Cara prof Irene Mobilia,
quando ho appreso la notizia che avevi preso posto da qualche ora, sul vagone di prima classe del treno diretto verso l’azzurro dell’eternità, per il viaggio di solo andata, ho avuto un sussulto, per un attimo una stretta forte alla gola mi ha bloccato il respiro. Poi subitanea si è accesa una luce, come un lampo a ciel sereno, in quel bagliore si sono materializzati davanti a me i contorni di un corridoio e di una porta chiusa. Ho bussato, senza avere risposta, sono comunque entrato, mostrando la mia solita faccia da impertinente, nell’aula occupata in ogni ordine di posto dai miei compagni di scuola, è la tua ora prof – ti do’ del tu se per te va bene -, la prima ora della giornata, ma la cattedra è stranamente vuota. Mi sono avviato come sempre verso il mio posto. Ho fatto appena due passi, quando un refolo di vento, entrato dalle finestre aperte, come di solito, nonostante il freddo, ha inondato la classe del tuo odore e ho udito la tua voce, ho incrociato i tuoi occhi profondi, che mi hanno parlato come mi parlavano allora, ho sorriso al tono sarcastico del tuo buongiorno, per via dell’inguaribile mio ritardare.
Seduto al banco, rigorosamente in prima fila per contenere la mia vivacità, incantato dal tuo parlare, ho chiuso gli occhi e ho goduto di quel momento, lasciamelo dire, fiabesco. Ho ascoltato le parole come note musicali, perfettamente incastonate nel mosaico del pentagramma di una grande opera.
Mi hai insegnato a leggere prof, non che non lo sapessi fare prima, ma tu mi hai insegnato a nutrire la mente di lettura. Mi hai insegnato a scrivere, o forse meglio, ho appreso da te le tecniche di scrittura, semplici, efficaci, comprensive. Eri tu ad avere la chiave magica che ha aperto le porte del mio intelletto. I miei temi in quel tempo, erano passati dalle sottolineature blu, a quelle rosse dopo qualche tempo, fino alla pulizia delle pagine di un bel compito in classe.
Non so se ricordi quel giorno, ma penso proprio di sì, in occasione di un incontro, al quale tu mi avevi voluto, sulla lettura di passaggi estrapolati dai copioni del grande maestro a me caro Eduardo De Filippo, aventi come tema il piacere della cucina, quando, al cospetto di acculturati lettori, lessi i brani che avevo scelto e tu alla fine, con orgoglio dicesti: “non avevo dubbi”. Ci scambiammo appena un sorriso di celato godimento, avevamo surclassato gli intellettuali del simposio, lo sapevi che mi avevi offerto su un piatto d’argento una grande soddisfazione.
Ah, ricordi la Marlboro rossa? Quella bramata sigaretta, che al tuo cenno benevolo e comprensivo, sottratta al pacchetto appoggiato agli estremi della cattedra, sempre alla portata di mano di noialtri, giustificava la mia fuga e quella dei soliti quattro compagni di merenda, nel WC, quando fingevamo l’impellenza di un bisogno fisiologico.
Cara Irene Mobilia, prof delle prof, non sarà certo nostalgia attanagliante, sarai sempre viva in me, che sono stato tra le persone fortunate ad incrociare la tracimante, fantasiosa creatività, l’ironia, il sarcasmo, l’immenso patrimonio culturale, che a te appartengono.
Quando hai un po’ di tempo, fatti sentire prof e, mi raccomando, non abbandonare la penna in fondo al cassetto, tienila sempre alla portata di mano.
Il tuo alunno sorvegliato speciale Gabriele Palladino.