Uccidere la libertà di espressione

Uccidere la libertà di espressione in Francia, in Germania e su Internet

di Judith Bergman 8 settembre 2019

Pezzo in lingua originale inglese: Killing Free Speech in France, Germany and on the Internet
Traduzioni di Angelita La Spada

All’inizio di luglio, l’Assemblea nazionale francese ha approvato un disegno di legge per contrastare l’odio online. La disposizione prevede che le piattaforme dei social media hanno 24 ore di tempo per rimuovere “i contenuti di incitamento all’odio” o rischiano multe fino al 4 per cento delle loro entrate globali. Il disegno di legge è andato al Senato francese e potrebbe diventate legge dopo la pausa estiva del parlamento. In tal caso, la Francia sarà il secondo paese in Europa dopo la Germania ad approvare una legge che obbliga una società di social media a censurare i propri utenti per conto dello Stato.

Il fatto di sapere che un semplice post su Facebook potrebbe finire davanti a un giudice in un’aula di tribunale molto probabilmente metterà un freno decisivo al desiderio di chiunque di esprimersi liberamente.

Se l’accordo di Facebook con la Francia viene reiterato da altri paesi europei, tutto ciò che resta della libertà di espressione in Europa, soprattutto su Internet, rischia di prosciugarsi rapidamente.

Mentre Facebook afferma con entusiasmo di combattere l’odio online, e si arroga la pretesa di aver rimosso dalla propria piattaforma milioni di pezzi dai contenuti terroristici, secondo un recente articolo del Daily Beast, 105 post di alcuni dei più noti terroristi di al-Qaeda sono ancora pubblicati su Facebook e YouTube.

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a maggio, la Francia ha auspicato una maggiore vigilanza di Facebook da parte del governo. Ora Fb ha accettato di consegnare ai giudici francesi i dati identificativi degli utenti francesi sospettati di incitamento all’odio sulla sua piattaforma, secondo il segretario di Stato francese per il Digitale, Cédric O.

In precedenza, stando a un report della Reuters, “Facebook aveva evitato di consegnare i dati identificativi di persone sospettate di incitamento all’odio perché non era costretto a farlo in base alle convenzioni giuridiche tra Francia e Stati Uniti e perché si preoccupava del fatto che paesi senza un potere giudiziario indipendente potessero abusarne”. Finora, ha osservato la Reuters, Facebook non solo ha cooperato con la magistratura francese in merito a questioni relative ad attacchi terroristici e ad azioni violente trasferendo gli indirizzi IP e altri dati identificativi di persone sospette ai giudici francesi che ne avevano fatto richiesta formale.

Ora, tuttavia, “i discorsi di incitamento all’odio” – come vengono opportunamente etichettati i contenuti che non rispettano l’attuale ortodossia politica – sembrano essere diventati paragonabili al terrorismo e al crimine violento. Per quanto autocratico possa essere, a Cédric O sembrerebbe piacere: “Si tratta di una notizia incredibile, significa che il processo giudiziario sarà in grado di funzionare normalmente”.

È molto probabile che altri paesi vorranno raggiungere un accordo simile con Facebook; sembra anche probabile che Fb si attenga ad esso. A maggio, ad esempio, mentre la Francia stava discutendo una normativa che avrebbe conferito a un nuovo “regolatore indipendente” il potere di multare le aziende tecnologiche fino al 4 per cento del loro fatturato globale, se non fanno abbastanza per rimuovere “i contenuti che incitano all’odio” dal proprio network, il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha così commentato: “Spero che [la proposta francese] possa diventare un modello utilizzato in tutta l’UE”.

La Francia è il primo e finora unico paese ad aver raggiunto un accordo del genere con Facebook.

Il nuovo accordo potrebbe indicare di fatto la fine della libertà di espressione su Facebook per i cittadini francesi. L’autocensura in Europa è già molto diffusa: da un recente sondaggio condotto in Germania è emerso che due terzi dei tedeschi fanno “molta attenzione” agli argomenti sui quali esprimersi in pubblico – l’Islam e i migranti sono quelli più delicati e tabù. Il fatto di sapere che un semplice post su Facebook potrebbe finire davanti a un giudice in un’aula di tribunale molto probabilmente metterà un freno decisivo al desiderio di chiunque di esprimersi liberamente.

Le autorità francesi stanno già dando un esempio lampante di ciò che può accadere a coloro che usano la loro libertà di espressione su Internet. Marine Le Pen, leader di Rassemblement National, è stata di recente rinviata a giudizio e rischierebbe una condanna fino a tre anni di carcere e una multa di 75 mila euro per aver diffuso “messaggi violenti che incitano al terrorismo o alla pornografia o ledono gravemente la dignità umana”. Nel 2015, aveva twittato le immagini delle atrocità perpetrate dall’Isis in Siria e in Iraq per mostrare ciò che stava facendo lo Stato islamico.

Se l’accordo di Facebook con la Francia viene reiterato da altri paesi europei, tutto ciò che resta della libertà di espressione in Europa, soprattutto su Internet, rischia di prosciugarsi rapidamente.

All’inizio di luglio, l’Assemblea nazionale francese ha approvato un disegno di legge per contrastare l’odio online. La disposizione prevede che le piattaforme dei social media hanno 24 ore di tempo per rimuovere “i contenuti di incitamento all’odio” o rischiano multe fino al 4 per cento delle loro entrate globali. Il disegno di legge è andato al Senato francese e potrebbe diventare legge dopo la pausa estiva del parlamento. In tal caso, la Francia sarà il secondo paese in Europa dopo la Germania ad approvare una legge che obbliga una società di social media a censurare i propri utenti per conto dello Stato.

Sempre ai primi di luglio, in Germania – dove la legge sulla censura, nota come NetzDG [Netzwerkdurchsetzungsgesetz – Atto per l’applicazione della legge all’interno dei social network, N.d.T.], impone a Facebook di rimuovere i contenuti entro 24 ore oppure la piattaforma rischia multe fino a 50 milioni di euro – l’Ufficio federale di giustizia ha inflitto a Fb un’ammenda di due milioni di euro “per le informazioni incomplete fornite nella sua relazione pubblicata [la pubblicazione della sua relazione sulla trasparenza riguardante i primi sei mesi del 2018 richiesta ai sensi della NetzDG] in merito al numero di reclami ricevuti riguardo ai contenuti illeciti. Ciò offre all’opinione pubblica un’immagine distorta sia della quantità di contenuti illeciti sia della risposta del social network.

Secondo l’Ufficio federale di giustizia tedesco, Facebook non informa adeguatamente i propri utenti della possibilità di segnalare i “contenuti illegali” nello specifico “modulo di segnalazione relativa al NetzDG”:

“Facebook dispone di due sistemi di segnalazione: il suo feedback standard e i canali di segnalazione da un lato, e il ‘modulo di segnalazione relativa al NetzDG’, dall’altro. Gli utenti che desiderano presentare un reclamo in merito ai contenuti illegali ai sensi del Network Enforcement Act si trovano orientati verso i canali standard, poiché l’esistenza parallela di tali canali e del ‘modulo di segnalazione relativa al NetzDG’ è ben celata. (…) Laddove i social network offrono più di un canale di segnalazione, questo deve essere reso chiaro e trasparente agli utenti, e i reclami ricevuti attraverso questi canali vanno inclusi nel rapporto sulla trasparenza. Dopotutto, le procedure per gestire i reclami relativi ai contenuti illeciti hanno un impatto notevole sulla trasparenza”.

In risposta, Facebook ha dichiarato:

“Vogliamo rimuovere i discorsi che incitano all’odio nel modo più rapido ed efficace possibile, e lavoriamo per farlo. Siamo certi che le relazioni pubblicate sono conformi alla legge, ma come hanno rilevato molti critici la legge manca di chiarezza”.

Mentre Facebook afferma di contrastare l’odio online, e si arroga la pretesa di aver rimosso dalla propria piattaforma milioni di pezzi dai contenuti terroristici, secondo un recente articolo del Daily Beast, 105 post di alcuni dei più noti terroristi di al-Qaeda sono ancora pubblicati su Facebook e YouTube.

Tra i terroristi spiccano Ibrahim Suleiman al-Rubaish, che è stato imprigionato per più di cinque anni a Guantanamo Bay per l’addestramento con al-Qaeda e per aver combattuto a fianco dei talebani in Afghanistan contro gli Stati Uniti, e Anwar al-Awlaki, un terrorista di origine americana, entrambi uccisi da droni americani. Secondo quanto riferito nel settembre del 2016 da un funzionario statunitense responsabile della lotta al terrorismo:

“Se si dovessero prendere in considerazione le persone che hanno perpetrato atti di terrorismo o che sono state arrestate e si facesse un sondaggio, si scoprirebbe che la maggior parte di loro ha avuto una sorta di esposizione ad Awlaki”.

Già negli anni Novanta, Awlaki predicava e diffondeva il suo messaggio di jihad nelle moschee americane. Nella moschea Masjid Ar-Ribat al-Islami, a San Diego, tra il 1996 e il 2000, due dei futuri dirottatori dell’11 settembre parteciparono ai suoi sermoni. Si dice anche che Awlaki abbia ispirato molti altri terroristi, come l’autore della strage di Fort Hood, il maggiore dell’esercito statunitense Nidal Malik Hasan con il quale ebbe uno scambio di e-mail, e i fratelli Tsarnaev, responsabili dell’attentato alla maratona di Boston del 2013. A quanto pare, questo tipo di attività non infastidisce Facebook: il Daily Beast avrebbe trovato i video attraverso semplici ricerche in arabo, digitando solo i nomi dei jihadisti.

Che Facebook appaia selettivamente “creativo” nel modo in cui sceglie di rispettare le proprie regole non è una novità. Come in precedenza riportato dal Gatestone Institute, in Svezia, Ahmad Qadan, per due anni, ha raccolto pubblicamente fondi per conto dell’Isis. Facebook si è limitato a rimuovere i post dopo l’intervento del Servizio di sicurezza svedese (Säpo). Nel novembre del 2017, Ahmad venne condannato a sei mesi di prigione perché ritenuto colpevole di aver utilizzato Facebook allo scopo di raccogliere fondi per finanziare l’acquisto di armi per gruppi terroristici come lo Stato islamico e Jabhat al-Nusra e per aver pubblicato messaggi che invocavano “gravi episodi di violenza da perpetrare sostanzialmente o in maniera sproporzionata contro i civili con l’intenzione di creare terrore nella popolazione”.

Nel settembre del 2018, i media canadesi rivelarono che Zakaria Amara, leader di un’organizzazione terroristica di Toronto, che stava scontando una condanna a vita per aver pianificato attentati con camion in stile al-Qaeda nel centro di Toronto, aveva una pagina Facebook sulla quale pubblicava foto della prigione e riflessioni sul suo percorso di terrorista. Solo dopo che i media canadesi avevano chiesto a Fb informazioni sull’account, il social media cancellò il profilo di Amara “per violazione dei nostri standard comunitari”.

Quando Facebook e YouTube riterranno prioritario rimuovere il materiale riguardante il terrorista Anwar al-Awlaki, il cui incitamento ha ispirato gli attuali terroristi a uccidere la gente?

Judith Bergman è avvocato, editorialista e analista politica. È Distinguished Senior Fellow presso il Gatestone Institute.