Da: ENZO MORZILLO
22 gennaio 2009
Caro Renato, ultimamente situazioni difficili, ci hanno un po allontanato, e fatto spostare la nostra attenzione a situazioni a noi prioritarie. Non ci crederai ma, era da un po che non aprivo il tuo sito, e stasera , aprendo questa pagina, mi accorgo della notizia di pinuccio......!!!!!!! non ho parole, resto allibito, se penso a quell'uomo, che pochi mesi fa, mi faceva i complimenti per lo spettacolo a teatro , e mi difendeva da chi, nel vostro paese , mi accusava di distorcere la verita' sui fatti orrrendi accaduti , nell'agosto 1863, in quanto si faceva riferimento ad una sceneggiatura inventata , e non quella che io ho portato in scena, con lealta' e serieta', e trasparenza, facendo riferimento a documenti che tu conservi, e che hai sempre portato a conoscenza. mi associo al dolore, con affetto e stima, verso la famiglia del nostro caro compianto, affinche' resti per sempre nei cuori di tutti la memoria di un uomo che ha sempre lottato per la verita', ed il coraggio di schierarsi contro ogni forma di violenza ed oppressoine. E' per questo che ti prego di scusarmi se solo adesso mi esprimo a riguardo Addio Pinuccio..., Possa la tua luce brillare per sempre..... Vincenzo morzillo.
ULTIMO SALUTO A PINUCCIO
Sei andato via così, senza dire nulla, senza preavviso, senza lasciare un messaggio, tu che sei sempre preparato a tutto…La morte sorprende sempre, è sempre troppo improvvisa, per tutti.
La fede cristiana ci dice che la vita non muore e che in questo mondo siamo solo di passaggio, protèsi ad occupare un giorno quel posto che Gesù ha preparato per noi.
Tutto questo ci consola e ci dà speranza, quella speranza che hai sempre conservato in te.
Sono tanti i momenti belli che abbiamo trascorso insieme. Ci dicevi sempre:” vi raccomando, venite, fatevi vedere!!” nelle sere di Natale, quel Natale che tu amavi trascorrere al tuo paese, la tua Pontelandolfo. Nel tuo libro “ I racconti del Natale” dicevi che i luoghi hanno un loro senso, un loro sentimento e sono in noi sempre presenti, si fanno più forti e veri con il passare degli anni.
La nostra è stata un’amicizia sincera e tu hai sempre saputo distinguere quelle vere da quelle apparenti. Abbiamo sempre apprezzato le tue qualità, la determinazione, il coraggio, l’intelligenza, ma soprattutto i sentimenti, quelli veri, che hai saputo mettere in ogni cosa che hai fatto.
Ci mancherai Pinuccio, ci mancherà la tua presenza “imponente”, la tua saggezza, ma sentiremo sempre la tua voce accompagnata dal vento, quel vento che tu amavi sentire e che definivi” la forza arcana che muove il mondo, molto simile ai moti del cuore, la tempesta che trascina giù, perché senza la fine non c’è l’inizio”. Si, perché se il seme non muore non darà i frutti. “Quel soldino, senza valore venale, ma pregno di sentimento e di forza simbolica” ha trovato una manina per accoglierlo e conservarlo.
Ci uniamo al dolore dei tuoi cari, la cara signora Enrica, Emilio, Raffaella, Paola e Dino e il piccolo Giuseppe.
Ci sei e ci sarai sempre, per tutti noi.
Angela Addona
Da:Epicentrobenevento.it-Benevento, 29-12-2008 19:56
L’ultimo saluto a Pinuccio Perugini
Tra lacrime e rimpianti, celebrati i funerali nella “sua” Pontelandolfo. Carmine Nardone: è stato un protagonista, non conformista, della vita politica
Benevento 29 dicembre 2008 - Celebrati oggi, nella chiesa madre di Pontelandolfo, i funerali di Pinuccio Perugini, a lungo sindaco del paese dell’Alto Tammaro. Tantissime le persone che non hanno voluto fargli mancare l’ultimo saluto. In prima fila, gli amici di sempre, guidati dal parlamentare europeo Giuseppe Gargani.
Ancora oggi sono molte le attestazioni di solidarietà per l’inaspettata dipartita di Perugini. Carmine Nardone, ex presidente della Provincia, oggi alla guida di Futuridea, nell’esprimere cordoglio ai familiari del suo “intelligente amico”, ha affermato “Il Sannio tutto perde un protagonista non conformista della vita politica”.
Perugini è morto ieri mattina all’ospedale Rummo, dove era ricoverato da circa un mese per problemi cardiaci e respiratori. Aveva 76 anni, la testa lucida e una gran voglia di vivere. Era noto non solo per la sua battagliera militanza politica nella Dc ma anche per la sua continua e proficua attività di opinionista, scrittore e saggista.
Era nato il 6 novembre del 1932 a Ponte, anche se poi il suo nome e la sua attività sono state sempre associate a Pontelandolfo, paese di cui è stato sindaco per tre volte: dal 1966 al 1975; dal 1980 al 1985 e dal 1993 al 1997. Dirigente della sanità pubblica (aveva cominciato con l’allora Cassa mutua commercianti), negli anni ‘80 era stato designato al vertice dell’Usl 8 di Morcone e poi di quella di Benevento, l’Usl 5, di cui era stato presidente dal 1982 al 1984, incappando, peraltro, in una vicenda giudiziaria che negli anni, tuttavia, lo ha visto assolto sia in Appello che in Cassazione. In anni recenti è stato al vertice dell’Arpa (Agenzia regionale protezione ambientale) di Benevento, dove fu poi avvicendato dall’attuale sindaco del capoluogo sannita, Fausto Pepe.
Dc mai pentito ("Sono nato democristiano e spero di morire democristiano"), Pinuccio Perugini, dopo aver attraversato la prima Repubblica in prima linea, in maggioranza e in opposizione, con la fine dei partiti tradizionali, non ha mai smarrito le sue convinzioni e la sua formazione culturale. Si è, via via, avvicinato a formazioni che richiamassero le ragioni del centro politico. Ma si è sempre trattato di “presenze” dovute principalmente a sentimenti di amicizia e di vicinanza a vecchi amici, come nel caso di Peppino Gargani, europarlamentare di Forza Italia, o, come nel caso delle ultime elezioni politiche, di Ciriaco De Mita.
Nella Dc Perugini era stato a lungo dirigente provinciale, autentico protagonista dei congressi della Balena bianca, in particolare negli anni dello strapotere veltroniano, al quale lui, fedelissimo di Fiorentino Sullo, si opponeva con ogni mezzo e in ogni sede.
Controverso, ironico, litigioso, polemico per natura. Ma anche capace di gesti di straordinaria tenerezza e di grande generosità. D’altronde, come altrimenti definire i suoi lavori letterari: La sorella d'America, Cinque racconti tra il fantastico e l'autobiografico, Il carnevale speciale di Pontelandolfo, Il fantastico mondo di Pontelandolfo, Da Pontelandolfo a Waterbury, Il Sannio tra poltrone e politica, e i recentissimi Il Culto di San Donato e la Cappella demolita e Racconta, ma' - Memoria del cuore ma anche il perfido, ma solo in apparenza, Dono di nozze, dedicato al matrimonio di Pellegrino Mastella e Alessia Camilleri.
Capace di emozionarsi come un bambino per la sua fede calcistica (l’Inter) o per la lettura o rilettura di testi che, in qualche modo, rafforzassero le sue convinzioni o richiamassero sue teorie. Questo era Pinuccio Perugini. La sua è stata una vita divisa a metà tra la politica e il culto della famiglia. Mancherà, oltre che ai famliari, a molti, amici e nemici. Con lui se ne vanno memoria e intelligenza degli ultimi cinquant’anni di vita pubblica.
EpicentroBenevento rinnova le condoglianze alla moglie Enrica, ai figli Emilio e Raffaella, alla nuora, al genero e a quel nipotino, Giuseppe, che Pinuccio non si è goduto come aveva desiderato e come avrebbe voluto.
Posso dire di essere vissuto politicamente in mezzo al guado, dove la corrente è più forte e pericolosa; dove, ed esco fuor di metafora, non sono stato oppositore tout-court. Ma nemmeno personale di governo in senso pieno e completo. Insomma, ho vissuto nell’ibrido tra massimalismo e realismo, tra teoria e pratica, ideali e potere. Giuseppe Perugini
Cosa racconteremo ai nostri figli? E quale l'insegnamento che trasmettiamo alle generazioni future? Sono queste le parole che da ieri si rincorrono nella mia mente. Ognuno di noi, quando ci dissolveremo nella morte vivrà nel ricordo. Cosa abbiamo fatto, quanta la nostra disponibilità verso il prossimo, quali i nostri ideali? E c'è chi degli ideali ne ha fatto uno stile di vita. Così ricordiamo Pinuccio, il Direttore per tutti, il politico sannita dal carattere poco docile ma sempre disponibile nei confronti prima dei "nemici" e poi degli "amici". Rammaricata, noto che è andato via nel silenzio, un silenzio cosi pesante da spezzare l'animo. Né parole di commiato, né discorsi, sparute e silenziose le autorità del paese e della provincia. Non ci aspettavamo grandi discorsi o logorroici encomi, ma almeno che fosse ricordato dalle autorità locali per quello che ha rappresentato per Pontelandolfo, perché, dopo tutto, nel bene o nel male è riuscito, dove molti altri hanno fallito, a ridarci un'identità sia a livello provinciale sia nazionale ed internazionale (Waterbury). Politico della prima repubblica, ha cercato di dare al paese nuove infrastrutture senza mai dimenticare le nostre radici, la nostra storia, i figli di questa terra. Chi ci rappresenta ha preferito, in quest'occasione, il silenzio alla parola, l'indifferenza all'azione. Ma cosa racconteremo ai nostri figli?.......
Questo è stato l'ultimo insegnamento del "Direttore". Grazie, Pinuccio.
M. G. Mancini
GRAZIE PINUCCIO,
La notizia della scomparsa di Pinuccio mi ha profondamente turbata,sconvolta e commossa.La Morte rimane per me ancora qualcosa di molto incomprensibile,ma come mi ripeteva spesso il Direttore,la nascita è una promessa di morte,ed è un avvenimento con il quale tutti dobbiamo confrontarci.
Tante sono le parole che servirebbero per descrivere la sua straordinaria e magnetica personalità,la sua immensa cultura,l'amore profondo e viscerale che lo legava alla sua terra,alle sue origini,alla sua Pontelandolfo. Quella Pontelandolfo che lui aveva osannato e venerato dandole vigore e dignità.Tante sarebbero le cose da dire,ma a me ne basta una:GRAZIE!GRAZIE PINUCCIO! tu,l'unico depositario della memoria storica di questo paese;tu,l'unico capace di affrontare mille battaglie senza arrenderti mai;tu l'unico amante del sapere;tu,l'unico fiducioso e speranzoso nelle nuove generazioni,in quei giovani che hai cercato e riunito attorno a te con il dialogo,il confronto;tu,l'unico vessillifero della sacralità della Famiglia,del Valore dei ricordi;tu,l'unico fedele Amico pronto ad accogliere tuttti a braccia aperte;tu,l'unico al quale si deve GRAZIE!
Fiorella De Michele
Il Funerale di Pinuccio .E’ giunta la notizia domenica mattina, erano circa le ore 10.00 quando ho sentito il telefono suonare, aspettavo che qualcuno rispondesse, era Emilio:” è finita, non ce l’ha fatta!”; una fitta al cuore, poi il pianto, non volevo crederci, no, non può essere vero! Avevamo creduto che ce l’avrebbe fatta, speravamo tanto, contavamo sulla sua forza, sulla sua voglia di vivere, ma tutto è stato inutile; il suo cuore aveva ceduto già da molto prima. Ci siamo organizzati per preparare la sua venuta a Pontelandolfo , nella sua casa, dove lui voleva tornare e accogliere gli amici, per dargli l’ultimo saluto. Nel pomeriggio, verso le cinque è giunto a Pontelandolfo , accompagnato dalla sua famiglia e dai pochi amici rimasti a Benevento. Già dalla sera è iniziato un interminabile via vai di gente, fino a tarda notte, poi siamo rimasti in pochi a vegliare insieme alla famiglia, che non ha voluto lasciarlo neanche un minuto. Il funerale del giorno dopo era stato già stabilito con don Giuseppe, nostro parroco, per le ore 15.30 nella chiesa del SS. Salvatore, in quella chiesa che aveva frequentato da piccolo, e dove aveva desiderato che si celebrasse anche il matrimonio di Raffaella, anche perchè rimane sempre una delle più belle del Sannio. Parte il corteo a piedi , dopo aver lasciato per sempre quella casa, che lui tanto ha amato. Scendendo dal viale verso la piazza, mi sono ricordata di quelle tante volte che aveva espresso, con tono autorevole, il suo amore che lo legava al suo paese, “Pontelandolfo”e, quasi a volerlo incidere nel cuore e nella mente di chi ascoltava, diceva:” L’ultimo saluto prima di salire il Sacrato della Chiesa, sarà rivolto alla Torre, che testimonia e racchiude tutte le vicende che hanno accompagnato la mia vita”. In chiesa c’era tanta gente, una buona parte venuti da fuori, amici e parenti di Benevento, di Ponte e tanti altri di Pontelandolfo. Sono convinta che molti sono venuti spinti dall’affetto per Pinuccio, ma tanti altri per curiosare, o per espiare qualche colpa che gli pesava sulla coscienza. La S. Messa e stata concelebrata da Don Giuseppe e Mons. Pasquale Mainolfi, parroco della Chiesa di S Gennaro di Benevento, dove Pinuccio si recava quando non veniva a Pontelandolfo. Pinuccio con Don Pasquale aveva creato un rapporto non solo Spirituale, ma anche di vera amicizia. L’omelia fatta da don Pasquale è stata incentrata sulla parola di Dio e sul significato della festa ricorrente della Sacra Famiglia; egli ha inoltre aggiunto che non a caso Pinuccio ci ha lasciato in questo giorno, quasi a testimoniare l’amore ardente che aveva per la sua famiglia. Don Pasquale ci ha illustrato dettagliatamente il percorso Spirituale di Pinuccio e quanto ha fatto per prepararsi all’incontro con nostro Signore, forse nel suo cuore sentiva quell’ora vicina. Bella l’Omelia, ma bella è stata anche l’esecuzione del coro parrocchiale di Pontelandolfo, diretto dal maestro Don Lupo Ciaglia che ha animato la celebrazione della S. Messa in modo eccellente. Avevo già anticipato al nostro Parroco Don Giuseppe che alla fine della messa avrei letto qualcosa per dare l’ultimo saluto a Pinuccio. Ho cercato di essere sintetica, perché ho pensato che bisognava dare spazio alle autorità, ai politici e a chiunque volesse dire qualcosa. Dopo il saluto di Pinuccio Addona, non c’è stato nessun altro che ha speso una parola. Cosa dire? Non ci sono parole!! Forse nessuno aveva niente da dire? Oppure hanno pensato:” a che serve parlare ora che non c’è più?” Sono delusa, amareggiata e penso come me anche altre persone. Basta pensare a tutte le volte che qualche amico ci ha lasciato, Pinuccio non perdeva occasione per fare un breve discorso e lasciare sempre tutti con le lacrime agli occhi . Era unico Pinuccio , capace di improvvisare i discorsi e trovare sempre le parole giuste. Abbiamo perso non solo un caro amico, ma un politico che amava il suo paese, la sua gente, ma tutto questo non è stato apprezzato. Le persone si apprezzano quando si perdono, il che è sempre troppo tardi. Grazie Pinuccio !!
Angela Addona
PINUCCIO PERUGINI NON E' PIU' TRA NOI.
Sono parole che ancora ci lasciano increduli e smarriti.
Abbiamo vissuto quasi quotidianamente la sua malattia, questo fulmine devastante che si è portato via un caro amico, un uomo pieno di risorse, di interessi, pieno di vita.
Ha combattuto Pinuccio nella sala rianimazione dell’ospedale “Rummo”, ma non ha vinto questa battaglia purtroppo. E noi, i suoi amici più cari, ci siamo aggrappati a qualunque minima speranza che ci veniva data. Abbiamo pregato per lui, abbiamo sperato e desiderato di poterlo rivedere e riabbracciare. Ma ora, dopo le sue esequie che si sono svolte nella sua Pontelandolfo, dobbiamo metabolizzare il dolore che ci pervade per averlo perso .
La sua Pontelandolfo: lui ha amato oltremodo questa piccola comunità, ha dato a molte famiglie la dignità di un lavoro, ha dato molto di più di una speranza di vita. Ma quale gratitudine? Ma poi, che cos’è la gratitudine? Nemmeno di fronte alla morte di quest’uomo che pure ha fatto tanto e ha dato tanto di sé a questo paese, la gratitudine si è concretizzata in un estremo saluto, in un pensiero espresso in semplici parole. D’altra parte io credo che non ci sia nulla di cui meravigliarsi: l’uomo è ingrato per natura e la gratitudine è un fardello troppo pesante da portare sulle spalle, così pesante che appena si gira l’angolo non si vede l’ora di liberarsene.
Ora noi, i suoi amici, ci sentiamo più soli ma una promessa facciamo a Pinuccio: che manterremo vivo il suo ricordo, leggeremo e rileggeremo i suoi scritti, porremo in pratica ciò che ci ha insegnato. Solo così lui non sarà mai morto davvero.
Isabel Allende scrive:” Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo perché il ricordo è sempre un luogo d’incontro”. E allora noi continueremo ad incontrarti, nei nostri ricordi , continueremo ad udire la tua voce e soprattutto continueremo a lavorare per cercare di rendere Pontelandolfo, la tua Pontelandolfo, un posto migliore.
Alla Signora Enrica, a Raffaella, ad Emilio, a Dino, a Paola e al piccolo Giuseppe voglio dedicare una frase di S. Agostino affinché il loro immenso dolore diventi un pochino più sopportabile: “Coloro che ci hanno lasciato non sono degli assenti, ma degli invisibili che tengono i loro occhi pieni di luce nei nostri occhi pieni di lacrime”.
E ADESSO È IL MOMENTO DEL SILENZIO: RESTIAMO ZITTI E LASCIAMO FUORI DALLA PORTA DEL NOSTRO CUORE TUTTE LE INUTILI CHIACCHIERE, TUTTE LE PAROLE STUPIDE CHE MOLTI AVRANNO ANCORA DA DIRE SU DI LUI.
IL NOSTRO SILENZIO VARRA’ MOLTO DI PIU’ DI MILLE PAROLE PERCHÉ IL SILENZIO È CARICO DEL NOSTRO AMORE, DEL NOSTRO RISPETTO E DELLA NOSTRA STIMA IMMUTABILE PER PINUCCIO PERUGINI.
ELENA ROSATO
Abbiamo perso un Amico...Abbiamo perso un Tesoro...
Vogliamo ricordare l'Amico Pinuccio riprendendo alcuni passi dai suoi libri dai quali è evidente tutto il suo Amore,la sua dedizione la sua passione per il suo e nostro tanto amato paese Pontelandolfo.
Ti ricorderemo sempre ,sarai per sempre presente nel nostro cuore e nella nostra Mente.
Renato e Andrea
Dal Libro "racconta ma'-memoria del cuore" 21 settembre 2008
POSTFAZIONE
Forse, non ho scritto soltanto per me come ho affermato - con troppa fretta - alla prima pagina. Potrei non aver raccontato le storie nel loro autentico svolgimento, se è vero che bisogna andare oltre la verità del primo impatto, magari travolgerla, per capirne meglio alcuni aspetti e significati. Ogni verità appartiene al relativo perché ciascuno guarda le cose dal suo angolo visuale, ciò che vede, intuisce, sente, giudica differisce da ogni altra possibile osservazione. Il mio è racconto di bisogni, sofferenze, desideri e speranze; nella scrittura ho travasato buona parte del mio vissuto, specialmente l'inquietudine dell'adolescenza. Non nascondo che ho trovato tanta consolazione quando ho ricapitolato e fatto sintesi delle conoscenze ed esperienze più intime.
Ho fatto inventario per misurare i passi compiuti e predispormi al" passaggio ultimo". Con la coscienza piena degli accadimenti di una vita, vivo la mia vecchiaia che è una bella stagione e vale la pena di viverla in quiete, senza ignavia.
Dunque, ho scritto sotto l'urgenza del dato anagrafico. Ho raccolto e messo insieme frammenti di vita e di pensiero per farne una mini - biografia, una sorta di breviario per Giuseppe il mio nipotino in fasce (ènato il 17 febbraio 2008), discendenza biologica che mi farà sopravvivere nei cromosomi, nei geni, e discendenza spirituale per la sopravvivenza culturale. Toccherà a Giuseppe raccogliere il testimone!
Il crepuscolo è sempre segnato da una stella. Oggi è Giuseppe la stella della famiglia; con l'aiuto di Dio, altre ne nasceranno e sarà firmamento di speranze nel destino dell' uomo.
Nelle parole di Cristo: "lo sono la Resurrezione e la Vita" ,la certezza di Vita Eterna.
da "Il Carnevale speciale di Pontelandolfo" Aprile 1999
PREFAZIONE
Con questo suo scritto, Giuseppe Perugini vuole ancora una volta, in maniera tangibile e amorosa, offrire un contributo reale ed efficace alla crescita culturale di PontelandoHo, suo paese d'origine e del quale è stato per molti anni sindaco. «Il. Carnevale Speciale di Pontelandolfo», come manifestazione composita e ricorrente, nasce dapprima nella fantasia e nell' animo di Perugini uomo e scrittore, e poi trova luce nell'impulso e nella volontà del Sindaco.
Diventa quindi armoniosa realizzazione, grazie anche all' appoggio dei suoi collaboratori e specialmente da parte del Gruppo Dirigente della Associazione Turistica della Pro Loco e alla partecipazione di tutta. la cittadinanza, che vede così confluire tradizioni, iniziative nuove, storie e fantasia in una manifestazione che si arricchisce nel tempo di nuovi elementi e che nell' arco di pochi anni si evolve e diventa tradizione viva del passato, vita del presente, speranza del futuro.
Il Carnevale speciale di PontelandoHo costituisce, inoltre, la volontà dell' attuale Amministrazione, nella persona del Sindaco prof. Rocco Flavio Palladino, di estendere ed approfondire l'indagine conoscitiva del passato storico di PontelandoHo ed intende porsi non come traguardo, quanto nuovo punto di partenza per un impegno sempre più proficuo nella direzione di una conoscenza completa e globale della storia del territorio pontelandoHese. Come non ricordare il superbo monumento bronzeo al Sannita guerriero, che si erge lateralmente al territorio del paese sulla statale Benevento-Campobasso, nato anch' esso dalla mente vulcanica di Perugini, che oggi sembra segnare «Cavaliere del Duemila» le orme della Storia e la creatività dell'Uomo.
E il sogno va oltre, perché sognare a PontelandoHo è come vivere, e forse un giorno vedremo sorgere intorno al Sannita guerriero «Cavaliere del Duemila», la realizzazione di un Parco Archeologico e di un Museo d'Arte e del Territorio.
Ed ancora, a me che sogno, appare una delle otto punte della Stella di PontelandoHo, che partendo da qui si proietta con duplice raggio da una parte verso Altilia e dall' altra verso Pietrabbondante, formando un triangolo di forze magnetiche e ambivalenti, che partendo dalla civiltà medievale approdano l'una alla età romana e l'altra a quella sannita.
Della mia salita verso la Torre di Pontelandolfo, in una ventosa serata di fine inverno del 1997, conservo ancora la sensazione di un che di magico e d'inquietante, mentre il Corteo dei Cavalieri e delle Donne in costume medievale con torce accese si snoda da Piazza Municipio attraverso le ripide e strette scalinate del centro storico.
Alzando la testa, lo sguardo si perde nel profondo cielo stellato profumato di infanzia e fra i tanti volti mi appare lo spirito paterno ed io, che aleggio nel gruppo delle Streghe, sorrido nel ricevere la carezza del Vento e sospinta dalla forza sannita che scorre veloce nel sangue, divento fuoco e meteora atterro fra le bianche pietre, sagomate ad arte, della casa paterna e danzo intorno al falò e cantando rievoco Poesia.
È anche questo il Carnevale Speciale di Pontelandolfo, la possibilità di catarsi e di rinascita, l'esplosione di un cuore innamorato, la vendetta di un tradimento, la ricerca inquieta di ciò che è stato e non è più, ma che si vorrebbe fosse eterno.
Con questo suo scritto Giuseppe Perugini continua quella politica di tutela e di recupero delle tradizioni del suo paese e coopera oggi con l'attuale Amministrazione nel processo di sviluppo già avviato da tempo e ciò con la professionalità e competenza che gli sono propne.
PROF.ssa ROSALIA RUGGIERO LOGUERCIO POLOSA
Da "Cinque racconti tra il fantastico e l'autobiografico" ottobre 1997
La Pietraia dei desideri
Memoria e ricordi appaiono come il patrimonio più importante da risvegliare, acquisire, difendere.
A volte si tratta della capacità di ricerca tra polverosi archivi parrocchiali, di lettura di antiche pergamene.
Il più delle volte tutto dipende da una volontà, da una forza interiore che ci portano a scandagliare il nostro profondo.
Quando riusciamo abbiamo accesso a ricordi residui trasmessi mediante i geni.
A volte trascendiamo il tempo.
A volte ci colleghiamo con il mondo dello spirito e ci ritroviamo in uno stato di consapevolezza alterato, e raggiungiamo piani diversi, dimensioni diverse.
A volte è questione di criptoamnesia di fatti appresi da bambini nei primi due anni di vita e poi dimenticati.
E così, improvvisamente, la grande pietraia si apre in uno scenario di alberi, di cespugli.
E non è soltanto questione di panorama.
La pietraia appare come bizzarra, con un sentiero al centro molto simile ad una tacca.
La pietraia ha forma di cuore.
Quanto più lo sguardo si fa attento più la pietraia appare come un grande cuore, forse meno chiaramente ma persino più grosso che al primo impatto visivo.
La pietraia fa parte della psiche comunitaria, del fantastico, dell'immaginario della gente.
Una passeggiata tra quelle pietre, sentire la voce delle foglie secche è come partecipare ad antichi riti, rivivere mai morte superstizioni.
È un posto che ammalia. I vecchi ci hanno detto che è una zona crivellata di vecchie linee di energia, o, meglio, dei campi magnetici che, nei tempi antichi, erano considerati punti di riferimento per l'allineamento dei luoghi sacri.
I campi elettromagnetici sono la conseguenza dell' esistenza di fiumi sotterranei.
Qualunque sia il motivo, sconosciuto al razionale - è uno spazio particolare, di sicura suggestione - di certo vi è una fonte, una sorgente che proviene da un corso d'acqua sotterraneo.
Il serbatoio, unico elemento di sicura, recente costruzione ne è testimonianza.
Il racconto antico assicura il ritrovamento di resti di un altare e di decine di sepolture.
Si sa che quando i cadaveri si dissolvono, tutte le cellule, le particelle, i geni, l'elettricità tornano alla terra. Vengono riciclati.
Ogni particella mantiene la sua memoria e così un luogo, un territorio trattengono ricordi d'eventi passati.
Siamo su un terreno che lambisce il soprannaturale.
È la pietraia dei desideri.
Dicono che sono pietre sacre dei pagani... non si sa come siano finite lassù.
Una voce che ci risuona dentro dice: chi desidera ardentemente una cosa, porta un dono alle rocce. Deve essere un oggetto personale.
E chi vuole che il suo amore duri per sempre, incide il suo nome e quello dell'innamorato sulle rocce.
Se l'amore si affievolisce si porta sempre un dono alle rocce che rimettono tutto a posto.
Non in tutte le stagioni dell' anno, soltanto tra giugno e luglio quando la pietraia vive l'apoteosi delle ginestre in fiore, quando tutto è inebriato, esaltato dal profumo forte di quel fiore umile e bellissimo tanto uguale ai bagliori del sole.
La nuova strada che taglia la montagna e unisce «Fontana S. Elmo» e «Mastrofilippo di sotto» ha riscoperto la pietraia dei desideri.
È davvero a forma di cuore - appare come una scarpata, faticosa a salire ma tanto suggestiva-. Si staglia contro il cielo.
Su, trovi silenzio e vento.
Qualcuno avverte odori bizzarri, intensi, muschiati: arrivano improvvisi ed improvvisamente svaniscono come riccioli di fumo soffiati via dal vento.
È un luogo, platea di intense ed antiche emozioni (segreto rifugio di coppie di innamorati) che provocano l'effetto replay.
E un luogo da riscoprire come percorso, come riflessione, ricordi e preghiere.
È consigliabile non avere fretta. Un cespuglio di ginestre, un querceto giovane, un anfratto, una caverna saranno più che pretesti per una sosta.
Se, poi, è sera si finirà come ipnotizzati al solo rincorrere i tantissimi puntini luminosi delle stelle, all' odore pungente dell' erba, al profumo anticipatore della notte.
Ipnosi, magia e riconquista di felicità sono le promesse certe della pietraia dei desideri: almeno per quelli che credono ad arcane energie, alle forze recondite dello spirito.
GIUSEPPE PERUGIINI
Da "Da Pontelandolfo a Waterbury" settembre 2004
Prologo
Scriverò di Waterbury e di Pontelandolfo, dell' emigrazione senza ritorno, dello spopolamento delle nostre terre. In particolare del sogno americano: di benessere e povertà, di speranze e certezze, di illusioni e disillusioni, di subalterni e padroni.
Parlerò essenzialmente della gente, delle persone, degli individui. Gli uomini e le donne semplici e schive di Pontelandolfo, sempre di Pontelandolfo, anche quando sono diventati cittadini americani. Quando essi sono stati fatti diversi dall' esperienza, dalla cultura, dal costume americano, saranno i protagonisti del mio libro e spero di renderli riconoscibili e veri,lontani da ogni lifting e travestimento.
Mi propongo di rispettare, sino allo scrupolo, la semplicità,la ruvidezza, il linguaggio asciutto e schivo della gente.
Anche i luoghi,le contrade,le case sparse, abbandonati e disabitati saranno disboscati dalle erbacce che li hanno invasi e saranno recuperati al ricordo ed al sentimento. Sarà come scavare nel passato ma con molta attenzione e cura perché la ricerca è mirata non a reperti di archeologia comune, ma alla radice forte, combattiva, romantica e religiosa della nostra popolazione.
Non mi farò tentare dall'indagare le condizioni psicologico-sociali della paesanità e non vorrò fornire analisi di tipo documentario.
Da Pontelandolfo a Waterbury
Di certo, racconterò la vita scandita dallo sgranarsi dei gesti quotidiani; la vita come bisogno di verità e di autenticità; la vita delle piccole cose, dei colori e delle sensazioni del tempo vissuto, del sentimento quasi mitico-magico, senza filtri intellettuali.
Vorrei davvero saper raccontare il senso della vita e la sua segreta pulsazione, il piacere indefinito che dà lo spettacolo della vita, l'impressione di certe mattine limpide e luminose quando sentiamo il desiderio di fare, di muoverci, di partire magari in cerca di avventure.
La nuda realtà dell' esistenza, il fatto di esistere, le emozioni che proviamo per il dolore e le sconfitte ma anche quelle per il piacere, per la bellezza del vivere, per la rassegnazione grigia che a volte ci accompagna, ma anche per il "miracolo", la felicità di esistere: queste dovranno essere la parte più importante del racconto.
L'avventura dei nostri emigrati mi ha portato a scoprire aspetti misteriosi e straordinari della esistenza: la loro non è stata mai routine, semmai è stata Storia. Incontrare gli emigrati d'America è stato come andare alla scaturigine, alla fonte, alla vita vera. Sono stati momenti privilegiati perché mi hanno regalato quello stato di felicità che è "la poesia" dell' esistenza. La stessa felicità delle emergenze dell'inconscio, del mondo sommerso, dell'anima che porta una luce rigeneratrice sulla normalità della vita.
Dirò del destino della comunità dei pontelandolfesi, così come l'hanno liberamente e coscientemente modellato, della vita associativa, della capacità di fare gruppo. Del Ponte' s Club ci dirà, con dovizia di particolari, con tutto il carico di partecipazione diretta, di sentimento, di felicità per le cose fatte e quelle ancora da fare, il Presidente Antonio Rubbo. La sua intervista è sintesi dei nostri incontri e conversazioni e fa il punto di un racconto ricco di fascino, di densità e pervasività emotiva. Spero che nella storia raccontata ciascun compaesano possa trovare, non dico tutta intera la propria storia personale, ma la parte più unica ed emozionante.
Per me esistono gli uomini, i singoli uomini, ciascuno con la propria storia personale diversa da quella degli altri. E dunque, gli uomini, i singoli uomini non possono essere dispersi nella folla, nella confusione, anche quando la folla diventa società organizzata. Innanzitutto l'uomo, l'individuo, poi la comunità.
Quando ho incontrato i pontelandolfesi d'America questo mio intimo convincimento e tale assorbente ideologia, hanno trovato positiva conferma. Nelle loro parole, nei gesti, nelle azioni, nei comportamenti, a volte semplici e banali, mi è sembrato sempre di ritrovare qualche cosa di eterno come in un rito misterioso ma dal significato chiarissimo. Una fonte di insegnamenti, di semplicità, di autenticità. La voglia forte di vita con la rinunzia ad ogni forma di rassegnazione, la felicità mai nascosta, mi sono apparse come le virtù più esplicite dei nostri compaesani. Credo che su tale patrimonio, seppure costruito su esistenze normali e ripetitive, o forse proprio per questo, dovrebbe soffermarsi e riflettere la comunità della Pontelandolfo nostrana se davvero essa vorrà sfuggire alla morte lenta, alla rinunzia a vivere, ad un destino che sembra non promettere nulla di buono per il futuro.
Pontelandolfo dovrà tornare a credere. Dovrà trovare la forza per scuotersi e rialzarsi. Dovrà credere che la vita è come la luce ed il calore del sole: qualcosa di segreto, di inafferrabile eppure concreta, disponibile e generosa.
Bisognerà credere come hanno creduto gli emigranti, anche nei momenti della paura, della solitudine, della disperazione. Quando magari sporchi ed affamati, abbrutiti da giorni e giorni di traversata nelle stive oscure dei bastimenti, si sono affacciati alla luce e sono stati accolti dalla Statua della Libertà nel porto di New York. Da quel momento hanno fatto prevalere l'ottimismo, la fiducia, il coraggio. Mai speranze impossibili e sogni assurdi.
Sempre con i piedi per terra pronti a resistere, a reagire alle avversità ed ai pericoli che sanno non potranno mancare.
Così inizia l'avventura di ogni emigrante: la rincorsa, la ricerca verso il lavoro, una diversa dignità, il benessere e forse anche la ricchezza.
GIUSEPPE PERUGINI
DA "WATERBURY - LA SORELLA D'AMERICA" - MARZO 1994
Il viaggio sentimentale
Vi dico che, arrivato in America, mi sono ritrovato subito difronte all'inesauribile dispiegarsi di un fascino nascosto,
misterioso, multiforme.
E non mi riferisco al territorio, alle città, ai grattacieli. Mi riferisco alla umanità, alla folla dei nostri emigrati, dei nostri fratelli, alla loro passione corale, alla esaltazione, alla intensità
con le quali rivendicano la loro origine, le loro radici. Una origine, una radice contadina che si è fatta comunità urbana. Una origine contadina forse smaliziata, che è diventata intelligenza, cultura, laboriosità, capacità ai migliori livelli della civiltà industriale.
Ho riscontrato nella vicenda, nell'avventura corale, la vicenda e l'avventura del singolo individuo, e sempre ho riscoperto dignità infinita, volontà di ferro, instancabile impegno, coraggio senza limite.
Ecco, così posso raccontare, disegnare il destino dei nostri fratelli d'America.
Difronte a loro ho capito esattamente cosa significa l'orgoglio di essere italiano e di essere pontelandolfese.
Dinanzi alla esaltazione e commozione corali prodotte dall'inno di Mameli ho trovato conferma del come hanno potuto
colmare il vuoto, il baratro della solitudine, della lontananza, della estraneità.
Quando nei molteplici incontri presso il Club attraversavo la grande sala era come attraversare tutta Pontelandolfo.
Ogni tavola, ogni gruppo, ogni volto, ogni parlata erano capaci di farmi ritrovare nelle contrade del paese: a Minicariello, ad Agnerone, a Spappolla, a Giallonardo, a Vreccola, a Petrillo ...........
Così ho attraversato decine di volte Pontelandolfo, sempre accolto con calore, in un crescendo di amicizia, di affettuosità, di entusiasmo, di commozione, di gioia, di felicità.
Al momento del commiato, ho sentito l'amaro in bocca, la voce farsi tremula, le lacrime copiose.
Arrivederci, può diventare una parola bruciante.
Arrivederci, può essere sinonimo di dolore intenso e lacerante.
Avrete capito: tutto il viaggio, dall'arrivo alla partenza, si è fatto sentimento. Tutti i giorni della nostra permanenza a Waterbury e così pure a Montreal dove siamo stati, accogliendo un insistente invito di quella Comunità di immigrati, hanno sentito il palpito forte dei cuori proprio come l'avevamo immaginato, desiderato, voluto.
o si è trattato di palpiti ancora più forti; più unici, più significativi?!?
E' stato un viaggio sentimentale, specialmente quando ho visitato diecine di abitazioni: tutte linde, tutte belle, tutte simbolo di una condizione di benessere (tantissime volte di ricchezza) raggiunta.
Al solo ricordo, vengo sopraffatto dalla commozione ed anche da una punta di tristezza al pensiero che si è trattato di una esperienza irripetibile; che forse mai più mi sarà dato di verificare l'atmosfera di attesa di cui i miei paesani ed amici mi facevano dono che è cosa eccezionale perchè, insieme, struggente sentimento di "tortura" e di piacere.
E tutte le volte, in tutte le case che mi hanno ospitato ho ri trovato i I sapore dell' i n fanzia, il ricordo di una intimità che è il nostro modo di essere, di stare insieme, di pensare, di pregare, di raccontarci.
Quante volte ho sentito ricordare i nomi di mio padre e di mia mamma?
Eppure i miei genitori sono morti 40 anni fà.
Dal poggio, di una di queste case, in una mattina tersa di sole, di luce, ho visto una aquila reale, uno splendido esemplare che quando più alto si faceva il suo volo, sembrava
fermarsi quasi a sfidare il sole per poi cominciare nuove evoluzioni.
I nostri emigrati hanno di questi esempi e così imparano a volare alto!
Il gemellaggio con Waterbury è stato tutto questo: è stato l'incontro con la Fede, la Memoria, l'Amore. E' stato il ritrovarsi con chi ci stima ed è stimato, con chi ci vuole bene ed a cui vogliamo bene.
A questo punto, tutta la dimensione politico-amministrativa dell'avvenimento ci appare quasi evanescente.
E' stato come il chiarore della luna in una lunga notte di mistero, di sacralità e di amore che non vorrei, non dico guastare, turbare insistendo ancora sulle celebrazioni, il successo, il consenso.
Del risultato politico della nostra missione, del suo significato, delle prospettive apertesi, della incidenza e del ruolo rivendicato e riconosciuto alla nostra comunità, sarà il tempo a dircelo con la concretezza ed inesorabilità del proprio linguaggio.
Mi avvio alla conclusione, ma prima voglio richiamare l'attenzione di tutti su un particolare che, poi, particolare non è.
Avrete sicuramente notato che questo capitolo che ho denominato Viaggio del Sentimento parla sempre di memoria e mai di nostalgia. La memoria del passato e la nostalgia sono due diverse categorie dello spirito.
La nostalgia affascina ma confonde, rifiuta l'impegno ed ignora la speranza.
La memoria del passato, invece, sollecita ed impegna, suggerisce e dirige.
Il viaggio a Waterbury, la sosta lunga presso il Club, l'associazione dei nostri concittadini, è stato come un andare e sostare alla scaturigine del Hsogno americanoH per ritrovare
la parte asportata delle nostre radici e le ragioni tutte della nostra speranza.
Da Waterbury torniamo più forti perché più consapevoli, più capaci di capire e gestire il passato nella prospettiva di un futuro che attende di essere guidato dalla saggezza dell'esperienza, dall'assunzione responsabile di un progetto fatto di valori e di certezze.
GIUSEPPE PERUGINI
Da "Il Sannio tra Poltrone e Politica" Dicembre 2005
Prologo 2005, un anno in prima pagina
Ho ripreso a scrivere dopo tre anni di rinunzia per impegni istituzionali che richiedevano il tempo pieno. Per tre anni, mi sono negato ad ogni altra attività, a cominciare dalYesplorazione dello spazio della politica, e non solo per rispetto degli obblighi contrattuali e delle nonne sul pubblico impiego.
Tener dietro a responsabilità pubbliche non è mai cosa semplice ed è incompatibile con la partecipazione al dibattito politico perché si finisce, nolenti o volenti, per fare "Violenza di parte", con danno certo per gli interessi generali.
Sono ritornato al lavoro che sento più mio, a mettere insieme fatti ed opinioni della politica.
Mi occupo di vicende locan ovviamente, e non mi azzardo a dire che le mie sono analisi al di sopra delle parti, lineari e certe. In politica non c, è una sola parola che sia certa e lineare; anzi, tutto è complesso e discutibile.
Le mie convinzioni e la mia appartenenza sono note. Sono nato democristiano e spero di morire democristiano.
Scrivo di getto e per il testo definitivo. Rare volte riscrivo un rigo o una pagina e soltanto se
sento di dover alleggerire una frase, mitigare un'enfasi, "arrotondare" una spigolosità.
Non è facile dire perché ho deciso di presentare in un unico spazio editoriale gli articoli pubblicati settimanalmente da Messaggio d'oggi. Di certo, non per farmi ritrovare nella "società dell'informazione", di cui sento di essere soltanto ospite occasionale; neppure per sperimentare o esercitare nuove dinamiche comunicative; tantomeno per divulgare opinioni salvifiche o
pulsioni emotive. L'ho voluto fare per rendere un'attenzione ai lettori che mi seguono; per riscontrare i segnali di critica e di consenso pervenutimi nel corso delYanno.
Lo ritengo anche un modo per dare testimonianza di un impegno personale a fare la propria parte e rafforzare il ruolo ed il profilo della gen
te comune.
Raccomando "il racconto di Natale" che chiude a sigillo la pubblicazione. Spero che tutti vi ritrovino "i sentimenti più semplici ed eterni come il pane, come l'acqua che spicca dalla fontanella e ci disseta senza che ne percepiamo il sapore". Nel virgolettato, le parole di Vasco Pratolini che ho preso a prestito perché ci avvicinano alle Verità del Natale con grande forza lirica.
GIUSEPPE PERUGINI
SCRITTI E LETTERE INERENTI I FATTI DELL'AGOSTO 1861
Eccellenza, Signore, Signori,
la comunità tutta di Pontelandol£o, mio tramite ringrazia tutti voi che avete accolto il nostro invito e con la vostra presenza rendete certamente più significativo l'incontro di oggi.
Un grazie particolare rivolgo ai Sindaci ed agli Amministratori Comunali di Casalduni, Auletta e S. Marco dei Cavoti che con la loro adesione fanno assumere alla cerimonia di oggi una dimensione più vasta, di sicuro interesse intercomunale.
Insieme ai nostri Morti, ricorderemo anche le vittime di Casalduni, Auletta e S. Marco che subirono come noi, il sacco ed il fuoco da parte delle truppe piemontesi.
Desidero, intanto, pregare i colleghi Sindaci di prendere posto, qui, al tavolo della presidenza.
La manifestazione odierna va riguardata con ottica distinta e, insieme, complementare: innanzitutto, la commemorazione delle vittime civili di guerra per i fatti dell'agosto 1861; il ricordo del tributo di sangue e di perdite patrimoniali che PontelandoHo offrì alla rivoluzione unitaria; quindi, la meditazione sul prezzo pagato dalle popolazioni del sud per l'avvio a soluzione della questione meridionale ed è un prezzo che parla di immensa disperazione per una soluzione ineguale, largamente parziale con grosse e residue sacche di miseria e con la persistenza di una emigrazione forzata.
Si tratta di considerare un problema - quello del sottosviluppo del mezzogiorno - grave ed immenso che costringe ancora oggi la stampa nazionale a scrivere non certo di PontelandoHo, di questa oscura e lontana entità sociale del Sannio interno, ma di Napoli, del nostro capoluogo di Regione, di quella che fu la grande, prospera e stupenda capitale delle due Sicilie, per dire che è una metropoli di disoccupati, con due terzi degli abitanti che hanno necessità di essere assistiti di urgenza: oggi non domani, prima di mezzogiorno, non prima di sera; che è una città dove prima di costruire un destino industriale o un destino turistico, bisogna costruire la rete fognante.
È un problema la cui integrale soluzione passa attraverso la mobilitazione e l'impegno operativo di tutti ma specialmente degli studiosi, dei critici, degli artisti ancora legati autenticamente al sud, consapevoli che una battaglia è ancora necessaria per superare le condizioni di incultura e disinformazione, di soggezione, di sfruttamento delle terre e degli uomini del sud.
Siamo qui oggi anche per ricordare allo scrittore meridionale, all'uomo di cultura del sud che non può rimanere sordo, cieco, insensibile di fronte a ciò che avviene intorno a lui, nella sua terra e che deve prendere posizione, deve dare il proprio contributo per modificare le situazioni di sottosviluppo, per denunziare una storia che ha - come è stato da altri già detto - come denominatore comune lo sfruttamento, la miseria, la terra di riporto, il colonialismo del sud.
Tanto dobbiamo chiedere per superare la condizione stagnante o anche di peggioramento economico, sociale e politico del nostro sud.
E tutto ciò abbiamo ritrovato nell'opera e nell'impegno di Carlo AlianellO che con la letteratura ha segnato anche per noi un itinerario per giungere alla individuazione di nuovi valori, alla prospezione di un'altra possibile realtà.
Ed è un itinerario fatto non certo di rimpianti e di nostalgie, che non chiede tempo e spazio alla pseudo storia dei purtroppo, che non vuole approdare alla distruzione della storia d'Italia, della tradizione nazionale, dei sentimenti del nostro passato, come è stato ingenerosamente ed affrettatamente detto in relazione, appunto, al saggio storico "La Conquista del Sud" di Carlo Alianello da parte di un settimanale gestito dall'industria culturale del nord.
Evidentemente, simili giudizi non hanno determinato alcun trauma, alcun condizionamento alla nostra volontà; anzi ci hanno maggiormente determinati per costruire questa occasione che vuole rompere con ogni condizione di isolamento e di arretratezza.
Siamo certi che non esiste una realtà storica veramente obiettiva ed univocamente interpretabile.
La storia vera è ancora tutta da scrivere e Carlo Alianello, che si è impegnato seriamente ed appassionatamente in un opera di ricerca e di analisi, ha svolto azione meritoria per il Mezzogiorno nella misura in cui è riuscito a liberarsi da ogni remora ideologica ed ha spinto anche noi - per la nostra minuscola parte - sulla trincea della rivalutazione storica dei fatti drammatici dell'agosto 1861.
Poche parole spettano su questo argomento al Sindaco di Pontelandolfo che, certamente, non è operatore culturale per farsi ricercatore indagatore ed interprete di avvenimenti storici.
Comunque, devo delineare i fatti.
Pontelandolfo - durante la vicenda unitaria - fu ripetutamente teatro di azioni belliche.
Per episodi di guerra e di guerriglia si fronteggiarono gli opposti schieramenti militari.
Tante battaglie ed un'altalena di vittorie e di sconfitte per l'uno e l'altro esercito sino al 14 agosto 1861, quando a Pontelandolfo giunsero in forze le truppe del generale Cialdini.
Non vi fu il 14 agosto uno scontro fra le truppe di Cialdini ed i soldati ancora leali a Francesco II.
Il 14 agosto, su una popolazione "inerme, innocente ed ignara" come è scritto sulla lapide che oggi erigiamo, marciarono i soldati di Cialdini.
Dinanzi alla Camera dei Deputati il 2 dicembre 1861 l'On. Giuseppe Ferrari, un milanese, una coscienza del nord, cosi parlò di Pontelandolfo e del 14 agosto:
" Quante scene d'orrore! qui due vecchie periscono nell'incendio; là alcuni sono fucilati, giustamente, se volete, ma sono fucilati; gli orecchini sono strappati alle donne; i saccomanni frugano in ogni angolo; il generale, l'uffiziale non possono essere dappertutto: si è in mezzo alle fiamme, si sente la voce terribile: piastre! piastre! e da lontano si vede l'incendio di Casalduni, come se l'orizzonte dell'esterminazione non dovesse avere limite alcuno. Mai dimenticherò il 14 agosto, mi diceva un garibaldino di Pontelandolfo.
Sul limitare di una delle tre case eccettuate dall'incendio, egli gridava ai villici di accorrere, li nascondeva nelle cantine, e, mentre si affannava per sottrarre i conterranei alla morte, vacillante, insanguinata una fanciulla si trascinava da lui, fucilata nella spalla, perchè aveva voluto salvare l'onore, e quando si vedeva sicura, cadeva per terra e vi rimaneva per sempre".
17 morti - 3.000 profughi - tutto l'abitato distrutto, incendiato,saccheggiato.
E per cento e dodici anni l'Italia ufficiale non ha avuto una sola parola di ricordo, un solo palpito di pietà per le nostre povere vittime.
112 anni non sono stati bastevoli per costruire per Pontelandolfo e la sua gente una sola azione riparatrice.
Il ricordo delle vittime civili del 1861 è problema di coscienza per tutti.
Voglio ascrivere a merito dell'Amministrazione Comunale che ho l'onore di presiedere, la presa di coscienza su quelle drammatiche e dolorose vicende e la commemorazione di quei morti innocenti.
È certamente merito della iniziativa popolare il rilancio e la esaltazione del disegno prefigurato dalla classe dirigente con la formale istanza avanzata al Sig. Presidente della Repubblica per invocare un atto ufficiale di riconoscimento nel desiderio - come si legge nella petizione che porta le firme di tutta la cittadinanza di Pontelandolfo - di vedere riabilitata, nel giudizio della storia, la memoria dei nostri antenati.
È una iniziativa concreta ed emblematica, per la quale dovrà svilupparsi ancora un fecondo impegno di consapevolezza e che sarà coronata da sicuro successo se continuerà a sorreggerci la tensione morale di questa indimenticabile giornata.
GIUSEPPE PERUGINI -Sindaco di Pontelandolfo-
Pontelandolfo, i briganti e l’unità d’Italia
Illustre dottore, la sua risposta a una lettera di Rino Cammilleri, a proposito del modello di politica della toponomastica, in uso presso gli enti locali, ha fatto riemergere la tragedia di Pontelandolfo rasa al suolo e incendiata il 14 agosto 1861 dalle truppe piemontesi. «La guerra di conquista del Meridione, quella che per carità di patria, viene ipocritamente definita “lotta al brigantaggio”». Ha scritto e ribadito, così, una verità vera, senza fare sconti e ricorso a perifrasi, alla beffarda,
crudele morbidezza di chi preferisce adagiarsi nell'equivoco. Grazie da un erede diretto di quella gente che patì lo stupro, il saccheggio, il fuoco. Attuale e sentita ancora è quella immane tragedia. Lo scorrere degli anni non riesce a sbiadirla. Continuo è l'impegno per farne motivo di riflessione e di monito, soprattutto per i giovani. Il rammarico forte è dettato anche dalla mancata risposta da parte del Presidente della Repubblica alla petizione popolare inoltrata il 20 settembre 1973. Non chiedevamo che la cancellazione della infamante definizione di «terra dei briganti» e la riabilitazione della vittime dell'eccidio.
Voglio vivere la speranza che da lei possa venire un intervento per smuovere dall'inerzia gli uffici della presidenza della Repubblica perché riportino, dopo 32 anni, fuori dagli archivi la petizione popolare di Pontelandolfo, per le giuste determinazioni.
(Giuseppe Perugini più volte sindaco di Pontelandolfo)
Non ho udienza, caro Perugini, presso le alte sfere (e se è per questo, nemmeno presso le basse). Certo, sarebbe un bel gesto, da parte della sfera più alta, depennare dagli atti della storia patria quel «terra di briganti» riferito al Meridione.
E nel farlo prendere atto che la questione meridionale principia da lì. Principia dallo spocchioso disprezzo dei conquistatori nei confronti dei conquistati: «Che barbarie!» scriveva Luigi Farini - il consigliere di Cavour, l'ex presidente del Consiglio e più volte ministro - da poco insediatosi a Napoli come luogotenente di Vittorio Emanuele. «Altro che Italia! Questa è Africa: i beduini, a riscontro di questi caffoni sono fior di virtù civile, la provincia napolitana non ha popoli ma mandrie».«In queste regioni» gli faceva eco Nino Bixio «non basta uccidere il nemico, bisogna straziarlo, bruciarlo vivo a fuoco lento... son regioni che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandare i cafoni in Africa a farsi civili». Ancora nei primi del Novecento, negli atti di una inchiesta parlamentare sul Meridione si poteva leggere che «l'inferiorità del contadino meridionale è un prodotto storico.
Dato l'ambiente di miseria e di ignoranza in cui ha vissuto per secoli il lavoratore della terra, qual meraviglia se il suo temperamento si è volto al male, se l'acutezza della mente ha degenerato in frode, la forza in violenza, l'amore in libidine?».
Potremmo anche dire con Mao che la guerra non è un pranzo di gala, caro Perugini, e con ciò se non giustificare quanto meno comprendere Pontelandolfo e Casalduni, brutalmente immolate sull'ara dell'unità d'Italia. Ma l'odio, la denigrazione, il pregiudizio che i vari Bixio e Farini, il Parlamento stesso, trasmisero alla pubblica opinione settentrionale dando corso ad una generalizzata intolleranza che lambisce il razzismo,questo no, questo non può essere né compreso né tanto meno giustificato. Eppure ancor oggi, in un Paese come il nostro dove i miti della Resistenza e non solo
italiana sono assai coltivati, si seguita a definire la campagna di conquista del '61 «Lotta al brigantaggio» e si può leggere perfino nella popolarissima Garzantina che «Francesco II, scacciato dal trono delle Due Sicilie, riunì un vero esercito di briganti (ca. 80.000 uomini) per riprendere la corona». Nessuno vuole riaprire vecchie ferite,ma concordo con lei, caro Perugini, nel ritenere doveroso dar riscontro a quella petizione popolare. Capisco gli scrupoli delle nostre alte sfere, ma qui non si tratta di revisionismo o di critica antirisorgimentale. Qui si tratta di riparare a un giudizio ingiurioso che da un secolo e mezzo affligge gl'italiani del Mezzogiorno. Si tratta, insomma, di un atto dovuto.
(Paolo Granzotto) "Il Giornale"
Al DOTT.GIUSEPPE PERUGINI
Pontelandolfo
Carissimo Giuseppe,
desidero esprimerti tutto il mio plauso nel leggere le tue parole, con relativa risposta a firma di
quel grande studioso che è Paolo Granzotto (su "ll Giornale" del 27.08.05), per l'ennesimo
intervento che tu fai a favore della "tua Pontelandolfo" e del Sannio in genere, testimoniando
ancora una volta - un attaccamento alle radici - che ti onora e che ci commuove per la passionalità
e per la giustezza delle tesi.
Nel fare mia la tua ostinata rivendicazione, mi dichiaro d'accordo sul fatto che la "questione" da
te sollevata sia una vergogna da cancellare dalle pagine della storia patria; per cui, si impone
una revisione storiografica degli eventi, di situazioni e di circostanze che meritano un ulteriore e
decisivo approfondimento
Per quanto mi riguarda, come Sindaco della Comunità Sangiorgese, farò tutto il possibile per
affiancarti (qualora tu lo ritenga opportuno) in questa sorta di battaglia da condurre con
convinzione e tenacia, per affermare la verità dei fatti.
Il filosofo Nietzsche asseriva che "non esistono fatti ma solo interpretazioni", evidentemente caro
Giuseppe, a molti finora ha fatto comodo questa presa di posizione unilaterale, per cui, la
terminologia usata a tutt'oggi di <lotta al brigantaggio> rientra forse in un complotto ideologico,
ispirato ad una logica di dominio (e non si venga a dire che ( " ….a noi del Sud piace fare
del vittimismo").
Non bisogna certo scomodare Parmenide o risalire agli antichi fasti della Magna Grecia per
riaffermare la nostra dignità e l'orgoglio di appartenenza; e allora, che dire di un Francesco De
SANCTIS o di un Benedetto CROCE che - con la loro onestà intellettuale e con il fervore
dell'impegno disinteressato - hanno rappresentato la coscienza civica e letteraria di un popolo
intero e di più generazioni?
In definitiva, e tu lo hai sempre espresso a chiare lettere, è giunto il tempo di ripristinare la verità
delle cose e di rimuovere quelle inveterate interpretazioni che poi finiscono con il far sorgere
opinioni malevoli e pregiudizi duri a morire.
Voglio terminare rinnovandoti i sentimenti di amicizia e di stima, con l'auspicio di risentirei
quanto prima per intraprendere un cammino comune e per promuovere, nelle nostre realtà
sociali, momenti di incontro e occasioni di proficuo lavoro.
Cordialmente Dr.Giorgio NARDONE
Dalla Casa Comunale li 1.09.2005
Da "Il Culto di San Donato e la cappella demolita"-4 ottobre 2008
IL LUOGO DEL SOGNO
Anche nelle giornate senza sole, caliginose, buie il giallo oro della ceramica antica cerretese, che fa da sfondo e cornice all'icona di S. Donato dell' edicola di Viale Europa, è splendore e richiamo per il passante, devoto o laico che sia. Tanta è la luce nascosta in quel modesto monumenti no, ed alto il canto di preghiera raccolto tra quelle pietre, impossibile a non coglierlo, ascoltarlo, portarselo nel cuore.
...lamento... brusio segreto... ronzio sonoro... voci che si fondono, si combinano, si elaborano come in una partitura musicale vera e propria.
E' polifonia complessa e meravigliosa, canto di popolo che si annida tra le linee della strada, tra l'erba, gli anfratti, le foglie degli alberi che definiscono il sito sacro.
L'edicola di S. Donato ha trovato in sé un modo alto ed unico per tradurre lo spazio in preghiera. Non sarebbe stato miracolo se fossero andate perdute le antiche formelle. L'icona del Santo, rimossa dalla cappella, non venne dispersa solo per l'attenta, affettuosa sorveglianza della dirimpettaia famiglia Martini -Ruggiero, che raccolse una ad una le tessere del mosaico tra i calcinacci dell' altare divelto per gelosamente conservarle, presaga della immancabile risorgenza. Mai scordarsi di tanta accortezza, pietà e devozione.
La memoria è valore assoluto e perciò sulle fondamenta della cappella diruta non poteva che edificarsi un simbolo di valenza universale: un monumento per conservare il passato insieme al ricordo delle vittime sul lavoro di Bridegport. E' storia di dolore e di lutti, di contadini emigrati spinti dall' ansia di un avvenire migliore, fattisi operai edili, che trovarono la morte quando il sogno americano stava inverandosi. I nomi dei caduti di Bridgeport sono tutti scolpiti nella pietra ma il monumento celebra tutti i pontelandolfesi che hanno onorato le radici, la storia, l'identità della comunità d'origine.
Una convinzione appassionata domina la mia mente quando passeggiando per Viale Europa, spinto da un vento di speranza e di volontà intense, raggiungo il crocevia delineato dalla edicola sacra e dal monumento ai caduti. Penso che il miracolo della ricostruzione di un sogno potrebbe anche avverarsi.
GIUSEPPE PERUGINI
Da "Il Fantastico Del Mondo di Pontelandolfo" febbraio 2003
C'era una volta il Natale---del 2025
Fra pochi giorni è Natale e, poi, Capodanno e l'Epifania: un trittico inscindibile di feste! Una marea di ricordi, di cui vorrei tanto avere la memoria carica di tutti i particolari.
Non è facile sgomitolare il filo della memoria.
Nessuno è riuscito a raccontare tutto della vita, della gioia, della felicità, dei colori, dell' amore nello stesso modo in cui li ha davvero, completamente vissuti. Eppure, ci proverò ed incomincerò a dire del mio paese, come era negli anni della fanciullezza, quando frequentavo le Elementari ed il sabato diventavo "balilla".
La piazza grande, dove si affaccia la Torre, era fatta di terra battuta; il Borgo medioevale bello nel suo stato di splendida decadenza: il terremoto del 1962 ancora non l'aveva distrutto e gli ingegneri e gli architetti non l'avevano restaurato; gli speculatori ed i nuovi ricchi del miracolo economico non l' avevano conosciuto, apprezzato e... acquistato.
L'illuminazione pubblica era fatta di piccole, sparute lampadine appese ad un filo di rame, con miserevoli piattelle a mo' di cappelli, sempre sbattute dal vento e tremolanti come candele.
E la fontana, monumentale con le sue dodici bocche, gettanti acqua.
Il sale e tabacchi di Carluccio; il caffè-drogheria di zia Nannina; la farmacia Lombardi ed il Tiglio centenario, grande più della piazza, che raccontava e ricordava al paese tutta la storia della comunità.
La via "nova" ela via "storta" dove si andava a passeggiare e fare all'amore. Ma erano cose per i grandi ... io aspettavo di diventarlo.
Dunque, Natale... il giorno di S. Lucia, papà e mamma salivano in soffitta dove li aspettavano le casette di cartone, i pastori di creta, la capanna, il castello di Erode, le pecorelle, S. Giuseppe, la Madonna e il Bambin Gesù. Anche il cammello con le gambe rotte e la stella cometa di stagnola.
In me si sfrenava il delirio della festa e dell' attesa dei regali. E Lia mi stava dappresso.
La mamma era l'ingegnere ed il capomastro; papà il supervisore: "un po' più in alto quel pizzo di montagna ... più a sinistra il ponte ... l'osteria va messa all'inizio del paese ...".
Ma poi era mia sorella Lia a sovrintendere al tutto: architetto, ingegnere e capomastro. Era lei a dare il tocco di incanto al presepio.
Pian pianino, il presepio era pronto per rinnovare il mistero della nascita di Gesù.
Il 16 dicembre, alle 6 del mattino, iniziavano i riti della novena del Natale.
Infreddoliti ed assonnati, partecipavamo alle funzioni. Il coro della Schola Cantorum di don Nicola cantava gli inni natalizi ed anche la Messa di Perosi, a tre voci. Pioveva e nevicava. Il vento freddo e forte non mancava mai.
La Notte Santa riempiva le strade e le piazze di gente, come non mai. Era tutto un tripudio di colori: le donne con il costume tradizionale, con nastri, trine e la mantella ampia e calda e bellissima. Erano tutte belle e splendide, le ragazze del mio paese. Tutte prosperose, piene, ridenti, insolenti. Quando il mercato dei panni usati, da Resina è arrivato a noi, è stata, prima l'agonia e, poi, la morte per il costume della pacchiana di Pontelandolfo.
E la pacchiana, diventata cittadina e signora, non è più bella come una volta.
Non mi stupisce, non mi inorgoglisce, non mi incanta più. Almeno, non più come allora. Oggi, al termine della Notte Santa, sul sagrato, per via Annunziata scorre sempre un fiume di gente ma tutta ingessata di grigio in cappotti e pellicce: uno scorrere monotono, un defluire composto e saluti ed auguri bisbigliati, qualche volta anche insinceri.
Una volta, invece, lo svolazzare dei nastri, l'incantesimo degli scialli, l'incandescenza dei colori (prevalevano il rosso e il verde) e lo scambio degli auguri, cantati con naturalezza e felicità.
Uno spettacolo, pari soltanto a quello della lava che corre veloce e rossa di fuoco, lungo le pendici dell'Etna.
Uno spettacolo perduto, con lo spopolamento delle campagne, con la fuga di tutto un popolo dai suoi tradizionali mestieri e costumi, dal suo "ghetto secolare" .
La via di fuga è stata chiamata sempre emigrazione - ma parlare solamente di emigrazione mi sembra davvero improprio, ingiustificato e falso. Via di fuga verso il sogno americano, innanzitutto; comunque, una via lastricata dall' ansia dell' incognito, dal rimpianto del paese lasciato dietro le spalle, dalla speranza di una vita nuova e migliore. Solo davanti alla Grotta, la mia preghiera si mescola a ricordi e riflessioni: è stato esodo biblico! Lo choc psicologico degli ultimi anni del 1960, quando ero sindaco ed in pochi mesi controfirmai più di mille passaporti per 1'America del Nord, non l'ho mai veramente assorbito e superato.
È vero, il sogno americano era dilagato ancor prima, con l'arrivo delle truppe alleate: 1'America favolosa e lontana, il paese dei sogni, delle fatiche dei padri. era venuta tra noi ed aveva determinato tumulto di sentimenti e speranze di novità.
Dunque, nel 1967 da Pontelandolfo partirono tantissimi: i più giovani, i più forti, i più intelligenti ed anche i ribelli ai miti antichi.
Fu davvero ribellione alla rassegnazione accumulata da tempo immemorabile e si uscì dalla immobilità secolare, dalla solitudine delle montagne, dalle povere ma care masserie. Quanta responsabilità delle classi dirigenti succedutesi nel tempo!
CosÌ, il mio confiteor alimentato dal gaudio della celebrazione della Nascita, si fa coscienza. CosÌ, tra memorie di peccati e di incantamenti sublimi, con la musica della fanciullezza e della gioventù che mi riecheggia dentro festosa, vivo la mia Notte Santa...
Incomincia a cadere la neve, il vento si fa sferzante, tutto diventa ovattato. Allungo il passo per raggiungere casa ed i miei sensi, improvvisamente, captano e disegnano l'eccezionale, fanno prevalere la verità dell'inconscio...
Mi ritrovo a Praga, tra i suoi ponti, le sue guglie, le sue cupole aggraziate.
E la foschia che si alza dalla Moldava è un nastro di sogno, brillante nella coperta grigia della Città.
Cammino e cammino tra le sue vie acciottolate e di scale nascoste: ogni percorso ha mille sussurri.
Molti palazzi paiono sbriciolarsi, senza un lamento. La decadenza si tocca con mano.
Non così, il quartiere barocco, sotto il Castello e le torri gemelle del Ponte Carlo IV, con la sua fila di statue.
Sto toccando la base di bronzo di S. Giovanni Nepomuceno con superstiziosa soddisfazione (è il Santo Patrono di Ponte, dove sono nato) quando si avvicina lei bella e svettante, in una splendida volpe argentata.
Occhi verdi e. movenze feline!
Viene da tremila anni o dal Terzo Millennio?
Ci siamo ritrovati! Finalmente!
Da una delle torrette, rintocchi argentei ci ricordano che è la Notte Santa ed è nato il Salvatore.
La vita si fa leggera ed io ne godo la leggerezza ed allontano, devo allontanare, le ombre incombenti.
È accaduto a Praga, la città magica, lirica e visionaria, liberata o soltanto sopravvissuta al crollo del muro di Berlino.
Non poteva che accadere in un paese dell'Est, contagiato dal virus dell'emigrazione, dell'esodo forzato. Questa volta partono a schiere le donne, che sperano di occuparsi come badanti di vecchi benestanti, ammalati di solitudine e tristezza.
Mi trovo cosÌ, a riflettere sul "destino degli uomini", sulla forza arcana che governa la sua bilancia con capriccioso potere, per imparare, una volta in più e definitivamente, che il Destino dà e toglie; concede e riprende; nobilita e degrada; protegge e perseguita.
A me, fra tutti i sali e scendi, ha fatto dono della felicità. È Natale del 2025.
Auguri a tutti.
GIUSEPPE PERUGINI








