Jihadisti che vivono del welfare di quell’Europa

Jihadisti che vivono del welfare di quell’Europa che hanno giurato di distruggere

di Giulio Meotti
17 marzo 2017

Pezzo in lingua originale inglese: Jihadis Living on Support Payments from the Europe They Vowed to Destroy
Traduzioni di Angelita La SpadaLa storia di al Harith rivela la profondità di uno dei più grossi scandali dell’Europa: l’utilizzo da parte dei jihadisti dei sussidi sociali che gli vengono forniti dalla culla alla tomba per finanziare la loro “guerra santa”.

L’Europa gli ha dato tutto: lavoro, casa, assistenza pubblica, sussidi di disoccupazione, assegni familiari, indennità di invalidità, aiuti in denaro. Questi estremisti musulmani, tuttavia, non considerano questo “Dependistan”, come ha definito Mark Steyn il welfare state, come un segno di generosità, ma di debolezza. Capiscono che l’Europa è pronta per essere distrutta.

Colmi di certezza religiosa e odio ideologico per l’Occidente, non tenuti ad assimilare i valori le norme occidentali, molti dei musulmani europei sembrano sentirsi come se fossero destinati a divorare una civiltà esausta.

Gli obiettivi della politica pubblica dovrebbero invece essere quelli di smettere di erogare sussidi statali – che di fatto si sono rilevati un disincentivo per cercare lavoro – e indirizzarsi verso la responsabilità personale. Ci devono essere dei limiti di legge sugli usi cui sono destinati i sussidi, ad esempio, non dovrebbero essere utilizzati per l’acquisto di droghe illegali, il gioco d’azzardo, il terrorismo oppure, non essendoci in Europa alcuna libertà di espressione, per promuovere il terrorismo. Si potrebbe creare e mettere a punto una lista del genere. Non rispettando i limiti si perderà diritto ai benefici. Questo contribuirebbe a combattere la ghettizzazione e l’islamizzazione dei musulmani in Europa. Il ciclo di welfare e jihad deve essere fermato.

Quattro anni fa il Gurdian, il quotidiano della sinistra britannica, ha pubblicato un articolo sui “sopravvissuti di Guantanamo”, le “vittime dell’icona americana dell’illegalità”, i sopravvissuti inglesi del centro di detenzione definito il ‘gulag dei nostri tempi'”. Il pezzo mostrava una foto di Jamal al Harith.

Al Harith, nato Ronald Fiddler, un cristiano convertito all’Islam, tornò a Manchester dal centro di detenzione di Guantanamo grazie all’attivismo di David Blunkett, ministro dell’Interno dell’allora premier inglese Tony Blair. Al Harith venne subito accolto in Inghilterra come un eroe, la vittima innocente della iniqua “war on terror” post 11 settembre. Il Mirror e Itv gli dettero 60 mila sterline (73 mila dollari) per rilasciare una intervista esclusiva sulla sua esperienza a Guantanamo. Al Harith ricevette anche un indennizzo di un milione di sterline dalle autorità britanniche. La vittima del “gulag dei nostri tempi” acquistò una casa molto bella con i soldi del contribuente.

Qualche settimana fa, al Harith ha compiuto il suo ultimo “viaggio”: si è fatto saltare in aria a Mosul, in Iraq, per conto dello Stato islamico. L’uomo era anche stato reclutato dall’organizzazione non governativa “Cage” (precedentemente nota come “Cageprisoners”) per fare da testimonial per una campagna per la chiusura del centro di detenzione di Guantanamo Bay.

Celebrità come Vanessa Redgrave, Victoria Brittain, Peter Oborne e Sadiq Khan hanno partecipato alle serate di raccolta fondi organizzate dalla Cage. La ong è stata finanziata dal Joseph Rowntree Trust, un fondo creato dal magnate del cioccolato, e dalla Roddick Foundation, la charity di Anita Roddick [la fondatrice di Body Shop]. Al Harith fu inoltre invitato al Consiglio d’Europa come testimone chiave nella campagna per la chiusura di Guantanamo.

La storia di al Harith rivela la profondità di uno dei più grossi scandali dell’Europa: l’utilizzo da parte dei jihadisti dei sussidi sociali che gli vengono forniti dalla culla alla tomba per finanziare la loro “guerra santa”. L’Europa gli ha dato tutto: lavoro, casa, assistenza pubblica, sussidi di disoccupazione, assegni familiari, indennità di invalidità, aiuti in denaro. Questi estremisti musulmani, tuttavia, non considerano questo “Dependistan”, come ha definito Mark Steyn il welfare state, come un segno di generosità, ma di debolezza. Capiscono che l’Europa è pronta per essere distrutta. Non hanno alcun rispetto per essa. Da Marsiglia a Malmö, molti bambini musulmani sono stati educati a disprezzare le società che li fa sentire così a loro agio. La maggior parte degli islamisti in Europa ora vive dei sussidi erogati da quei paesi che loro hanno giurato di distruggere.

Qualche giorno fa, la stampa danese ha rivelato che il governo danese ha erogato prestazioni di malattia e invalidità agli estremisti musulmani che combattano in Siria per lo Stato islamico. “È un grosso scandalo che sborsiamo il denaro del nostro welfare per gente che va in Siria”, ha detto il ministro danese del Lavoro Troels Lund Poulsen. I terroristi che hanno colpito Parigi e Bruxelles hanno usato il generoso welfare inglese per finanziare il jihad. È quanto sta emergendo da un processo in corso presso il tribunale inglese di Kingston. Mohamed Abrini, noto come “l’uomo con il cappello” dopo l’attacco mortale all’aeroporto di Bruxelles, ha ricevuto tremila sterline prima di volare a Parigi e scomparire.

Non è la prima volta che il ruolo del welfare state emerge nell’infrastruttura islamica del terrore:

La famiglia di Omar Abdel Hamid el Hussein, il terrorista responsabile dell’attacco terroristico a Copenaghen nel febbraio 2015, in cui morirono due persone, riceveva assegni dall’assistenza sociale danese.

Il britannico Anjem Choudary, condannato per aver incoraggiato la gente a unirsi allo Stato islamico, esortava i fedeli a lasciare il lavoro e a chiedere l’indennità di disoccupazione per dedicarsi a tempo pieno alla guerra contro gli infedeli. Lo stesso Choudary ha incassato 25 mila sterline l’anno di benefit sociali.

In Germania, il quotidiano Bild ha pubblicato un’analisi dei 450 jihadisti tedeschi combattenti in Siria, rilevando che il venti per cento di loro ha ricevuto sussidi dallo Stato tedesco.

Nei Paesi Bassi, un jihadista di nome Khalid Abdurahman è apparso in un video dello Stato islamico, di fronte a cinque teste che aveva appena mozzato. Il quotidiano olandese Volkskrant ha rivelato che era stato dichiarato “non idoneo al lavoro” e gli erano stati pagati i farmaci per il trattamento della claustrofobia.

I sistemi di welfare europei hanno creato una tossina culturale per molti di coloro che appartengono a un sottoproletariato musulmano improduttivo e cupo e vivono nelle enclave segregate come le banlieu parigine o nel “Londonistan”. Colmi di certezza religiosa e odio ideologico per l’Occidente, non tenuti ad assimilare i valori le norme occidentali, molti dei musulmani europei sembrano sentirsi come se fossero destinati a divorare una civiltà esausta.

MUHAMAD
Muhammad Shamsuddin, un 39enne islamista che abita a Londra, è comparso in un documentario dal titolo “Il jihadista della porta accanto”. L’uomo, divorziato e padre di cinque figli che vive di sussidi statali e afferma di non potere lavorare a causa di “una sindrome di stanchezza cronica”, è stato filmato mentre predicava l’odio contro i non musulmani nelle strade britanniche. (Fonte dell’immagine: Channel 4 video screenshot)

Gli obiettivi della politica pubblica dovrebbero invece essere quelli di smettere di erogare sussidi statali – che di fatto si sono rilevati un disincentivo per cercare lavoro – e indirizzarsi verso la responsabilità personale. Ci devono essere dei limiti di legge sugli usi cui sono destinati i sussidi, ad esempio, non dovrebbero essere utilizzati per l’acquisto di droghe illegali, il gioco d’azzardo, il terrorismo oppure, non essendoci in Europa alcuna libertà di espressione, per promuovere il terrorismo. Si potrebbe creare e mettere a punto una lista del genere. Non rispettando i limiti si perderà diritto ai benefici. Questo contribuirebbe a combattere la ghettizzazione e l’islamizzazione dei musulmani in Europa.

Chi sta vincendo qui? La democrazia o l’estremismo islamico? Il ciclo di welfare e jihad deve essere fermato. Subito.

Giulio Meotti, redattore culturale del quotidiano Il Foglio, è un giornalista e scrittore italiano.