PIAZZA FRANCESCO II DI BORBONE A PONTELANDOLFO!
COMUNE DI PONTELANDOLFO
Deliberazione del Consiglio Comunale-COPIA :
Verbale n.73 del 7.9.1995
OGGETTO:PROPOSTA MODIFICA TOPONOMASTICA STRADALE
L'anno millenovecento novantacinque Il giorno sette del mese di Settembre alle ore 9,00
nella casa comunale,dietro invito diramato dal Sindaco in data 4. 9 .1995 con prot.4352,si è riunito il Consiglio Comunale in sessione di urgenza ed in seduta pubblica di
prima convocazione.
Presiede l'adunanza il Sig. Giuseppe Perugini
Dei consiglieri comunali sono presenti N .9 e assenti sebbene invitati,N.8
Partecipa il Segretario Comunale Sig.dr.Mario Mirabella incaricato della redazione del verbale.
Il Presidente, riconosciuto legale il numero dei Consiglieri Intervenuti, dichiara aperta la seduta ed invita il ConsigliO Comunale a trattare il seguente argomento all'ordine del giorno.
Il Presidente introduce la discussione sul presente punto all'ordine del giorno rilevando come la pagina "cultura" del quotidiano La Repubblica proprio nella edizione di ieri 6 c.m., dedicava largo spazio alla politica stradale del Comune di Roma ed in relazione a recenti decisioni assunte da quell'Amministrazione, qualificate come scelte culturali e di rottura con modelli di tipo ideologico, titolava suggestivamente "Sindaci eretici e Santi".
Il Sindaco, così continua:
La motivazione alla proposta che ci accingiamo a formulare, di dedicare la piazzetta laterale alla casa Municipale a Francesco II di Borbone pare possa trovare abbrivio con la considerazione che la nostra iniziativa è sicuramente a valenza politica ma del tutto estranea ai dibattito politico in corso su ipotesi secessionistiche e dunque ha carattere di oggettività storica e non può prestarsi ad alcuna qualificazione o strumentalizzazione.
Non intendiamo fare da contro canto ad alcuno, nè vogliamo recuperare o creare simboli capaci di suscitare passioni e con le passioni, divisioni e polemiche.
Le statue e le targhe stradali hanno come destino il loro abbattimento, ancor prima della realizzazione, quando sono frutto maturato soltanto ( e precipitosamente)nella coscienza di èlite amministrative e politiche.
Non sarà così per la targa stradale che vogliamo dedicare al ricordo dell'ultimo Re del Regno delle due Sicilie, perchè Francesco II vive da sempre nella memoria popolare e dunque non appartiene ad una congiuntura temporale nè rappresenta significato e Valore soltanto per la classe dirigente.
Tutta la vicenda storica incentrata sul prezzo immane che la nostra terra e la nostra gente pagò per il processo unitario è segnata come stimmate sul corpo sociale di questa - Comunità.
E' dal 1973 che diciamo che il problema del sottosviluppo del mezzogiorno sia grave ed immenso e costringa ancora oggi a scrivere e dire non certo di Pontelandolfo, di questa oscura e lontana entità sociale del Sannio interno, ma di Napoli, del nostro capoluogo di Regionee,di quella che fu la grande, prospera e stupenda Capitale delle due Sicilie, che è una metropoli di disoccupati, con due terzi degli abitanti che hanno necessità di essere assistiti di urgenza: oggi non domani, prima di mezzogiorno, non prima di sera; che è una città dove prima di costruire un destino industriale o un destino turistico, bisogna costruire la rete fognante.
Quello del sottosviluppo è problema la cui integrale soluzione passa attraverso la mobilitazione l'impegno operativo di tutti ma specialmente degli studiosi, dei criticìi, degli artisti ancora legati autenticamente al sud, consapevoli che una battaglia è ancora necessaria per superare le condizioni di incultura e disinformazione, di soggezione, di sfruttamento delle terre e degli uomini del sud.
Noi di Pontelandolfo vogliamo dare il nostro contributo a simile battaglia.
Dunque l' Amministrazione comunale di Pontelandolfo ri ordando Francesco II di Borbone nel centenario della sua morte, intende contribure al necessario processo per modificare le situazioni di sottosviluppo, per denunziare una storia che ha, come è stato da altri già detto, come denominatore comune lo sfruttamento, la miseria, la terra di riporto, il colonialismo del sud.
E tutto ciò, senza rimarcare nè obiettivi di riabilitazione, nè di restaurazione, ma solo per determinare un'altra occasione per proporre alla pubblica opinione una rivisitazione rispetto alle condizioni di vita delle popolazioni, alla efficienza ,ed efficacia dell'apparato amministrativo e produttivo del Regno delle due SiCilie.
Vogliamo ricordare come eravamo e come siamo.
Senza retorica,senza ipocrisia. senza infigimenti,ma con la forza dei fatti.
vogliamo dare un contributo per superare demonizzazioni acritiche e disprezzi banali.
Sentiamo di poter ambire ad essere tra quelli che vogliono la riscrittura della Storia degli ultimi anni del Regno delle due Sicilie.
Sentiamo come doveroso realizzare il tassello più importante al mosaico che progettammo già nel 1973 e che ci fece chiedere al Signor Presidente della Repubblica la riabilitazione delle vittime del fatti d'armi del 1861 e dedicare una piazza a Concetta Biondi,la più giovane di quelle vittime.
IL CONSIGLIO COMUNALE
Udita la relazione del Presidente;
Acquisito il parere di legittimità di cui alla legge n.142/90 da parte del Segretario Capo;
Con voti unanimi espressi per alzata di mano;
DELIBERA
- di intitolare la piazzetta laterale alla Casa Comunale a Francesco II di Borbone.
Letto. approvato esfttoscritto.
Il Presidente:F.to Giuseppe Perugini -Il Consigliere Anziano:F.to Emilio Griffini-Il segretario Comunale:F.to Dr.Mario Mirabella
CERTIFICATO DI PUBBLICAZIONE
Si certifica che ai sensi e per gli effetti dell'art. 47 della legge 8-6\1990,N.142, la presente deliberazione è affissa all'albo pretorio del Comune per quindici giorni consecutivi dal 15 settembre al 29 settembre 1995
e inviata al Comitato Regionale di Controllo. Sez. Prov.le di Benevento : Con prot. n.4731 del 15 settembre 1995
Copia conforme ll'originale ad uso amministrativo addì 15 SET. 1995
La presente deliberazione è divenuta esecutiva per decorso di termini, ai sensi dell'art. 46 - 47 della legge 8.6 .1990,N. 142.
il 13 ottobre 1995.
INSERTO, "L'ESTATE DEL TERRORE" PUBBLICATO SULLA RIVISTA "LA DOMENICA DEL CORRIERE" CON DISEGNI DI UGGERI.Per gentile concessione di Gino Martino.
AGOSTO 1861
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LETTERA DI FRANCESCO II DA ROMA IN DATA 15 DICEMBRE 1861 AL CARDINALE RIARIO SFORZA ARCIVESCOVO DI NAPOLI A SEGUITO DEL TERREMOTO CHE AVEVA COLPITO TORRE DEL GRECO L'8 DI QUEL MESE Eminenza, Come a Pastore della Diocesi a cui appartiene Torre del Greco, trasmetto a Vostra Eminenza una somma di ottocento scudi, nel mio nome e nel nome della Regina, per aiuto di quelli infelici danneggiati. Non vi è una lagrima de' miei sudditi che non ricada sul mio cuore, e non penso alla mia povertà, che quando, come adesso,-m'impedisce di fare il bene che ho desiderato sempre con passione. Una nuova calamità è venuta ad aggiungere crudeli sventure alle tante che colpiscono i miei popoli. Gli abitanti di una città vicina alla mia capitale errano desolati ne' rigori del verno, intorno a' loro focolari distrutti. Torre del Greco rassomiglia a Pontelandolfo e Casalduni; meno misera sol perché non può rigettare su gli uomini l'atrocità della sua ruina. Sa già l'E.V. quello che la iniquità ed il tradimento han fatto della mia Corona. Sovrano proscritto, non posso accorrere in mezzo ai miei sudditi, per sollevare le loro pene. II potere del Re delle Due Sicilie è paralizzato, e le sue risorse sono quelle di un esiliato che non ha portato con sé, nel lasciare la terra in cui riposano i suoi avi, che il suo imperituro amore per la patria perduta. Ma per quanto grande sia la mia rovina, per quanto deboli siano le mie risorse, Re sono, e debbo l'ultima goccia del mio sangue, ed il mio ultimo scudo a' miei popoli; e l'obolo del povero che oggi gl'invio, avrà; forse, più valore a' loro occhi, che tutto quello che in tempi più prosperi, che certo ritorneranno, potrò fare per soccorrere le loro sventure. Di vostra Eminenza Aff.mo. FRANCESCO |
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dí Pontelandolfo e Casalduní Da pag 232 del libro INDIETRO SAVOIA di Lorenzo del Boca : Le SS dell'Ottocento indossavano la divisa dell'esercito del Piemonte. E, infatti, Pontelandolfo fu una specie di Marzabotto, un atto di vandalismo senza motivo e senza giustificazione. Però la storia di Marzabotto fa parte del patrimonio di memoria collettiva e, a scuola, non c'è insegnante che non dedichi almeno un ciclo di lezioni alle stragi nazifasciste. «Cuneo che brucia ancora», il boia di Genova, il colonnello Reder, il colonnello Kappler, le Fosse Ardeatine rappresentano i grani del rosario degli orrori conosciuti. Di Pontelandolfo sanno la gente del posto e il suo sindaco. È del tutto evidente che, se i tedeschi avessero vinto la guerra, nelle pagine dei testi accademici non ci sarebbe stata traccia di Marzabotto e, al contrario, gronderebbero di citazioni per Pontelandolfo se, per avventura, i borbonici fossero riusciti a riprendersi il Regno di Napoli. In quel caso i briganti sarebbero stati partigiani del re, eroi di puro conio, pensionati a spese dello Stato, titolari del nome di strade e di piazze, di viadotti, di ponti, di circonvallazioni alberate e di interi quartieri costruiti apposta per celebrare la loro memoria. Il diario di Carlo Margolfi è stato trovato, per caso, dai dirigenti della Pro Loco, che l'hanno pubblicato nel 1997. «Quale desolazione! - commentò il soldato - Non si poteva stare intorno per il gran calore. E quale rumore facevano quei poveri diavoli che per sorte avevano da morire abbrustoliti sotto le rovine delle case. Noi, invece, durante l'incendio, avevamo di tutto: pollastri, vino, formaggio e pane». Che avevano rubato nelle case. I top-gun che venivano dal Nord rasero al suolo Auletta (nella provincia citeriore), Rignano (in Capitanata), Campochiaro e Guardiaregia (nel Molise), Vesti, Vivo Palma e Barile (in Basilicata), Spinelli e Cotronei (in Calabria). Restarono senza casa 360 mila persone destinate a ingrossare il numero dei briganti e, dunque, a finire ammazzate da una schioppettata. Fu un tentativo di pulizia etnica che non scandalizzò come quella dei serbi a danno degli albanesi e che, per il momento, non gode nemmeno di una critica imparziale. Lo sterminio degli indiani d'America, adesso, viene chiamato con il suo nome. Ma, in Italia, dov'è il Soldato blu di casa nostra? E dov'è Balla coi lupi per ripristinare un maggiore equilibrio di giudizi? Pasquale Squitieri ha girato una pellicola - Briganti - ma, per ammissione unanime dei commentatori, il suo lavoro è stato boicottato in modo che lo vedesse il minor numero di persone possibile. |
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PIER ELEONORO NEGRI IL COMUNE DI VICENZA OGNI ANNO LO ONORA CON UNA CORONA DI FIORI L'eccidio di Pontelandolfo, compiuto il 14 agosto del 1861 da una colonna di 400 bersaglieri, resta certamente una delle pagine del cosiddetto «risorgimento» più accuratamente nascoste. L'11 agosto 1861, 41 dei 45 soldati al comando del tenente livornese Cesare Bracci furono uccisi dai «briganti» della banda Giordano, ingrossata da cittadini di Casalduni, Pontelandolfo e Cerreto. Da giorni, in quell'area tra il Matese ed il Beneventano, erano in corso azioni di bande di ex soldati duosiciliani, appoggiate da notabili locali ed esponenti del clero. Per vendicare la morte dei 41 soldati, fu comandata un'azione di rappresaglia a Pontelandolfo e Casalduni. Il luogotenente del re savoiardo, Enrico Cialdini. ordinò che di Pontelandolfo non doveva rimanere pietra su pietra. Chi comandò la colonna di soldati che distrusse l'intero paese (solo tre case rimasero intatte), uccidendo centinaia di persone e imprigionandone molte altre? La reale identità dell'ufficiale. un luogotenente colonnello. è stata sempre avvolta nel mistero. Se ne è sempre conosciuto il cognome, Negri, senza il nome. E genericamente di un colonnello Negri parlano lo storico Giacinto De Sivo e altri numerosi studiosi. Non fornisce dati neanche il maggiore Cado Melegari, che effettuò la rappresaglia a Casalduni. Nelle sue memorie accenna solo a un tale colonnello Negri.Qualcuno (come Antonio Ciano) ha identificato il colonnello in Gaetano Negri, all'epoca però giovane tenente in servizio nell'Avellinese, poi sindaco di Milano, che inviò in quei giorni una lettera al padre, in cui cita gli orrori di Pontelandolfo (riprodotta di seguito). |
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Un errore già sottolineato dal professore Francesco Barra in un convegno del 1983, in cui però il docente, pur smentendo l'identificazione con Gaetano Negri non fornì alternative. Dalle ricerche di Gigi Di Fiore risulta che nell'Archivio di Stato di Torino esiste un elenco di ben 15 ufficiali con il co gn ome Negri in servizio tra il 1860 ed il 1861 nella "campagna della Bassa Italia". Per esclusioni anagra fiche di zone di operazione, limitandosi agli ufficiali che facevano parte del corpo dei Bersaglieri, ne restavano tre: Santo Negri (allora capitano del quarto Bersaglieri, originario di Sondrio, Giovanni Negri (di Lodi), Pier Eleonoro Negri (di Vicenza). Nulla forniscono gli atti ufficiali conservati nell'Archivio centrale dell'Ufficio storico dell'esercito a Roma, dove il Negri di Pontelandolfo viene citato senza nome. Ma sono gli "Stati di servizio" a svelare l'arcano. Documenti conservati all'Ufficio documentazione dell'esercito a Roma. Da quelle carte dell'800 risulta che fu Pier Eleonoro Negri a guidare, all'alba del 14 agosto 1861, la colonna di bersaglieri che, per rappresaglia, distrusse il paese del Beneventano, con metodi così violenti da indurre il deputato milanese Giuseppe Ferrari a parlarne, sgomento per quella ferocia, nel neo Parlamento italiano nel dicembre del 1861. Dopo gli eccidi, Pier Eleonoro Negri aveva telegrafato al governatore di Benevento, Gallarini: "Truppa Italiana Colonna Mobile – Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a .m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all'alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36' Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l'una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l'altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all'Ovest a Sud di questa Provincia. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna : firmato Negri". Una ulteriore conferma è emersa anche da un piccolo saggio dello storico vicentino Andrea k ozlovic (“Bersaglieri - Pagine di storia e di vita"). Pier Eleonoro Negri aveva all'epoca 44 anni, era luogotenente colonnello dal giugno 1861 ed era già stato decorato per la battaglia del Garigliano contro 1'Armata duosiciliana e per le prime due cosiddette guerre d'indipendenza. Era nato a Locara, in provincia di Vicenza, da nobile famiglia veneta. Dopo 40 anni di servizio, si ritirò con il Grado di generale e la Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia. Mori nel 1887. Da allora, ogni anno, il Comune di Vicenza pone una corona di fiori sotto una lapide che lo ricorda come si vede nella pa gi na di copertina. Il Dott. Daniele Andreose. addetto all'ufficio del Sindaco di Vicenza, a cui ho chiesto se conoscesse la responsabilità del Negri nei fatti di Pontelandolfo, mi ha detto che è la prima volta che ne sente parlare: «Del resto il Comune di Vicenza si attiene o quanto comunicano le Associazioni d'Arma. La corona di fiori è messa in onore del Negri a motivo della medaglia d'oro conferitagli per gli episodi del 29 ottobre 1860 alla battaglia del Garigliano». Che si rendano onori all'autore di una strage così orrenda è cosa veramente grave e offensiva per tutto il Sud. La strage è analoga a quelle commesse dai nazisti, ma mentre questi sono sempre perseguitati, si tace sui criminali piemontesi Bixio, Garibaldi, Cavour, Piola Caselli, Cialdini e il savoia II, tutti accortamente lavati dei loro misfatti. Se lo Stato italiano continua ancora oggi a mentire spudoratamente su quegli infami individui un motivo ci ha da essere. La verità su come è stato conquistato il Regno delle Due Sicilie è conosciuta sicuramente: ai vertici dello Stato non c'è gente ignorante. La spiegazione di tali menzogne non può essere altra se non quella che lo Stato italiano considera il Sud ancora una sua colonia interna e non vuole che i meridionali sappiano perchè la situazione sociale ed economica delle loro Terre è sempre la stessa dal 1860. Antonio Pagano |
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Francesco PAPPALARDO
1. Dai vandeani agli insorgenti italiani
2. Gli oppositori dell'Unità nel Regno delle Due Sicilie La resistenza nel Mezzogiorno ha inizio nell'agosto del 1860, subito dopo lo sbarco sul continente delle unità garibaldine provenienti dalla Sicilia. La popolazione rurale, chiamata alle armi dal suono di rustici corni o dalle campane a stormo, rovescia i comitati insurrezionali, innalza la bandiera con i gigli e restaura i legittimi poteri. La spietata repressione operata dagli unitari, con esecuzioni sommarie e con arresti in massa, fa affluire nelle bande, che i nativi denominano masse, migliaia di uomini: soldati della disciolta armata reale, coscritti che rifiutano di militare sotto un'altra bandiera, pastori, braccianti e montanari.
Nella primavera del 1861 la reazione divampa in tutto il regno
e il controllo del territorio da parte degli unitari diventa precario. In
agosto è inviato a Napoli, con poteri eccezionali, il generale del Regio
Esercito del neo proclamato Regno d'Italia Enrico Cialdini (1811-1892),
che costituisce un fronte unito contro la "reazione", arruolando i militi
del disciolto esercito garibaldino e perseguitando il clero e i nobili
lealisti, i quali sono costretti a emigrare, lasciando la resistenza priva
di una valida guida politica. Il governo adotta la linea dura e il
generale Cialdini ordina eccidi e rappresaglie nei confronti della
popolazione insorta, decretando il saccheggio e la distruzione dei centri
ribelli. In questo modo viene impedita l'insurrezione generale, e viene
scritta una pagina tragica e fosca nella storia dello Stato unitario.
Agenzia del: venerdì 7 gennaio 2005 |
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