Natale in casa Cupezza

𝐍𝐚𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐂𝐮𝐩𝐞𝐳𝐳𝐚
A Capodanno non cantate, potrebbe essere contagioso per i vicini di tavola. È l’ultimo avvertimento sanitario che ho letto e che mi ha fatto pensare a un paragone

Continua a leggere ⤵️
Natale in casa Cupezza

A Capodanno non cantate, potrebbe essere contagioso per i vicini di tavola. È l’ultimo avvertimento sanitario che ho letto e che mi ha fatto pensare a un paragone: le misure contro il covid somigliano sempre più alle prescrizioni per il lutto. Stiamo vivendo questo periodo di pandemia prolungata come un mezzo lutto per la perdita della libertà. Se ci pensate, somiglia a un lutto, come quello che si osservava nelle società arcaiche, il vigente regime di rinunce e restrizioni indotte da motivi sanitari. Come si addice a un lutto, sono considerati deplorevoli le feste, gli assembramenti, i balli, i brindisi, la vita sociale, la ricreazione, i viaggi, le vacanze, i cenoni. La mascherina è il succedaneo sanitario della fascia di lutto che un tempo si portava in segno di osservanza del cordoglio e per suscitare rispetto negli altri. La pagellina che un tempo si portava con sé per mantenere vivo il ricordo del defunto, si è trasformato in green pass.

Più parsimonia, più sobrietà, più guardinghi, evitando ogni esibizionismo e ogni abbandono all’esultanza; sempre vigili e misurati, come si addice a un periodo di ritiro. Dopo i mesi di lutto più stretto o lutto grave, chiamato nel nuovo gergo lockdown, che induceva orfani e vedove a stare il più possibile a casa, rinchiusi tra le pareti domestiche in gramaglie, siamo passati al mezzo lutto, come un tempo si chiamava il periodo seguente. Conduciamo tuttora una vita appartata in memoria di ciò che accadde e può ancora accadere. La visita al cimitero e le messe in suffragio sono commutate nella società sanitaria in vaccini periodici e tamponi.

Faremo il Natale in casa Cupezza anziché in casa Cupiello, perché la commedia di Eduardo De Filippo è diventata una mezza tragedia; comunque c’è poco da scherzare con quel che ci annunciano dopo le feste. Ai bambini niente regali, solo vaccini; o se vogliono i regali devono prima offrire il braccio alla patria e farsi praticare l’inoculazione, senza capricci e piagnistei. Babbo Natale diventerà un mezzo infermiere per esaudire i loro desideri sanitari. La sua gerla è piena di dosi, formato infanzia, da praticare con finta euforia, come se fosse un gioco. Alle renne saranno montate sulle corna le sirene dell’ambulanza per farsi largo sulle strade. Alla Befana toccherà invece riempire la calza con i Richiami, che sono le seconde dosi in dono ai piccini per la loro gioia e sanità. Anche i Re Magi osserveranno un metro di distanza tra loro ed entreranno nella grotta con la mascherina e il pass, come in una vignetta di Osho. L’albero di Natale è stato pensato con una siringa all’apice, anziché la solita, banale punta argentata. Le palle variopinte portano il nome delle varianti, in modo da rendere perfino leggiadro il covid e le sue versioni aggiornate. Questo Natale in gramaglie, a mezz’asta, mezza voce, mezzo lutto…