A proposito di Setimana Folk

Quando una foto racconta…

 

Negli archivi della memoria rimangono spesso imprigionati eventi e fatti che se non raccontati, rischiano di perdersi per sempre. A volte è sufficiente una foto per far riemergere ricordi che si trovavano sepolti sotto strati di polvere. I ricordi sono come un puzzle in cui, coloro che vi hanno preso parte, concorrono ad aggiungere i pezzi che l’altro aveva dimenticato. E così si ricompone la memoria collettiva, fatta di storie, all’apparenza banali, che una volta divulgate, diventano capaci di resistere al tempo consegnando quegli eventi alla memoria dei posteri…

Pontelandolfo, 7 agosto 1966

La settimana folkloristica volge al termine con l’ultima grandiosa tappa. Il comitato festa, coordinato dal parroco Don Emilio Matarazzo, ha organizzato una serie di eventi per questa data conclusiva. Processione in mattinata, corsa campestre alle 16:00 e alle ore 20:00, il concerto di un giovane Bobby Solo star indiscussa dello scenario Rock’n’Roll in Italia, giunto all’apice del successo con la sua canzone “Una Lacrima sul Viso” portata a San Remo nel 1964.

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Nella foto si osservano dei ragazzi pontelandolfesi in attesa di cominciare la corsa campestre. Alle loro spalle si slancia imponente la Torre Medioevale. Il pubblico li osserva incuriosito. Il più giovane tra loro ha solo 16 anni, ha una corporatura esile ed è il meno quotato. Al suo fianco, in corrispondenza della Fontana, c’è suo fratello, un paio d’anni più grande. Al centro, troviamo un ragazzo con la maglia a righe, il favorito della competizione, la cui vittoria è data per certa dai presenti.

Quest’anno, rispetto all’anno precedente, mancano gli atleti provenienti da Benevento, quelli che l’anno prima, avevano dato del filo da torcere ai ragazzi di Pontelandolfo finendo col raggiungere il traguardo mentre quest’ultimi erano ancora a metà del percorso. L’amarezza di quell’insuccesso aveva spinto i giovani scarpitti a sottoporsi a “duri” allenamenti per affrontare la gara l’anno successivo e cancellare finalmente l’onta della sconfitta.

In realtà, non è che si fossero allenati tutti i giorni. A partire dalla primavera, avevano cominciato a correre la domenica mattina. Poi, a ridosso della gara, gli esercizi si erano fatti più intensi. Col tempo la pratica sportiva era divenuta quasi un divertimento. Si partiva dalla Piazza Roma detta “ la Teglia” per raggiungere correndo la Lente, nel punto chiamato “r pisciaregl”. Qui i ragazzi si tuffavano nel torrente con un salto liberatorio, dimenticando la stanchezza, il caldo e l’ansia di un futuro incerto.

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Il ragazzo esile non partecipava a questi allenamenti di gruppo. Schivo per natura, rientrato da poco da Roma, dove per circa 5 anni aveva frequentato il seminario, non aveva ancora avuto modo stringere nuove amicizie. Il suo unico amico d’infanzia era il cugino che abitava in montagna. A lui, prima di partire, aveva rivelato il posto segreto in cui conservava le noci e la fionda. Purtroppo, da quando la famiglia si era trasferita in “Piazza”, si vedevano pochissimo. La solitudine a una certa età pesa molto più di quello che si vorrebbe dare a vedere. La corsa campestre era il modo più veloce per socializzare e per mettersi in gioco dimostrando agli altri ragazzi di essere bravo a fare qualcosa. Il premio in denaro (più o meno l’equivalente di 50 euro attuali) aveva fatto il resto fugando ogni incertezza. Invano il fratello maggiore, preoccupato per il suo fisico esile e per la sua scarsa prestanza atletica, aveva cercato di dissuaderlo invitandolo a cancellare l’iscrizione alla gara. “Non hai il fisico”, “non ti sei allenato” gli diceva con la brutalità che solo i fratelli maggiori sanno avere, e dentro di sé sperava così di poterlo proteggere dalla frustrazione di un possibile insuccesso. Ma niente, la decisione era stata presa, il ragazzo esile avrebbe partecipato alla corsa. In fondo anche Don Emilio lo aveva esortato a provare. Quel che nessuno nessuno sapeva, è che negli anni trascorsi al collegio in provincia di Roma, il terreno recintato del seminario era stato il suo campo di allenamento quotidiano. Qui ogni singolo giorno aveva giocato a calcio con i compagni correndo da un lato all’altro del campo. Gli altri lo battevano nella tecnica, ma lui li superava in velocità e resistenza ed era sempre vicino al pallone pronto a intervenire su tutti i passaggi. Non importava se facesse caldo o se nevicasse, anche con la febbre addosso, i giovani seminaristi non rinunciavano a quello svago che li aiutava a sopportare la nostalgia di casa.

Finalmente nell’orario previsto per la gara, i partecipanti sono tutti allineati sulla linea di partenza. Qualcuno scatta una foto, che diventerà il simbolo e la testimonianza di quell’indimenticabile giornata. Al segnale i ragazzi partono da Piazza Roma, con lo slancio eccessivo di chi non ha ponderato la lunghezza del percorso. La gara prevede il superamento di un primo tratto in piano e poi in discesa, seguito da una ripida salita e infine, dopo la curva del cimitero, una corsa sulla strada Statale con rientro “sotto la Teglia”. In tutto sono circa 5 km. Come previsto, il favorito è in testa mantenendo un netto distacco dal gruppo per tutta la Via di San Rocco e fin sotto da Cardano. Segue il fratello maggiore e, poco dietro di lui, c’è il ragazzo esile. Man mano che la corsa procede, il distacco tra il favorito e i due fratelli diminuisce. Il favorito comincia a prenderne coscienza e, sebbene non avesse messo in conto questa eventualità, comincia ad accelerare il passo. Siamo alle Cerque di Marzio, la salita si fa più impervia, il favorito fa di tutto per evitare il sorpasso, ma lo sforzo è immane. Nonostante ciò continua a correre e mantiene la posizione, ma il distacco diminuisce progressivamente. Vanno avanti loro tre, mentre gli altri seguono a maggiore distanza. Il fratello maggiore comincia a perdere velocità. Con la coda dell’occhio guarda il fratello minore che continua a rimanergli attaccato e si rende conto di averlo sottovalutato. Ma lui è più piccolo non può farsi superare. Nemmeno il tempo di pensare a questa cosa, che il ragazzo esile lo ha sorpassato. Nel frattempo il favorito è ancora primo. Ma lo slancio iniziale lo ha reso più fiacco; a un tratto avverte un malore ed è costretto a fermarsi. Il ragazzo esile quasi non riesce a crederci, lo raggiunge e lo supera. Nel frattempo, il favorito si riprende e ricomincia a correre. Intanto la salita ha messo tutti sotto sforzo, il ritmo di corsa rallenta e i movimenti dei corridori si fanno sempre più pesanti. Il favorito ora è terzo, superato di poco dal fratello maggiore. A questo punto sopraggiunge un ulteriore imprevisto: un cane di piccola taglia dall’aria particolarmente aggressiva si avventa senza ragione contro il favorito. Il ragazzo, nel tentativo di schivarlo, è costretto a deviare di poco il percorso. Nel frattempo inveisce mentalmente contro gli uomini del bar, che probabilmente lo avevano gufato dando per certa la sua vittoria. Il ragazzo esile, superato l’angolo del Cimitero, è primo e continua l’inarrestabile la corsa verso la vittoria. É rosso in viso, il vento gli asciuga il sudore, finalmente comincia il tratto in discesa sulla Statale e la sua corsa si fa più fluida. Adesso la posizione sembra consolidata, ma il ragazzo esile non rallenta. Conosce il fratello maggiore, sa che lui non si rassegnerà a farlo vincere. La meta è vicina deve solo continuare a correre, correre, correre… Le gambe sono stanche, saranno forse 20 minuti di corsa; eppure gli sembra di correre da una vita. Ha sempre corso. Vorrebbe fermarsi, lasciar vincere il fratello, ma non può mollare deve continuare a correre. Allora comincia a immaginare lo stupore delle persone al traguardo. Immagina quando la notizia arriverà al padre che forse si ricrederà: “non è riuscito a farsi prete, ma ha imparato a correre, a resistere alla fatica, è il più veloce…”. Pensa al premio in denaro, in vita sua non ha mai avuto tutti quei soldi messi insieme!

Ogni tanto le gambe sembrano cedere, ma la sua corsa non si arresta. Il ragazzo esile ora è al bivio di San Donato, vede le luminarie sul viale. Gli uomini del Bar sono increduli. Lui non era il favorito e loro lo guardano con scetticismo.

Ma bisogna farsene una ragione, il ragazzo esile è arrivato primo; al secondo posto c’è il fratello, che scuote la testa fingendosi rammaricato, ma dentro di sé è felice per lui. Il favorito è terzo e molti gli vanno incontro, ha avuto solo sfortuna, sicuramente l’anno prossimo sarà lui a vincere la gara.

Per quest’anno la vittoria spetta al ragazzo esile, e quella corsa è la metafora della vita. Il ragazzo esile si guarda attorno, ma non vede il padre. C’è solo la Torre, la Piazza gigante e un gruppo di persone attonite.

A un certo punto si accorge che ciò che contava non era il premio o la reazione del pubblico. Quell’estate del 1966 aveva bisogno di concludere quella corsa per dimostrare a sé stesso, che malgrado tutto poteva farcela.

Il ragazzo è felice.

Un racconto di Rossella Mancini