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Pontelandolfo: un brigantaggio nell’Italia post-unitaria

Mariavittoria Albini, “Pontelandolfo: un brigantaggio nell’Italia post-unitaria” (prima parte), in Newsletter AISLo (codice ISSN: 2038-3134), n. XLVI, ottobre 2011, pp. 10-11.
PONTELANDOLFO: UN BRIGANTAGGIO NELL’ITALIA POSTUNITARIA

Già dall‟autunno del 1860, dopo l‟ingresso dei garibaldini a Napoli, nel Mezzogiorno d‟Italia si accesero i fuochi della ribellione contadina; fuochi che, a ben dire, avevano sempre infiammato il Meridione. Il brigantaggio, infatti, era un fenomeno antico e quasi endemico, risalente all‟epoca romana e diffuso anche nell‟Italia settentrionale e in Europa. Nel periodo preunitario, nel Sud della penisola l‟attività brigantesca si manifestò con le sollevazioni
sanfediste antifrancesi nel 1799, con a capo il cardinale Ruffo e il brigante Fra‟ Diavolo; poi venne duramente combattuta in età napoleonica (si ricordano le terribili esecuzioni sommarie del gen. Manhès in Calabria) e borbonica (mediante i decreti antibrigantili di Ferdinando I).
Quello postunitario, espressione di nuove difficoltà del Sud Italia, si distingueva per le dimensioni senza precedenti e per motivazioni diverse che vi confluivano, di natura  sociale, economica e politica: dall‟esasperazione delle classi popolari rurali per l‟insoluto problema della terra (questione demaniale) alle speranze, ben presto deluse, ingenerate dal mutamento di governo; dall‟odio (di classe), lungamente represso, dei “cafoni” verso i proprietari, i cosiddetti “galantuomini”, all‟ostilità per le regole imposte dalla nuova classe dirigente unitaria, come la leva obbligatoria o l‟aumentato prelievo fiscale; dalle «favolose promesse» di Garibaldi ai contadini al legittimismo borbonico. Per tutti questi motivi, molti scelsero prima di farsi briganti e darsi alla macchia, e poi di emigrare verso terre lontane. Le popolazioni meridionali di fatto non percepivano i reali vantaggi dell‟unificazione, apparsa ai loro occhi come una semplice sostituzione di élite al potere (prima i Borboni, poi i Savoia) che rimanevano lontani dalla realtà povera ed umile in cui vivevano quotidianamente larghissimi strati sociali.
Per i contadini del Sud – così afferma Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli –
La storiografia sul brigantaggio è vastissima e sempre più aggiornata. Di recente, il fenomeno è stato riconsiderato come una realtà complessa e articolata, più di quanto non si pensasse: è stato riletto come il tentativo delle classi sociali più umili di ribellarsi, o meglio riscattarsi da una condizione di miseria secolare (le «cause predisponenti» secondo l‟analisi del deputato Giuseppe Massari, relatore della Commissione parlamentare d‟inchiesta sul brigantaggio), ma anche come la risposta a una mancata “rivoluzione agraria”. Non fu soltanto, né principalmente, una resistenza degli sconfitti contro un‟aggressione straniera (quella piemontese), come la letteratura neo e filoborbonica cerca di dimostrare. Tra gli sconfitti, infatti, vi erano anche migliaia di garibaldini meridionali, travolti dall‟esito moderato del Risorgimento. Senza escludere il suo innestarsi su fenomeni criminali preesistenti, come la mafia o la camorra nel Meridione, il fenomeno è stato interpretato, inoltre, come una forma di banditismo (inteso come un insieme di azioni violente e illegali a scopo di rapina ed estorsione) a sfondo sociale o politico. Si trattava in fondo di una «guerra civile» che minava le basi stesse dello Stato italiano appena costituito, una guerra senza regole, in cui atrocità vennero commesse da ambo le parti.
I briganti, organizzatisi in forme primitive e per lo più  disordinate, sfruttavano la loro conoscenza dei luoghi per tendere agguati e imboscate alle forze nemiche. In questo erano certamente favoriti dall‟isolamento delle province meridionali, dovuto alla mancanza di una rete infrastrutturale adeguata. Le bande brigantesche erano formate non semplicemente da delinquenti comuni, razziatori ed evasi dalle galere, ma soprattutto da contadini senza terra, braccianti salariati, renitenti alla leva e disertori nelle file del neonato esercito italiano,
ex soldati borbonici sbandati, ex combattenti nell‟esercito meridionale garibaldino, liquidato senza alcun riconoscimento. Erano questi molti di coloro che venivano appellati come “briganti”: tutti soggetti ridotti alla fame, posti ai margini della vita nazionale, mossi da una sete di rivendicazione sociale, piuttosto che da solidarietà verso il re Borbone, detronizzato. Nelle comitive armate c‟era posto anche per le donne, nel ruolo di brigantesse, ossia di vere e proprie guerriere che gareggiavano con gli uomini per ferocia e coraggio; o di manutengole, che fornivano ai briganti tutto ciò che occorreva loro per sopravvivere (cibo, vestiti, armi e munizioni, rifugio, protezione, cure a feriti e malati). Le bande erano condotte da capi che diventavano spesso leggendari presso il popolo, rappresentati come combattenti contro i soprusi dei ricchi e dei potenti, come giustizieri, come difensori degli oppressi e dei miserabili. Il brigantaggio restava un movimento spontaneo, nonostante i tentativi della fazione legittimista, borbonica e clericale, di imprimere alla rivolta contadina un chiaro indirizzo politico, nonché una guida militare.
I briganti seguivano la strategia della guerriglia (tattica adottata anche da Garibaldi in America latina), consistente nell‟attaccare il nemico con colpi improvvisi, a sorpresa, per poi fuggire fulmineamente nei boschi, dove diventavano imprendibili, invisibili.
Dall‟altro lato, le forze dello Stato unitario erano impreparate a questo tipo di guerra, risultavano impotenti contro un nemico rapidissimo nei movimenti e sempre sfuggente, e reagivano con la violenza alla violenza, alimentando una spirale continua di sangue. L‟insorgenza brigantile approdò anche nel parlamento nazionale, ma la classe politica del tempo, lungi dal preoccuparsi di rimuoverne le cause profonde (attraverso una saggia politica di riforme sociali ed economiche), preferì la più facile via della repressione violenta, adottando una legislazione speciale o straordinaria, chiamata “Legge Pica” dal nome del suo promotore.
Essa instaurò il terrore nei territori in cui venne applicata, autorizzando fucilazioni sommarie, incendi e devastazioni. Come scrisse il noto meridionalista Pasquale Villari, i governi unitari nel combattere la piaga del brigantaggio furono «buoni chirurgi e pessimi medici», operando molte amputazioni con i ferri senza tuttavia guarire il male alla radice. Contro i briganti vennero impiegati l‟esercito (6° Corpo d’Armata), la Guardia Nazionale, la polizia e i carabinieri, ma non vennero prese misure adeguate per lo sviluppo del Meridione. Tuttavia con il pugno duro e la legge marziale non si riuscì a bloccare le ribellioni; i rimedi governativi si rivelarono non solo inefficienti e inefficaci, ma anche controproducenti, finendo per creare altro malcontento e inutili spargimenti di sangue. Così la lotta al brigantaggio, costata lacrime e sofferenze ai contadini del Sud e la credibilità alle nuove istituzioni unitarie, durò circa dieci anni, dal 1860/61 al 1870. ■

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