Madri e figli

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È tutta questione di… unione.

Oggi, una giustizia lentissima legata a indagini lentissime, ci consegna un colpevole.Perdere un figlio e sapere che le sue ultime ore di vita sono state segnate dalla violazione del suo corpo. Dalla brutalità di impetuose coltellate. È qualcosa che, al solo pensarci, annichilisce la mente.
Qualcosa che distorce permanentemente la visione della propria vita, a meno che non intervenga una fede incrollabile e personale.

La mamma di Lidia ha vissuto tutto ciò non solo una volta, ma ininterrottamente, per ben trentuno anni. Trentuno anni sono tanti; sono oltre 11.300 giorni. In ognuno di essi questa donna è vissuta (perché di dolore si può impazzire, anche se raramente si muore ) nell’attesa di conoscere chi fosse l’assassino della sua giovanissima figlia. Ha vissuto nell’angoscia dell’attesa di ogni più piccola novità nelle indagini, con sospetti successivamente rivelatisi estranei ai fatti. E così è trascorsa la vita di questa mamma: nell’ansia del tempo che passa, in un’altalena di sospetti, indizi, attese e frustrazione.

11.300 giorni.

Mi chiedo: “Ci si può rassegnare vedendo che il tempo passa senza risultati”? Penso di no, specialmente quando parliamo di un figlio. Un figlio non lo si dimentica e, nella maggior parte dei casi, i giorni passano tenendo desta la fiamma dell’odio per il carnefice, a cui si vorrebbe dare un volto. Con la segreta speranza di restituire, almeno in parte, il dolore che ha inferto.

Eppure, ho parlato di fede. Anche la Provvidenza è una sua espressione, ed opera in tanti e segreti modi. Ci saremmo attesi che la mamma di Lidia reagisse dando sfogo a quei sentimenti rabbiosi che, sicuramente, deve aver provato trovandosi di fronte al condannato. Eppure, questa donna ha sorpreso tutti noi, inaspettatamente. “Da una parte sono contenta, dall’altra penso a una mamma che si trova con un figlio in una situazione così, io l’ho persa ma anche lei”. Queste sono state le parole della mamma di Lidia. Parole di una donna che, pur straziata nella sua stessa carne, riesce a provare compassione e comprensione per la causa di tanto strazio.

La misericordia non è comune e, il più delle volte, non è di pertinenza umana.

Questo ci annichilisce, ma riempie il nostro cuore di speranza umana, laica. Perché oltre alla fede, che è comunque un dono, bisogna predisporci ad accettare tutto ciò che il nostro intuito e la nostra logica definisce razionale e sano.

E forse, siamo migliori quando non siamo affatto normali.

 

alessandro_bertirotti3Alessandro Bertirotti si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È stato docente di Psicologia per il Design all’Università degli Studi di Genova, Scuola Politecnica, Dipartimento di Scienze per l’Architettura ed è attualmente Visiting Professor di Anthropology of Mind presso l’Universidad Externado de Colombia, a Bogotà; vice-segretario generale della CCLPW , per la Campagna Internazione per la Nuova Carta Mondiale dell’educazione (UNEDUCH), ONG presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Parlamento Europeo, e presidente dell’International Philomates Association. È membro della Honorable Academia Mundial de Educación di Buenos Aires e membro del Comitato Scientifico di Idea Fondazione (IF) di Torino, che si occupa di Neuroscienze, arte e cognizione per lo sviluppo della persona. Ha fondato l’Antropologia della mente (www.bertirotti.info).

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