epoca però giovane tenente in servizio nell'Avellinese, poi sindaco di Milano, che inviò in quei giorni una lettera al padre, in cui cita gli orrori di Pontelandolfo (riprodotta di seguito).

 

Negri

Un errore già sottolineato dal professore Francesco Barra in un convegno del 1983, in cui però il docente, pur smentendo l'identificazione con Gaetano Negri non fornì alternative. Dalle ricerche di Gigi Di Fiore risulta che nell'Archivio di Stato di Torino esiste un elenco di ben 15 ufficiali con il co gn ome Negri in servizio tra il 1860 ed il 1861 nella "campagna della Bassa Italia". Per esclusioni anagra fiche di zone di operazione, limitandosi agli ufficiali che facevano parte del corpo dei Bersaglieri, ne restavano tre: Santo Negri (allora capitano del quarto Bersaglieri, originario di Sondrio, Giovanni Negri (di Lodi), Pier Eleonoro Negri (di Vicenza). Nulla forniscono gli atti ufficiali conservati nell'Archivio centrale dell'Ufficio storico dell'esercito a Roma, dove il Negri di Pontelandolfo viene citato senza nome. Ma sono gli "Stati di servizio" a svelare l'arcano. Documenti conservati all'Ufficio documentazione dell'esercito a Roma. Da quelle carte dell'800 risulta che fu Pier Eleonoro Negri a guidare, all'alba del 14 agosto 1861, la colonna di bersaglieri che, per rappresaglia, distrusse il paese del Beneventano, con metodi così violenti da indurre il deputato milanese Giuseppe Ferrari a parlarne, sgomento per quella ferocia, nel neo Parlamento italiano nel dicembre del 1861. Dopo gli eccidi, Pier Eleonoro Negri aveva telegrafato al governatore di Benevento, Gallarini: "Truppa Italiana Colonna Mobile – Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a .m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all'alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36' Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l'una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l'altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all'Ovest a Sud di questa Provincia. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna : firmato Negri".

Una ulteriore conferma è emersa anche da un piccolo saggio dello storico vicentino Andrea k ozlovic (“Bersaglieri - Pagine di storia e di vita"). Pier Eleonoro Negri aveva all'epoca 44 anni, era luogotenente colonnello dal giugno 1861 ed era già stato decorato per la battaglia del Garigliano contro 1'Armata duosiciliana e per le prime due cosiddette guerre d'indipendenza. Era nato a Locara, in provincia di Vicenza, da nobile famiglia veneta. Dopo 40 anni di servizio, si ritirò con il Grado di generale e la Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia. Mori nel 1887.

Da allora, ogni anno, il Comune di Vicenza pone una corona di fiori sotto una lapide che lo ricorda come si vede nella pa gi na di copertina. Il Dott. Daniele Andreose. addetto all'ufficio del Sindaco di Vicenza, a cui ho chiesto se conoscesse la responsabilità del Negri nei fatti di Pontelandolfo, mi ha detto che è la prima volta che ne sente parlare: «Del resto il Comune di Vicenza si attiene o quanto comunicano le Associazioni d'Arma. La corona di fiori è messa in onore del Negri a motivo della medaglia d'oro conferitagli per gli episodi del 29 ottobre 1860 alla battaglia del Garigliano».

Che si rendano onori all'autore di una strage così orrenda è cosa veramente grave e offensiva per tutto il Sud. La strage è analoga a quelle commesse dai nazisti, ma mentre questi sono sempre perseguitati, si tace sui criminali piemontesi Bixio, Garibaldi, Cavour, Piola Caselli, Cialdini e il savoia II, tutti accortamente lavati dei loro misfatti.

Se lo Stato italiano continua ancora oggi a mentire spudoratamente su quegli infami individui un motivo ci ha da essere. La verità su come è stato conquistato il Regno delle Due Sicilie è conosciuta sicuramente: ai vertici dello Stato non c'è gente ignorante. La spiegazione di tali menzogne non può essere altra se non quella che lo Stato italiano considera il Sud ancora una sua colonia interna e non vuole che i meridionali sappiano perchè la situazione sociale ed economica delle loro Terre è sempre la stessa dal 1860.

Antonio Pagano

 
Lettera di Negri

Francesco PAPPALARDO
Il Brigantaggio (1860-1870).
Voce del «Dizionario del Pensiero Forte».

1. Dai vandeani agli insorgenti italiani
Il termine "brigante", che comunemente designa chi vive fuori legge o comunque un nemico dell'ordine pubblico, ha acquistato nel tempo anche un significato ideologico e indica, in senso spregiativo, chi si è opposto con le armi al nuovo ordine inaugurato dalla Rivoluzione francese. Adoperato in Francia per designare i combattenti realisti e cattolici della Vandea, è impiegato negli anni seguenti anche in Italia per indicare gli "insorgenti", cioè i componenti delle bande popolari che si sollevavano in armi contro gli invasori francesi e i giacobini locali, loro alleati. Il fenomeno assume rilievo particolare nelle province napoletane, dove, sia nel 1799 sia nel 1806, le bande - guidate da popolani, da borghesi e anche da sacerdoti, e che raccolgono impiegati, soldati sbandati, contadini e pastori - difendono la loro patria e la loro religione. Tale comportamento valoroso, però, è definito sbrigativamente "brigantaggio" dai rivoluzionari e il temine è tramandato tuttora da una storiografia mendace.

2. Gli oppositori dell'Unità nel Regno delle Due Sicilie
Anche l'unificazione forzata della penisola italiana, nel decennio dal 1859 al 1870, suscita ovunque resistenze e reazioni, in particolare nel Regno delle Due Sicilie, dove la lotta armata contro l'invasore assume proporzioni straordinarie. Pure in questo caso gli insorti, che combattevano contro l'imposizione di una visione del mondo estranea alle proprie tradizioni civili e religiose, sono stati bollati come briganti.

La resistenza nel Mezzogiorno ha inizio nell'agosto del 1860, subito dopo lo sbarco sul continente delle unità garibaldine provenienti dalla Sicilia. La popolazione rurale, chiamata alle armi dal suono di rustici corni o dalle campane a stormo, rovescia i comitati insurrezionali, innalza la bandiera con i gigli e restaura i legittimi poteri. La spietata repressione operata dagli unitari, con esecuzioni sommarie e con arresti in massa, fa affluire nelle bande, che i nativi denominano masse, migliaia di uomini: soldati della disciolta armata reale, coscritti che rifiutano di militare sotto un'altra bandiera, pastori, braccianti e montanari.

Nella primavera del 1861 la reazione divampa in tutto il regno e il controllo del territorio da parte degli unitari diventa precario. In agosto è inviato a Napoli, con poteri eccezionali, il generale del Regio Esercito del neo proclamato Regno d'Italia Enrico Cialdini (1811-1892), che costituisce un fronte unito contro la "reazione", arruolando i militi del disciolto esercito garibaldino e perseguitando il clero e i nobili lealisti, i quali sono costretti a emigrare, lasciando la resistenza priva di una valida guida politica. Il governo adotta la linea dura e il generale Cialdini ordina eccidi e rappresaglie nei confronti della popolazione insorta, decretando il saccheggio e la distruzione dei centri ribelli. In questo modo viene impedita l'insurrezione generale, e viene scritta una pagina tragica e fosca nella storia dello Stato unitario.

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Agenzia del: venerdì 7 gennaio 2005
Fonte: AGIM
CIALDINI, IL "MACELLAIO DI GAETA": SCOPERTO IL DIARIO

Cialdini supera ogni immaginazione. Il macellaio di Gaeta, colui il quale dopo aver firmato l'armistizio con i Borbone continuava a gettare bombe sulla mia città voleva portare con sé, nella tomba alcuni documenti scottanti. Tutti possono consultare l'archivio storico dello Stato maggiore dell'esercito allora piemontese in Via Lepanto e possono trovare nella Busta 3 ( 1861-62) PROVINCIE MERIDIONALI, ZONA MILITARE DI AVELLINO un Diario storico del generale che spietatamente fece poi bruciare Pontelandolfo e Casalduni. Il Diario storico di Cialdini non proviene dagli archivi del VI dipartimento Militare ma, come avverte una nota, venne rinvenuto nell'abitazione del generale alla sua morte e venne consegnato "in via particolare" all'Archivio il 23 febbraio 1894. Si segnalano le pagine 1 nella quale è narrata la distruzione di due paesi del Teramano: Paranesi e Leofaro. Entrambi i paesi furono distrutti per ordine del comandante militare della zona.Viene pure descritta la presa di San Marco in Lamis da parte dei nostri partigiani chiamati briganti e poi riconquistata dalla truppa barbara piemontese. alla pagina 39 la reazione borbonica che occupa Mileto e Montefalcione occupata da 300 nostri eroi e poi ripresa dai piemontesi. E' pure descritta la rivolta di Auletta da parte dei valorosi partigiani che perdono più di cento uomini e poi incendiata dai piemontesi mentre sono stati fatti imbarcare per il nord e quindi uccisi 520 sbandati a Brindisi, 443 a Bari e sono altresì concentrati altri 200 a Catanzaro e bari, 250 ancora a Brindisi. A Pizzo vengono imbarcati 280 sbandati, 900 a Pescara. Vengono alla luce anche particolari su Pontelandolfo e Casalduni in cui il criminale di guerra in questione dice che" .. gli assassini sono morti o raminghi". Nella stessa Busta a pagina 10 si annotano le perdite dei nostri eroi chiamati briganti: i morti in combattimento nella zona militare di Avellino sono 100, FUCILATI 83, MANURTENGOLI ARRESTATI 200, PRESENTATISI 150...NON SAPPIAMO LA FINE FATTA DA QUESTI ULTIMI, MA COME ERA USANZA TRA LA TRUPPA ASSASSINA PIEMIONTESE SI PUO' DESUMERE CHE FURONO TUTTI PASSATI PER LE ARMI. ALLE PAGINE176180 E 193 "COMPENDIO STORICO SUL BRIGANTAGGIO" SI LEGGE CHE I BRIGANTI MORTI IN COMBATTIMENTO FURONO 308, FUCILATI 98...E LA CARNEFICINA CONTINUA... Caro Alessandro, qualche prefetto vorrebbe fermare la storia impedendo a sindaci coraggiosi di intitolare strade ai nostri eroi, non so con quale ardire questi personaggi osano prendere stipendi pagati da noi cittadini col sangue dei nostri avi. Ma come si permette codesta progenie di dar voce ancora ai personaggi che insanguinarono le nostre contrade? Questi sono solo dei traditori della nostra patria nata il 2 giugno del 1946 nata nel nome santo di Repubblica. Ecco perché serve un Partito del Sud, proprio per affermare una volta per tutte la nostra identità nazionale. Vorrei chiedere a questo sig. Prefetto contro chi ha vinto la Repubblica, se ha vinto contro casa Savoia e il fascismo che si cancellino i nome generati dal risorgimento e dal fascismo e si dia spazio a coloro i quali si sono battuti contro quelle stirpe ed ideologie malefiche per il sud e per l'Italia intera. Fra un paio di mesi dovrebbe uscire il mio prossimo libro dal titolo " Le stragi dei savoia-esecutori e mandanti" e stai sicuro che la prima copia sarà regalato al nostro caro Presidente della repubblica Ciampi affinché sappia quali valori fondanti ha regalato il Risorgimento al Sud e all'Italia intera: emigrazione di 30 milioni di italiani, distruzione dell'apparato industriale e finanziario delle Due Sicilie; colonizzazione dei mercati meridionali; cancellazione della nostra identità e la cancellazione delle nostre leggi; cancellazione della nostra cultura e delle nostre tradizioni oltre alla decapitazione dei cervelli e dei nostri partigiani a centinaia di migliaia. Un saluto fraterno da Antonio Ciano