Pontelandolfo.ogg (Stormy Six - L'Unità)
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1973 - Petizione popolare
al Sig. PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA per la riabilitazione delle vittime dei fatti d'armi dell'agosto 1861 Sig.Presidente
noi sottoscritti cittadini del Comune di Pontelandolfo (Benevento), interpreti anche dei sentimenti e dei desideri di tutti i nostri conterranei, ci permettiamo esporLe quanto segue: Queste le modeste considerazioni che abbiamo creduto di sottoporle, Signor Presidente, mossi dal desiderio di veder riabilitata, nel giudizio della Storia, la memoria dei nostri antenati. In nome dei quali e in onore della verità e della giustizia, invochiamo da Lei, Signor Presidente, un atto di ufficiale riconoscimento, che crediamo si convenga al nostro paese, il quale fu vittima civile per i fatti d'armi dell'agosto 1861. |
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LE VITTIME CIVILI 1973
Ignari Inermi ed Innocenti Testo di MICHELE ROSSI
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GLI INTERVENTI - 1973
Eccellenza, Signore, Signori,
la comunità tutta di Pontelandolfo, mio tramite ringrazia tutti voi che avete accolto il nostro invito e con la vostra presenza rendete certamente più significativo l'incontro di oggi.
Un grazie particolare rivolgo ai Sindaci ed agli Amministratori Comunali di Casalduni, Auletta e S. Marco dei Cavoti che con la loro adesione fanno assumere alla cerimonia di oggi una dimensione più vasta, di sicuro interesse intercomunale.
Insieme ai nostri Morti, ricorderemo anche le vittime di Casalduni, Auletta e S. Marco che subirono come noi, il sacco ed il fuoco da parte delle truppe piemontesi.
Desidero, intanto, pregare i colleghi Sindaci di prendere posto, qui, al tavolo della presidenza.
La manifestazione odierna va riguardata con ottica distinta e, insieme, complementare: innanzitutto, la commemorazione delle vittime civili di guerra per i fatti dell'agosto 1861; il ricordo del tributo di sangue e di perdite patrimoniali che PontelandoHo offrì alla rivoluzione unitaria; quindi, la meditazione sul prezzo pagato dalle popolazioni del sud per l'avvio a soluzione della questione meridionale ed è un prezzo che parla di immensa disperazione per una soluzione ineguale, largamente parziale con grosse e residue sacche di miseria e con la persistenza di una emigrazione forzata.
Si tratta di considerare un problema - quello del sottosviluppo del mezzogiorno - grave ed immenso che costringe ancora oggi la stampa nazionale a scrivere non certo di PontelandoHo, di questa oscura e lontana entità sociale del Sannio interno, ma di Napoli, del nostro capoluogo di Regione, di quella che fu la grande, prospera e stupenda capitale delle due Sicilie, per dire che è una metropoli di disoccupati, con due terzi degli abitanti che hanno necessità di essere assistiti di urgenza: oggi non domani, prima di mezzogiorno, non prima di sera; che è una città dove prima di costruire un destino industriale o un destino turistico, bisogna costruire la rete fognante.
È un problema la cui integrale soluzione passa attraverso la mobilitazione e l'impegno operativo di tutti ma specialmente degli studiosi, dei critici, degli artisti ancora legati autenticamente al sud, consapevoli che una battaglia è ancora necessaria per superare le condizioni di incultura e disinformazione, di soggezione, di sfruttamento delle terre e degli uomini del sud.
Siamo qui oggi anche per ricordare allo scrittore meridionale, all'uomo di cultura del sud che non può rimanere sordo, cieco, insensibile di fronte a ciò che avviene intorno a lui, nella sua terra e che deve prendere posizione, deve dare il proprio contributo per modificare le situazioni di sottosviluppo, per denunziare una storia che ha - come è stato da altri già detto - come denominatore comune lo sfruttamento, la miseria, la terra di riporto, il colonialismo del sud.
Tanto dobbiamo chiedere per superare la condizione stagnante o anche di peggioramento economico, sociale e politico del nostro sud.
E tutto ciò abbiamo ritrovato nell'opera e nell'impegno di Carlo AlianellO che con la letteratura ha segnato anche per noi un itinerario per giungere alla individuazione di nuovi valori, alla prospezione di un'altra possibile realtà.
Ed è un itinerario fatto non certo di rimpianti e di nostalgie, che non chiede tempo e spazio alla pseudo storia dei purtroppo, che non vuole approdare alla distruzione della storia d'Italia, della tradizione nazionale, dei sentimenti del nostro passato, come è stato ingenerosamente ed affrettatamente detto in relazione, appunto, al saggio storico "La Conquista del Sud" di Carlo Alianello da parte di un settimanale gestito dall'industria culturale del nord.
Evidentemente, simili giudizi non hanno determinato alcun trauma, alcun condizionamento alla nostra volontà; anzi ci hanno maggiormente determinati per costruire questa occasione che vuole rompere con ogni condizione di isolamento e di arretratezza.
Siamo certi che non esiste una realtà storica veramente obiettiva ed univocamente interpretabile.
La storia vera è ancora tutta da scrivere e Carlo Alianello, che si è impegnato seriamente ed appassionatamente in un opera di ricerca e di analisi, ha svolto azione meritoria per il Mezzogiorno nella misura in cui è riuscito a liberarsi da ogni remora ideologica ed ha spinto anche noi - per la nostra minuscola parte - sulla trincea della rivalutazione storica dei fatti drammatici dell'agosto 1861.
Poche parole spettano su questo argomento al Sindaco di Pontelandolfo che, certamente, non è operatore culturale per farsi ricercatore indagatore ed interprete di avvenimenti storici.
Comunque, devo delineare i fatti.
Pontelandolfo - durante la vicenda unitaria - fu ripetutamente teatro di azioni belliche.
Per episodi di guerra e di guerriglia si fronteggiarono gli opposti schieramenti militari.
Tante battaglie ed un'altalena di vittorie e di sconfitte per l'uno e l'altro esercito sino al 14 agosto 1861, quando a PontelandoHo giunsero in forze le truppe del generale Cialdini.
Non vi fu il 14 agosto uno scontro fra le truppe di Cialdini ed i soldati ancora leali a Francesco II.
Il 14 agosto, su una popolazione "inerme, innocente ed ignara" come è scritto sulla lapide che oggi erigiamo, marciarono i soldati di Cialdini.
Dinanzi alla Camera dei Deputati il 2 dicembre 1861 l'On. Giuseppe Ferrari, un milanese, una coscienza del nord, cosi parlò di Pontelandolfo e del 14 agosto:
" Quante scene d'orrore! qui due vecchie periscono nell'incendio; là alcuni sono fucilati, giustamente, se volete, ma sono fucilati; gli orecchini sono strappati alle donne; i saccomanni frugano in ogni angolo; il generale, l'uffiziale non possono essere dappertutto: si è in mezzo alle fiamme, si sente la voce terribile: piastre! piastre! e da lontano si vede l'incendio di Casalduni, come se l'orizzonte dell'esterminazione non dovesse avere limite alcuno. Mai dimenticherò il 14 agosto, mi diceva un garibaldino di Pontelandolfo.
Sul limitare di una delle tre case eccettuate dall'incendio, egli gridava ai villici di accorrere, li nascondeva nelle cantine, e, mentre si affannava per sottrarre i conterranei alla morte, vacillante, insanguinata una fanciulla si trascinava da lui, fucilata nella spalla, perchè aveva voluto salvare l'onore, e quando si vedeva sicura, cadeva per terra e vi rimaneva per sempre".
17 morti - 3.000 profughi - tutto l'abitato distrutto, incendiato,saccheggiato.
E per cento e dodici anni l'Italia ufficiale non ha avuto una sola parola di ricordo, un solo palpito di pietà per le nostre povere vittime.
112 anni non sono stati bastevoli per costruire per Pontelandolfo e la sua gente una sola azione riparatrice.
Il ricordo delle vittime civili del 1861 è problema di coscienza per tutti.
Voglio ascrivere a merito dell'Amministrazione Comunale che ho l'onore di presiedere, la presa di coscienza su quelle drammatiche e dolorose vicende e la commemorazione di quei morti innocenti.
È certamente merito della iniziativa popolare il rilancio e la esaltazione del disegno prefigurato dalla classe dirigente con la formale istanza avanzata al Sig. Presidente della Repubblica per invocare un atto ufficiale di riconoscimento nel desiderio - come si legge nella petizione che porta le firme di tutta la cittadinanza di Pontelandolfo - di vedere riabilitata, nel giudizio della storia, la memoria dei nostri antenati.
È una iniziativa concreta ed emblematica, per la quale dovrà svilupparsi ancora un fecondo impegno di consapevolezza e che sarà coronata da sicuro successo se continuerà a sorreggerci la tensione morale di questa indimenticabile giornata.
GIUSEPPE PERUGINI-Sindaco di Pontelandolfo-
"Cari amici, dovrei dire: Eccellenza, Signore e Signori ma preferisco dire: cari amici.
Voi vorrete sapere perchè ho scritto i miei libri orientandomi in modo speciale alla difesa del Sud.
Molti anni fa, quanti? trenta o quaranta anni fa, ero andato in villeggiatura con tutta la mia famiglia a Scauri; e un giorno mentre facevo una gita sul Garigliano, all'inizio del ponte scopersi una lapide in memoria di tredici bersaglieri caduti contro i soldati borbonici che stavano fermi alla difesa del ponte.
Dei difensori nessuna traccia, nulla che ricordasse la loro disperata difesa. Eppure io avevo saputo da mio padre e da altre fonti storiche che i soldati borbonici avevano combattuto un'intera giornata, arrestando tutto l'esercito nemico sulle sponde del fiume. Per farli tacere, e tacquero tutti, morti tutti, il settimo battaglione cacciatori col suo comandante, capitano Bozzelli, non era rimasta nè memoria nè traccia. Rimasi male.
Da una parte le poche inevitabili vittime d'una puntata esplorativa; dall'altra trecento, come i morti di Leonida alle Termopili; bombardati perfino dalle navi piemontesi, fulgido esempio d'eroismo, rimasti per tanti anni ignoti, dimenticati e disprezzati.
Già forse d'allora si pensava alla parola" briganti ".
Gli insorti polacchi si chiamavano patriotti; gli spagnoli, si dissero rivoluzionari o reazionari: da noi fu conciata questa parola: brigante. Del resto l'avevano ripresa anche i tedeschi in Italia nel 1943, quando gli uomini della nostra eroica resistenza, ora onorati e ornati di medaglie, venivano chiamati, con teutonica parola: banditen.
Se malauguratamente avessero vinto gli hitleriani, quella parola infame gli sarebbe rimasta inflitta sulla fronte come un marchio perenne.
Vinsero gli americani e gli inglesi, aiutati dai partigiani, e i "banditen" si chiamarono eroi.
Qui han vinto i Piemontesi. E anche i poveri morti di Pontelandolfo si chiamarono briganti; quando invece non fu altro che un genocidio di soldati armati contro inermi dormienti, colpevoli solo di aver compiuto qualche ora prima, quello che oggi dovrebbe chiamarsi " resistenza".
Questo nome" brigante" è la nostra vergogna e il nostro choc. Da qui il complesso d'inferiorità nei nostri paesi del Sud.
Che fare? Dimenticarlo. E gareggiare con quelli del Nord, con i parlamentari che parlano fino allo strazio del Mezzogiorno e della sua rinascita.
Non mancano a noi nè intelligenza, nè volontà, nè sagacia.
Ritorniamo alla marcia antica dei Sanniti e dei Lucani, noi, Italici,verso Roma e il Nord. Non per combattere, non con armi, ma per mostrarci eguali a chicchessia e superiori magari, con pacifiche lance e pacifici scudi: cioè la volontà, l'alacrità, la perseveranza e soprattutto con quelle che (a pochi per fortuna) fa difetto: e cioè l'onestà dei propositi, dei pensieri, degli atti.
Viva il Sannio!
Carlo Alianello-scrittore-
Prima di benedire il ricordo dei nostri cari e sventurati fratelli, una parola sola dell'Arcivescovo. Ci è stato rievocato dal Sindaco e, così scu1toreamente, dal caro Professore Alianello l'episodio doloroso della vita della nostra cittadina.
La storia dovrebbe essere, deve essere maestra della vita. Se lo fosse stata sempre. E se lo fosse ancora...
La rievocazione di questo episodio storico che ci tocca, quale ricchezza di insegnamento contiene e ripete oggi a noi.
Essa ci invita ad essere quali ci volle il Signore, cioè" persone", i padroni di noi stessi, non gli emotivi, non i facili entusiasti, non gli idealizzatori privi del senso della realtà.
È la prima lezione: sentirsi" persone"; guardare agli altri come a "persone", soggetti tutti di diritti e di doveri.
E il primo diritto e il primo dovere è il rispetto di se stessi, il rispetto degli altri.
È basilare questo insegnamento per il vivere civile. È garanzia di progresso: non è il battere dei piedi, non è il clamore delle parole e delle protese che ci fanno camminare. No!
La consapevole accettazione di questa verità come ci accomunerebbe nella ricerca e nella promozione del vero bene, che è il bene di tutti e dei singoli; come riempirebbe le barriere create dalle albagie delle razze o da pseudo tradizioni snobiste.
Siamo tutti figli dello stesso Padre! È la realtà ineffabile che deve diventare convinzione comune di fede.
Come saremo allora liberati dalla mania discriminante, come ci sentiremo liberi dalle ricorrenti tentazioni di giudicare frettolosamente e frettolosamente esaltare o condannare; come sarebbero evitati atteggiamenti che il tempo, poi, si incarica di scoprire faziosi e ingiusti.
Il caro Professore accennava a Castelvolturno: 15 ricordati ed onorati; e dei 300? niente. I figli e i figliastri!
Noi, stasera, mentre ricordiamo i nostri caduti, proprio in aderenza a questo spirito di comune ineffabile fratellanza, che la rievocazione storica sottolinea come doveroso, e chiede a noi a granvoce, noi ricorderemo anche gli altri: i cari bersaglieri del Cialdini.
Nessuno si adombri se io torno a dire: "i cari bersaglieri del Cialdini ". Essi furono gli esecutori di ordini; le responsabilità erano altrove. Si, ricorderemo anche" i cari bersaglieri " caduti nella terra nostra nell'adempimento di un dovere certamente accettato.
Sentito? Subito? Chi lo sa...
L'altra lezione della storia, scaturente dalla rievocazione di questo episodio doloroso.Io accennavo già: le responsabilità erano altrove...
È la lezione ai responsabili perchè mai si approfitti della emotività delle masse, perchè mai si approfitti della loro debolezza.
I capoccia restano sempre salvi. Gli emozionati riempiono le fosse!
" Credere in Dio..." mi suggerisce il Professore. Già. È precetto divino fatto a chi ha responsabilità: guidare, non gettare nella mischia;curare il bene di tutti, non il proprio.
Ho detto tutto, figli.
Subito dopo la benedizione, reciteremo una preghiera per quant perirono in quella occasione da una parte e dall'altra. Sarà la nostra preghiera di implorazione di pace per i caduti, per tutti i caduti.
Che sia soprattutto assunzione di un impegno: guardarsi da fratelli, trattarsi da fratelli. Sempre.
Mons.RAFFAELE CALABRIA -Arcivescovo di Benevento-
...SI RIAPRE IL DISCORSO... - 2005
I fatti dell'Agosto 1861 da alcune riviste:
DA LA RIVISTA STORICA DEL SANNIO-ANNO IX N.III-BENEVENTO-1923-pag 71-76(cooperativa tipografica chiostro S.Sofia-bn)
I FATTI DI PONTELANDOLFO (NEL MANOSCRITTO DI UN CONTEMPORANEO)
Per cortesia del dottor Gaetano Perugini, ebbi agio di esaminare tempo fa un grosso manoscritto dal titolo: « Storia dei fatti di Pontelandolfo scritta da Antonio Pistacchio: copia eseguita da don Rocco Caterini che assicurava essersi attenuto all'originale ». Un manoscritto spropositato e disordinato. Dopo poche pagine nelle quali espone gli avvenimenti locali dal primo al quindici agosto 1861, l'a. torna indietro e a mo' di diario, senza alcun ordine di esposizione, narra le sue vicende in rapporto ai fatti di quei giorni, la sua fuga, le sue angustie per mettere al sicuro oggetti e denaro, l'inutile tentativo di salvare il paese. Domina il racconto una continua impressione di terrore che fuorvia lo scrittore e lo trattiene su piccoli personali incidenti che rompono il filo della narrazione e fanno sbadigliare chi legge: chiari di luna, fughe attraverso campi desolati, latrati di cani, ore di angoscia trascorse in remoti casolari, viaggi eterni su birroccini sgangherati... Con molta arguzia una intelligente signora, la sorella del proprietario del ms., soleva ripetermi che questa più che la storia dei fatti di Pontelandolfo fosse la storia... della paura di don Antonio Pistacchio.
AI farraginoso racconto di costui è corso tuttavia il mio pensiero, leggendo in questa Rivista ,un articolo che dell' incendio di Pontelandolfo si
occupa (A.V, n. 6). E m' è sembrato utile riassumerlo, perchè offre non solo 1'opportunità di correggere qualche inesattezza, ma suggerisce delle considerazioni necessarie per un più equanime giudizio su quel tristissimo episodio del nostro Risorgimento Nazionale: uno dei meno noti nella esattezza dei particolari, se non delle grandi linee.
Verso i primi di agosto del 1861 una banda di briganti scorazzava le montagne tra Cerreto, Pietraroia e Pontelandolfo, ingrossata da soldati sbandati. Circolavano voci paurose, e insistentemente si mormorava di un prossimo ritorno di Francesco II. I semi della reazione, abilmente sparsi in seno alla popolazione, composta nella massima parte di contadini, germogliavano. La guardia nazionale era insufficiente e restia al proprio dovere: i pochi liberali scoraggiati, disarmati, non protetti, anzi fatti segno a continue minacce. Erano stati chiesti aiuti al governatore della Provincia, e il 3 agosto giunse in paese l'ex colonnello garibaldino Giuseppe De Marco alla testa di 200 guardie mobilizzate. Il giorno seguente costui inviò corrieri nei Comuni vicini per avere altra forza. Ne richiese a Morcone, a Fragneto, a Circello, a S. Croce ed altrove. Casalduni ne richiese invece a lui, ma il De Marco -e gli avvenimenti dovevano dargli ragione - non stimò prudente dividere i pochi uomini che aveva seco, ed il 5 si recò a San Lupo per conferire in proposito con il cav. lacobelli. Le voci paurose ingrossavano: anche i soldati, sprovvisti del necessario, trovavano critica la loro situazione. Il sindaco e l'ufficiale della Guardia Nazionale si presentarono al De Marco, appena tornò da S. Lupo, e lo pregarono di trattenersi ancora in paese. Il comandante osservò che i soldati erano sprovvisti di tutto, e che si sarebbe fermato ben volentieri, se il Comune o i privati avessero provveduto al mantenimento della truppa. « Ma - nota il Pistacchio - non si trovò nessuno in Pontelandolfo che avesse cacciato un obolo per mantenere l'ordine e la forza ». Trionfava così l'occulto lavorio dell' arciprete De Gregorio. Il De Marco, stretto tra le esigenze della soldatesca e le condizioni dello spirito pubblico, timoroso di un movimento reazionario che sarebbe stato impotente a reprimere, partì lo stesso giorno 5 agosto. Inutilmente si insistette per novelli soccorsi; inutilmente si esposero le gravi condizioni del paese, dove la popolazione era sparsa, poco disciplinata la scarsa forza locale, fervida la propaganda d'odio dell' elemento borbonico. I due terzi circa della Guardia Nazionale, composti di individui che abitavano in campagna, furono disarmati dai briganti; l'altro terzo, per la sorte toccata ai compagni e per l' abbandono in cui versava il paese, rimase in preda al terrore. Lo sbigottimento si propagò al ceto civile: molti, fra i migliori fuggirono, e da quel momento lo sventurato paese fu votato al suo triste destino.
Il 6 agosto cominciava la fiera di S. Donato. L'arciprete uscì in piazza e divulgò che, contrariamente a quanto aveva detto il Sindaco il giorno precedente, la fiera vi doveva essere: assicurò che i briganti non sarebbero discesi dalla montagna, e che, del resto, essi erano regi, e, se mai, avrebbero fatto male solo ai liberali. Serpeggiò la voce che il De Gregorio si fosse inteso con i briganti, o con un loro emissario, al Piano della Croce, e li avesse sconsigliati di venire in paese, di mattino: data l'affluenza dei forestieri, sarebbero avvenuti dei tumulti, e chi avrebbe portate le offerte al Santo? Meglio discendere verso sera, quando la processione tornava da S. Donato... Fondata o meno, la voce non era fatta per sollevare lo spirito pubblico. La plebaglia insultava pubblicamente i liberali; il Sindaco era fuggito; fuggiti i pochi gentiluomini. Il luogotenente della Guardia Nazionale aveva invitati i militi, ma appena 26 se ne erano presentati, pavidi e senza fiducia, e la sera di quello stesso giorno si sciolsero e al Corpo di Guardia non rimasero che pochi ufficiali. Un incubo pauroso gravava sul paese; cupe voci circolavano: c'era in aria l'odore del!a reazione.
Il giorno 7, festa e fiera di S. Donato, mentre il clero, verso le ore 22 italiane, tornava dalla cappellina intitolata al Santo, ove s'era cantato il Vespro, un gruppo di circa 40 briganti, ingrossato via via da rezionarii, da manutengoli, da paurosi, da indifferenti, impose al clero di fermarsi per poi procedere insieme verso il paese. Ivi briganti e popolo assalirono il corpo di guardia e lo devastarono; fu ucciso Angelo Tedeschi di S. Lupo, furono feriti Agostino Vitale e un eremita. L'esattore Michelangelo Perugini, malgrado si proclamasse borbonico, fu barbaramente massacrato e il suo cadavere bruciato nella casa. La calca inferocita si sparse poscia per il paese saccheggiando, imponendo disarmi e taglie, mentre il clero si rifugiava nella chiesa e in varie abitazioni.
Il giorno seguente si sollevarono i reazionarii di Casalduni e di Campolattaro, e il 9 convennero in Pontelandolfo insieme a quelli di altri luoghi vicini. I Campolattaresi, circa una trentina, armati di grossi pali e di schioppi,
con bandiera bianca, gridavano viva Francesco II, e unitisi a pochi di Pontelandolfo si limitarono a saccheggiare qualche casa.
Verso le ventuno e mezzo furono visti sulla Prainella circa cento tra briganti e sbandati, pochi armati di fucile, i più di accette e di pali. Indossavano camicia e calzonetti bianchi, e molti erano scalzi. Costoro si incontrarono per via con un altro gruppo che veniva dalla Parata, e giunti a S. Donato (l'entrata del paese) forzarono il tamburo della banda musicale a precederli, e fecero il loro solenne ingresso urlando e inneggiando a Francesco II. Assalirono poscia il giudicato regio, chiesero qua e là da mangiare e da bere, terrorizzarono il pubblico, e finirono con l'accamparsi in piazza Tiglio e su le Campetelle; ma col cadere della notte preferirono ritirarsi su la montagna, meno pochi, che più tardi si unirono a circa cinquanta briganti sopraggiunti da Casalduni e si diressero verso Campolattaro, a ciò indotti da voci di soldati marcianti.
Il 10agosto il paese rimase relativamente tranquillo; non si videro briganti nè paesani nè forestieri. Circolavano però le più strane notizie, e si dava a credere che Francesco II fosse giunto a Napoli.
Qualcuno rientrò nell'abitato per nascondere quello che non aveva fatto a tempo a celare il 7, ma scappò di nuovo all'annunzio, gravido di terrore, dell' arrivo di 300 briganti. Invece il giorno seguente, domenica, si videro giungere 45 soldati italiani, sventolando fazzoletti bianchi in segno di pace. Si celebrava la messa cantata: il sacerdote si affrettò a finirla, e i villani di corsa scapparono nelle loro masserie. I soldati procedevano intanto guardinghi, incerti. Erano briganti coloro che fuggivano, o spie che correvano a are l'allarme? Si rassicurarono appena seppero che i briganti si erano ritirati su le montagne o nei paesi vicini. Chiesero delle autorità: si rispose che erano fuggite; chiesero di ristorarsi per poi partire: la popolazione, scarsa e paurosa, si mostrò restia a dar loro del cibo per tema di essere sorpresa dai briganti e di trovarsi in qualche conflitto. Giunse un soldato, rimasto indietro, e narrò di essere scappato dalle mani dei paesani, e che un altro compagno era stato forse disarmato e un altro ucciso. Accorsero allora tutti sul Piano della Croce e tirarono molte fucilate, ma senza ferir nessuno. Due soldati soltanto erano rimasti in una bettola del paese, e sarebbero stati certamente uccisi senza l'intervento del cocchiere di don Giovanni Perugini (Domenico Brugnetti) che scorto il gesto d'intesa di due briganti, riuscì ad intenerire Michelangelo Pistacchio, il quale scongiurò il delitto, facendo comprendere il male che ne sarebbe venuto al paese.
Dal Piano della Croce i soldati passarono nella masseria di don Saverio Golino, che risparmiò la fucilazione a qualche concittadino, e poscia rientrarono in paese e si diressero verso la Torre. Ivi, scavalcato il muro di cinta, si accamparono nel giardino, posero sentinelle, fecero portare pane e vino. Si intesero però subito dei colpi di fucile, e una delle sentinelle avvertì l'ufficiale che masse di contadini si riunivano nei dintorni, e che i colpi erano stati tirati in direzione della Torre. L'ufficiale decise allora di uscire per tema di un accerchiamento. Vuolsi che a tale determinazione non fosse rimasto estraneo il Golino, il quale per timore di rappresaglie da parte dei briganti, se fosse stato scorto con i soldati, avrebbe fatto intendere a costoro ssere pericoloso un posto come quello, facile ad essere accerchiato. I soldati uscirono infatti e, sparando, si diressero verso le Campetelle; di là si dettero a precipitosa fuga, temendo di essere raggiunti dai briganti che già si vedevano verso le masserie Guerrera. Quella fuga contribuì a perderli. Donne, uomini, ragazzi li avevano seguiti fermandosi su l'altura e gridando all'armi, Si ritenne fuggissero per paura dei soldati di Francesco II, e il dubbio che fossero dei vili rese feroci gli animi. La folla, composta in gran parte di donne, urlava dimenando le braccia, e il Pistacchio esprime il convincimento che, specie le donne, tutte della peggiore feccia del paese, volessero additare i fuggenti ai briganti. Per la via molino di sotto i Piemontesi erano intanto usciti su la Consolare, Di collina in collina si ripercuotevano le grida di allarme, e in un baleno la vetta di S. Nicola si gremì di gente discesa dalla montagna e di sbandati di varie contrade. I soldati, che erano su la strada che circonda la collina, si videro assaliti da un numero assai superiore di forze. Spaventati, storditi dalle grida incessanti,forse con poca energia guidati, piegarono su Casalduni, sperando in un paese amico, o dove, nella peggiore ipotesi, potessero soltanto essere fatti prigionieri.
Ma alle prime svolte della strada, nei pressi della cappellina De Angelis, intesero suonare a stormo le campane di Casalduni... Cominciò il massacro; due furono trucidati in una masseria di quelle vicinanze, l'ufficiale lungo la strada; gli altri consegnarono le armi e furono condotti al posto di guardia di Casalduni, ove accorse gente di Pontelandolfo e del paese. Ivi chiesero di confessarsi: fu risposto negativamente. I briganti di Casalduni e pochi di Pontelandolfo tennero consiglio e decisero di trucidare gl'infelici. Qualche sbandato tentò di opporsi, ma Angelo Pica e Pellegrino Meoli ne vollero il massaero, perchè non si unissero all' altra forza piemontese, così come avevano fatto coloro che erano stati risparmiati dai briganti di Colle. Erano le ventidue e mezzo.Furono atterrati a colpi di schioppo, di scure, di falce, di zappelle, di pietre. Un Piemontese si finse morto e rimase nascosto sotto i cadaveri dei compagni fino a tre ore di notte; poi si diresse a Campolattaro, ove assalito da altri briganti fu, malgrado una strenua difesa, assassinato e sepolto.
Il giorno successivo, 12, in Pontelandolfo non furono visti che pochi briganti; molti se ne aggiravano invece su per la Prainlla. Il cav. lacobelli mosse contro di loro da San Lupo, ma, scortone il numero, non stimò prudente attaccarli, e tornò indietro sbigottito. Dettò allora, di accordo con un individuo di Morcone, che assicurava di aver modo come comunicare con Cialdini, un rapporto che segnò la fine di Pontelandolfo. Vi si diceva che 45 soldati, tra i più valorosi figli d'Italia, erano stati colà, il giorno precedente, tenuti a bada dai naturali sino all' arrivo dei briganti. Giunti costoro, i soldati avevano subito attaccato, ma era accorso il popolo costringendoli a
fuggire: Inseguiti e sempre combattendo, erano pervenuti nel'abitato di Casalduni, ove sopraffatti dal numero s'erano dati prigionieri ed erano stati barbaramente uccisi. Si concludeva invocando un castigo che fosse servito di esempio. Il Pistacchio narra che il plico, accompagnato da una lettera privata per il ministro De Blasio di Guardia Sanframondi, fu recato con un calesse a Napoli, e che egli sbigottito accorse subito colà per tentare, informandone don Giovanni Perugini, di salvare il paese, ma giunse troppo tardi.
I briganti intanto, dopo che il lacobelli tornò indietro senza attaccarli, si riunirono su la Parata e nei luoghi vicini. Si aggiunse a loro Angelo Pica che propose qualcuno si recasse a prendere il Generale per avere gli ordini di Francesco II. Accettò di farlo Cosimo Giordano che, con una diecina di compagni tra i più arditi, andò in Casalduni, ove il Generale si trovava. Era costui tal Filippo Tommaselli, che spacciavasi generale di FrancescoII, e munito di pieni poteri. Egli gridò evviva Francesco, emanò dei bandi, arringò i seguaci e promise quattro carlini al giorno ai soldati semplici e uno di più per ogni grado superiore; tornato Francesco II avrebbero avuto ducati trenta e carlini quindici al mese ciascuno, vita durante. Venuto in Pontelandolfo, accompagnato dal Pica e dal Giordano, ordinò di portar viveri ai suoi, su la montagna, ma essendosi detto che a Solopaca erano giunti duecento soldati con alla testa il colonnello De Marco, li chiamò in paese. Un soldato del Piemonte tratto dinanzi a lui, ebbe promessa di libertà purchè gridasse viva Francesco II; rispose negativamente: aveva giurato, e 'piuttosto che mancare al uo giuramento, preferiva di essere trucidato come i suoi compagni. Era uno dei 45 soldati, scampato all'eccidio del giorno undici per essere rimasto indietro agli altri, nascosto in un fosso, al toppa di S. Nicola. Il suo coraggio confuse il Tommaselli e gli altri briganti. Riuscito a fuggire, quel valoroso fu poi preso, al di là di Ponte, da un'altra banda.
Verso l'alba del 14 furono visti dei soldati avanzarsi alla volta del paese. I briganti che erano rimasti accampati su le Campetelle, chiamarono alle armi; il posto di Portanova tirò dieci o dodici fucilate, altre ne furono tirate da diversi posti: in tutto una trentina. Poscia, sgomentati dal numero dei soldati,fuggirono in varie direzioni, mentre qualcuno di essi, tolte le chiavi al sagrestano, prese a suonare a stormo. I cittadini atterriti si alzarono, si chia¬marono, fuggirono. I soldati entrarono nell' abitato tirando contro chiunque incontrassero. Furono così uccisi i due figliuoli di don Nicola Rinaldi e varii altri; un solo brigante fu preso e ucciso. Il paese venne dato alle fiamme, e la prima casa che, bruciò fu quella dell'arciprete Epifanio De Gregorio che il Pistacchio chiama « reazionario, ambizioso, mangione e scialacquatore ». Dopo i soldati si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia...
I fatti, come sopra riassunti, non sono in modo uniforme narrati. Uno storico locale, Daniele Perugini, nell'esporre i motivi per i quali si indusse a non farne, parola, riferisce che anche coloro che erano stati presenti non furono di accordo nel narrargli le circostanze più interessanti. (D. Perugini. Monografia di Pontelandolfo, Campobasso 1878). Altri li espose invece formandone oggetto di giudizi non equanimi, e senza curarsi di approfondire le linee degli avvenimenti.
Per quanto sembrino strane, a proposito di un episodio così doloroso e così vicino a noi, possono trascurarsi le divergenze che riguardano particolari di poca o niuna importanza; ma tra questi non può annoverarsi l'uccisione di venti soldati sardi, narrata dal De Sivo, e che sarebbe avvenuta, ad opera dei briganti, capitanati da Cosimo Gior dano, la mattina di quel tristissimo 14 agosto. Scrive lo storico borbonico che i briganti rimasti in Pontelandolfo si erano ridotti a quelli della banda Giordano, circa una cinquantina, e che costoro, appiattati in un boschetto, fecero fuoco sui soldati che avanzavano verso il paese uccidendone alla prima scarica venticinque; poi si allontanarono.
Vincenzo Mazzacane
DALLA RIVISTA "HISTORIA" Agosto 1985 n.330 pag.118-125
A Pontelandolfo, un comune in provincia di Benevento, una lapide. ricorda i 17 civili barbaramente uccisi dai bersaglieri del generale Cialdini nell'agosto del 1861
QUI SI FECE L’ITALIA SULLA PELLE DEGLI INNOCENTI(di GUSTAVO BOCCHINI PADIGLIONE)
GIUSTIZIA sommaria: fin dall'autunno del 1860 al governo italiano questo sembrò l'unico sistema per reprimere il brigantaggio nell'ex Regno delle Due Sicilie. Nonostante il risultato del plebiscito(1.302.000 «SÌ» su 1.650.000 iscritti al voto) il Sud rifiutava l'unità, aspirazione che in fondo era stata vagheggiata da un gruppo di esuli abbastanza esiguo. Mentre al di qua del fiume Tronto regnava la pace, al di là solo i battaglioni dei bersaglieri (non più piemontesi ma italiani) riuscivano a mantenere la legalità. Fin
dal primo momento, gli insorti furono considerati «briganti»; la guerra partigiana, del resto, quella condotta da ribelli, non è mai stata riconosciuta dagli eserciti regolari.
Nel settembre del 1860 il generale Cialdini annuncia che chiunque sarà trovato armato,verrà passato per le armi senza regolare processo, mentre il ministro Fanti sancisce la competenza dei tribunali militari straordinari per tutti coloro che saranno ritenuti colpevoli di atti di brigantaggio. Non solo: per rendere più consistente la minaccia di dura repressione Cialdini darà l'ordine di radere al suolo due paesi, Pontelandolfo e Casalduni, nel Beneventano.
La tragedia si svolge il 14 agosto del 1861. Era l'alba quando i cinquecento soldati che avevano percorso a piedi i 35 chilometri che separano Pontelandolfo da Casalduni arrancando per la strada maestra in salita, giunsero in vista del paese. Pareva che la sorpresa fosse perfetta, quando da un bosco di castagni partì una scarica di fucileria. Una cinquantina di colpi in tutto, ma quanto bastava perchè venticinque militari nelle loro divise turchine si abbattessero al suolo. Gli altri si sparpagliarono tra i radi ulivi, si gettarono a terra fra le stoppie, rispondendo a casaccio al fuoco del nemico invisibile. Quando, ordinato il «cessate il fuoco» si diradò il fumo, degli assalitori
non era rimasta traccia.
I colpi, tuttavia, erano stati uditi a Pontelandolfo dove le campane presero a suonare a stormo. Svegliati all'improvviso, non tutti gli abitanti compresero che cosa stava accadendo. I più fuggirono, ma su quelli che rimasero, inchiodati dalla paura o dalla incapacità di prendere una decisione, si abbattè la furia dei soldati imbestialiti per la morte dei loro compagni.
I primi a cadere furono i fratelli Antonio e Francesco Rinaldi che si erano fatti incontro alle truppe per unirsi a loro. Presi prigionieri, furono passati per le armi. Tutt'intorno, un inferno: porte sfondate, vetri infranti. I soldati irruppero nelle misere abitazioni razziando, incendiando, devastando, violentando le donne, uccidento quanti si opponevano alla loro furia. Una ragazza di 17 anni, Concetta Biondi, che era riuscita a sfuggire agli aggressori, fu uccisa con una fucilata. Un'altra donna, Maria Izzo, bruciò viva nell'incendio della sua casa.
Quando la furia dei soldati si placò di tutto il paese non rimanevano in piedi che tre case. Le vittime furono diciassette. Dei seimila abitanti, tremila, che avevano perduto tutto, si rifugiarono a Benevento. Uguale sorte, nel corso della notte, aveva subito il paese di Casalduni, dove però le vittime furono solo tre perchè la popolazione, avuta notizia dell'arrivo delle truppe da Campobasso ,era fuggita.
Il giorno successivo, dopo aver fatto cremare i corpi dei suoi caduti sulla piazza di Pontelandolfo, il comandante della colonna, colonnello Negri, telegrafò al comando di Napoli: «Ieri mattina all'alba giustizia fu fatta contro Pondelandolfo e Casalduni. Esse bruciano ancora».
Che cosa aveva provocato una così dura rappresaglia? Non certo e non soltanto l'agguato e l'uccisione dei venticinque soldati: il destino di Pontelandolfo era segnato come lo era del resto quello di Casalduni, dove gli abitanti non avevano opposto alcuna resistenza.
Il fatto è che in quell'estate di 124 anni fa,la reazione filo borbonica già minacciava di assumere dimensioni preoccupanti.La Guardia Nazionale infida,l'incerta fedeltà della popolazione(sobillata dal clero e dai notabili fedeli allo spodestato Federico II),tutto contribuiva a rendere la situazione oltremodo pericolosa.
Alle falde del Matese si era già costituita una banda, formata da contadini di San Lorenzo Maggiore, Morcone, Casalduni, Campolattaro cui si erano aggiunti soldati sbandati, provenienti dal disciolto esercito dei Borbone. La comandava Cosimo Giordano, di Cerreto Sannita.
Il 7 agosto 1861 la banda calò a Pontelandolfo, forse in seguito a uno scontro con truppe regolari e con la Guardia Nazionale, avvenuto nell'abitato di San Lupo. Pontelandolfo si trova al centro di un importante nodo viario: vi si incrociano infatti le strade provenienti dagli Abruzzi, dal Molise, dalla Capitanata, da Benevento e da Terra di Lavoro. La sua ubicazione, tra il Molise e il principato Ulteriore, a sud-est del Matese, ne ha sempre reso la posizione strategicamente importante, tanto che in epoche precedenti vi fu anche eretta una torre baronale.
Quando la banda raggiunse il paese, vi si stava svolgendo la processione per la Festa di San Donato. Parte della popolazione al grido di «Viva Francesco II» si unì ai briganti che costrinsero poi il clero a cantare un «Te Deum» di ringraziamento per l'avvenuta - secondo loro - restaurazione borbonica. Imposizione che all'arciprete don Epifanio De Gregorio, acceso reazionario, certamente non dispiacque.
Quindi i ribelli si abbandonarono alla violenza: incendiarono gli archivi del municipio e del Giudicato e assassinarono l'esattore fondiario Michelangelo Perugini (che morì bruciato vivo nella propria casa) ritenendolo una spia dei piemontesi.
Che l'esattore fosse un «savoiardo» è confermato dal libro «La camicia rossa» del garibaldino Alberto Mario che narra di una spedizione sfortunata nell'autunno del 1860.
Inviata con il colonnello Nullo e il maggiore Caldesi e Isernia per sedare una rivolta, la colonna garibaldina (di cui faceva parte lo scrittore) fu travolta da truppe boboniche alle quali si erano unite masse contadine.
Ma torniamo a Pontelandolfo. Il 7 agosto fu proclamato un governo provvisorio mentre sull'antica torre feudale sventolava nuovamente la bianca bandiera con i gigli d'oro dei Borbone. All'indomani la reazione dilagò nell'intero circondario e il 9 anche il capobanda Cosimo Giordano fece il suo ingresso trionfale nel paese. L'11 agosto, preoccupato per la piega presa dagli avvenimenti ma certamente poco informato della reale situazione, il comandante la piazza di Campobasso inviò a Pontelandolfo 45 uomini del 36° Fanteria di linea con quattro carabinieri, al comando del tenente Luigi Augusto Bracci perchè ristabilisse l'ordine pubblico, pur senza impegnare a fondo i «briganti ».
I soldati entrarono nell'abitato senza incontrare resistenza. A questo punto, le testimonianze sono incerte perchè c'è chi vuole che addirittura le truppe fossero state amichevolmente accolte e rifocillate dalla popolazione. Comunque, in precedenza, un soldato attardatosi era stato ucciso e un altro ferito.
L'arrivo della colonna era stato inoltre segnalato ai reazionari che radunarono i contadini, i «cafoni». Quando il tenente Bracci capì che l'attacco era imminente, anzichè rinchiudersi nella torre, preferì ritirarsi, cercando di raggiungere per la strada maestra San Lupo, dove era di stanza il comando della Guardia Nazionale, ma si trovò la via sbarrata dai ribelli al comando di un certo Augusto Pica.
Costretti a ripiegare su Casalduni, i fanti caddero in un'imboscata. Dopo un accanito combattimento, i superstiti si arresero, ma furono linciati a colpi di pietre, scuri, falci e zappe. Il solo sopravvissuto fu rinchiuso nella torre di Pontelandolfo.
Scattò allora la repressione. Furente, il generale Cialdini ordinò che dei due paesi ribelli, Pontelandolfo e Casalduni, non rimanesse «pietra su pietra»! Da Campobasso, la sera del 13 agosto, partirono alla volta di Casalduni quattro compagnie comandate da un ufficiale dei bersaglieri, Carlo Melegari, che aveva già combattuto in Crimea agli ordini dello stesso Cialdini.
Da Benevento, invece, si mossero cinquecento bersagIieri del 18° reggimento agli ordini del tenente colonnello Negri che giunsero a Pontelandolfo all'alba del giorno successivo. I briganti, ridotti a una cinquantina di uomini, li attendevano in un boschetto, e, al grido di «Viva lu re!», li attaccarono, come abbiamo visto all'inizio del nostro racconto uccidendone venticinque. Poi, dato il numero soverchiante dei soldati, ripiegarono.
Questo agguato costò caro agli abitanti di Pontelandolfo. Credendo di avere a che fare con una banda molto più numerosa ed agguerrita, i bersaglieri irruppero nel paese al grido di «Savoia!», scatenandosi contro la popolazione civile. La prima casa a bruciare fu proprio quella dell'arciprete De Gregorio. Anche la chiesa fu data alle fiamme dopo che i bersaglieri avevano rubato gli ex voto e la corona della Madonna. .
Nei giorni successivi, i piemontesi effettuarono numerosi arresti. I prigionieri, condotti a Cerreto Sannita, vennero passati per le armi. Le vittime dell'eccidio di Pontelandolfo furono sepolte nella chiesa dell'Annunziata. Ma anche qui non trovarono a lungo pace. Nel 193O, nel tempio sconvolto dal terremoto, si aprirono profonde crepe, attraverso le quali i cani randagi ebbero facile accesso alle tombe e fecero scempio delle salme.
Finalmente, nel 1973, a più di cento anni da quel sanguinoso agosto, dopo tante altre guerre e altri mutamenti di regimi e di istituzioni, sulla facciata della chiesa fu affissa una lapide che reca i nomi delle vittime. «Ignari inermi ed innocenti - dice l'epigrafe - vi travolse l'inconsulto sterminio che nell'agosto del 1861 fece di questa terra un rogo, consegnando alla storia i vostri nomi che incisi volle oggi nel ferro Pontelandolfo custode di tal retaggio, onde vincendo l'oblio dei secoli il sacrificio vostro si eterni ed ammonisca».
Ma anche allora, la vicenda ebbe degli strascichi.
Nel dicembre dello stesso anno (1861 n.d.r.)un deputato milanese l'onorevole Giuseppe Ferrari, si recò a Pontelandolfo e, appresa l'atroce vendetta, elevò una vibrata protesta in parlamento, chiedendo che fosse costituita una commissione d'inchiesta. Dopo aspre polemiche, la sua richiesta venne accolta, ma questo non mutò i procedimenti contro la ribellione del Sud: nel 1863, caldeggiata soprattutto dai deputati meridionali, fu varata la legge Pica che istituiva i tribunali militari, comminava pene più severe e autorizzava repressioni in massa. Quanto al «capo brigante» Cosimo Giordano, riuscì a fuggire in Francia nel 1865, ma, tornato in Italia nel 1882 sotto falso nome, venne riconosciuto, arrestato e condannato ai lavori forzati a vita. Mori tre anni dopo.
Gli episodi di Pontelandolfo e Casalduni sono solo due esempi dei metodi impiegati dalle forze unitarie per stroncare le insurrezioni del Meridione. Un'eccezionale documentazione in tal senso l'ha offerta la mostra, aperta dal 30 giugno al 18 novembre dello scorso anno al Museo Pignatelli di Napoli, dal titolo «Brigantaggio, realismo, repressione». Per troppo tempo oggetto di sporadiche rievocazioni, liquidato con brevi cenni nei testi scolastici, il fenomeno del brigantaggio post-unitario trova cosi finalmente una sua precisa collocazione storica.
Nomi come quelli di Ninco Nanco, di Crocco, ricominciano a circolare non più avvolti, di volta in volta da un velo di leggenda eroica o stravolti dalla propaganda di parte, ma ricondotti nelle loro giuste dimensioni.
Dalla mostra della quale ricordiamo lo splendido catalogo, pubblicato per i tipi dell'Editore Macchiaroli, emergono le cause del nascere del brigantaggio, la durezza della repressione operata dal generale Enrico Cialdini, che, con grande abilità, ma anche con brutalità spietata, riuscì a stroncare il brigantaggio già sul finire del 1861, quando almeno 20.000 ex militari borbonici si consegnarono approfittando di un'amnistia.
Persa la coloritura politica, però, il brigantaggio non cessa, anzi, riprende maggior vigore l'anno successivo. Il contadino, abituato oramai ad una vita di stenti, ma anche conscio di una sua nuova dignità del rispetto che oramai gli è dovuto, del terrore che ispira, consapevole anche della dura pena che lo attende, non si arrende.
Le bande si disfano, si ricompongono, le incursioni aumentano. Non più occupazione di paesi,azioni spettacolari che impongono scontri con l'esercito (che raggiunge ben presto i 120.000 uomini oltre ai carabinieri ed alla polizia) ma estorsioni, grassazioni, stupri, violenze anche contro gli stessi contadini: animali uccisi, raccolti devastati, assalti alle corriere. E la repressione si fa ancora più dura.
Per la legge Pica il governo ha la facoltà di assegnare al confino «gli oziosi, i vagabondi, le persone sospette, i camorristi e i sospetti manutengoli». Una formulazione così ampia da consentire arresti indiscriminati. La legislazione straordinaria, prorogata fino al '65, consente ancora una volta di battere il rinato brigantaggio.
Ma anche l'esercito ha dovuto mutare i metodi di lotta. Parte dell'equipaggiamento è eliminato, perchè troppo ingombrante e certamente non consono ad una lotta che si svolge fra forre, boschi e dirupi. La guerra tradizionale si èntrasformata, è diventata guerriglia. La truppa è diventata più mobile, capace di interventi rapidi con colonne sempre in movimento. Il mutato comportamento delle bande, le grassazioni, la distruzione dei raccolti, inoltre, ha allontanato da loro il favore delle popolazioni.
I briganti hanno difficoltà di rifornimento. Aumenta il numero delle spie pagate, crescono i tradimenti. L'esercito unitario ora usa gli stessi metodi delle bande dei briganti: mobilità, tradimento, violenza, brutalità. E, ancora, giustizia sommaria. Finchè Crocco fugge, Ninco Nanco viene ucciso. Nuovo rifiorire del brigantaggio nel 1868 e nel 1869 in Terra di Lavoro ed in Calabria, dove si succedono le fucilazioni e gli arresti arbitrari.La propaganda governativa compie il resto. I briganti vengono fotografati e le immagini diffuse a monito per gli altri. Lavati, sbarbati e rivestiti prima che l'obiettivo consegni i loro volti ai posteri. E tutti, anche nelle foto scattate prima delle esecuzioni, mostrano una sorta di dignità di fronte ad un oggetto che aveva ancora del «magico». I generali comprendono l'utilità ai fini propagandistici di questo nuovo mezzo di comunicazione e lo sfruttano abilmente.
Così le immagini dei briganti ci sono state tramandate, esattamente come, negli Stati Uniti d'America le immagini di Toro Seduto e Cavallo Pazzo. L'immagine, in sostanza, diventava una forza deterrente ed un modo per esaltare apologeticamente i successi dell'esercito unitario.
E non soltanto: nasce proprio allora la figura del fotografo-reporter e quella del giornalista. Entrambi fotografano e descrivono gli avvenimenti nel modo più chiaro possibile, senza lasciarsi travolgere dalle emozioni. Sui giornali, limitatamente alla rapidità concessa dai mezzi di informazione, comincia a prevalere l'attualità.
Dalla mostra napoletana è emerso anche un giudizio storico: se da un lato le forze che premevano per la restaurazione borbonica consideravano il brigantaggio uno dei mezzi per giungere allo scopo, d'altro canto il governo del nuovo re ben poco seppe fare per eliminare gli errori e le cause che spinsero alla macchia migliaia di ex militari e di contadini.
Il brigantaggio fu uno dei risultati, forse inevitabili, del divario fra le attese suscitate dal nuovo governo e ciò che effettivamente seppe fare. Nessuno in sostanza era riuscito a capire quale mondo dovesse sostituire quello che era stato sconfitto.
Da un inserto della "Tribuna Illustrata": Il sangue scorre a fiumi nel Sud
I passi cadenzati dei militi rimbombavano nella viuzza deserta e semibuia. Gli uomini, non più di trenta, marciavano in colonna, preceduti dal capitano, un omaccione con due folti mostacci che portava il cheppì calcato fin sugli occhi e reggeva, con aria spavalda, la sciabola. Due giovani, quasi ancora ragazzi, in pantaloni e camicia, le mani legate dietro la schiena, venivano subito dopo il comandante, trascinati dalle guardie.
In fondo alla strada si apriva uno spiazzo, rischiarato dalla scialba luce di un fanale a petrolio, posto vicino all'ingresso delle carceri. Comparve una donna a una finestra; dall'interno una voce d'uomo chiese « So' soldati? ».
«No, so' Guardie Nazionali ». E la donna richiuse le imposte, nonostante il caldo soffocante di quella sera d'estate.
Il drappello fece alt davanti alla prigione. Un milite bussò. Si aprì uno spioncino: «Chi siete? ».
«Non lo vedi? Guardia Nazionale. Portiamo due "sorci" di Franceschiello...".
Il pesante portone cigolò, si schiuse. Il guardiano apparve, per un attimo - la giubba sbottonata, un mezzo sigaro "napoletano" tra i denti - nel chiarore diffuso dal lampione. il comandante spinse dentro i due giovani: «Su, presto!" fece con malgarbo. Entrò anche lui. D'improvviso si udì un grido strozzato di aiuto, un « mammamia!" soffocato, un tonfo, mentre i militi irrompevano nella corte, passando sul corpo del custode che si torceva a terra.
Schioccò uno sparo, poi un altro, poi fu un crepitare di moschettate. Altri cinque guardiani erano accorsi al trambusto, ma caddero fulminati, l'uno dopo l'altro, prima ancora di poter capire cosa stesse accadendo.
« Le chiavi! Pigliate le chiavi! "urlò il capitano.
« Le abbiamo prese!".«Aprite le celle, allora, e voi spalancate bene il portone! ».
Pochi minuti dopo, un torrente di uomini vocianti si riversò dalle carceri in strada.
« Prendete tutte le armi che trovate! - tuonò di nuovo la voce del comandante E Giano? Dov'è Giano? ».
«Sono qui, compare Antonio, sono qui!" disse un giovane barbuto correndo verso di lui.
«Giano... Piglia un fucile e seguimi ».
Squillò una tromba.«Via! Presto! Arrivano i soldati! Tutti fuori! ».
«Donn'Antonio, i fucili sono soltanto sette... ».
«Fuori! Schieratevi!".
La tromba squillava, come impazzita, sempre più vicina; già s'udivano i passi veloci dei soldati lanciati di corsa.
«Sparate!"t ordinò donn'Antonio. Dalla piazzetta partì una scarica. A meno di cento metri la truppa ondeggiò, si arrestò; balenò l'acciaio delle baionette.
«Avanti, figlioli! Savoia!". "Sparate! Viva lu Rre!".
Un'altra scarica: lamenti, bestemmie, urli. « Avanti, figlioli! ». Ma i fanti e le Guardie Nazionali - quelle vere - indietreggiavano.
«Scappano! Scappano! Inseguiteli! » gridò come un forsennato donn'Antonio. E li inseguirono, sino al centro di Caserta, tra grida di spavento di donne e ragazzi, un precipitoso chiudersi di porte, un incrociarsi di richiami e invocazioni ai santi.
Chi era Cozzolino detto «Pilone»
Fu così che Antonio Caruso di Avella, ex soldato, liberò un centinaio di detenuti comuni e politici, tra i quali c'era Giano La Gala, fratello di Cipriano, che con una "massa" operava nei territori del Nolano e dell'Avellinese. I due fratelli (Cipriano aveva ucciso un rivale in amore) non erano degli stinchi di santo, tutt'altro; ma, assoldati dalla reazione, seppero costituire una folta "comitiva" reclutando centinaia di uomini con bandi che recavano il sigillo borbonico.
Le formazioni al loro comando facevano parte di una vasta rete di guappi armati che avevano ilquartier generale sui monti del Taburno; alcuni di questi gruppi, come rivelarono i La Gala al processo nel '64, erano capitanati da ufficiali del disciolto esercito napoletano: Giuseppe Bosco, nipote del generale sconfitto dai garibaldini a Milazzo; un Vial, nipote del maresciallo che aveva avuto il supremo comando in Calabria; un maggiore, del quale non fu indicato il nome, che capeggiava 180 guerriglieri, e un quarto ufficiale, chiamato "il tenente". Le "comitive" erano trentadue e gli effettivi superavano complessivamente i due-tremila uomini. Contro di esse furono impegnate le truppe dei generali Franzini e Pinelli; quest'ultimo era stato richiamato dalla disponibilità e aveva ripreso quella che lui stesso definì una "crudele missione".
In quel periodo la guerriglia cominciò a manifestarsi anche nei pressi di Napoli. Nella zona vesuviana i partigiani erano guidati dal tenente colonnello Ricoletti, che aveva ai suoi ordini l'ex sergente della gendarmeria Viscusi, l'ex soldato Vincenzo Barone e un altro vecchio militare, Antonio Cozzolino (detto "Pilone" per l'alta statura) il quale aveva combattuto a Calatafimi e contribuito alla cattura della bandiera tolta ai garibaldini.
I reazionari erano anche padroni delle montagne d'Abruzzo, degli Appennini meridionali, degli altipiani e foreste della Sila; centinaia di formazioni, con effettivi da 10 a 15 uomini, e sino a cento e cinquecento le maggiori, davano filo da torcere ai reparti repressivi (insufficienti per numero) anche nelle pianure.
Nuove forze erano affluite alla guerriglia con il richiamo alle armi di altre due classi. I renitenti alla leva erano migliaia: i giovani meridionali non volevano servire nell'esercito sabaudo, sia per avversione contro l' "usurpatore", sia perché temevano di compromettersi accettando di vestire l'uniforme di un regime che veniva considerato provvisorio. (Lo stesso accadde- fatte le debite differenze un'ottantina di anni dopo, al Nord, con i bandi di Graziani del '44-'45 che ebbero l'effetto di fornire altre migliaia di reclute all'esercito clandestino della Resistenza anti-nazista).
L'irrobustimento e l'accresciuto numero delle bande si fecero sentire rapidamente. Diecine di comuni furono invasi nell'Abruzzo e nel Molise, in Terra di Lavoro e nel Sannio, in Irpinia, nel Salento, in Basilicata e in Calabria. La lotta, con un crescendo pauroso, raggiunse toni di terribile asprezza, di una ferocia inaudita, coinvolgendo spesso intere, innocenti popolazioni.
Era il giugno del 1861. Morto Cavour, il governo era passato nelle mani di Bettino Ricasoli, il "barone di ferro". E ferro più fuoco venivano impiegati da legittimisti e unitarii, nella tragica lotta che aveva per teatro il Mezzogiorno d'talia. Nella sola Irpinia dodici comuni, agli inizi di luglio, abbattettero stemmi e vessilli sabaudi e inalberarono quelli borbonici. Il prefetto di Avellino, De Luca, con truppe e militi nazionali guidò la repressione; domati i reazionari di alcuni "paeseni, attaccò Montefal-
cione, ma fu battuto dai contdini e costretto ad asserragliarsi in un convento, assediato da centinaia di "cafoni" che brandivano le armi più diverse. Gli assedianti si accingevano ad appiccare il fuoco all'edificio quando arrivarono battaglioni di fanti e plotoni di cavalleggeri della Legione ungherese i quali, dopo furibonda lotta, respinsero i montanari e liberarono il prefetto e la sua gente. Montefalcione, per rappresaglia, fu dato alle fiamme. Tra fucilati, caduti in combattimento e quanti perirono negli incendi, i rivoltosi perdettero oltre cento uomini. I soli magiari massacrarono trentacinque persone, trenta delle quali si erano rifugiate in una chiesa.
Montemiletto: un'orgia di violenza e di sangue
La sera precedente, a Montemiletto, dove erano entrate truppe Nazionali, la popolazione, sollevatasi, aveva dato la caccia agli unitari. Molti di costoro, tra cui il sindaco, arciprete Domenico Leone, e il coraggioso Carmine Tarantino, si erano barricati in una casa assieme ad un distaccamento di soldati. Una folla inferocita, nella quale erano numerose le donne, aveva dato fuoco alla porta, l'aveva abbattuta e, invasa l'abitazione, in un'orgia di violenze. e di sangue, aveva fatto strage di una cinquantina di civili e militari. Un ufficiale piemontese e cinque soldati, fatti prigionieri, erano stati condotti al cimitero e passati per le armi.
Rivolte e massacri, attacchi di bande, repressioni delle truppe e delle Guardie Nazionali si susseguivano anche in altre regioni.
Da Napoli, Ponza di San Martino, che reggeva la Luogotenenza, sgomentato dal1'estensione e crudeltà del!a lotta tche insanguinava quasi tutti i distretti meridionali, chiedeva rinforzi e altri provvedimenti, avvertendo che, una volta persa «la speranza di essere ascoltato », si sarebbe dimesso.
Nel luglio gli succedette Cialdini, già a capo di tutte le forze militari dislocate nel Sud, le quali in pochi mesi, nonostante la persistente minaccia di una guerra con l'Austria, furono portate a 30 reggimenti di fanteria, quattro di granatieri, quattro di cavalleria e 19 battaglioni di bersaglieri. Cialdini, di fronte a una situazione che avrebbe fatto tremare le vene e i polsi a chiunque altro, ma forte per aver cumulato i poteri civili e quelli militari, si mise all'opera con la sua consueta energia.
I democratici, i liberali più avanzati, anche i repubblicani furono chiamati a collaborare con la Luogotenenza, attraverso un proclama del 19 luglio che nella parte finale diceva: «Invoco e attendo l'appoggio delle frazioni di tutto il gran partito liberale:chi vuole libertà, Italia una e Vittorto Emanuele sia meco. Un solo grido nostro, purché simultaneo e concorde, avrà eco irresistibile! dal Tronto al mare greco. A sperdere in breve le bande reazionarie basta gittare lo sgomento in chi da lontano le muove e paga e dirige. Quando il Vesuvio rUgge Portici trema! ».
Si pagavano taglie alle porte di Napoli
L'ultima frase non era proprio felice, perché a Portici c'erano soltanto alcune nobili famiglie napoletane pressoché innocue; tuttavia il proclama dette l'avvio a una fattiva collaborazione con valide forze politiche che sino allora erano state mortificate, perseguitate.Basti dire che era stato proibito persino cantare o suonare l'inno di Mameli, e questo particolare, da solo, indica i limiti della politica piemontese, la cui ispirazione conservatrice era esasperata dalla paura di Garibaldi e del suo movimento.
Ma Cialdini riuscì a imporre il nuovo indirizzo che rese possibile la creazione di squadre mobili anti-guerriglia comandate da ex ufficiali garibaldini. Tra gli altri fu richiamato Nicola Fabrizi.
La situazione era grave. I partigiani, come abbiamo già detto, premevano alle porte di Napoli. Proprietari liberali erano costretti a pagare taglie non su un cocuzzolo di Calabria o in uno sperduto paesello lucano, ma al Vomero, a Poggioreale, ai Camaldoli. Domenico Coia, chiamato "Centrillo", aveva osato entrare con la sua banda a Cardito per salutare i familiari e rifornirsi di viveri e danaro. (Particolare curioso: Coia, recatosi nella sala del Consiglio comunale e, visto il ritratto di Vittorio Emanuele, dopo un saluto militare all'immagine, « perché un re è sempre un re », lo aveva fatto rimuovere).
Questi allarmanti episodi diedero una svolta alla repressione. Cialdini prometteva 25 lire di ricompensa a chi catturava un ribelle; Fumel, in Calabria, minacciava di «trattare come briganti» anche gli «indifferenti »; il colonnello Galateri, a Teramo, dava fuori un bando così concepito: «Sarò inesorabile, terribile coi briganti. I buoni non debbono farsi sopraffare: s'armino di falci, di forche e tridenti, e li perseguitino per tutte le parti; la Guardia Nazionale e la truppa li sosterrà. Chiunque darà ricetto a un brigante sarà, senza distinzione di sesso, età e condizione, fucilato. Lo stesso alle spie. Chiunque,richiesto, sapendolo, non aiuterà la forza a scoprire il covo e le mosse de' banditi avrà posta a sacco e fuoco la propria casa ».
Il Mezzogiorno divenne un inferno. Le fucilazioni non si contarono più; 45 malcapitati, tra cui quattro sacerdoti, furono trucidati dagli ungheresi della Legione garibaldina, ad Auletta, dopo battiture e sevizie; altri cento, protetti dalla sorte, finirono nelle carceri di Salerno, lasciandosi alle spalle il paese in fiamme. Nel Beneventano - dove il capoluogo era minacciato da forti formazioni partigiane e pressoché indifeso - si sollevarono in agosto San Marco dei Cavoti, Molinara, San Giorgio La Molara, Pago, Pietralcina, Paduli, Colle Sannita, Paolise, Bucciano, Forchia, Reina e Civitella. La temporanea occupazione dei paesi da parte delle bande spingeva le popolazioni a rovesciare il potere unitario e a restaurare quello borbonico; i liberali, indicati come "traditori", minacciati nella vita e nei beni, scappavano quando ci riuscivano - nei centri maggiori e chiedevano l'intervento della truppa. Nel Beneventano fu mandato il colonnello Negri con reparti di regolari e squadre di guardie mobili, che affrontarono i guerriglieri a Pietrelcina e, dopo furiosi combattimenti, li costrinsero a ritirarsi. Due abitazioni, appartenenti alla famiglia Cardone, furono saccheggiate dai militari e poi incendiate. Nelle località che si erano ribellate venne imposta ai possidenti reazionari la cosidetta "tassa" o "multa di guerra", non si sa da chi escogitata. Quarantasei famiglie dovettero pagare l'inusitato tributo sotto la minaccia di distruzione delle loro case.
La repressione colpì anche San Marco dei Cavoti, dove i reazionari avevano fatto morire tra le fiamme, spietatamente, otto guardie mobili, e San Giorgio La Molara, dove furono fucilate dalla truppa dieci persone, cinque delle quali, come risultò da un processo, completamente innocenti. Gli arrestati furono un paio di centinaia. Ma il peggio era ancora da venire. E accadde a Pontelandolfo e Casalduni.
Cominciò coSÌ. Il 7 agosto, giorno di fiera, la "comitiva" di Cosimo Giordano, un ex soldato messosi a capo di partigiani, entrò in Pontelandolfo inneggiando a Francesco II. La folla fece eco agli evviva, applaudì, si eccitò.
«Fate suonare le campane!» gridò qualcuno.
«Sì, le campane, fate suonare le campane! ».
«Andiamo a San Donato, c'è la processione! ».
Corsero a frotte a San Donato, giovinette con l'abito della festa, ragazzi, soldati, contadini e signori; fecero cantare il "Te Deum", poi tornarono in piazza.
«Al municipio, adesso! ». E il municipio fu assaltato, le insegne sabaude abbattute, l'archivio bruciato. Le poche guardie nazionali del paese furono disarmate e i fucili passarono nelle mani dei villici. Uno di questi sparò contro uno stemma dei Savoia, ma la palla colpì un poveretto che rimase stecchito. Altri catturarono una presunta spia, certo Tedeschi, e l'uccisero. Un liberale Michelangelo Perugini, si vide bruciare la casa e poi fu ammazzato. Anche le abitazioni di altri tre unitari, Jadonisio, Sforza e Melchiorre, furono devastate, assieme a una rivendita di sale.
Da Pontelandolfo la sommossa si propagò a Casalduni, poco lontano.
"Esponete i ritratti di Francesco e Maria Sofia! illuuminate i balconi fuori le nostre bandiere"si comandava dalle strade.
«Ma è tornato il re?".
«Tornerà! Viva Francesco! ».
A Campolattaro e a Fragneto Monforte le stesse scene: case di liberali saccheggiate e date alle fiamme, noti patrioti unitari fucilati, autorità destituita.
Da Campobasso partirono, al comando del tenente Bracci, tre plotoni di fanteria del 36° reggimento. Il giorno 11 arrivarono a Pontelandolfo, ma vennero accolti a schioppettate. Il tenente ordinò allora ai suoi uomini di rinchiudersi in una vecchia torre,che domina il paese, e che fu ben presto assediata. Bracci, vistosi in trappola, fece uscire i soldati e, inseguito dai contadini, prese la via di San Lupo: errore fatale. Da San Lupo avanzavano un centinaio di ex soldati napoletani guidati da Angelo Pica, altro capo-guerriglia, i quali aprirono il fuoco contro i "Piemontesi". I fanti erano stretti in mezzo e,visti cadere cinque dei loro compagni,si arresero. Tra i caduti il Bracci (alcuni dicono ucciso dai suoi stessi soldati) la cui testa, troncata, fu barbaramente conficcata sulla croce della chiesa. I prigionieri vennero condotti a Casalduni. Pallidi, sfiniti, terrorizzati passarono tra la folla inferocita che, agitando randelli e roncole, urlava: «Morte agli scomunicati! Ammazzate questi assassini! Vendichiamoci!».
Pica riuscì a portare i prigionieri al sicuro, ma quando seppe che una colonna di bersag1ieri si stava avvicinando, riunì i suoi aiutanti e pose il tremendo quesito: «Che ne facciamo dei "piemontesi"? Qui, tra poco, si sparerà... Ricordate quello che è successo a Colle? I prigionieri, mentre si sparava, ci dettero addosso... ». .
Erano trentasette. Furono allineati, a gruppi, di fronte a un muro, al largo Spinelli, e caddero sotto le scariche, chi invocando la madre, chi. la sposa e i figli lontani, chi un santo. Alcuni palpitavano, nelle pozze di sangue, ancora vivi, assistiti da sacerdoti. Un colpo di scure o una pistolettata li finiva. Poi la plebaglia - così raccontò il maggiore Melegari - fece scempio dei cadaveri e membra umane furono attaccate a porte e finestre.
La rappresaglia,"indispensabile ma pur crudele» - come scrisse Nisco a Ricasoli in una lettera segreta in cui narrando i particolari delle stragi commesse dall'una e dall'altra parte stranamente non fece cenno di quanto scrisse anni dopo il Melegari - la rappresaglia, dunque, non si fece attendere. Cialdini non volle proclamare lo statO d'assedio, per motivi politici, ma attraverso il capo di stato maggiore, Piola-Caselli, espresse «il desiderio» che di Pontelamlolfo e Casalduni non rimanesse «pietra sopra pietra ».
I soldati partirono da Benevento. Cinquecento uomini, col colonnello Negri, che era accompagnato da liberali della zona come guide, si diressero di notte su Pontelandolfo, con l'ordine di passare a fil di spada tutti gli uomini atti ale armi. Lungo la strada, presso un bosco, i reparti furono sorpresi dalla "comitiva" di Cosimo Giordano.Un'altra ecatombe: venticinque caddero sotto il fuoco dei guerriglieri appostati dietro gli alberi.
Strage all'alba a Pontelandolfo
Furente, Negri ordinò che si assaltasse il paese. Erano le quattro del mattino. La gente dormiva. E quando si destò ogni via di scampo era preclusa. Chi ne aveva l'incarico indicò le case da invadere e ardere, ma in quel clima di furore perirono innocenti e colpevoli, amici e nemici, giovani e vecchi, trafitti dalle baionette nei letti, crivellati di palle, o bruciati vivi nelle abitazioni trasformate in bare fiammeggianti. Grida di soccorso,pianti di bimbi, fucilate, rovinio di masserizie, disperate urla di ragazze inseguite, seminude, nelle strade, al sinistro bagliore degli incendi: qui uno fa bottino di moneta, li un altro strappa gli orecchini a una donna folle di terrore; Concetta Biondi nel fiore degli anni sfugge a un bruto:e in camicia, sanguina: un compaesano, ex garibaldinO, le fa cenno di correre da lui: çon uno sforzo disperato la ragazza arriva alla soglia della casa,poi si accascia rantolando e spira.
Due ore durò la strage.Quanti furono i morti? Non si saprà mai.(Negri fece saccheggiare anche le chiese e, il giorno dopo,si tenne mercato di arredi sacri nella caserma,detta del Gesu'a Benevento. Nella vicina Casalduni, altri quattrocento, alla stessa ora, compivano la stessa vendetta. Ma ci furono meno vittime, perché gran parte della popolazione, preavvertita, aveva fatto in tempo a fuggire.
L'indomani.l'Alto Comando annunciò:"IERI ALL'ALBA E' STATA FATTA GIUSTIZIA A PONTELANDOLFO E CASALDUNI".Fu da quel giorno,forse che i meridionali,parlando di Cialdini,dicevano:"Solo a pronunciare il nome,sanguina la bocca".
Ma c'era un Parlamento (e non sarà mai sottolineata abbastanza ciò che significava e più doveva significare, in seguito, nella storia del nostro paese, la conquista di quella istituzione, per la quale si era versato e si continuava a versare tanto sangue), c'era un Parlamento e li - come riferiamo in altra pagina - un generoso lombardo, Giuseppe Ferrari, poté denunciare, in tutto il suo orrore, quanto era avvenuto.
Cialdini, intanto, scatenava l'offensiva anche contro i "briganti di città ». La sede dell'Arcivescovado, secondo la polizia, era uno dei centri che organizzavano e tenevano desta la reazione. Il cardinale Sisto Riario Sforza, fatotto rientrare da Farini a fine dicembre 1860, quando la Luogotenenza tentava la politica dell'embrassons nous» coi borbonici più influenti, doveva nuovamente sloggiare. I giornali attaccavano il prelato; società operaie inviavano indirizzi al generale Luogotenente chiedendo l'allontanamento dell'arcivescovo reazionario; dimostrazioni avvenivano quasi ogni giorno sotto i balconi della Curia. Alla fine Cialdini mandò il questore Aveta a portare il passaporto al cardinale.
Sisto Riario Sforza lasciò per la seconda volta Napoli e tornò a Roma, dove lo raggiunsero l'arcivescovo di Salerno e i vescovi dell'Aquila e Teramo, ai quali si aggiunsero in seguito folle di prelati, scacciati o fuggiti dall'ex reame. La via di Roma presero anche alcune antiche famiglie napoletane, ex generali e altri ufficiali del disciolto Esercito, alcuni espulsi, altri per sottrarsi a inevitabili noie, o all'arresto.
Intanto la lotta - tremenda lotta fratricida - continuava. Il sangue scorreva a fiumi, dalla Maiella alle pianure di Puglia, da Terra di Lavoro alla Calabria. A metà del 1861, insomma, non v'era regione del Sud in cui non imperversasse la guerriglia. Ormai il fenomeno era talmente esteso che veniva segnalata la presenza di bande anche sulle colline intorno a Napoli. La bandiera dei "francescani" venne inalberata persino sul Vesuvio e, nei bivacchi, i legittimisti intonavano il loro inno:
Levate In alto l'antica bandiera
nella mortale
ballata delle armi!
Nel boschi, sul monti,
Francesco regna ancor.
Anche se In tutto il nostro paese
campeggia In armi
l'odiato nemico,
nel cuor del popolo
Francesco regna ancor.
Nelle foreste e sul monti
germoglla
dal nostro sangue
corona di gigli.
Per sacro diritto
Francesco regna ancor.
COMUNE DI PONTELANDOLFO
IL SINDACO
«Meminisse iuvabit»
Pontelandolfo: primo imbrunire del 20 settembre scorso. Davanti all'oratorio della SS. Annunziata rappresentanti delle Civiche Amministrazioni della Lunigiana (Aulla, Pontremoli, Villafranca in L.), della Versilia storica (Forte dei Marmi, Pietrasanta, Seravezza, Stazzema) e dell'Alto Tammaro (Campolattaro, Circello, Colle S., Morcone, S. Croce del S.), uniti agli amministratori e alla cittadinanza tutta di Pontelandolfo, rendono omaggio, in silenzio religiosamente avvertito, alle tredici vittime dei dolorosi fatti del 14 agosto 1861
1. Questa vicenda postunitaria analoga, per tanti aspetti, alla tragedia che, il 12 agosto 1944, si abbatté su un paesetto dell'Alta Versilia, S. Anna di Stazzema, avvicina e spiritualmente affratella due popoli che già dagli antichi Liguri, deportati in queste terre del Sannio, traggono motivo di una comune storia.
Attuale e viva l'immane tragedia di S. Anna con le sue 560 vittime di ogni età e condizione trucidate nello spiazzo erboso della pieve e avvolte poi da fiamme che devono solo allontanare e concellare prove e giudizi...
Attuale ancora la tragedia di Pontelandolfo che, oltre l'indiscriminata rappresaglia e violenza contro inermi cittadini, vede l'intero suo abitato dato alle fiamme in una preordinata metodologia di annientamento e distruzione totale. E perché questo momento di storia del nostro Sud, che per lo scorrere degli anni comincia a sbiadirsi, riviva come motivo di riflessione e di monito, soprattutto per i giovani, la Civica Amministrazione di Pontelandolfo offre ai Comuni della Lunigiana e della Versilia la fotoriproduzione dalla Rivista Storica del Sannio (2) delle pagine scritte, sulla scorta di testimonianze ancora dirette, dalla nostra concittadina Nicolina Valillo intorno a un episodio che ebbe a commuovere l'opinione pubblica italiana (3) e straniera e fu stigmatizzato, con sereno equilibrio politico e umana partecipazione, dall'on. Ferrari alla Camera dei Deputati (4).
Tra i numerosi e pregevoli studi condotti in merito, è stato scelto lo scritto della Valillo per un motivo ben preciso (5): si avvicina, per il sentimento che lo pervade e,alcune circostanze che riporta, ai contenuti del saggio «Fuoco sulla Versilia» di Anna Maria Volpe Rinonapoli (6) sull'eccidio di S. Anna. Nelle due narraZioni, staccate da un arco di tempo di oltre quarant'anni, unica la nota dominante: rappresaglie «giustificate» da leggi di guerra, inermi cittadini, e sempre i meno abbienti, sopraffatti, eroismo di semplici madri, morti e incendi...
Da una morale fusione degli episodi del 1861 e 1944, Pontelandolfo e S. Anna di Stazzema, segnate da uno stesso destino di fatiche, di lutti, di sofferenze e di esodi (7), fiere della loro capacità di rinascita, idealmente si incontrano, nel loro paesaggio di monti, ai margini di quel lungo tratturo percorso dagli avi Liguri e, sopita ogni fiamma di risentimento, si abbracciano nel vincolo di un ricordo che vuole essere rinnovato patto di fratellanza tra le genti apuane e sannite e messaggio di pace tra i popoli tutti.
Dalla Casa Comunale, 20 ottobre 1981
GIUSEPPE PERUGINI
1 - La rappresaglia, occasionata dall'uccisione da parte dei «briganti» di 27 soldati, fu estesa anche al viciniore comune di Casalduni.
2 - Anno V (1919), numero VI: pp. 213-218.
3 - Il Popolo d'Italia (Anno II; 16 agosto 1861; n. 222) così scriveva: «Pontelandolfo è distrutto. È deplorabile l'estrema misura presa, ma provocata dalla ferocia di quei reazionari...».
Il quotidiano «Lo cuorpo de Napole e lo Sebbeto» (Anno II, parlata 210, p. 840), dopo aver dato una «sua» versione dei fatti che avevano occasionato la rappresaglia, concludeva con distaccata freddezza: «A st'annunzio tutte le guardie Nazionali e truppa de li paise vecine arrivajeno, e doppo avè fucelate paricchie perzune nfra li quale l'arciprevete de Pontelandolfo {inesatto: don Epifanio De Gregorio non fu fucilato), abbrusciajeno li paise de Pontelandolfo e Casalduni».
4 - Camera dei Deputati - Tornata del 20 nov. 1861, pp. 8-9; Tornata del 2 dic. 1861, pp. 70-85.
5 - Rimane anche per noi pienamente valida la premessa dell'illustre storico e politico sannita Antonio Mellusi (1847-1925; cfr. ALFREDO ZAZO, Dizionario bio-bibliografico del
Sannio, F. Fiorentino, Napoli, 1973, voce: Mellusi, pp. 260-262).
6 - Milano, Edizioni Avanti!, 1961; collana omnibus Il Gallo.
7 - Pontelandolfo è uno dei comuni sanniti con una elevata percentuale di emigrati, continuatori di quella «rivolta silenziosa» succeduta, nel Sud, alla fase della sollevazione postuntaria.
Emblematico: la sola città di Waterbury, Connecticut - U.S.A., conta, sugli oltre centomila suoi abitanti, circa dodicimila pontelandolfesi tra vecchi emigrati e loro discendenti (si tenga presente che in base al censimento 1971 Pontelandolfo numerava 4.279 residenti). Una comunità italo-americana omogenea, pienamente integrata con altri gruppi etnici e con posti di rilievo nei settori industriali, commerciali, professionali, e che, nella conservazione gelosa del suo dialetto, suoi usi e tradizioni, trova motivo autentico di ritorno alle sue «radici».
Da "RIVISTA STORICA DEL SANNIO.Anno V (1919)-Num.VI - pag.213.
L' INCENDIO DI PONTELAND0LFO di Nicolina Vallillo.
E' uno degli episodi più dolorosi del periodo delle reazioni dopo il 1860. Reso argomento di giudizi disparati, secondo le opposte tendenze politiche, l'incendio di Pontelandolfo non è sempre giudicato con imparzialità, anche trascorso oltre un mezzo secolo. Giova quindi racaogliere tutte le tracce delle reminiscenze già prossime a scolorirsi.
Perciò parrà meritevole di osservazione il racconto-bencbè incompleto- di una giovane insegnante,appartenente a famiglia di Pontelandolfo. Tale fu spesso ravvolto dagli incendi.
Quelli dell'epoca del primo Re di Sicilia e di Ferrante d'Aragona furono lacrimevoli come l'ultimo,destato tra le ire esecrande delle guerre civili?.. Le linee che meglio ne segneranno l'orrore stanno negli atti del Parlamento (VIII legislatura-tornata del 2 dicembre 1861) impresse dal sentimento di giustizia di Giuseppe Ferrari.
Senza ritenere indiscutibili le affermazioni appresso conenute, invitiamo chiunque ne dissentisse a contradirle apertamente; poichè la ricerca dei fatti del '61 acquista speciale valore quì,dove le asserzioni prive di fondamento sono esposte alle facili smentite dolo l'opinione generale.
Antonio Mellusi
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Avevo appena nove anni quando la mia famiglias si stabilì a Campobasso .Un giorno,mentre eravamo in trattoria,un Capitano di Fanteria, accarezzandomi,mi domandò: -Di quale paese sei? -Di Pontalandofo,signore risposi.
Il Capitano,a tale risposta,aggrottò le ciglia ed esclamò : -Ah! tu appartieni a quel disgraziato Paese?-E volgendosi agli amici,narrò tante cose che io non capii. L'ultima espressione colpì il mio cuore di fanciulla:-E il paese fu incendiato...persone bruciate,molte fucilate!
Domandai alla mamma il perchè di quell'incendio ed ella mestamente mo rispose:
-Avevo l'età tua,figlia mia ,e ricordo ben poco. Quello però che non si è cancellato dal mio cuore è il ricordo di un'alba serena di Agost :di quell'alba che si aanunziò a noi con grida,strepiti,singulti e suoni di campane...Il paese bruciava e noi tutti fuggimmo per vie deserte verso la campagna. Tuo Nonno,i tuoi zii,si distaccarono da noi perchè guai se i soldati li avessero visti in nostra compagni.Essi avevano avuto l'ordine di fucilare tutti i nostri uomini;e ciò perchè giorni prima il paese era stato messo in rivoluzione da una raccolta di armati,scesi dalle montagne vicine,gridando:"Viva Francesco!"
Mentre andavamo col Cuore gonfio d'angoscia per una viuzza solitaria,scorgemmo due soldati che discorrevano liberamente.Uno diceva:-Vedi io ho preso questo;-e mostrò un involto di suola.L'altro,con sorriso sprezzante:-E cosa ne fai?buttala.Guarda invece che ho preso io.-e mostrò una cassettina colma di oro.
Intimorute,raggiungemmO la campagna.
Intimorite ,raggiungemmo la campagna.Lì restammo alcuni giorni e quando potemmo far ritorno trovammo la casa completamente svaligiata.Ma non fummo i soli a dover piangere la profanazione della dimora;e cose ben più tristi successero nel paese sventurato. Ovunque erano mucchi di macerie ancora fumanti,ovunque era pianto e miseria.
Poi il lavoro fu riprreso con calma e si assopì il ricordo doloroso...Figliuola mia,ecco ciò che ricordo.
Il racconto di mia madre non soddisfece la mia curiosità,nè fecemi veder chiaro il quadro.Fattami grande e non dimenticando
le parole del Capitano,volli conoscere la sventura del mio paese posto tra il Molise ed il Principato Ulteriore,a sud-est del Matese:di quel ridente paesello.
E la storia,raccontatami da persone che per foertuna riuscirono a scampare da quei pericoli,è molto triste.c
Nel 1861 (ecco ciò che riuscii a raccogliere da persone di Ponteland e a chiarire coi libri) regnava nel paese un malcontento per il cambiamento del Governo,malcontento dovuto non solo all'opera turbolenta di pochi,ma al fanatismo dell'Arciprete di Pontelandolfo,Epifanio De Gregorio;-uomo assai ripettabile al di fuori della politica,-il quale
esaltava l'ignara fantasiacon la religione,facendo rilevare come il nuovo governo tendesse a scacciare dagli animi il sentimento religioso.
Egli esaltava oltremodo i Borboni,come bene si rileva dal suo libro "L'astro delle tenebre".
Valga questp brano, "Innalzava il Re quelle luci,che vidi ancor io una volta a cagione religiosa pel mal represso pianto inturgidito,allorquando nell'ottobre 1844 la sorte ci sorrise propizia,concedendoci di vedere per queste contrade l'amatissimo nostro padre Ferdinando II. Fu allora che in mezzo a calca sterminatatissima di popolo che mi seguire per farsi lieto d'incontrare il caro ed amorevole padre, e festeggiare con le note dell'entusiamo l'arrivo di sì amato e riverito monarca:fu allora,dico,che dopo aver io presentato gli omaggi i piu' sinceri e ferventi da parte di tutti questi buoni e pii miei figliuoli,la devozione dei quali all'ottimo dei monarchi io solamente garantiva,tenni una breve allocuzione all'uopo;ed essendomi in essa per una volta suonato sul labbro il dolcissimo nome della Genitrice di Dio,della quale il venerato nostro Prence è tanto teneramente devoto;lacrime furtive e prenuncio dell'interno fuoco di pietà e di devozione,apparirono terse e cocenti su quell'occhio augusto,talchè teneri si fecero gli animi dei circostanti,in modo che il pianto del grande tra i Re ebbe il simulacro nelle lacrime pietose di tutti."
Certo è che i poveri contadini pendevano dalle labbra dell'arciprete,ed agivanoi come egli voleva.
Stavano così gli animi turbatiper il nuovo governo,quando verso le ore 21 del 7 agosto,mentre in paese mancava la forza pubbllica che accorreva nel giorno della festa di S.Donato,il clero in compagnia della musica,fu minacciato da un manipolo di armati scesi dalle alture,spiegando la bandiera bianca,con a capo Cosimo Giordano di Cerreto e Donato Scutanigno,perchè si gridasse "Viva Francesco II."Come un'eco infatti si sentì quel grido."E' al clero che era in processione alla cappella,si fece cantare il Te Deum(Giacinto De Sivo-Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 -Vol.II Trieste 1868) volendo così mostrare la restaurazione del governo borbonico".
Oh di quanta tristezza fu causa l' opera di quei pochi: Ritiratasi la processione e la maggio parte del popolo, al largo della Tiglia non rimasero che baracche con venditori di castagne e torrone,e contadini avvinazzati che ballavano al suono del ntamburi e nacchere.
Ecco però che a disturbare quell'allegria venne Donato Scutanigno coi suoi seguaci.Tutti,con la paura nell'animo,fuggirono di quì,di li'. Un povero giovane di S.Lupo(un Tedeschi) fu ucciso perchè ritenuto spia. La banda armata,entrando sempre piu' in paese,diè sfogo a barbari eccessi.Quegli irruenti incendiarono gli archivi del Giudicato e del Comune,e pepredarono le case dei cittadini ch'erano fuggiti.(De Sivo-Vol.II).
Sull'ufficio dell'esattoria,avuto tra le mani il povero esattore,Michelangelo Chiantella,lo legarono sul letto,e lo bruciarono unito alle carte dell'ufficio. Altri vevogliono che nell'entrata della banda in paese,il Chiantella si trovasse in un caffè e che preso dai malfattori fosse costretto a gridare per le vie " Viva Francesco".Ma con quanta poca poca voce,poverino!.....Presago di ciò che l'aspettava egli,adagio adagio camminava a testa china:giunto alla casa dell'esattoria fu bruciato. mentre il suo corpo scricchiolava tra le fiamme,i malviventi andarono via per assassinare ancora un negoziante e un altro cittadino. (Atto di accusa presso la Corte di Assise di Benevento-benevento-Nobile-Settembra 1864).
Uccisero ed arsero la casa del liberale Michelangelo perugini,e tolsero mobili nelle case di Iadonisio,Melchiorre e Sforza,perchè questi erano contro il dispotismo dei Borboni.
Ciò avveniva perchè il paese era privo di forza armata,trovandosi solo il Giudice con i pacifici cittadini.
Per sedare i disordini fu mandato l'11 Agosto da Campobasso,capoluogo della provincia nella quale era già compreso Pontelandolfo,(Con Decreto luogotenziale 17 febbraio 1861 fu costituita la nuova provincia beneventana,sottraendo alcuni circondari a Comuni alle provincie di:Principato Ultra,Molise,Terra di Lavoro e Capitanata.Pontelandolfo appartenne alla nuova provincia)...un drappello di 45 soldati con a capo il tenente luigi Augusto Bracci,e 4 carabinieri.
Questi uomini,partiti per imprudenza dalla torre di Pontelandolfo e incontratisi a Casalduni con la banda di Angelo Pica,ricco massaio creatosi generale,parte furono uccisi,parte fatti prigionieri.
Dopo tali avvenimenti "a Casalduni,per sicura nuova di soldati marcianti,nessuno riposò:cittadini di ogni specie,ordine,età e sesso, fuggirono:pochissimi nell'innocenza fidando stettero,ma Pontelandolfo,niente sapendo,fu colto2.(DE sIVO-OP.CIT.-VOL.II).
e così all'alba del 14 agosto,mentre tutto d'intorno riposava,giungeva da Benevento il Colonnello Negri con 500 soldati(erano Bersaglieri),e pare che sentendo suonare le campane,cui un tale ricorso vedendoli spiegare intorno al paese,credettero che insorgesse contro di loro.
Il brigante Giordano,nascosto coi suoi dietro un ombroso boschetto,alla vista dei soldati,ordinò di sparare,uccidendo nella scarica una ventina di uomini di truppa. voleva continuare a tirare contro,ma alla vista del numero superiore di soldati,fuggì. Il Negri,indignato,ordinò ai suoi (e il comando parrà sempre ingiusto) di slanciarsi contro il paese,contro la popolazione che calma riposava.
L'impresa di Negri riuscì così nfacile,e il paese da un momento all'altro fi un subbuglio. Il suono lento e disteso delle campane,le scariche dei fucili,il correre su e giu' dei soldati,svegliarono le mamme,che stringendo a loro i bimbi ancora addormentati,si domandavano il perchè di quel finimondo. tutti correvano alle finestre,ai balconi,alle porte per rendersi ragione di ciò che accadeva. I soldati,slanciatisi per le scale del paese,e nelle case,abusando dell'ora presta,della nudità,del sonno,dello spavento dei cittadini,si abbandonarono "a fatti orrendi,a saccheggi sozzi,arsioni infami".(G.De Sivo-op.cit.-vol.II).
uccisero nelle domestiche mura,alla presenza dei genitori,due figliuoli buoni,innocenti:i Rinaldi. uccisero una graziosa fanciulla-Concetta Biondi-la quale,per non essere preda di quegli assalitori inumani,andò a nascondersi in cantina,dietro alcuni botti di vino. Sorpresa,svenne,e la mano assassina colpì a morte il delicato fiore,mentre il vino usciva dalle botti spillato confondendosi col sangue. Fucilarono Nicola Biondi ed uccisero giuseppe Santopietro,dopo avergli strappato dalle robuste braccia il caro bambino.
A nulla valsero le sue preghiere,le sue suppliche:voleva vivere pel caro angioletto.
Ad una donna che non voleva cedere ad impuri desideri,vennero strappati gli orecchini. il marito affettuoso,venuto in suo aiuto,fu codardamente ucciso. Quali orrori!....
A dare maggiore spavento agli animi dei miseri cittadini,si unì l'incendio del paese e della chiesa.Alcuni manigoldi,entrata nella chiesuola in fiamme,gettarono le ostie consacrate,rubarono i doni e la corona della Madonna,e fuggirono per timore,quasi prevedendo che il tempio crollasse per la loro profanazione. Dopo qualche giorno taluno di quei profanatori ritornò pentito,lagrimando,al tempio devastato,chiedendo a gran voce perdono.
Tra le fiamme intanto la popolazione aveva cercato mettersi in salvo. Nelle vicine campagne le madri,soffocando i singhiozzi e con lo sguardo volto ora a sinistra ora a destra,fuggivano per vie dirotte,portando sulle braccia il grande tesoro dei figlioletti. E là in campagna,tra alberi di ulivi e piante alte di granturco,cercarono nascondiglio e riposo. Quante di loro patirono la fame e l'umiliazione di pitoccare un tozzo di pane,perchè alla loro creatura non mancasse il nutrimento....Talune donne impazzirono vedendo,prive di aiuto,irrigidirsi sulle bracia i figli! Vecchi sfiniti,malati,senza pane,si affaticavano per quelle strade scabrose,sotto il sole scottante,per trovare un rifugio. Quanti furono quelli che morirono per via?
Il ricordo non li registra,ma essi dovettero essere non pochi.
Oh! lo strazio di una morte senza conforto,sulla nuda terra,con negli occhi i bagliori delle avite case in fiamme! Gemiti di arsi,alte invocazioni,singhiozzi strazianti:ecco quello che si udiva,per opera di coloro che,dopo secoli,rinnovavvano le gesta barbariche.
Quando l'incendio coi suoi foschi bagliori terrorizzava gli spettatori,una fanciulla bella e gentile,in compagnia della vecchia mamma,fuggì per una viuzza,cercando di mettersi in salvo;aveva fatto appena pochi passi,quando due soldati si avanzarono vero di lei.
Tremò la donna,e,presaga di ciò che l'attendeva,cercò protezione tra le braccia della vecchia madre.I soldati sostarono dinanzi alla bella creatura,ma fu un attimo:subito il loro istinto ebbe ragione della loro tenerezza,ed uno già sfiorava,con la mano impura,il fiorente visino,quando la vecchia,con uno sforzo inaudito,si inginocchiò dinanzi all'uomo e, proteggendo con le braccia tremanti la figlia svenuta:-Non la toccare- disse-pensa alle tue sorelle!...Sono una povera vecchia e questa figlia è l'aiuto dei miei ultimi anni. Lasciamela!-tacque la madre e (Oh potenza dell'amore materno!) i soldati avevano negli occhi il pianto! Essi non proferirono parola,ma rialzata la vecchia e rianimata la fanciulla,le accompagnarono in luogo sicuro.
Dopo le varie ore di saccheggio,sozze di uccisioni,il colonnello Negri ritornò a Benevento per Fragneto Monforte,temendo di essere sorprese per altre vie dai reazionari;e,prima di lasciare il paese,fece bruciare dinanzi alla chiesa di S.Rocco una ventina di cadaveri dei suoi,per non mostrare le sue perdite.
Il suo allontanarsi fu un bene per il paese,perchè il popolo subito si affrettò ad estinguere l'incendio. Oh...ma quanta rovina!
Erano state bruciate anche le case non abitate.
La roba rubata,i doni strappati alla chiesa girarono di mano in mano in tutta la provincia:i rapinatori la vendevano.
I trionfatori nel 15 agosto annunziarono per telegrafo :"Ieri all'alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e casalduni!"
A continuare quella che fu detta giustizia,venne pubblicata,vari anni dopo,come un ricordo di taluno fra gli assalitori del paese comandati dal colonnello Negri,una strana asserzione.In una delle novelle di Edmondo De Amicis dal titolo "Fortezza" si asserì:"Il colonnello Negri,presso Pontelandolfo,vedeva appese alle finestre,a modo di trofei,membra sanguinose di soldati!.."
Come è evidente la narrazione raccolta dall'illustre scrittore è in pieno contrasto con quella dei superstiti;e contro la voce di taluno degli effensori spietati sorge la smentita dei figli di mille offesi.
Scorsi alcuni dopo l'incendio,soldati e guardie mobili,per consigli non imparziali,arrestarono circa 400 persone nei due paesi,fra le quali il mSindaco di Casalduni,Ursini,per aver difeso il paese dal saccheggio e l'arciprete Epifanio De Gregorio per aver gridato nella chiesa :"la bandiera nuova è la bandiera del diavolo!"
Entrambi,condotti al carcere di Benevento,furono poi messi in libertà;ma quaqnti furono condannati...
Dalle rovine risorse lentamente la vita nuova. Il lavoro,riprese con alacrità,ridonò il paese ai buoni e agli onesti,i quali perdonarono agli uccisori e chiesero al sangue delle vittime innocenti,la forza di resistere e di progredire.
Ed anche ieri i figli di Pontelandolfo offrirono i loro petti a difesa dell'Italia,delle case,delle famiglie.
Nicolina Vallillo
TORNATA DEL 2 DICEMBRE- 1861-PAG.79-
PRESIDENZA DEL COMMENDATORE TECCHIO, VICE-PRESIDENTE
SOMMARIO. Congedi, = Giuramento di alcuni deputati, = Discussione generale, ed interpellanze sulla questione romana e sulla condizione delle provincie meridionali - Discorso del deputato Ferrari contro l'operato del Ministero - Discorsi in merito ed in favore, dei deputati Alfieri e Massari - Spiegazioni personali del deputato Lazzaro - Discorso del deputato Musolino, in opposizione agli atti ministeriali, circa la questione romana - Continua questo discorso.
La seduta è aperta alle ore una e mezzo pomeridiane. MASSARI, segretario, dà lettura" del processoo verbale dell'ullima tornala, che è approvato,
MISCHI:segretario, espone il seguente punto di petizioni,e gli omaggi :
7610. Zonino Stefano, di Pontinvrea, circondario di Savona, provincia di Genova, chiede che l'unico suo figlio Giuseppe, chiamato a far parte della leva del 1860, venga esentato dal servizio militare.
7611, Petit Giuseppe',già' inserviente presso la direzione della casa di pena in Milano, domanda un aumento di pensione equivalente ai servizi prestati durante 42 anni.
7612, I segretari comunali del circondario di Casale uniscono le loro istanze a quelle dei colleghi di altre provincie, perchè colla nuova legge comunale sia definitivamente provvisto alla loro sorte.
7013, 5OO cittadini proprietari dell'isola d'Elba, nel lamentare il monopolio che sulle proprietà esercita l'amministrazione delle miniere, fanno istanza perchè quell'isola venga parificata,anche nei rapporti della legislazione delle miniere, al rimanente della Toscana,
7014, Cristi Giuseppe, di Bologna, reclama il rimborso di un credito stato riconosciuto dal Governo pontificio,
7015, Il sindaco di Rimini trasmette un'istanza della ditta Legnani per diminuzione del prezzo del sale occorrente alla fabbricazione della soda,
7616, Giulia Giuseppe, da Napoli, capitano dello disciolto esercito borbonico, collocato a riposo, domanda gli sia accordata l'intiera pensione attribuita al grado di cui era rivestito.
7617. Gli addetti al servizio delle carceri in Napoli ricorrono perchè loro sia aumentato lo stipendio.
OMAGGI,CONGEDI E GIURAMENTO DI ALCUNI DEPUTATI
MISCHI, segretario. Il commissario straordinario delle finanze in Napoli, signor Sacchi - Sunto delle osservazioni del cessato dicastero delle finanze (6 esemplari).
Prefetto della provincia di Parma- Atti del Consiglio provinciale, Sessione 1861 (16 esemplari).
Dalgas dottore Gustavo, da Firenze - Sulla legislazione mineraria e le scuole delle miniere (50 esemplari).
Bonaini Framcesco, da Firenze -Studi Intorno agli archivi del1e provincie dell'Emilia (2 esemplari) , ed uno scritto del cavaliere Leopoldo Galeotti, deputato, concernente l'istituzione dell'archivio centrale di Stato in Firenze (100 copie).
Castiglioni Pietro, dottore, ex-deputato, da Milano - Errori prodotti dalle cifre medie nella stalistica (un eaemplare).
Minervini Luigi, deputato, di Napoli - Suo programma parlamentare per la corrente Sessione (50 esemplari).
PRESIDENTE.I deputati Boggio, Guerrazzi, Pace, Sinibaldi, Giacchi e Bianchi scrivono che per ragioni di salute o per affari urgenti non possono intervenire alla seduta.
(Prestano giuramento i deputati Abatemarco, Imbriani, Nicotera,Lazzaro,Pancaldo, Ugdulena, Beretta, Vacca, Cedrelli e ,Argentini)
INTERPELLANZE SULLA QUESTIONE ROMANA E SULLE CONDIZIONI DELLE PROVINCIE MERIDIONALI
PRESIDENTE. Sono all'ordine del giorno le inlerpellanze al Ministero intorno alla questione romana ed alla condizione delle provincie di Napoli e di Sicilia.
Accordo facoltà di parlare al deputato Ferrari. (Segni d'attenzione)
FERRARI. Signori, approfitto della cortesia dell'amico mio Musolino, che mi ha ceduta la parola, per parlare il primo in quest'importantissima questione.
Io mi sono sempre rivolto a voi come chi guarda all'avvenire,senza pensare a me stesso, e direi quasi senza politica.
Voi mi avete atre volte benevolmente ascoltato, riconoscendo che io parlava per obbedire al primo mio dovere di darvi il consiglio che emanava dalla profonda sincerità della mia coscienza. Altro ora non vi chiedo, o signori, le non di accordarmi la medesima benevolenza ebe pure m'era accordata dal signor Conte Di Cavour, quando, proclamando egli in questo recinto che Roma era la capitale d'Italia, io mi era costituito suo oppositore,
Voi sapete, o Signori, che il conte Di Cavour era pazientissimo della polemica, e che Intendeva il dubbio, intendo dire quel dubbio che precede, e che deve sempre precedere, ogni grande impresea, Egli quindi mi ascoltava quando io gli diceva: signore, la vostra proclamazione di Roma a capitale è atto grande, ma rifletteteci: o quest'atto è troppo acccademico e per sè stesso inferiore alla dignità di questa Assemblea,oppure è atto troppo concludente,e che c'impegna ad un tentativo quasi impossibile.
OMISSIS PAG 80 E 81
CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861
PAG.82
Il regno era ordinato definitivamente e assicurato in ogni sua parte ,e poteva durare 5OO anni come quello di Alboino.
OMISSIS....
PAG.82-83-84-85
(L'oratore riposa alcuni minuti)
PRESIDENTE. L oratore è Invitato a continuare.
FERRARI. lo debbo adesso,o signori,parlarVI del Mezzodì,di questa parte annessa cbe ha sconvolto la nostra primitiva politica, e cbe deve servire d'esempio per conquistare, moralmente prima, e materialmente dopo, la rimanenle Italia.
Io lascio ogni particolare per la ragione cbe ciò spetta agli indigeni, i quali meglio di me conoscono il proprio paese, e mi limito a trattenervi della gran piaga, del flagello lerribile dei briganti.
Io non voglio esagerare l'importanza dei briganti. Io mi propongo anzi di attenuarla e di ridurla alle dimensioni cbe ci lascino la speranza della vittoria non solo sui briganti, ma sui partigiani cbe potessero prevalersene. Si, avete forse ragione, i briganti non sono cittadini, la guerra loro non è politica, non sono sostegno di alcun Governo, e vi accerto che i briganti sono innanzi tutto ladri, e, se occorre, assassini. Nessuuo può chiedere il loro soccorso, nessuno può associarsi con loro; nessun borbonico, per quanto cospicuo, può avventurarsi con essi. Forse potrà vederli nelle sale di Roma, ma non1 certo sulle montagne del mezzodì. (Ilarità)
E' dunque inteso cbe è necessità prima, necessità assoluta di distruggere i briganli, e conveniva distruggerli, signori, nell'uno o nell'altro dei due modi seguenti.
Il primo modo cbe io desiderava consisteva nel dotare quel paese delle leggi nuove da lui desiderate e nel seguire il corso della rivoluziolle, lasciandola sotto i suoi naturali capi, e specialmente sotto Garibaldi. Senza entrare in alcun dettaglio, senza esporre in questo momento alcun piano di amministrazione, intendete che il principio che aveva liberato il Mezzodì poteva compierne la liberazione;ed io riassumevo altre volte il mio pensiero in questo recinto, dicendovi che il torto del Govrrno era di non essere amato, e che conveniva di farlo amare, perchè Senza l'amore non si fondano i regni.
Io desiderava dunque che la rivoluzione stessa distruggesse il brigantaggio, tanto piu' che ogni Stato, e voglio dire ogniprovincia di sette milioni d'uomini non ha bisogno di guardie di polizia spedite da un'altra provincia; ogni vasta circoscrizione contiene uomini capaci di mantenere il buon ordine e di slabilire la pubblica sicurezza. Nè in massima ci è permesso di considerarerare uno Stato come indisciplinato,come ingOvernabile: simili asserzioni implicherebbero la nostra condanna. Spettava adunque alle provincie recententemente annesse il riformarsi da sè stesse, col nostro soccorso,
coi nostri principii, col nostro dominio, se volete, ma innanzi tutto colla sua propria spontaneità e con una politica amorevole, percbè amorevolmente invocata.
Erasi in secondo luogo, lo confesso, un altro modo di governo, quello della forza; intendo cbe si poteva inviare un numero sufficiente di truppa,di carabinieri, di uomini capaci di mantenere l'ordine pubblico, fincbè il tempo sospirato dell'amore potesse giungere.
E difatti mille volte i signori deputati napolitani da tutte le parti di quest'Assemblea banno chiesto cbe s'inviassero armati, che si spedissero guardie di sicurezza pubblica, e cbe si impiegassero, come si diceva, mezzi energici.
Ora, in qual modo il Governo provvide ai bisogoi urgentissimi dell'antico regno di Napoli? Appena sciolta la nostra Assemblea, da luglio a novembre,le guerriglie si moltiplicano, tutti i giornali raccontano un'iliade di combattimenti, la stessa gazzetta ufficiale per ben due mesi ci narra fatti luttuosissimi cbe attristano l'Europa, che destano la meraviglia del Moniteur 'di Francia, e cbe poi essa stessa si decide a coprire con prudente silenzio.
Per comprendere l'estensione di tanti disastri basterà il dire che dal giugno al novembre più di ottanta villaggi furono invasi e cbe ogni invasione suppone cento scene di terrore. Diffatti il brigante giunge di notte, In poche ore impone taglie, prende viveri, cavalli, munizioni,organizza il furto, spaventa tutti coll'assassinio, coll'incendio, colpisce i suoi nemici, i magistrati, i sindaci, i liberali, e supplisce al tempo cbe gli manca colla rapidità dell'esterminio, perchè allo spuntare del,giorno,alla prima truppa che giunge,bisogna cbe fugga sulle montagne.Quante ,vittime in una sola invasione!
Dunque più di ottanta villaggi furono taglieggiati,sconvolti,insanguinati, dati in preda al saccbeggio. (Movimenti)
Questo è disordine,nessuno me lo contesterà. (Sussurro) Voi potrete dirmi cbe questo è disordine fatale, cbe non ne siete responsabili; ed io ascolterò religiosamente la vostra difesa; ma, in fondo, non possiamo dissimularci che flagello dei briganti sussiste oggi ancora, e non sta per cessare,
Ma,signori, se il disordine del brigantaggio è grande, e se potete addurre per iscusa cbe l'avete combattuto e in parte represso, quale è stata la vostra repressione? Esaminiamola.
E perchè parlo del ministro, e non d'alcunu'altra responabilità, io qui dichiaro che non intendo per nessun conto mettere in discussione la condotta dei nostri soldati. La nostra truppa è ottima quanto quella d'ogni più distinta nazione. Cento volte mi Sono incontrato con ufficiali superiori ed inferiori, con semplici soldati, e non ho trovato cbe una continua cortesia ed una pazienza veramente esemplare in una guerra atrocissima e nel tempo stesso faticosissima.
Molti comuni, specialmente nel distretto di Gerace,attesstarono pubblicamente la loro riconoscenza per i soccorsi ricevuti, e senza addentrarci in più minute particolarità, la nostra truppa, caso eccezionale, va esente nel mezzodì, per quanto la natura lo comporta, anche da quella taccia di alterezza e di orgoglio pur sempre abituale in chi porta la spada ed espone la propria vita ad ogni istante per dovere. Ciò proviene dal confronto cbe ogni meridionale può instituire tra l'antica e la nuova armata. La prima aveva ufficiali insolenti, maneschi, imitatori di quei borghesi, di quei nobili, che nelle vie di Napoli io ho visto schiaffeggiare e frustare in faccia i cocchieri, senza che quesli se ne risentissero menomamente, nemmenO per toccarsi il viso insanguinato.
Ora ognuno vede che nessun tenente, nessun caporale, nessun uffiziale italiano sogna simili enormità, come pure nessun soldato italiano soffre il bastone. Ciò posto, e ben intese queste dichiarazioni, qual uso avete voi fatto della nostra giovane armata? Voi l'avete lanciata in numero scarso, insufficiente, esposta a rovesci in faccia a insidiosi nemici; voi l'avete messa nella situazione tragica di sorpassare ogni forza umana, supplendo all'insufficienza col terrore pur sempre legittimo dove milita il sacro diritto della bandiera e della rivoluzione.
Senza dubbio dispregevoli e miseri sono gli scarsi militi del brigantaggio, ma sono figli delle montagne, inaccessibili nelle ritirate, formidabili nelle sorprese; sono scarsi, ma a cavallo, disciplinati, organizzati, sussidiati da mille intelligenze e capaci di moltiplicarsi subitamente e di attorniare ogni gruppo di soldati, traendo seco una folla di villici sparsi nelle campagne dove sembrano contadini. Seno briganti, ma il suolo li favorisce a tale cbe una capitale proporzionatamente grande due volte più di Parigi e un perpetuo dispotismo furono sempre necessari per tener libere le vette di tanle montagne. Sono briganti, ma ad ogni rivoluzlione di Napoli essi contano come una forza politica. Ne'tempi del malgoverno essi pullulano come i vermi in un corpo ulcerato, e tanto nel 1799,quanto nel 1814,i padri degli attuali combattenti riconducevano i Borboni sul trono di Napoli. Sono briganti, ma hanno una bandiera,sussidi potenti cbe possono ingannare l'ignoranza generale; sono briganti, ma numerosi sono i sacerdoti cbe i nostrl tribunali proscrivono come emissari a sostegno della passata tirannia; sono briganti, ma il partito borbonico sussiste; la sua estensione é visibile in ogni elezione. Le imposte, la guerra, mille incertezze possono alterare ad ogni tratto la proporzione delle forze in un popolo ancora più mutabile del francese, Sono briganti, ma infine prevalenti contro i militi non sostenuti dalla polizia, né dai bureaux in gran parte invasi dai borbonici,
Dunque cbe cosa avete voi fatto della nostra giovane armata, gettandola in faccia ad una causa terribile, nemica? Io non ho l'onore di aver combattuto ai fianchi dei capitani e dei colonnelli del mezzodi, ma io so per gli esempi della Francia, dell'Inghilterra, della Germania, che cosa ha dovuto fare la nostra armata. cbe non poteva lasciar disonorare la nostra bandiera, né la nostra libertà, e cbe trovavasi investita del diritto di Robespierre, del diritto di rivoluzione. Essa ha dovuto procedere collo spavento, combattere con furore, lasciar fare ogni ausiliario sconosciuto, adottare ogni sòspetto e credere giustizia ogni vendetta.
Io mi avanzo coi militi e scopro in questa villa la paglia che ha servito di letto al nemico: fuoco! e innanzi! Voi direte forse che convien prima verificare il dubbio,convocare i testimoni,verificare ogni fatto,ricorrere ai giudici.Sì ma ad ogni minuto una vedetta si ripiega,ad ogni istante una staffetta sparge l'allarme, ad ogni esitazione il nemico vi crede intimorito; non si può attendere un giorno, non un'ora, quando un minuto espone i nostri, e quindi la paglia parla da sé.
Dunque il villico che scempiamente mi fugge, mi teme e balbetta una stolida scusa diventa mortalmente pericoloso. Dunque una donna che perde la presenza di spirito sembra complice de'ladri in fuga e che stanno per ripiombare sopra dei nostri. Dunque questo pecoraio che porta viveri nella campagna va a soccorrere i briganti e non si può lungamente deliberare sulla sorte sua. Dunque questo bifolco cbe possiede un fenile, questo fattorino che porta un riscatto per liberare un prigioniero de'ladri, per salvare il tugurio minacciato,sono sospetti, SOnO forse d'accordo coi nemici. Dunque questo villaggio, che la paura ha obbligato ad inalberare di notte la bandiera borbonica , cela forse un piccolo esercito; convien espugnarlo, invaderlo con chi assecondala truppa; un indugio lascierebbe ingrossare il nemico, perderebbe cento villaggi.Dunque si avanza colla face alla mano, si combatte disperatamente : quanti prigionieri! Chi può rilasciarli? chi giudicarli? E già nuove detonazioni annunziano i ladri, forse loro amici. Che fare? Pensateci.
Intendete le tragedie che si svolgono al seguito delle nostre stesse vittorie. Nel turbinio degli anenimenti le nuove si ingrandiscono, le morti si moltiplicano nelle immaginazioni del volgo, il terrore prende mille forme, il silenzio paralizza la lingua del cittadino che, reclamando, teme di essere sospetto, e la confusione giunge a tal punto che io a Napoli non poteva sapere come Pontelandolfo, una città di 5000 abitanti,fosse stata trattata.
Io ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare il fatto cogli occhi miei. Ma io non potrò mai esprimere i sentimenti che mi agitarono in presenza di quella città incendiata.MI avanzo con pochi amici, e non vedo alcuno; pochi paesani ci guardano incerti; sopravviene il sindaco; sorprendiamo qoalche abitante incatenato alla sua casa rovinata dall'amore della terra, e ci inoltriamo in mezzo a vie abbandonate. À destra, a sinistra le mura erano vuote e annerite,si era dato il fuoco ai mobili ammucchiati nelle stanze terrene e la fiamma aveva divorato il tetto; dalle finestre vedevasi il cielo. Qua e là iocontravasi un mucchio di sassi crollati; poi mi fu vietato il progredire; gli edifizi pontellali minacciavano di cadere ad ogni istante. Ricevetti l'ospitalità in una delle tre case risparmiate per ordine superiore;ma in faccia sorgeva la casa o quasi il palazzo Gogliotti incendiato, rovinato.Tutto un museo di abiti e di medaglie antico era scomparso nelle fiamme, tutte le gioie erano perdute nelle macerie.
Chi può dire i dolori di quella città! E quando volli vedere più addentro lo spettacolo celato delle afflizioni domesticbe, mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distinto nella persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione.
Appena osai mormorare che non cosi s'intendeva da noi la libertà italiana, Nulla io chiedo,disse egli, e noi ammutimmo tutti. Aveva due figli, l'uno avvocato, l'altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all'udire che approssimavansi i Piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente , i saccomanni la seguono, la straripano, l'oltrepassano, e i due Rinjaldi sono presi,forzati a riscattarsi, poi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione.
L'uno di essi cade morto; l'altro ,viveva ancora con nove palle nel corpo; e un capitano gittavasi a ginoccbio dinanzi ai fucilatori per implorare pietà; ma il Dio della gluerra non ascoltava parole umlane e l'infelice periva sotto il decimo colpo tirato alla baionetta. Rinaldi possedeva due case, e l'una di esse spariva tra le fiamme, e appena gli uffiziali potevano spegnere l'incendio che divorava l'altra casa.Rinaldi possedeva altre rircchezze, e gli erano rapite; aveva altro...e qui devo tacermi, come tacevano dinanzi a lui tutti i suoi conterranei.
Quante scene d'orrore: Qui due,vecchie periscono nell'incendio; là alcuni sono fucilati,giustamente, se volete,ma sono fucilati;gli orecchini sono strappati alle donne;i saccomanni frugano ogmi angolo;il generale,l'uffiziale non possono essere dappertutto: si è in mezzo alle fiamme, si sente la voce terribile: piastre! piastre! e da lontano si vede l'incendio di Casalduni, come se l'orizzonte dell'esterminazione non dovesse avere limite alcuno.
Mai non dimenticherò il 14 agosto, mi diceva on garibaldino di Ponlelandolfo. Sul limitare di una delle tre case eccettuate dall'incendio. egli gridava ai villici di accorrere, li nascondeva lnelle cantine, e, mentre si affannava per sottrarre i conterranei alla morte, vacillanle, insanguinata una fanciulla si trascinava da lui, fucilata nella spalla, perché aveva voluto salvare l'onore, e quando si vedeva sicura, cadeva per terra e vi rimaneva per sempre.
Intendo la vostra voce, l'inesorabile voce di tutti i burocrati italiani, non si poteva fare diversamente. Ma in che aveva Pontelandolfo fallito? Ve lo dirò io: Pontelandolfo ha il torto di essere fieramente atteggiato su di un monte in mezzo ai monti, in mezzo alla catena del Matese, d'onde a trabalzi si va dallo Stato romano fino a Cancello, a un'ora da Napoli. Da Pontelandolfo si scopre un'immensa estensione di terreno ondeggiante e quasi danzante, e nessun mille, nessuna pattuglia potrebbe avvicinarglisi senza essere scoperta a più miglia di distanza. Indovinate l'importanza di questo posto per i briganti, se potevano accamparvisl, se potevano concentravisi i briganti e la malagente di Morcone,Fregnatello, Campolattaro, essi potevano spargere il terrore fino nei dintorni di Napoli; e difatti appena si udì ehe Pontelandolfo era da essi invasa, il terrore del dintorni fu tale, ehe fino a Solopaca le autorità inviarono le donne e i fanciulli a Napoli, raccogliendo ogni arma per resistere.
Ma il sacrifizio di Pontelandolfo ha forse distrutto i briganti? Il 1° novembre io non potei avviarmi a quella volta senza ricevere molti consigli di prudenza ed anzi un vero biasimo sul mio progetto. Quando giunsi a Maddaloni, e mi presentai al comandante per chiedergli due o tre uomini, per avere un'apparenza di difesa, mi rispose: non potermi dar meno di venti uomini, se no i briganti ci fucilerebbero; gli ordini di Napoli essere precisi. Ben presto congedai tanta scoria;ma quando a sera di ritorno da Pontelandolfo, scherzava cogli amici sui nostri innocui revolvers, il vetturino ci disse sorridendo: ecco gli amici, e vedemmo il fuoco dei briganti che si rìstauravano nella grotta di Santa Maria, d'onde erano visti da tutto il paese in giro a tre leghe di distanza, e dove nessuno pensava alla possibilità di assalirli.
Dopo questo fatto, o signori, io non vi parlerò di nessun altro, nè di Crotonei, nè di Gioia, nè di nessun'altra città, poichè io Iroppo rispetto il vostro dolore, e troppo ne sono io partecipe.
Io finirò richiamandovi che il tempo è giunto di riconoscere la situazione, e di riconoscerla solennemente. Nulla di grave; non ci sooo piaghe insanabili; ma qualcosa vi è da sanare,ed è la vostra politica. Se vi ricordate gli antecedenti delle attuali tragedie, la mia prima parola sul meuzzodi fu di non precipitare l'annessione, per lasciare il meuodi alle proprie correnti,salvo il rispetto a quei momentanei confini che impunemente non potevansi distruggere. Piu' tardi, manifestatosi il malcontento ed anzi i torbidi, io vi proposi di fare un'inchiesta affinchè una metà della nazione conoscesse appieno l'altra metà, e le due parti delia Penisola si unissero fraternamente; mi rispondeste essere l'inchiesta inutile, i mali passegeri; e adesso io non vi domando piu l'ichiesta, o almeno lascio la parola agli avvenimenti, e ascolterete altri oratori assai piu' competenti di me, e voi vedrete se le vite e la ricchezza degli abitanti siano o no state compromesse; se la piaga del brigantaggio sia veramente cicatrizzata; se il sangue dei nostri soldati che voi avete lasciati sempre in iscarso numero, in posizioni tragiche e disperate, sia stato risparmiato. Voi vedrete se il sague stesso degli uomini giustamente sacrificati onori il giovane regno, il quale sorge pure sulla terra dove Filangeri e Beccaria predicavano umanità, e dove sotto i migliori Governi napoletani si viaggiava sulle montagne coll'oro in mano. Fate voi stessi la vostra inchiesta: vedete se non avete permesso alla reazione di scoppiare, ai briganti di corrompere interi paesi, alle popolazioni di molti luoghi di turbarsi riflettendo all'avvenire promesso dalla nostra rivoluzione.
Invero noi non abbiamo perduti i nostri amici, e giacchè ho citato Rinaldi, io vi ripeterò le parole che mi disse: non domando niente, non mi lamento di nulla. Gli amici della libertà sono pronti ad ogni perdono; ma essi vi guardano e attendono molto da voi. (Sensazione)
Io più non abuserò, o signori, della vostra indulgenza, e solo vi dirò che appena cominciate le vacanze io andava a Parigi, dove sperava di ritornare momentaneamente alle mie tranquille occupazioni, quando i tumulti del mezzodi vennero a turbare i miei sonni. Io più non poteva nè scrivere, nè pensare ; i miei stessi amici mi scacciarono amorevolmenle, ed io, pensoso, dubbioso, tristissimo, intrapresi il viaggio delle Due Sicilie.
OMISSIS...............

Da il Giornale il ROMA pag.VII di Domenica 26 Novembre 1961
Italia,cento anni fa-Come e perché fu rasa al suolo la cittadina di Pontelandolfo-di Antonello Colli
Martedì 26 novembre 1961.- La strampalata proposta dell’on.Proto,Duca di Maddaloni,per la restaurazione del Regno delle Due Sicilie è naufragata nel ridicolo.Imperterrito,il deputato invia una prolissa lettera alla Gazzetta di Torino,che,senza pubblicarla,ne dà notizia con un aspro commento.A sua volta,la edizione napoletana de Il Pungolo (1 dicembre 1861) ospita una protesta del popolo di Casoria per “ le inaudite trovate del proprio rappresentante alla Camera dei Deputati,il quale ha agito di testa sua,e senza menomamente interpellare i suoi elettori”.
Ma ecco levarsi a Palazzo Carignano una voce,questa volta veramente seria e drammatica,in difesa del martoriato Meridione.
L’autore della violentissima requisitoria,che riporteremo testualmente così come è stata pubblicata dagli Atti Parlamentari,non è un meridionale,come potrebbe sembrare a prima vista,ma il deputato milanese Giuseppe Ferrari,uomo di vasta cultura e di profonda umanità,notissimo anche per i suoi dotti saggi su Giovambattista Vico.
Egli è appena tornato da un viaggio nelle province napoletane, ed è “letteralmente inorridito per i soprusi,le prepotenze,le angherie,le incomprensioni che con leggerezza pari alla iniquità furon riservate alla italianissima,civilissima neglettissima Napoli.
La selvaggia distruzione di una ridente città
Si tratta di argomenti che scottano,e che per gran parte dei nostri lettori rappresenteranno una autentica rivelazione.Pertanto,non vogliamo aggiungerci nulla di nostro, e lasciamo la parola a questo eletto deputato lombardo: Signori, dal giugno al novembre di questo anno, più di ottanta paesi (nelle province meridionali, n.d.r.) furon taglieggiati,sconvolti,insanguinati,abbandonati in preda al saccheggio…. Che fare? Pensateci. Intendete le tragedie che si svolgono al seguito delle nostre stesse vittorie (sensazione nell’aula).
“ Nel turbinio degli avvenimenti,le morti si moltiplicano nella immaginazione del volgo,il terrore prende mille forme,il silenzio paralizza la lingua del cittadino napoletano (che,reclamando,teme d’essere sospetto),e la confusione giunge a tal punto che io a Napoli,non potevo sapere come Pontelandolfo,una città di cinquemila abitanti,fosse trattata (l’on.Ferrari allude alla completa distruzione di tale cittadina nel corso delle operazioni contro il brigantaggio,n.d.r.).
“Io ho dovuto intraprendere un viaggio,per verificare i fatti con gli occhi miei.
“ Mai io potrò esprimere i sentimenti che mi invasero in presenza di quella città incendiata… Vie abbandonate,a destra e a sinistra le case erano vuote e annerite:si era dato fuoco ai mobili ammucchiati nelle stanze terrene,e le fiamme avevano divorato i tetti.Dalle finestre vedevasi il cielo.
“Poi – continua il coraggioso deputato milanese – mi fu vietato il progredire:gli edifici,puntellati,minacciavano di cadere ad ogni istante.Soltanto tre case furono risparmiate per ordine superiore:soltanto tre case in una città di cinquemila abitanti!Chi può dire il dolore di quella città.
“ mi trassero innanzi un gentiluomo,il signor Rinaldi,e fu atterrito.Pallido era,alto e distinto nella persona,nobile il volto,ma gli occhi spenti lo rivelavano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione.
“Appena appena osai mormorare che non così si intendeva,da noi,la libertà italica.
“Nulla chiedo egli disse.E ammutolimmo tutti.
“ Aveva due figli,il primo avvocato e l’altro negoziante.Entrambi quei giovani avevano vagheggiato di lottare per la libertà del Piemonte,e all’udire che approssimavansi i Piemontesi (così chiamasi nel paese la Truppa Italiana)correvano festosi ad incontrarli.
“ Ma la truppa procede militarmente.E i due Rinaldi son presi,forzati a riscattarsi.Poi,tolto loro il danaro,son condannati a immediata fucilazione.L’uno cadde subito morto,l’altro viveva ancora con nove pallottole nel corpo.L’infelice perì sotto il decimo colpo,tirato alla baionetta….(moto di orrore in aula).
Spavaldi con gli inermi guardinghi con i banditi
Incalza l’on. Ferrari:”Queste scene di orrore… Qua du vecchie periscono nell’incendio,là alcuni sono fucilati.Gli orecchini sono strappati alle donne.I saccomanni frugano ogni angolo…Da lontano,si vede l’incendio di Casalduni,come se l’esterminazione non dovesse avere limite alcuno…
“Una fanciulla fu presa con una fucilata alla spalla sol perché aveva voluto salvare l’onore,cadde a terra, e vi rimase per sempre.
A questo punto,l’on.Ricciardi interrompe gridando:” Commissione di inchiesta ! morte ai colpevoli!”, ma viene zittito da alcuni colleghi.
L’on.Ferrari riprende: “intendo la vostra voce,signori, l’immortale voce di tutti i burocrati italiani: ma in che cosa aveva Pontelandolfo fallito?Ve lo dirò io.Pontelandolfo ha l’unica colpa di essere fieramente atteggiato su un monte,in mezzo ai monti,in mezzo alla catena del Matese…
L’operatore spiega che,pertanto,si temeva che,cadendo in mano ai ribelli,quella città sarebbe stata una piazzaforte imprendibile:ma può questa congettura,in una con la presenza di qualche favoreggiatore,giustificare quanto è accaduto?
Con la fronte madida di sudore,mentre il Primo Ministro Ricasoli,cupo in volto,continua a prendere appunti,l’on.Ferrari procede nella sua requisitoria:”Ma il sacrificio di Pontelandolfo ha forse portato alla distruzione dei briganti? Il primo novembre,per poter arrivare lassù,mi diedero venti uomini di scorta.A sera,un vetturino mi dice “ecco gli amici”,e vedo i briganti che si restauravano nelle grotte di Santa Maria,donde nessuno pensava di assalirli (vivaci commenti in aula).
“Dopo di che ,o signori,non vi parlerò di alcuna altra città meridionale,perché io ho troppo rispetto per il vostro dolore,e troppo ne sono partecipe (commenti).
“ Non ci sono piaghe insanabili:se qualcosa c’è da sanare, è la nostra,è la vostra politica (moto di insofferenza al centro).Domandatevi se il sangue stesso degli uomini sacrificati onori il nostro Regno,il quale sorge pur sulle terre di Filangeri e di Beccaria,maestri d’umanità e pur sulle terre dove sotto i migliori governi napoletani non v’erano briganti,e si viaggiava tranquillamente con l’oro in mano (altro moto di insofferenza).
“Fate voi stessi,signori,la vostra inchiesta:vedrete se avete permesso voi alla reazione di scoppiare,ai briganti di corrompere interi paesi,alla popolazione di molti luoghi di turbarsi.Così abbiamo trattato i nostri fratelli meridionali.E giacchè ho citato Rinaldi,vi ripeterò le parole che quel gentiluomo,orbato de’figli ed accecato ad opera de’nostri saccomanni,mi disse :” non domando niente,non mi lamento di nulla” (commozione nell’aula e nelle tribune). Gli amici della libertà sono pronti ad ogni perdono,ma ci guardano,e attendono molto da noi (applausi).
La memorabile requisitoria così si conclude:”Scuotetevi,o Signori,dalla inerzia,dalla disperazione,dalle astensioni.Altrimenti o Signori… Oh, no! Oh, no!voi non permetterete che regni la violenza,e che i nostri nemici ripetano contro di noi le parole di un tiranno esiliato da Milano:”io attendo che i delitti dei Torriani abbiano superato i delitti dei Visconti” (applausi,mormorii,congratulazioni. I deputati meridionali attorniano l’oratore,lo abbracciano,gli stringono la mano. L’on.Pisanelli non riesce a frenare le lacrime).
Peccato che sui libri di storia non si trovi traccia dei gravissimi fatti denunciati dall’on.Ferrari. Peccato,soprattutto,che il suo ardente intervento di vero italiano (il quale guardava al Meridione come a una parte d’Italia non meno nobile del Settentrione, e non come a una terra di conquista),siano cadute nel vuoto,talchè per anni,contro le province napoletane,si commisero ancora errori su errori.
Antonello Colli
I Personaggi dell'agosto 1861









