Il Sud non fu conquistato…..

 

Il Sud non fu conquistato, ce lo dice la vita di Francesco De Sanctis
di GUIDO PESCOSOLIDO

Il 28 marzo 2017 è ricorso il secondo centenario della nascita di Francesco De Sanctis, una delle figure più eminenti dell’intellettualità e del mondo patriottico meridionale che diedero un contributo di prim’ordine alla storia e alla cultura letteraria dell’Italia liberale e, cosa meno sottolineata negli scritti sinora usciti per la ricorrenza, ma non meno importante della prima, alla causa e al successo del Risorgimento e alla nascita dello Stato unitario. La sua vicenda personale di patriota costituisce una delle smentite più clamorose della parola d’ordine neoborbonica che il Risorgimento sia stato semplicemente una macchinazione sabaudo-cavouriana per impadronirsi del Regno delle Due Sicilie e delle sue enormi ricchezze: una tesi che ha largo e pervicace successo in ampi settori dell’opinione pubblica e della pubblicistica meridionale, e non solo meridionale. Il Mezzogiorno, cioè, sarebbe stato conquistato da Garibaldi e dall’esercito piemontese contro la volontà della popolazione meridionale, la quale non avrebbe dato alcun significativo apporto al movimento nazionale italiano, alla lotta per le fondamentali libertà politiche e civili che pervasero l’Europa dalla seconda metà del Settecento, alla realizzazione dell’Unità d’Italia e alla nascita dello stato liberal – costituzionale unitario.
Eppure vi sono eventi inoppugnabili, ampiamente studiati e ristudiati, a testimoniare che la parte della società meridionale più colta, più evoluta e più sensibile ai moderni ideali di libertà e nazionalità fu in prima linea sin dal periodo giacobino di fine Settecento nelle battaglie ideali e materiali per la libertà politica e l’Unità d’Italia. Dopo la Restaurazione il primo moto carbonaro si ebbe nel 1820 nel Regno delle Due Sicilie e solo un anno dopo seguì quello del Piemonte. Nei decenni successivi i patrioti meridionali patirono carcere, persecuzione ed esilio ad opera di una dinastia chiusa a qualunque prospettiva di riforma politico-istituzionale. Gli intellettuali napoletani parteciparono con nomi di fama nazionale e internazionale al moto di rinnovamento culturale e scientifico che percorse la penisola negli anni Trenta-Quaranta. Nella prima guerra di indipendenza volontari meridionali di grande statura intellettuale e morale e grande coraggio furono in prima linea contro gli austriaci e dopo il 1848 il fior fiore dell’intellettualità napoletana e siciliana, perseguitata dal regime borbonico prese la via dell’esilio e preparò la liberazione del Mezzogiorno e non la sua conquista da parte dei piemontesi. Nella costruzione dello stato unitario e nello svolgimento della vita politica dell’Italia liberale ebbero un ruolo di primo piano non solo presidenti del Consiglio come Crispi, Di Rudinì, Salandra, Orlando, Nitti, ma anche personaggi che occuparono posizioni di livello appena inferiore a quello di vertice, come appunto Francesco De Sanctis, Pasquale Stanislao Mancini, Silvio Spaventa, Giuseppe De Vincenzi, solo per fare qualche nome.
Francesco De Sanctis, dunque, non solo fu in assoluto il maggiore storico della letteratura italiana, ma fu nel contempo uno dei maggiori protagonisti politici del Risorgimento e dell’Italia liberale. A lui è stato di recente dedicato un penetrante ed aggiornato profilo biografico posto a prefazione della ristampa di un suo classico testo di memorie di gioventù (Francesco De Sanctis, La giovinezza, a cura e con prefazione di Giovanni Brancaccio, Biblion edizioni, Milano 2017, pp. 415). In esso Brancaccio richiama opportunamente l’attenzione sullo stretto rapporto tra studi letterari e attività politica del De Sanctis, sottolineando che non per caso la sua fondamentale Storia della letteratura italiana è considerata dai più come la prima vera storia della nazione italiana.
Come tanta parte del ceto civile meridionale De Sanctis sperò che le iniziali aperture di Ferdinando II alla modernizzazione sociale e politica potessero sfociare in un regime costituzional-liberale, in armonia con quel movimento di opinione pubblica per la libera circolazione di merci, uomini e idee che percorse tutta Italia nei primi anni quaranta e che culminò ideologicamente e politicamente nel confederalismo giobertiano. Ma nel maggio del 1848 il sovrano sospese la costituzione appena concessa in febbraio e diede il via alla repressione nel sangue, nel carcere e nell’esilio, di ogni forma di opposizione all’assolutismo. De Sanctis marcì per quasi tre anni nelle carceri borboniche. Nel settembre 1853 andò in esilio a Torino dove trovò una schiera di meridionali, fra cui Camillo De Meis, i fratelli Agostino e Antonino Plutino, Mariano D’Ayala, Bertrando Spaventa, Giuseppe Massari, Antonio Scialoja, Paolo Emilio Imbriani, Pasquale Stanislao Mancini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Pier Silvestro Leopardi, Antonio Ciccone, Giacomo Tofano: quasi tutti ex deputati nel Parlamento napoletano del 1848 perseguitati dalla repressione borbonica.
A Torino e a Zurigo, nel cui politecnico ricoprì fino al 1860 la cattedra di Letteratura italiana, De Sanctis maturò la più ferma convinzione che una moderna nazione liberal-costituzionale nel Mezzogiorno non sarebbe mai nata, neppure con un eventuale ritorno dei Murat: un ritorno che tanto sarebbe piaciuto allo stesso Napoleone III e che trovava pericolosi consensi in larga parte del liberalismo moderato meridionale.
Su quest’ultimo passaggio del pensiero e dell’azione politica di Francesco De Sanctis forse, come ho già detto, non si è riflettuto abbastanza. Giustamente di De Sanctis si è sottolineata l’attività politico-istituzionale di primo piano svolta nel periodo postunitario, quando, eletto deputato nel 1861, fu ministro dell’istruzione prima con Cavour e Ricasoli, poi con i governi di sinistra nel 1878 e dal 1879 al 1881. Si è altrettanto giustamente ricordata la sua condanna inflessibile della “corruttela politica”, la critica radicale alle chiuse consorterie di Destra e Sinistra che di fatto ostacolavano lo sviluppo di una piena e sana vita democratica del nuovo Stato, il suo rifiuto della progressiva chiusura dell’orizzonte della rappresentanza politica del Nord e del Sud a vantaggio di ristretti interessi settoriali e territoriali e il suo richiamo alla necessità di un respiro politico nazionale dell’attività del governo e del parlamento. E si è ripetutamente richiamato, infine, il suo conseguente concreto tentativo di dar vita a un nuovo partito di centro-sinistra che sbloccasse il sistema politico italiano dalle gore in cui versava a fine anni Settanta. Tutto ciò conserva di certo una grande importanza nella storia dell’Italia liberale. Ma non minore fu il rilievo della scelta che negli anni Cinquanta egli fece a favore di uno stato nazionale italiano, senza cedimenti a ipotesi di sopravvivenze autonomistiche di uno stato meridionale foss’anche a regime murattiano. Questo in realtà avrebbe solo favorito la perpetuazione della preponderanza straniera nella penisola, anche se affidata alla dinastia francese invece che a quella austriaca, mantenendo però la divisione e la debolezza politica dell’intera penisola, condizione prima per la negazione di una vera libertà politica. Fu grazie, infatti, soprattutto all’opera pubblicistica di De Sanctis che gli esuli meridionali aderirono in blocco alla strategia cavouriana e alla Società nazionale, e senza la spinta materiale e morale degli esuli meridionali e della tradizione storica che essi impersonavano Garibaldi non sarebbe mai partito da Quarto e Vittorio Emanuele II non avrebbe mai varcato il Tronto.
Il Mezzogiorno non fu dunque conquistato, ma, al contrario, diede il là decisivo alla nascita del Regno d’Italia con l’apporto dei suoi esuli, del suo ceto civile e dei sia pur pochi contadini che combatterono nelle file dei volontari garibaldini in Sicilia e sul Volturno, per poter avere quella vita politica e civile che i Borbone avevano loro sempre negato.

Guido Pescosolido

 

La nostra storia
di Dino Messina

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