La fine che fanno i dissidenti, a est e a ovest

𝐋𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐚 𝐞𝐬𝐭 𝐞 𝐚 𝐨𝐯𝐞𝐬𝐭
Da una parte c’è una vera autocrazia, dall’altra parte c’è una falsa democrazia. La morte di Alexei Navalny e la vicenda di Julian Assange possono essere sintetizzate in questo modo un po’ brutale.

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La fine che fanno i dissidenti, a est e a ovest
di Marcello Veneziani
24 Febbraio 2024

Da una parte c’è una vera autocrazia, dall’altra parte c’è una falsa democrazia. La morte di Alexei Navalny e la vicenda di Julian Assange possono essere sintetizzate in questo modo un po’ brutale. Da una parte un regime autoritario, erede della storia sovietica e zarista, viene accusato della morte di un dissidente, detenuto nelle sue prigioni e verosimilmente ucciso. Dall’altra, una democrazia liberale, che ha tanti scheletri nell’armadio, perseguita un giornalista, in carcere da anni, che ha portato alla luce pagine vergognose della storia americana, crimini di cui dovrebbe vergognarsi un Paese che fa la predica umanitaria al mondo.
I primi potrebbero dire a loro difesa che Putin gode di un largo sostegno popolare, viene rieletto periodicamente in votazioni almeno all’apparenza democratiche e non aveva oggettivamente alcun vantaggio ad eliminare Navalny, in un momento in cui l’incidenza del dissenso è minima e la prospettiva di vittoria russa in Ucraina è massima. Ma quella morte pesa e non trova spiegazione altrettanto convincente di un assassinio; così come è innegabile l’impronta autocratica del regime putiniano, e la sua biografia di uomo del KGB ai tempi dell’Urss comunista. I secondi, invece, potrebbero pur dire che Assange aveva svelato con Vikileaks delicati segreti di stato, e magari lavorava per la Russia (ma lo stesso dicono in Russia di Navalny con gli Usa) e che comunque quel che accade in America e in Occidente è alla luce del sole e sotto l’occhio dei tribunali. E comunque gli Stati Uniti storicamente hanno difeso la libertà nel mondo e da noi.
Per chiarirci prima di entrare in argomento, partiamo da una doppia premessa: chi scrive è critico da svariati decenni nei confronti dell’Occidente e dell’egemonia statunitense sul mondo, è critico verso il suo modello ideologico ed economico, il suo nichilismo e il suo catechismo woke: il modello occidentale è una negazione della stessa civiltà europea da cui pure trae origine, e dalle sue matrici culturali, religiose, morali e civili.
Con la stessa franchezza però dico: se critico l’Occidente, non vivrei mai sotto un regime come quello russo. O cinese, o islamico. Tanto per chiarirci. Preferisco denunciare a vuoto le miserie dell’occidente, ma restare qui, piuttosto che patire i regimi autocratici e dispotici dell’Asia o del Medio Oriente. E ringrazio la sorte di essere italiano e di vivere in Italia, pur avendo un giudizio assai critico sul nostro Paese. Dovrebbero avere l’onestà di dirlo tutti i critici radicali dell’Occidente e del nostro Paese.
Poste queste premesse, entro nella questione. Non da oggi le democrazie hanno rapporti con regimi dispotici e perfino sanguinari; rapporti non solo commerciali. La politica internazionale va interpretata con uno sguardo realista e geopolitico, e non con categorie morali o politicamente corrette.
Il ruolo di Putin a livello internazionale, è stato per anni, importante, decisivo; sia per gli equilibri mondiali, sia per le sue posizioni politiche e culturali. Non ho difficoltà a riconoscere che negli anni passati l’ho considerato, pur nelle sue ombre sinistre, un grande statista e un leader mondiale.
L’attacco all’Ucraina è stato per metà colpa sua e del suo regime, per metà dell’Occidente sotto la guida statunitense, che non ha voluto rendersi conto della situazione, dei rischi e dello squilibrio che si andava creando con l’Ucraina che decideva di passare alla Nato, tramite l’Unione europea. Se la Russia pretendeva di essere trattata come una superpotenza mentre non lo è più dal 1991, gli Stati Uniti ancora pretendono di essere gli arbitri del mondo e non lo sono più da un pezzo. I tre quarti del pianeta sono contro il suo dominio. In più l’Occidente ha sostenuto e foraggiato un leader come Zelenskij, figura poco credibile di guitto e di marionetta, che ha epurato più ministri e generali di Putin in Russia, che guida un regime tra i più corrotti nel mondo e che vorrebbe trascinare l’Occidente intero in una guerra mondiale pericolosa e insostenibile, pur di evitare un ragionevole negoziato con i russi. Entrambi, Putin e Zelenskij, con l’appoggio degli Usa e dei suoi alleati, hanno esposto a un calvario immane di morte, distruzione e deportazione il popolo ucraino.
Il falso su cui regge l’assedio a Putin è che voglia minacciare l’Occidente e attaccare l’Europa: sappiamo invece che vuole ripristinare il ruolo egemone della Russia in quell’area che era sotto la dominazione russa al tempo dell’Unione sovietica e dell’Impero zarista.
Ma la Russia non vuole invadere l’Europa, è strategico e funzionale anche per loro che l’Europa abbia un suo ruolo autonomo e sovrano; un’Europa con cui trattare, accordarsi o confrontarsi, non ridotta a succursale degli Stati Uniti. Ieri c’era una lettera obiettivamente sensata, storicamente circostanziata e ben argomentata dell’ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, su la Repubblica. Naturalmente si deve fare la tara di quello che dice, considerare il Cicero pro domo mea che inevitabilmente un rappresentante della Federazione russa di Putin deve compiere in una difesa d’ufficio del suo Paese.
Ma il messaggio di apertura all’Europa va colto. Bisogna in realtà ripristinare il dialogo con la Russia; come dialoghiamo con la Cina che è un regime ben più dispotico e minaccioso per l’Occidente, anche perché – a differenza della Russia- cavalca la globalizzazione e ha una potenza demografica, commerciale ed espansiva nel mondo assai superiore.
Ma la precondizione è che l’Europa recuperi la sua iniziativa strategica e diplomatica, cioè la sua autonomia e il suo ruolo internazionale, che non può essere quello di propaggine dell’impero Usa. In questa chiave è da auspicare un cambio di passo degli Stati Uniti, magari con l’arrivo di Donald Trump, sottoposto a una vergognosa e indecente persecuzione giudiziaria, economica e mediatica, indegna di una vera democrazia.
Si deve infine notare che i crimini americani denunciati da Assange dimostrano che esiste ancora un giornalismo libero di cui l’Occidente dovrebbe essere orgoglioso. Intanto accontentiamoci di rilevare, che benché incarcerato e ricercato, perlomeno Assange è vivo e invece Navalny è morto. Ma poi dobbiamo affrontare tutto il resto.

La Verità – 23 febbraio 2024