Che fine ha fatto il sovranismo?

𝐂𝐡𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐬𝐨𝐯𝐫𝐚𝐧𝐢𝐬𝐦𝐨?
Ma dove è finito il sovranismo? Era diventata la parola chiave per indicare la destra antiglobal, postnazionalista e per distinguerla dal trasversale populismo.

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Che fine ha fatto il sovranismo?
di Marcello Veneziani
16 Maggio 2023

Ma dove è finito il sovranismo? Era diventata la parola chiave per indicare la destra antiglobal, postnazionalista e per distinguerla dal trasversale populismo. Le destre sociali e nazionali se ne erano innamorate, e con loro i movimenti identitari, come da noi la Lega. Era una grande promessa, non solo europea, di un clima che stava cambiando. Veniva per la prima volta messo in discussione il dogma politico della globalizzazione. L’arrivo di un outsider come Donald Trump alla Casa Bianca, della Brexit in Gran Bretagna, il successo di Le Pen in Francia, di Salvini e poi della Meloni in Italia, l’affermazione popolare in Ungheria e in Polonia, i successi in Austria e nel nord Europa, lasciavano netta l’impressione che qualcosa stesse cambiando. E che la democrazia, la politica, stesse tornando nuovamente “contendibile”; ovvero non era già scritto il percorso del futuro, qualcosa avrebbe rimesso in discussione l’Europa malata, l’invadenza americana, gli assetti globali. Dall’est, seppure in forma di autocrazia, qualcosa di nuovo e d’antico si vedeva nella Russia di Putin…E dall’India alle Filippine, al Brasile qualcosa stava cambiando. I giochi sembravano riaperti.
Poi venne la pandemia, il lockdown, l’emergenza sanitaria. E dopo venne l’emergenza guerra, Putin passò dalla parte del torto e si fece invasore; poi l’emergenza economica, e quella ambientale. Il quadro mondiale fu stravolto, forse c’è stata un’inavvertita restaurazione, comunque si è spezzata una linea alternativa di sviluppo. Caddero a una a una le speranze, o semplicemente rientrarono nella normo-globalità.
In questo quadro mutato, più di recente, una leader e un partito che si definivano sovranisti, o che comunque agitavano temi incentrati sulla sovranità nazionale, andò al governo nel nostro paese.
Ma il sovranismo nel frattempo è sparito, già nel lessico politico. Non si usa più, da nessuna parte, o quasi. Chi l’ha sostituito? Lo dicevamo: l’emergenza.
Le parole vanno e vengono, è inutile attaccarsi alle bucce e alle definizioni, è nocivo arroccarsi sulle ideologie; però i temi di fondo che riguardano la sovranità restano in piedi, urgenti e inevasi. La sovranità allude alla forma politica, al territorio, agli Stati sovrani. C’è la sovranità popolare che si esprime tramite la democrazia; c’è la sovranità nazionale che si esprime attraverso l’indipendenza territoriale e la salvaguardia dei confini; c’è la sovranità politica rispetto al dominio dell’economia e della finanza, della tecnocrazia e della burocrazia; c’è la sovranità economica che indica l’autonomia del sistema paese dai poteri economici sovranazionali; c’è la sovranità identitaria, che riguarda le tradizioni e la coesione sociale dei popoli…
La sovranità è decisione e partecipazione, è autorità e consenso; non può mai essere assoluta, ma ha già in se stessa i suoi limiti e i suoi argini da cui non può esondare. Come è fondamentale la divisione tra i poteri – legislativo giudiziario ed esecutivo – così la sovranità si esercita nella dialettica tra la sovranità politico-economica, nazionale e popolare; l’una pone limiti all’altra. La fonte di legittimazione della sovranità proviene da tre fonti diversi: l’esperienza, la competenza e la maggioranza. L’esperienza è la storia di un popolo, la cultura di una società, la tradizioni, gli usi, il comune sentire, le sue leggi non scritte; la competenza è la qualità delle classi dirigenti e attiene alla responsabilità di chi assume la guida di uno stato e di una comunità; la maggioranza è la volontà prevalente espressa liberamente tramite un voto universale. Si governa a partire da queste tre fonti di legittimazione: il miglior governo è quello in cui le fonti convergono o quantomeno un buon governo è quando non divergono; ovvero quando la legittimazione a esercitare la sovranità è tratta preferibilmente da due delle tre fonti, o al limite da una ma non viene negata dalle altre due.
Che ne è di tutto questo? Ci sono casi ed esempi confortanti, ci sono momenti o aspetti in cui riaffiora un conato di sovranità, e poi ci sono tante bandierine su risvolti secondari se non marginali che sono usate come un risarcimento simbolico. Ma la sovranità vive un momento piuttosto critico, in Italia, in Europa, in Occidente.
In Europa l’unica sovranità spesso citata e ancora vigente, è il Debito Sovrano; ma ha il significato opposto a quello di sovranità, perché è piuttosto l’arma per tenere sotto scacco i popoli e gli Stati, con le loro economie. Il debito è sovrano, ma lo stato, il popolo, la nazione ne sono sudditi. L’impossibile autarchia degli Stati, l’interdipendenza dei sistemi economici, tecnologici e militari, l’egemonia delle superpotenze o i vincoli imposti dai poteri transnazionali, rendono difficile, se non impraticabile, la sovranità. Sarebbe bello pensare invece a uno Stato sovrano in casa nostra e in ambito internazionale partecipe di una sovranità continentale, europea. In grado cioè di trattare con le altre potenze del mondo e di garantire un’indipendenza di diritto e di fatto ai popoli che la compongono.
Ma non solo è lontana dalla realtà che viviamo; ma è remota pure l’intenzione di fondarla, non si vedono i soggetti in grado di proporla e di portarla avanti. Dunque non è solo irreale allo stato attuale, ma è anche improponibile allo stato potenziale.
A quale delle sovranità prima indicate ci riferiamo? Non a una o all’altra ma alla sovranità tout court, perché non è possibile avere – per dire – una sovranità nazionale senza una sovranità popolare, o una vera sovranità politica senza sovranità economica. Così ci resta solo la retorica della sovranità. Se usciamo dal regno delle apparenze, la sovranità diventa solo la sovrastruttura retorica del nudo potere di un’oligarchia e una cappa di poteri che non derivano da nessuna delle fonti di legittimazione prima indicate. Un potere come establishment, come assetto non deciso né controllato da un esercizio trasparente di sovranità, senza alternanza o ricambi, che non risponde a un popolo, una nazione, uno stato, una cultura e una tradizione. Quanto può sopravvivere una società senza sovranità?

(Il Borghese, maggio 2023)