Quali pagamenti è meglio non fare in contanti?

Quali pagamenti è meglio non fare in contanti?

Come evitare problemi, fiscali e non, quando si usa il denaro contante: ecco quando è meglio pagare con bonifico, assegno, carta di credito o bancomat.

L’Italia è il fanalino di coda dell’Europa nell’uso dei pagamenti elettronici o con strumenti tracciabili. Utilizziamo la carta di credito o il bancomat in media 30 volte all’anno a fronte di una media europea di 86 volte. In vetta c’è la Danimarca con 243 utilizzi nei 365 giorni dell’anno, in coda la Bulgaria con solo 6 volte. Ma cosa c’è di male a pagare in contanti? Si paga cash il giornale, il caffè, la spesa al supermercato e finanche la parcella del professionista. Ma ci sono determinate spese che è meglio non fare in contanti. I rischi per chi non adotta alcune basilari regole di prudenza sono di vario tipo e spaziano dalle ragioni di carattere fiscale a quelle legate alla tutela dei consumatori. Di tanto si è occupata, peraltro, una sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio emessa di recente [1]. È proprio da questa pronuncia che vogliamo trarre lo spunto per spiegare quali pagamenti è meglio non fare in contanti.

Indice

1 Elettrodomestici e prodotti tecnologici
2 Pagamenti ai fornitori
3 Prestiti
4 Pagamenti rateali
5 Pagamenti da 3mila euro in su
6 Affitto
7 Donazioni indirette tra familiari e redditometro
8 La domestica, la colf o la badante
9 Quali sono gli strumenti tracciabili di pagamento

Elettrodomestici e prodotti tecnologici

Partiamo da un tipo di acquisti che facciamo tutti: gli elettrodomestici e i prodotti tecnologici. Tutti abbiamo acquistato un televisore, un computer o un telefonino. In alcuni casi ci siamo trovati davanti a un oggetto difettoso. Come noto, per legge, la garanzia non può essere inferiore a due anni (solo chi acquista con partita Iva, chiedendo cioè la fattura, ha una garanzia ridotta a un solo anno). A rispondere di eventuali vizi di produzione è sempre il venditore, che non può pertanto sollecitare il cliente a inoltrare reclamo al produttore. Il venditore deve riparare l’oggetto o sostituirlo laddove possibile. In alternativa deve restituire il prezzo di vendita o (a richiesta dell’acquirente) praticare uno sconto. La garanzia è dovuta solo se il cliente sporge il reclamo entro 60 giorni da quando si è verificato il difetto. Potrebbe però accadere che, nell’arco dei due anni, il consumatore perda lo scontrino o la prova di acquisto. Nessun timore: la legge non subordina l’operatività della garanzia alla conservazione di tali documenti, checché ne dicano i rivenditori. Il cliente può dimostrare l’acquisto del prodotto anche in altro modo. E qui viene in soccorso la prova del pagamento che può essere data solo se si è versato il prezzo con strumenti tracciabili come un assegno, la carta di credito o il bancomat. Tramite l’estratto del conto è possibile infatti risalire alla data dell’operazione e al beneficiario. Con la conseguenza che non si perderà neanche la garanzia.

Pagamenti ai fornitori

Chi ha una piccola ditta e usa acquistare merci e altri prodotti dai fornitori farà bene a pagare attraverso strumenti tracciabili. Il rischio è infatti che l’Agenzia delle Entrate possa contestare i costi riportati in bilancio e collegati a tali spese, ritenendoli operazioni inesistenti. Secondo la Commissione Tributaria Regionale del Lazio [1], infatti, è legittima in questi casi la tassazione delle uscite di cassa, giustificate come acquisti, tuttavia non dimostrabili proprio perché il contribuente ha preferito pagare sempre in contanti il proprio fornitore, specie se questo non ha una propria partita Iva.

Prestiti

Se decidiamo di prestare dei soldi a un parente o a un amico e i rapporti con quest’ultimo ci impediscono di formalizzare il mutuo con una “scritturina”, l’unico modo per dimostrare, un domani, il passaggio di denaro è l’utilizzo di un bonifico o di un assegno. Diversamente sarà la sua parola contro la nostra e non ci sarà modo di chiamare testimoni in nostro soccorso se lo scambio è avvenuto in assenza di altre persone. Dunque, se vorremo indietro i nostri soldi e non ci sentiamo di stilare un contratto, solo la tracciabilità del pagamento verrà in nostro soccorso.

Pagamenti rateali

Spesso risulta difficile ricostruire i pagamenti vengono dilazionati nel tempo con delle piccole rate. Si pensi al conto del dentista o dell’avvocato. A meno di farsi firmare una quietanza di pagamento e di custodirla con cura, l’unico modo per verificare l’estinzione del debito sarà una traccia contabile.

Pagamenti da 3mila euro in su

È la legge che vieta l’uso dei contanti per tutti i pagamenti che superano 2.999,99 euro. Da 3mila euro in poi è necessario utilizzare strumenti tracciabili. Se si viola questo divieto si subisce una sanzione amministrativa che va da 3mila a 50mila euro (a partire dal 4 luglio 2017 non vale più la vecchia pena compresa tra l’1% e il 40% dell’importo trasferito).

Affitto

Anche l’affitto si può pagare in contanti, purché ogni singolo canone sia di importo inferiore a 2.999,99 euro. Gli importi superiori, invece, dovranno essere versati con strumenti tracciabili. Dunque, se anche il contratto di locazione indica, quale corrispettivo, una somma annuale di oltre 2.999,99 euro, si deve guardare alla singola mensilità. L’inquilino può quindi pagare mensilmente in contanti in quanto l’importo mensile è inferiore alla soglia massima di tremila euro.

Se, invece, il canone è di 12mila euro, l’importo mensile è di tremila euro e ciò impone l’utilizzo di mezzi tracciabili.

Donazioni indirette tra familiari e redditometro

Il divieto di pagare in contanti somme superiori a 2.999,99 euro vale anche quando un genitore regala dei soldi al figlio (giuridicamente si chiamano «donazioni indirette»). Si pensi al papà che dà al figlio 4mila euro per comprare il motorino. L’eventuale consegna della somma in contanti configura una violazione del divieto. In più il figlio potrebbe avere problemi con il fisco: il redditometro infatti potrebbe rilevare l’incapacità di quest’ultimo di acquistare un bene costoso come la moto, l’automobile o la casa; l’unico modo, pertanto, per sfuggire all’accertamento fiscale, è dimostrare la provenienza del denaro e, a tal fine, solo un bonifico, un assegno o una ricarica sulla carta di credito potrebbe giovare.

La domestica, la colf o la badante

Attenzione: sebbene non sia ancora entrata in vigore la norma che impone di pagare i dipendenti con bonifico bancario (il disegno di legge giace in Parlamento), è opportuno farlo ugualmente. Questo perché se un domani la domestica, la colf o la badante dovessero sostenere di non essere state mai retribuite, chi ha versato loro la paga in contanti non avrebbe prove a proprio vantaggio e potrebbe essere citato davanti al giudice del lavoro, con obbligo di pagare nuovamente tutte le retribuzioni. Leggi Se paghi la collaboratrice in contanti rischi grosso.

Quali sono gli strumenti tracciabili di pagamento

Se anche il pagamento in contanti è preferibile e più veloce per importi limitati tra soggetti fisicamente presenti (face to face) e se anche garantisce l’anonimato, in generale gli strumenti tracciabili sono più sicuri. Sono strumenti tracciabili:

l’assegno non trasferibile,
il bonifico (anche tramite home-banking ossia via internet),
l’addebito diretto sul conto, anche detto Rid: è un ordine dato dal creditore di trasferire una somma di denaro sul proprio conto, addebitando quello del debitore; di solito, viene utilizzato per pagamenti di tipo ripetitivo e con scadenza predeterminata (es. pagamento utenze);
le carte di credito
il bancomat
i nuovi pagamenti su dispositivi portatili.

note

[1] Ctr Lazio, sent. n. 6982/17.

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