Quando le finanze napoletane salvarono quelle sabaude

Siamo giunti alla ventiseiesima e ultima, puntata del viaggio nella storia del meridionalismo,    pubblicata su Lettere Meridiane con le preziose introduzioni del giornalista Geppe Inserra.

Ed è anche il momento dei saluti e dei ringraziamenti per l’attenzione e la pazienza che avere dimostrato nel seguirmi.

Con amicizia e stima,

Michele Eugenio Di Carlo

 

Quando le finanze napoletane salvarono quelle sabaude

Author: Michele Eugenio Di Carlo  Published Date: 16 Marzo 2024

In questa ventiseiesima, ed ultima, puntata dell’affascinante viaggio nella storia del meridionalismo in cui ci ha condotto Michele Eugenio Di Carlo, l’autore affronta un aspetto nevralgico della questione meridionale. Con l’Unità d’Italia e con la conseguente unificazione dei bilanci degli Stati preunitari, chi trasse vantaggio dal nuovo contesto finanziario: il Nord industriale o il Mezzogiorno?

L’articolo è particolarmente approfondito, e il problema intricato. Ma al termine della sua dettagliata e puntuale analisi, Di Carlo non ha dubbi: le finanze piemontesi erano sull’orlo del fallimento e, a salvarle, fu proprio l’apporto delle finanze napoletane.

Augurandovi come sempre buona lettura, non posso fare a meno di esprimere, a nome di tutti gli amici e i lettori di Lettere Meridiane, i più sentiti ringraziamenti a Michele Eugenio Di Carlo per il grande contributo che con i suoi scritti ha offerto alla causa del Mezzogiorno, minacciata adesso dalla scellerata autonomia regionale differenziata propugnata da alcune ricche regioni settentrionali. Allora fu l’Unità d’Italia a salvare il Nord. Che, non contento, vuole adesso frantumare quell’Unità per la quale i meridionali hanno pagato un prezzo così alto. Ancora una volta, a spese e a danno del Sud. (g.i.)

* * *

Dopo che l’8 dicembre 1856 il soldato borbonico Agesilao Milano di 26 anni, repubblicano antidinastico, aveva attentato alla vita di Ferdinando II di Borbone, a produrre una robusta detonazione nel clima politico e sociale napoletano era stato Antonio Scialoja con un opuscolo [1]  che metteva a confronto i bilanci napoletani con quelli torinesi, sostenendo la superiorità delle politiche economiche piemontesi rispetto a quelle napoletane.

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Scialoja, ritenuto uno dei migliori economisti italiani, aveva nel 1840 pubblicato ad appena 23 anni I Principi di economia sociale esposti in ordine ideologico [2], ripubblicati nel 1846 quando l’autore era stato invitato a insegnare Economia Politica all’Università di Torino. Tornato a Napoli nel 1848 veniva nominato ministro dell’Agricoltura e del Commercio nel governo costituzionale di Carlo Troja. Terminata l’esperienza costituzionale, dopo aver scontato 3 anni di carcere, tornava da esule a Torino sul finire del 1852, riprendeva il suo incaricato di docente all’Università di Torino e veniva aggregato al Ministero delle Finanze per indirizzare la politica economica-finanziaria sabauda in strettissima collaborazione con Camillo Benso conte di Cavour, perfettamente allineato alle sue idee liberali e patriottiche [3]. Tra l’altro, unitamente agli esuli Pasquale Stanislao Mancini e Giuseppe Pisanelli, scriveva il Commentario del codice di procedura civile per gli Stati sardi [4], compilato con l’intenzione di compararlo con gli altri codici italiani e stranieri.

Nell’opuscolo che portava lo scompiglio a Napoli, Scialoja criticava il regime doganale teso a proteggere i prodotti industriali del Regno delle Due Sicilie e, in merito al bilancio napoletano, polemizzava contro la propensione delle politiche finanziarie a non indebitarsi, mentre invece il bilancio di Torino era in deficit a causa di investimenti che stavano producendo – a suo dire – sviluppo e ricchezza. L’opuscolo era stato accolto dal sovrano napoletano e dai suoi ministri come «un colpo di fulmine», considerato che Scialoja chiudeva con un confronto impietoso tra «l’alta posizione morale e politica del Piemonte, e il grado d’inferiorità, in cui era il Regno di Napoli». Tra le pieghe, peraltro, era del tutto evidente l’affondo ad un sistema ritenuto corrotto e costituito da «taglie arbitrarie» che il governo napoletano consentiva.

Sull’opuscolo di Scialoja, lo storico Raffaele De Cesare, a fine Ottocento, non andava oltre una semplice difesa d’ufficio di Ferdinando II, riconoscendo che «era onesto, personalmente, e parsimoniosa la famiglia reale, forse più che non conveniva al suo grado» [5].

Come era del tutto prevedibile, il napoletano Scialoja fu accusato di denigrare la propria patria, di essere in malafede e ben nove studiosi, con poca fortuna e dietro invito di Ferdinando II, pensarono di confutare le sue tesi, alcuni noti come Tommaso Michele Salzano [6], teologo e giurista, Agostino Magliani [7], alto funzionario del Ministero delle Finanze, Niccola Rocco [8], giurista di fama e sostituto Procuratore della Gran Corte Civile, Francesco Del Re [9], altri meno conosciuti come Francesco Durelli [10], Girolamo Scalamandrè [11], Ciro Scotti, Alfonso de Niquesa, Pasquale Caruso [12]. Dopo l’annessione al Regno d’Italia intervennero anche Giacomo Savarese [13] nel 1862 e Alberto Ferone [14] nel 1930.

Era fin troppo chiaro che Scialoja, stretto consulente di Cavour, aveva innanzitutto l’interesse politico di portare alla ribalta l’arretratezza del Mezzogiorno facendo un confronto con quella che riteneva una superiore gestione politica, economica e, persino morale del Regno di Sardegna. L’amministrazione finanziaria napoletana era stata efficacemente regolata con una legge del maggio 1817 risalente in buona parte all’impostazione organica del Decennio francese, invece Scialoja preferiva trarne riferimenti dalla legislazione che aveva preceduto di alcuni secoli quella post Restaurazione. Inoltre, l’esule napoletano preferiva, per gli anni 1831-1842, ignorare che la Sicilia aveva bilanci autonomi. Il cilentano Magliani, nel suo opuscolo di confutazione delle tesi di Scialoja, obiettava che i bilanci napoletani, dopo essere stati redatti da ministri di vari dicasteri, venivano trasmessi al Ministro delle Finanze, il quale redigeva un bilancio generale che doveva superare il vaglio del Consiglio dei Ministri e del Consiglio di Stato. Si trattava, secondo Magliani, di una procedura rigorosa che assicurava ampie garanzie sul piano della correttezza finanziaria [15].

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Agostino Magliani (Laurino, 1824 – Roma 1891)

Raffaele De Cesare riferiva anche dei rapporti personali che intercorrevano tra Scialoja e Magliani ad unificazione d’Italia acquisita, quando l’esule napoletano, tornato a Napoli, veniva nominato da Giuseppe Garibaldi ministro delle Finanze del governo dittatoriale. In un periodo in cui già erano stati epurati migliaia di funzionari borbonici, Magliani si rivolgeva a Carlo De Cesare, zio dello scrittore di Spinazzola,  direttore del ministero delle Finanze confermato da Garibaldi in qualità di Segretario generale, pregandolo di sostenerlo presso il nuovo ministro per evitare il licenziamento: «Magliani pregò mio zio d’intercedere presso Scialoja, assicurandolo che egli aveva pubblicato il noto opuscolo, non perché dividesse le idee, ma perché aveva dovuto ubbidire agli ordini del Re». Scialoja disse di aver dimenticato tutto, i due si incontrarono e divennero amici [16].

D’altra parte Federico Del Re, nella sua Analisi dell’opuscolo, sicuro che il vero fine di Scialoja era stato quello di screditare il governo napoletano attraverso i dati della sua contabilità finanziaria, contestava l’affermazione che Napoli era l’unica in Europa a non rendere pubblici i bilanci: «gli stati discussi […] si comunicano e diramano, senza alcuna riserva, a tutte le officine della tesoreria, alla Gran Corte dei Conti e alle amministrazioni […] tutti possono consultarli»[17]. Secondo alcuni Del Re non teneva conto che si trattava di una forma di pubblicazione rivolta all’interno, non all’opinione pubblica italiana ed estera [18].

Luigi Einaudi, l’economista secondo presidente della Repubblica Italiana dal 1948 al 1955, in un saggio del 1953 sulla controversia tra Scialoja e Magliani, ricorda che il funzionario delle Finanze, superate le difficoltà iniziali dell’unificazione, «fu in seguito ripetutamente ministro delle finanze nel regno d’Italia, dal 26 dicembre 1877 al 24 marzo 1878 e dal 19 dicembre 1878 al 14 luglio 1879 con De Pretis, dal 25 novembre 1879 al 29 luglio 1887 in successivi gabinetti Cairoli e De Pretis, e di nuovo, per breve tempo, dopo il 7 agosto 1887 con Crispi, tenendo a lungo altresì la reggenza del ministero del tesoro» [19].

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Melfi, paese natale di Nitti (foto Di Carlo)

Einaudi, esaminata la controversia tra Scialoja e Magliani, annotava che nel 1890, al profilarsi di un nuovo ritorno di Magliani al ministero delle Finanze nel secondo gabinetto di Francesco Crispi, veniva ripubblicata la replica [20] dell’economista cilentano a Scialoja. Il testo conteneva una prefazione avente il preciso fine di denigrare il più volte ministro delle Finanze, accusandolo di aver attaccato Scialoja ministro del governo costituzionale del 1848 a Napoli, deridendo «la libertà costituzionale, i vantaggi di uno statuto, la cospirazione in pro’ dell’indipendenza nazionale, la guerra che la Lombardia muoveva all’Austria». E, cosa ancor più grave, e probabilmente imperdonabile, «Oggi Agostino Magliani, in Napoli, parla della situazione finanziaria dell’Italia, paragonabile per tanti versi a quella del Piemonte di allora. E, criticando il fin qui fatto, in cui egli ebbe tanta parte e dubitando della patria, dà prova dello stesso accorgimento politico con cui nel 1858 giudicava salda e sicura la monarchia di Ferdinando II proprio alla vigilia della sua rovina» [21]. In pratica, nel tentativo di ostacolare la via di un nuovo incarico ministeriale a Magliani, lo si riconsegnava alla storia nella veste di strenuo difensore della monarchia borbonica. Tra l’altro era quasi inevitabile che, vista la catastrofica condizione economica e sociale in cui le politiche sabaude avevano fatto precipitare il Mezzogiorno, Magliani cominciasse a criticare quegli indirizzi politici che nel tentativo di apportare linfa vitale all’industrializzazione del nord del Paese stavano continuando a drenare, ininterrottamente dal 1860, enormi risorse materiali e umane dal Mezzogiorno, impoverendolo e rendendolo sempre più arretrato e meno competitivo.

Riguardo al gravoso sistema fiscale piemontese in confronto a quello napoletano ritenuto clemente, Einaudi propendeva decisamente per le tesi di Scialoja: «le imposte gravano sui popoli solo quando sono estorte da governi oppressori ritornati sulla punta delle baionette straniere, come era il governo borbonico; laddove, se sono esatte da governi nazionali e volte a beneficio universale, benché le nude cifre paiono dure, in effetto quelle imposte crescono ricchezza e potenza ai popoli medesimi» [22]. Una ricchezza e una potenza di cui certamente il Mezzogiorno non aveva potuto godere, nonostante il grande contributo che aveva dato all’unificazione nazionale; unificazione avvenuta «sulla punta delle baionette» inglesi, circostanza che forse allora Einaudi ignorava del tutto, benché oggi sia del tutto nota agli studiosi.

Lo stesso Einaudi, tornando alla controversia tra Scialoja e Magliani, la definitiva «memorabile non tanto per la analisi concreta delle entrate e spese borboniche confrontate a quelle sarde, quanto per i problemi fondamentali che furono allora posti». Ancora nel 1853, anno in cui moriva a Roma Francesco Saverio Nitti, Einaudi scriveva, stupendosi per l’ignoranza quasi generale degli studiosi sui documenti contabili preunitari contenuti negli archivi napoletani, che «sarebbe in verità tempo che, senza rifar processi, fossero studiate accuratamente le finanze borboniche dal 1815 al 1860, meglio di quel che oggi possa farsi sulle monche e contrastanti notizie che si leggono […] nelle opere del Rotondo, del Bianchini, del Dias, del Colletta, del Palmeri, e nei bilanci e relazioni ufficiali a stampa di quel tempo» [23].

Einaudi ignorava, probabilmente volutamente, che mezzo secolo prima il collega Nitti aveva già reso noto i suoi studi sulle finanze degli Stati italiani preunitari. Infatti, anche consultando la pubblicazione del Ministero delle Finanze del luglio 1860 sui bilanci napoletani dal 1848 al 1859 e la stessa relazione di Vittorio Sacchi, inviato fiduciario a Napoli del conte di Cavour in qualità di segretario generale delle finanze dal 1° aprile al 31 ottobre, Nitti aveva concluso che «senza l’unificazione dei vari Stati, il regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle risorse era necessariamente condannato al fallimento» [24]. In altre parole, le finanze piemontesi si erano salvate dal fallimento grazie all’annessione violenta del Regno delle Due Sicilie.

Michele Eugenio Di Carlo

 

NOTE

[1] A. Scialoja, I bilanci del Regno di Napoli e degli stati sardi. Con note e confronti, Torino, Società Editrice Italiana Giugoni,1857.

[2] A. Scialoja, I Principj della economia sociale esposti in ordine ideologico da Antonio Scialoja, Napoli, Tip. G. Palma, 1840 (2ª ed. G. Pomba, Torino, 1846).

[3] Su Scialoja si veda M. E. Di Carlo, Sud da Borbone a brigante, Independently pubblished, 2020; M. E. Di Carlo, L’Altra storia del Sud, l’uomo del Sud che fece male al Sud, quotidiano «Il Sudonline», 29 febbraio 2020.

[4] P.S. Mancini – G. Pisanelli – A. Scialoja, Commentario del codice di procedura civile per gli Stati sardi…, Torino, Utet, 1855

[5] R. De Cesare (Memor), La fine di un Regno: dal 1855 al 6 settembre 1860, Napoli, Grimaldi § C. Editori, 2003, pp. 78-81.

[6] T.M. Salzano, Osservazioni su gli affari ecclesiastici di Napoli comparati con quei di Piemonte da servir di risposta all’opuscolo detto I Bilanci del sig. Scialoja, prof. in Torino, Napoli 1858.

[7] A. Magliani, Della condizione finanziaria del Regno di Napoli, Napoli, 1857.

[8] N. Rocco, La finanza del Reame delle Due Sicilie e la Pubblica prosperità: in confutazione dell’opuscolo intitolato “I Bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi con note e confronti” di Antonio Scialoja, Napoli, Stabilimento Tip. G. Nobile,1858.

[9] F. Del Re, Analisi dell’opuscolo “I bilanci del Regno di Napoli e degli stati sardi con note e confronti di A. Scialoja”, Napoli, 1858.

[10] F. Durelli, Fallacie ed errori del libro di Antonio Scialoja I bilanci intorno alle condizioni ecclesiastiche del Reame di Napoli, Napoli, Stabilimento Tip. G. Nobile, 1858.

[11] G. Scalamandre’, Gli errori economici di un opuscolo detto I bilanci del Regno di Napoli e degli stati sardi confutato per G. Scalamandrè, Napoli, Stabilimento Tip. G. Nobile,1858.

[12] P. Caruso, Di due biasimi dati da A. Scialoja al governo napoletano, confutati dal canonico Pasquale Caruso, Napoli, Stabilimento Tip. G. Nobile,1858.

[13] G. Savarese, Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, Napoli, Tip. G. Cardamone,1862.

[14] A. Ferone, Le finanze napoletane negli ultimi anni del regno borbonico, Napoli, I.T.E.A.,1930.

[15] A. Di domenico, I bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi nel confronto risorgimentale di Antonio Scialoja, Rivista «L’Agropoli», Anno XIII (2012) – n. 4, Appunti e note, p. 144.

[16] R. De Cesare, Antonio Scialoja: memorie e documenti, Città di Castello, S. Lapi, 1893, p. 36

[17] F. DEL RE, Analisi dell’opuscolo “I bilanci del Regno di Napoli e degli stati sardi con note e confronti di A. Scialoja”, cit., p. 31.

[18] A. Di Domenico, I bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi nel confronto risorgimentale di Antonio Scialoja, cit., p. 144.

[19] L. Einaudi, Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche, Roma, Ed. di Storia e Letteratura, 1953, p. 217.

[20] A. Magliani, La situazione finanziaria del Regno nel 1858, Roma, Tipografia Ciotola editrice, 1890.

[21] Ivi, pp. 3-6; ripreso da L. EINAUDI, Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche, cit., p.218.

[22] L. Einaudi, Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche, cit., p.227.

[23] Ivi, p. 218.

[24] F. S. Nitti, Nord e Sud, Rionero in Vulture, Calici Editori, 2000, p. 18.

 

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