Mezzogiorno postunitario

Mezzogiorno postunitario, i documenti: «Incarcerate donne e bimbi di 7 anni»

Venerdì 29 Gennaio 2021 di Antonio Folle

La storia del “brigantaggio” postunitario si arricchisce di una nuova e forse inedita pagina. Poche ore fa dall’archivio storico di Roma – Archivio Centrale dello Stato di Roma, fondo Tribunali Militari Straordinari (Chieti), Busta 115 – è emerso uno sconvolgente documento datato 1864 che testimonia l’arresto di una donna, Caterina Marinucci di 34 anni e dei suoi due bambini, Defendente e Viola di 7 anni, imprigionati per “manutengolismo”, il reato introdotto dai tribunali militari piemontesi per colpire quanti ritenuti sospetti perchè “fiancheggiatori” dei briganti che combattevano sui monti contro l’esercito invasore. La sola colpa di Caterina e dei suoi due bambini – di cui non si conosce la sorte dopo l’imprigionamento – fu quella di essere moglie e figli di Salvatore Scenna, uno dei tantissimi sospetti briganti a cui i soldati piemontesi davano la caccia con metodi che anche gli osservatori internazionali dell’epoca definivano “barbarici”.

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Un documento, quello citato anche dall’agguerrito gruppo Facebook “Sudexit”, che potrebbe riscrivere la storia di quei tragici anni. Ancora oggi, infatti, sui libri di storia si racconta solo la versione “ufficiale” dei fatti, con il racconto dei militari sabaudi arrivati al sud – invadendo lo Stato Pontificio e senza prima dichiarare guerra al Regno delle Due Sicilie – arrivati per strappare le popolazioni meridionali dal giogo dell’oppressione borbonica. La realtà, come testimoniano il documento emerso dagli archivi di Chieti e tanti altri documenti simili portati alla luce dopo faticose ricerche, potrebbe essere ben diversa da quella raccontata per quasi 160 anni.

Ancora oggi, però, parlare con serenità di quei fatti sembra essere un tabù per la storiografia ufficiale. Di tanto in tanto storici e accademici – tra cui Alessandro Barbero – insorgono puntando il dito sulle nuove ricerche archivistiche che stanno lentamente facendo emergere quelli che oggi verrebbero bollati come crimini di guerra dai tribunali internazionali. Un regno legittimo fu invaso senza preventiva dichiarazione di guerra e secondo la fantasiosa tesi, sostenuta da Cavour, che il re Francesco II avesse virtualmente abdicato dal trono – mentre invece il giovane sovrano ancora si batteva valorosamente alla testa del suo esercito sul Volturno, sul Garigliano e a Gaeta – lasciando “via libera” all’esercito piemontese. Migliaia di cittadini furono assoggettati ad una durissima legge marziale e al capriccio di generali che, spesso, guardavano con disprezzo alle popolazioni assoggettate, trattate alla stregua di popoli da colonizzare. E in molti cominciano finalmente a chiedersi perchè, a fronte dei “plebisciti” con i quali le popolazioni meridionali chiedevano l’unione al regno Sardo-Piemontese, furono inviati al sud oltre 120.000 soldati per controllare con le armi un regno che da decenni, salvo pochi casi isolati limitati alla Sicilia, non dava alcun segno di rivolta.

La tesi che gli storici sostengono con maggior forza è che il caso della famiglia Scenna di Chieti – e di altre situazioni simili emerse in questi anni – siano “casi isolati” da addebitare al traumatico passaggio del regno dei Borbone al neonato regno italiano. Ricerche più approfondite negli archivi storici di Roma e Torino dimostrano, invece, che non si sia trattato di casi isolati ma un preciso sistema di governo – che aveva come apice la famigerata legge Pica – instaurato per terrorizzare le popolazioni che mal si rassegnavano alla fine del Regno delle Due Sicilie.

Emblematico, da questo punto di vista, un caso molto simile a quello della famiglia Scenna emerso dagli archivi storici di Catanzaro. Nel 1866 Virginia Mannarino, una bambina di 7 anni, fu arrestata in quanto membro della famiglia di Giuseppe, sospettato – solo sospettato – di manutengolismo. Difficile – ed è la tesi che il Movimento Neoborbonico sostiene da anni – pensare che una bambina di 7 anni potesse rappresentare un pericolo per l’unità d’Italia.

«Qualcuno sostiene che le nostre ricerche e le nostre tesi siano divisive e non facciano bene al nostro paese – spiega Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico – noi invece crediamo che sia ancor più divisivo ignorare che a quei tempi nell’ormai ex Regno delle Due Sicilie bambini di sette anni potevano finire in carcere per la sola colpa di essere familiari di briganti o di sospettati di essere tali. I piccoli Defendente e Viola furono forse più fortunati di tanti altri bambini che furono uccisi come la piccola Angelina Romano o deportati insieme alle madri nelle isole della Toscana per sospetto brigantaggio dei genitori. A distanza di quasi 160 anni da quei tragici avvenimenti – prosegue De Crescenzo – è quantomeno indegno che la storiografia ufficiale continui a negare quello che emerge con sempre maggiore frequenza dagli archivi. Noi, come Movimento Neoborbonico, siamo disponibili a mostrare a quelli che ne faranno richiesta, a cominciare dagli storici che continuano, forse per interesse, a denigrare le nostre tesi, la documentazione ufficiale. Un dato certo – continua ancora – è che nella plurisecolare storia del sud non c’è mai stata traccia, nemmeno nei tempi più bui, di simili barbarie».

Nel 1864, proprio negli anni in cui si incarceravano donne e bambini che avevano la colpa di essere parenti di uomini ritenuti briganti dall’esercito piemontese, il celebre politico Massimo d’Azeglio dichiarava: “Si è fatta l’Italia senza averla mai studiata né conosciuta. Ora scontiamo noi l’ignoranza di Cavour delle varie parti della penisola. Voler agire su un Paese senza averlo neppure veduto». Ancora più crude – ma rappresentative dell’idea che i politici piemontesi avevano delle popolazioni meridionali – le dichiarazioni di Luigi Carlo Farini, inviato nel Mezzogiorno come luogotenente del regno: «Che barbarie – scrisse – altro che Italia! Questa è Africa. I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile!».
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