PRESENTAZIONE
“Tanta parte di storia, che ora per noi è cronaca, tanti documenti che ora per noi sono muti, saranno volta a volta percorsi da nuovi guizzi di vita e torneranno a parlare” scriveva Benedetto Croce. Forse mai parole più appropriate potrebbero essere espresse a racchiudere, in un pensiero, quel complesso di situazioni abnormi, di avvenimenti particolari, di testimonianze dirette, di relazioni sofferte, di giudizi disparati e contrastanti che si creò, già da subito, su quello che resta uno degli eventi più tragici che possano colpire una piccola comunità: l’incendio di Pontelandolfo e l’eccidio indiscriminato di cui rimase vittima la cittadinanza in quel lontano 14 agosto del 1861. L’evento, che solo il tempo e la memoria vivida degli uomini potranno e sapranno illuminare di verità e giustizia, se ancora ce ne fosse bisogno, è uno di quelli che segnano profondamente la vita, presente o futura, della gente e del luogo che ne restano vittime ed è anche uno di quelli che scuotono le coscienze di tutti, anche di quanti, venendone a conoscenza, provano a darsi una ragione dell’accaduto in considerazione che la guerra è la guerra. È vero, la guerra è guerra, anche se il termine stesso procura orrore a quanti sono costretti a farla, e di per sé essa si manifesta sempre come mischia furibonda, come conflitto disordinato, qual è il vero senso del termine franco “wërra”, ma ciò non giustifica il fatto che a subirne le conseguenze debbano essere quelli che non combattono, donne, vecchi e bambini, e che per la loro condizione soffrono e trepidano più di quanti, mariti, figli, padri, impugnano per scelta o necessità le armi.
Nel caso di Pontelandolfo, come pure di Casalduni, paese vicino che ne seguì la sorte, si trattò di violenza gratuita, di accanimento feroce, di persecuzione furibonda, che non giustificarono né potevano o potrebbero giustificare alcuna “ragione di stato”, alcuna necessità militare, se mai ce ne fosse stata una, che potesse spingere i “giustizieri” a causare solo nuovi martiri. E su di essi, come pure sul drammatico evento che li provocò, non mancarono di soffermarsi le cronache, coeve e successive, dettate quasi tutte dall’esigenza di lasciare testimonianza diretta e durevole dell’accaduto e pervase da quel diffuso senso di umana commiserazione che sgorgò anche, immediato e partecipe, nell’animo di tutti, della gente comune di città vicine e lontane, di alte personalità, di uomini di cultura, di taluni politici. Anche gli stessi protagonisti dell’eccidio, passata la sbornia di sangue, si mostrarono più disposti a considerare più obiettivamente e più umanamente l’accaduto ed a meditare sulle efferatezze perpetrate. Al momento, però, nessuno si rese o volle rendersi conto di quanto stava succedendo. Lo stesso comandante Gaetano Negri, tenente poi promosso colonnello, dopo aver seminato morte e distruzione scrisse nel suo dispaccio telegrafico: “Giustizia è fatta contro Pontelandolfo e Casalduni”. Non possiamo immaginare quale fosse il concetto di “giustizia” del comandante Negri, perché nel giudizio comune si parla di giustizia quando, dopo aver catturato il colpevole di un qualsiasi crimine e dopo averne celebrato il processo, lo si condanna alla pena meritata.
Ma per conoscere veramente cosa avvenne in quel triste giorno di agosto non si possono trascurare le tante cronache redatte sulla scorta delle testimonianze, delle relazioni, delle lettere, dei diversi scritti, immediati o successivi, dei sopravvissuti. Notevole, a tale proposito, per le testimonianze e per l’analisi delle cause della drammatica vicenda, resta lo scritto di Rocco Boccaccino che rievoca, con dolore e commozione, “i momenti ed i particolari di quelle terribili giornate” e li rende particolarmente incisivi attraverso le parole dell’onorevole Ferrari che degli eventi rese la sua relazione alla Camera (2-12-1861): “mai io potrò esprimere i sentimenti che mi invasero in presenza di quella città incendiata … vie abbandonate … le case erano vuote ed annerite … Soltanto tre case furono risparmiate per ordine superiore; soltanto tre case in una città di cinquemila abitanti! Chi può dire il dolore di quella città?”. È un interrogativo che rimbomba come un tuono nella coscienza di chiunque non sa e non può restare insensibile in presenza di uno spettacolo di morte e di desolazione.
Davvero giova ricordare per sempre, come è riportato in un punto di uno dei lavori della presente opera, “questo momento di storia del nostro Sud, che per lo scorrere degli anni comincia a sbiadirsi”, affinché esso “riviva come motivo di riflessione e di monito, soprattutto per i giovani” ma non solo per i giovani, a ravvivare ed a perpetuare la fiamma della memoria e del sentimento, l’unica in grado di illuminare l’oscuro cammino verso il futuro. In tal senso lo stimolo perviene forte dal lavoro di Nicolina Vallillo, le cui pagine, pregne di cruda cronaca, evocano immagini raccapriccianti che è impossibile dimenticare e che suscitano un’infinità di sentimenti. Quello che scrive la Vallillo è un susseguirsi di parole dolenti che sono un indubbio angoscioso atto d’accusa, appena temperato dalla speranza del cambiamento e del ritorno alla vita, su cui è senz’altro necessario soffermarsi per meditare. Le sue parole, però, devono essere lette come una continua esortazione a quanti ancora non conoscono, come i giovani, gli eventi che hanno caratterizzato o segnato positivamente e soprattutto negativamente la vita della loro comunità, affinché non trascurino lo studio consapevole di tante meditate pagine di opere storiche o di sentiti interventi rievocativi che sono sempre estremamente educative. E tra esse vanno annoverati senz’altro quell’ esempio di eccezionale sintesi e mirabile completezza che risulta essere il lavoro “Per Egildo Gentile” e gli interventi sentiti racchiusi nella parte intitolata “Giustizia per Pontelandolfo – terra di briganti”.
Non sono state pagine edificanti nella storia dell’Italia nascente quelle scritte col sangue degli sfruttati e degli oppressi a Bronte, non lo sono neppure quelle grondanti lacrime e sangue che raccontano dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni. La cecità del Cialdini, che non seppe o non volle guardare ai veri responsabili della distruzione del drappello di soldati inviato a Pontelandolfo, contribuì a rendere tristemente famoso questo paese, insieme a Casalduni, ma non accrebbe la sua fama ed anzi l’additò come il principale responsabile delle stragi e della distruzione dei due paesi. Il suo operato, anzi, non segnò alcun punto decisivo nella lotta contro i briganti, contro i quali si rivelarono inefficienti sia la Legge Pica sia le altre misure restrittive. Inoltre per la loro scarsa oculatezza gli uomini di governo del novello Regno d’Italia non riuscirono a constatare che per eliminare il fenomeno “Brigantaggio” sarebbe bastata semplicemente la promozione di attività produttive e la costruzione delle più elementari opere pubbliche. Si sarebbero risparmiate tante stragi ed uccisioni, si sarebbero evitate tante vendette private che sono la negazione del concetto di crescita sociale e civile. Ma questa è un’altra storia, uscita sempre da tante cronache e da tanti documenti, che grida forte per farsi ascoltare.
Enrico Garofano
MIO ZIO, don ROCCO BOCCACCINO
Le ore di studio ed il tempo impiegato nella stesura del lavoro sui fatti del 1861 a Pontelandolfo io li ricordo perfettamente, perché avevo il piacere di vivere con mio zio.
Vivergli accanto ha significato ricevere da lui una grande lezione di umiltà ed una guida per un avvicinamento alla cultura come approfondimento serio e meditato di conoscenze solide ed entusiasmanti.
Modesto ed umile, si defilava quando le lodi venivano a coronare o le capacità da tutti riconosciutegli o l’attivo spirito cristiano di cui diede palesi prove a cominciare dal dopoguerra fondando un ambulatorio gratuito per l’assistenza morale e materiale dei feriti. La sua “curiositas”, nel senso etimologico della parola, quel gusto e piacere di accrescere il proprio sapere si percepiva o ascoltandolo o semplicemente standogli accanto.
Sono stata alunna al Liceo Scientifico agli inizi degli anni ’60 e la sua ora di lezione vedeva tutti interessati per il largo spettro di indagine dei suoi “excursus”: ci parlava della storia, di autori latini, di filosofia, ma era il nostro professore di Religione. Non era mai noioso, divertiva sempre tutti con la leggerezza nel trattare gli argomenti più vari; nell’aula l’attenzione era vibrante.
Aveva raggiunto la difficile vetta della semplicità.
Così, mi meravigliò non poco scoprire che un giorno lui si ritirò a casa con una cassetta degli Stormy six, ignoto complesso vocale, che immaginavo lontano dalle sue preferenze musicali e distante dai passatempi abituali, consistenti nella lettura di vari quotidiani e nello studio di problematiche legate al largo ventaglio di interessi che aveva.
Venni a scoprire poi che una canzone parlava dei fatti del 1861 e per giorni lo vidi dietro la scrivania (dove trascorreva non meno di sei ore quotidianamente) fra testi di cronaca e di storia del tempo fra cui quello di Carlo Alianello “La conquista del Sud”. Pontelandolfo (così era intitolata la canzone che carpì la sua attenzione) era il nome del suo paese natale, dal quale si era staccato a nove anni per intraprendere la strada del sacerdozio.
Al suo paese era, però, rimasto legato con la mente e col cuore e, quando poteva, vi faceva ritorno.
Cercare, nella puntualità delle descrizioni, di fissare un momento lontano nel tempo, ma che potesse dare agli abitanti una versione esatta degli eventi, era un modo per restituire dignità ad un popolo che la storia aveva sommariamente condannato.
Pur convinto, da studioso, che era impossibile ricostruire la realtà storica, si è accostato agli eventi con la passione del ricercatore, lontano da ogni remora ideologica, illuminato da una fede che non opera “distinguo” tra vincitori e vinti, col solo intento di compiere un’azione riparatrice e di vedere riabilitata la memoria della sua gente ingiustamente colpita.
Mi piace concludere con le parole della preside Bartolini Luongo, scritte all’indomani del suo ritorno alla casa del Padre. “Sapeva parlare al cuore e alla mente… Era una persona tra le più aperte, vive e vibranti che la Chiesa cattolica possa annoverare, tutta calata in un percorso di intelligenza, virtù, continua donazione di sé… e, tuttavia riservatissima, pensosa e chiusa nella meditazione dei testi sacri, nell’osservazione generosa degli uomini.
Anna Maria Boccaccino
Quei padri della patria disprezzavano il Sud
Gigi Di Fiore*inviato Del Mattino Di Napoli
Da:"LIBERO" Pubblicato il giorno: 23/08/09
Caro direttore, ho sempre sostenuto che, se si conoscessero meglio, al di là delle motivazioni ideali che li sostennero, con quali metodi l’Italia divenne una, si comprenderebbero meglio le divisioni in cui ancora oggi ci dibattiamo. Le polemiche di questi giorni sulle provocazioni leghiste rafforzano ancora di più questa mia convinzione. L’Italia fu unita da meno del 2 per cento della popolazione di allora e lo stesso Benedetto Croce definì la sorprendente avanzata dei Mille «una rivoluzione passiva alla maniera di Cuoco». In sostanza, la maggioranza dei meridionali, che poco o nulla sapeva di unità d’Italia, attese gli eventi per decidere con chi stare. Non era una novità, se ricerche dell’Ufficio storico dell’Esercito sulla provenienza geografica dei volontari che parteciparono alla seconda guerra d’indipendenza contro l’Austria nel 1859 hanno calcolato in poco più di una ventina quelli originari del Mezzogiorno d’Italia. Con queste premesse, l’unità d’Italia fu possibile solo per una fortunata e irripetibile coincidenza di eventi internazionali che unirono terre divise da anni e anni di storie diverse e lingue che non si intendevano. Basti pensare che, nella cosiddetta guerra del brigantaggio post-unitario, la rivolta socio-politica del sud contro l’unificazione che costò dure repressioni e migliaia di morti, gli ufficiali piemontesi diventati italiani interrogavano i contadini prigionieri lucani, calabresi, campani, pugliesi con l’aiuto di un interprete. I due mondi, quello piemontese che parlava più francese (e le corrispondenze di Cavour sono in gran parte scritte in quella lingua) che italiano e quello dei “cafoni” meridionali, coniugavano idiomi diversi. Incomprensibili tra loro. E quei militari si comportavano in gran parte da conquistatori in terre ostili, nemiche, che non capivano. Una frattura culturale che fu subito divisione giuridica: nel 1863, la legge Pica per la repressione del brigantaggio, prima normativa eccezionale dello Stato unitario, divise già in due l’Italia in fasce Nelle 6 regioni meridionali, si applicarono strumenti normativi eccezionali in violazione dello Statuto Albertino: Tribunali militari speciali, commissioni provin¬ciali per il confino, fucilazioni con poche garanzie individuali. Nelle altre regioni, invece, pieno rispetto del principio del giudice naturale e delle garanzie previste dallo Statuto.
Certo, quell'Italia unita così in fretta fu il risultato di interessi economici e di paure. Anche al sud, dove le classi dominanti dei latifondisti, che formalmente avevano conquistato peso politico con la monarchia costituzionale sabauda, temevano che la rivoluzione politica del Risorgimento sconvolgesse anche consolidati equlibri sociali, dando spazio alle rivendicazioni contadine. E così la «vera rivolta contadina del Mezzogiorno», com e Carlo Levi definì il brigantaggio, spinse i latifondisti a sollecitare l'invio di soldati,a chiedere più fucilazioni e repressione, appoggiando una rapida "normalizzazione" unitaria alla francese: esasperato accentramento amministrativo, leggi piemontesi e moneta estese ovunque. Con quali effetti, anche economici, lo si capì subito: il primo Parlamento italiano discusse un bilancio che aveva già un disavanzo di 500 milioni di lire, conseguenza delle enormi spese militari affrontate dal Piemonte spartire dal 1855. Naturalmente, l'abbattimento del protezionismo doganale borbonico fece crollare il sistema imprenditoriale meridionale costretto a fare i conti con la concorrenza delle aziende del nord, favorite anche da interventi normativi di chi aveva pilotato l'unificazione.
Certo, il Mezzogiorno fu da subito un osso duro per l'Italia unita.Cavour non lo visitò mai e la classe politica piemontese ne aveva un'idea colma di pregiudizi, alimentati dai racconti degli esuli politici meridionali. Farini, primo luogotenente di Vittorio Emanuele Il
Napoli, bollò i meridionali come «beduini, peggiori degli africani».
Certo, i soliti furbi che da sempre mortificano le intelligenze meridionali fecero il resto: questuanti di posti e favori si affollarono nelle anticamere dei nuovi potenti venuti dal Piemonte. Lo racconta, con dovizia di particolari, anche il colonnello Giovanni Genova Thaon di Revel, direttore del ministero della Guerra delle Luogotenenze a Napoli, che descrisse i tanti garibaldini dell'ultima ora, che senza aver mai combattuto indossarono la camicia rossa in previsione dell'arrivo di pensioni e prebende. I soliti vizi italici, già da allora.
Dal marzo al giugno del 1861, il neo Parlamento italiano cercò di dare un volto all'Italia che nasceva: ordinamento amministrativo,assetto dell'esercito, problemi del sud in lotta. E fu quello il vero punto debole dell'Italia in fasce: quel Parlamento, risultato delle leggi elettorali piemontesi allora in vigore, era espressione di pochi.
Gli aventi diritto al voto, in un'Italia di circa 21 milioni di abitanti, erano poco più di 400mi1a. Votò il 57 per cento, per eleggere poco piu’ di 400 deputati,ma nei primi mesi si riunirono,in piena funzione, in 300.Ecco, in quella risibile rappresentatività risiede il vizio d'origine di un'Italia che, 150 anni dopo, sconta ancora l'eredità di mille incomprensioni. Fu l'Italia in cui vincente fu l'èlite della destra cavouriana. Altro che guerra di popolo tutta italiana, se anche tra i Mille tanti erano inglesi, ungheresi, francesi, prussiani. Oggi, l'unità del nostro Paese non può essere messa in discussione, ma comprenderne i vizi d'origine può aiutare molto a risolverne i problemi. Insomma, capire come e perchè eravamo diversi 150 anni fa può essere l'unico modo per ritrovare le ragioni dello stare tutti insieme. Al nord come al sud.
*autore per Rizzoli nel 2007 del libro"Controstoria dell’unità d’ltalia - Fatti e misfatti del Risorgimento"
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19/07/2009-GIGI DI FIORE SUL RISORGIMENTO PER I MERCOLEDI DELL´ASSOCIAZIONE GIORNALISTI CAVA COSTA D´ AMALFI VIETRI SUL MARE - Serata all’insegna della storia e della rilettura del Risorgimento italiano nel corso de “I Mercoledì dell’Associazione – alla ricerca del lettore perduto”, incontri promossi dall’Associazione Giornalisti Cava de Tirreni - Costa d’ Amalfi, Presidente Antonio Di Giovanni, e curati dal collega Vito Pinto. Gli intermezzi musicali sono stati eseguiti dalla giovane e brava violinista Maria Anna Siani. Ospite della serata a Vietri sul mare in provincia di Salerno è stato il giornalista e storico Gigi Di Fiore, che ha iniziato il suo “mestiere” alla redazione de “Il Giornale” di Montanelli, che è stato vincitore di numerosi Premi letterari, tra i quali l’ultimo consegnatogli un mese fa a Melfi per la saggistica, dopo essere stato tra i cinque finalisti al premio Acqui Terme per l’editoria storica. L’incontro si è svolto su “Controstoria dell’Unità d’Italia” (Rizzoli Editore), libro che andrebbe adottato nelle scuole per riequilibrare una lettura della storia di quel periodo italiano, riferita in specie al Regno delle Due Sicilie, che viene rubricato sotto la voce “Risorgimento”. Nel libro, attraverso documentazioni fornite da Archivi pubblici e privati, consultazioni di autorevoli fonti bibliografiche, Gigi Di Fiore smitizza l’epopea risorgimentale, dimostrando che non fu tutto roseo, come vuole la storia ufficiale scritta dai vincitori, ma che ci sono stati anche tanti toni grigi, se non addirittura pagine nere, in quella “faccenda” tutta piemontese che fu chiamata “Unità d’Italia”. Puntuale e preciso nelle sue tristezze è il racconto dell’epopea garibaldina intitolata da Di Fiore “L’invenzione delle camicie rosse” e interessanti i riferimenti alle furbizie e comportamenti bugiardi adottati dal Conte Cavour in varie circostanze. Di sicuro i metodi usati dai piemontesi per giungere ad una “Unità d’Italia”, non sempre voluta e molte volte accettata passivamente o contestata dalle popolazioni, furono abbastanza spicci, anche nei confronti del Papa Pio IX al quale furono sottratte due Regioni (Marche e Umbria) come se fossero stati cavati due denti. Insomma furono veri e propri soprusi piemontesi. Per non parlare dei plebisciti di annessione: vere e proprie farse. Insomma quella che doveva essere l’Unità d’Italia, si rivelò solo una conquista militare e sanguinosa di territori sovrani. E fu quello il periodo in cui – ed il confronto è un aspetto importante del lavoro di Di Fiore – cominciarono quelle storture che ancora oggi ci portiamo dietro in una sorta di gattopardesca memoria in cui tutto muta, perché nulla cambi. Un pubblico attento ha seguito l’interessante percorso storico sulla terrazza de “La Rosa dei Venti”, nell’incantevole scenario di marina di Vietri, racchiusa tra “I due fratelli” e la Costiera Amalfitana. Tra gli altri il giovane neo consigliere provinciale Alessandro Schillaci, che ha portato il saluto del presidente Cirielli, il giovane neo presidente del Consiglio Comunale di Vietri, Mario Pagano e il neo assessore comunale Marcello Civale. Il prossimo appuntamento è fissato per mercoledì 29 luglio, sempre alle ore 20,30 sulle terrazze de “La Rosa dei Venti”, con il poeta Enzo Tafuri. Rosanna Di Giaimo 17/07/2009 |
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"Un'anima divisa in due", opera prima del mio concittadino Fiore Marro, è un lavoro letterario che, sono certo, sarà utile per arricchire ancora di più la conoscenza della Città di San Nicola la Strada oltre i confini provinciali e regionali, contribuendo alla crescita socio-culturale della nostra intera comunità, in primis dei nostri figli. |
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LA CONQUISTA DEL SUD
Introduzione ALIANELLO |
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PER EGILDO GENTILE
PRESENTAZIONE |
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PONTELANDOLFO, AGOSTO 1861
Presentazione Ferdinando Melchiorre |
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STORIA DEI FATTI DI PONTELANDOLFO DELL'AGOSTO 1861
Questo lavoro, che segue il saggio «Pontelandolfo, agosto 1861», pubblicato nel febbraio 1981, vuole offrire ai lettori un quadro più dettagliato ed altrettanto preciso dei fatti tragici riguardanti la storia di Pontelandolfo (e di Casalduni) dell'agosto 1861. Ferdinando Melchiorre |
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PONTELANDOLFO: AGOSTO 1861 MEMORIE DI QUEI GIORNI
…In questo contesto storico avvennero i fatti dell'agosto 1861 a Pontelandolfo e a Pontelandolfo, viveva a quel tempo Antonio Pistacchio, perito agronomo. Egli visse quindi da protagonista, quegli eventi e li narra, con palpitazione e parteci¬pazione in un diario manoscritto utilizzato ai fini di giustizia come testimonianza sui fatti di Pontelandolfo dell'Agosto 1861. Carlo Perugini |
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...noi farem la pelle, ai signorotti,con le rivoltelle...
tante storie che fanno la Storia In questo libro viene raccontata una piccola storia. Una storia di paese come ce ne sono tante, tutti i giorni, in tutti i paesi del mondo. Ma questa, in particolare, non è una storia così piccola da poter essere dimenticata. A volte, il gomitolo della storia sfugge dal grembo di Dio e il filo del destino si dipana secondo percorsi insondabili, attraversa spazi imprevisti e prende strade inaspettate. Ecco come, un socialista, praticamente esule del Fascismo, capita a Pontelandolfo in un dopoguerra infuocato di passione politica e contese sociali. Il risultato sarà, ancora una volta a Pontelandolfo, borgo di gente orgogliosa e sanguigna, una sommossa popolare, che vorrebbe essere una rivoluzione, sedata, ancora una volta dopo i fatti del brigantaggio del 1861, con l'ordine pubblico dello Stato sovrano. Ma niente sarà più come prima. CARLO PERUGINI |
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TERRA DI BRIGANTI Prefazione
...Se poi in una popolazione siffatta, pacifica ma cosciente, incolta ma intelligente, si potè trovare, accanto all'entusiasta plaudente ai nuovo regime, il conservatore fedele alle vecchie tradizioni, è cosa né strana né biasimevole nell'età nostra rispettosa delle libere opinioni e dei valori umani e sociali. |
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PONTELANDOLFO Varie volte la radio e la televisione del 24-8-1972 nello spettacolo «Tutto è Pop» hanno trasmesso alcune canzoni, di recente composizione, riferentisi all'Unità d'Italia. Si può non condividere, come è mio deciso parere, il motivo storico e politico che dovrebbe riallacciare, in un filone di avvenimenti concatenati, ribelli e violente manifestazioni odierne con quelle dei tempi dell'unità italiana; certo però due composizioni, a giudizio anche degli stessi compilatori, riflettono avvenimenti reali e tragici. |
Tutte le canzoni sono di P. e F. Fabbri ed eseguite dal complesso Stormi Six. La più importante è senza dubbio « Pontelandolfo », che riporto integralmente, con interpunzione, la quale tenta di avvicinarsi all'originale, non risultante naturalmente dall'esecuzione.
I) « Era il giorno della festa del Patrono - e la gente se ne andava in processione; - l'Arciprete in testa ai suoi fedeli - predicava che il Governo italiano - era senza religione. - Ed ecco da lontano - un manipolo con la bandiera bianca - in clima di inneggiare al re Francesco. - Ed ecco tutti quanti lì a gridare; - poi si corre furibondi al Municipio - e si bruciano gli archivi - e gli stemmi dei Savoia».
II) «Per sedare i disordini nel paese - arrivano quarantacinque soldati - sventolando fazzoletti bianchi - in segno di pace. - Ma non trovano nessuno. - Poi mentre si preparano a mangiare, - il rumore ed i colpi di fucili spingono ad uscire allo scoperto - e son presi tutti quanti prigionieri. - Poi li portano legati sulla piazza - e li ammazzano a sassate - bastonate e fucilate ».
III) « La notizia arriva al comando - e immediatamente il generale Cialdini - ordina che di Pontelandolfo - non rimanga pietra su pietra. - Arrivano all'alba i bersaglieri - e le case sono tutte incendiate, - le dispense saccheggiate, - le donne violentate, - le porte della chiesa strappate, bruciate -. Ma prima che un infame piemontese - rimetta piede qui, - lo giuro su mia madre, - dovrà passare sul mio corpo ». Le strofe sono seguite da un ritornello che suona così:« Pontelandolfo la campana suona per te, - per tutta la tua gente, - per i vivi e gli ammazzati, - per le donne e i soldati, - per l'Italia e per il Re » (1). Come i cittadini di Pontelanaolfo sanno e i cultori di cronache regionali hanno appreso, in questa canzone vengono ricordati, con qualche inesattezza e in chiave non soltanto storica, i giorni esplosivi del 7, 11 e 14 agosto del 1861, resi roventi da movimenti e malcontenti popolari, da autoritarie istigazioni, da secolare ignoranza e da una stimolante carestia. Durante quei tristissimi giorni si aizzarono scompigliate passioni, ne seguirono eccidi sfrenati e il tutto si concluse con vendette irrazionali, che portarono ad azioni terrificanti e assurde come la distruzione di Pontelandolfo e del limìtrofo comune di Casalduni. Garibaldi entrò festosamente in Napoli il 7 settembre 1860 e la guerra risorgimentale era passata attraverso le nostre regioni forse troppo frettolosamente senza apportare la trasformazione di una nuova coscienza unitaria e istituzionale, che neppure clamorosi ma isolati episodi di eroismo e di sacrificio erano riusciti a preparare. Da una parte c'era tutto un sistema di vita, e non soltanto nelle così dette classi privilegiate, inveteratamente legate al governo dei Borboni, e dall'altra fremevano attese di radicali, preferibili ma anche immediati mutamenti, riposte non solo nella novità dei fatti ma anche nella convinta bontà del nuovo regime. Questi e altri motivi, importantissimi e per lo più di carattere locale, avevano creato fenomeni di insoddisfazione, di ribellioni, di guerriglie, raccolte nella parola brigantaggio, esteso in tutta l'Italia meridionale e centrale e intensificato dallo sbandamento delle truppe sconfitte. Di esso si faranno cenni particolari nel corso dell'esposizione. In questo clima si veniva a trovare Pontelandolfo, di 5.000 anime, alla vigilia di quei giorni fatali che la sospinsero alla rivolta e al sangue e la resero preda di una vorace rappresaglia. Le case del centro erano quasi tutte raccolte intorno alla famosa torre medievale. Una strada, con brevi e frequenti scalinate, circondava il paese restringendosi e allargandosi a seconda delle costruzioni o piccoli dislivelli che attraversava. Nella parte centrale si snodavano molte vie e vicoletti, che facevano capo alla chiesa arcipretale, alle volte ripidi e angusti, formati da rampe con scalini non sempre agevoli. Era il caratteristico abitato, che raggruppava antiche dimore, alcune rinomate per fregi ornamentali, la maggior parte consistenti nel solo pianterreno, i cui tetti non raramente erano forniti di botole ben nascoste ma pronte a far evadere qualche persona ricercata. Quel groviglio di case densamente popolate, quelle viuzze tipiche scoscese, tutte chiamate con nomi tradizionali e che ti immettevano in rari spiazzali, gremiti di bambini intenti a divertirsi, tante volte ho attraversate e visitate da ragazzo e mi rivivono nella mente con le storie che i vecchi raccontavano. A quell'epoca sorgevano poche nuove case intorno alla grande Piazza Tiglio e nei rioni S. Rocco e S. Donato, che furono anch'esse insanguinate dagli eventi dolorosi del 1861. La popolazione inoltre era sparpagliata in sedici contrade, suddivise a loro volta in circa settanta frazioni, che dalle zone montagnose scendevano giù a valle in un ampio giro intorno ai caseggiati del centro. Gli accessi erano impervi, in qualche tempo dell'anno impraticabili e la maggior parte delle terre coperte da boscaglie, talmente folte da permettere a un antico contadino di assicurarmi, con evidente iperbole, che si poteva andare in montagna passando di ramo in ramo. La situazione topografica, quindi, facilmente si prestava a nascondigli, ad agguati, ad irruzioni nonché ad immediati e inaccessibili rifugi. Da Piazza Municipio, nella parte rivolta a mezzogiorno, nella vallata sottostante si scorge Casalduni, unita a Pontelandolfo da erti e faticosi sentieri, qualcuno direttamente come scorciatoia, un altro più lungo e più praticabile, a forma di un gomito gigante, che si immette nella nazionale, ma più esposto a inavvertite imboscate. Queste brevi descrizioni offrono la possibilità di comprendere l'ambiente, in cui si verificarono disgraziatamente i gravissimi fatti di risonanza nazionale ed estera che sconvolsero in una tragica desolazione i due comuni di Pontelandolfo e Casalduni e che mi limiterò ad accennare.










