Utilità pubblica o business privato?

Utilità pubblica o business privato? Il conto lo paghiamo sempre noi”

In questo Sud stanno facendo passare qualunque cosa con una parola magica: “utilità pubblica”. La ripetono come un mantra, come se bastasse pronunciarla per trasformare un affare privato o un cantiere invasivo in un’opera sacra, intoccabile, che nessuno può criticare. E invece la verità è che spesso dietro quella formula non c’è nessun bene comune: c’è un sistema che schiaccia i cittadini, i piccoli proprietari, gli agricoltori e gli allevatori, mentre fa fare business a chi ha soldi, agganci e potere.
E voglio dirlo chiaramente, perché qui si gioca sempre sporco con le etichette: io non sono contro le nuove tecnologie. Non sono contro l’energia eolica, non sono contro il fotovoltaico, non sono contro la modernizzazione. Non sono nemmeno contro le nuove opere, quando servono davvero. Io sono contro l’assenza di un piano serio, contro il “non piano energetico” fatto di impianti piazzati dove conviene, di territori trattati come colonie, di soldi pubblici mascherati da bollette, e soprattutto contro lo sfruttamento dell’ambiente e delle comunità locali in nome di una parola che dovrebbe significare tutt’altro.
Io vorrei che funzionasse tutto con criterio e serietà, con regole chiare e uguali per tutti. Perché quando non pago una bolletta della luce, l’ente manda il sollecito. Poi arrivano interessi, mora, minacce di distacco. E se continui a non pagare, ti fanno pure passare i guai. Giustamente, perché in un sistema serio le cose devono funzionare. E allora mi chiedo: se lo Stato o chi per lui mi espropria un terreno “per utilità pubblica”, perché non mi paga subito? Perché devo aspettare anni, fare carte, perizie, ricorsi, avvocati, mentre loro entrano, occupano, scavano e lavorano come se quel terreno fosse già loro?
Perché la storia è sempre la stessa. Arrivano con carte, timbri, autorizzazioni, e ti dicono che devono passare sul tuo terreno per un acquedotto, un elettrodotto, un impianto energetico, una strada di servizio, un cavidotto, un’opera “strategica”. Ti dicono che è per tutti, che è necessario, che è “sviluppo”. E intanto ti portano via pezzi di terra con espropri e servitù, spesso con compensazioni ridicole, quando non addirittura con niente. E la cosa più scandalosa è che tante volte nemmeno ti tolgono formalmente la proprietà: te la “lasciano”, ma te la rovinano. Ti dicono “poi la restituiamo com’era”. Peccato che un terreno agricolo non è un pavimento. È un ecosistema. Se lo compatti con le ruspe, se ci scarichi sopra materiali, se cambi drenaggi e scoli, se lo riempi di pietrame e terra di riporto, quel campo non torna “come prima”. Quel campo muore, o comunque perde produttività per anni. E chi paga? Sempre lo stesso: il proprietario, il contadino, la famiglia che vive di quel pezzo di terra.
La cosa più ipocrita è questa: per i cittadini comuni esistono mille vincoli, mille controlli, mille divieti. Prova tu a spostare un muretto, a tagliare un albero, a mettere una recinzione, a fare una piccola opera agricola: ti piovono addosso norme forestali, vincoli, biodiversità, autorizzazioni, verbali. Ma quando arrivano i grandi cantieri, improvvisamente la biodiversità sparisce, i vincoli diventano “procedure”, le tutele diventano carta. Si taglia, si spiana, si scava, si deviano fossi, si aprono piste, si passa dove prima era impossibile anche solo mettere un paletto. E tutto, guarda caso, è “autorizzato”.
Poi c’è l’altra ingiustizia enorme, quella che fa saltare i nervi: la differenza di trattamento tra chi lavora davvero e chi muove milioni. Gli allevatori e gli agricoltori vengono trattati come potenziali criminali. Norme rigidissime, registri, obblighi continui, controlli, sanzioni che possono far fallire un’attività per una contestazione, a volte perfino per un errore formale. Se hai due mucche, se hai un’azienda piccola, devi stare con la paura costante di una multa che ti rovina. Invece chi arriva con un cantiere “strategico” può devastare terreni, lasciare inquinamento, cambiare la morfologia del suolo, e poi sparire dietro una firma. E se provi a far valere i tuoi diritti ti dicono di fare ricorso, di rivolgerti a un avvocato, di aspettare anni. Cioè ti sfiniscono. Non ti picchiano, ma ti consumano. È una violenza burocratica che funziona benissimo contro chi non ha soldi e tempo da buttare.
E come se non bastasse, oggi assistiamo anche a un’altra cosa che ha del surreale: ditte private che arrivano nei territori per mettere pannelli solari o anche una singola pala eolica e ti parlano ancora di “utilità pubblica”. Ti fanno offerte al ribasso, ti mettono fretta, e se non accetti iniziano con le pressioni, con le minacce velate, con il solito discorso: “tanto poi si va di esproprio”. Ma stiamo scherzando? Un’impresa privata che fa profitto, che incassa, che produce energia venduta sul mercato… e usa la parola “pubblico” come clava contro il proprietario del terreno. Questa non è transizione energetica: è un metodo.
E qui arriva la domanda che nessuno vuole fare seriamente: ma vogliamo decidere o no un criterio? Vogliamo stabilire quante pale eoliche possono stare in un’area di tot metri quadrati, in una zona agricola, in un territorio già saturo? Vogliamo decidere quanta superficie può essere coperta da pannelli a terra senza divorare il verde, senza mangiare suolo fertile, senza cancellare la possibilità di coltivare? Perché tra qualche anno, se si continua così, lo spazio agricolo finisce davvero. E finisce la terra buona. E finisce il paesaggio. E quello che avremo davanti non sarà più un territorio vivo: saranno boschi d’acciaio, distese di ferro e pannelli, e ci diranno che è “green” e “utile”. Ma utile per chi?
Perché il punto è questo: noi proprietari, noi residenti, noi cittadini dei comuni coinvolti, non facciamo parte di questo “pubblico”? L’utilità pubblica vale solo quando bisogna prendere la terra, occupare, scavare, piazzare impianti e fare business? E quando invece si parla di rispetto, di compensazioni vere, di tutela del suolo, di salute, di paesaggio, di agricoltura, di biodiversità… allora il pubblico non esiste più?
E qui arriviamo al punto che per me è il più semplice e anche il più giusto, quello che dovrebbe valere per tutti: la coerenza. Perché se io devo pagare per tutto — se devo pagare per parcheggiare, se devo pagare permessi e oneri per costruire, se devo pagare tasse e autorizzazioni per lavorare, se devo pagare e rispondere di ogni danno che faccio — allora deve valere lo stesso principio anche per loro: se occupi, paghi. Se prendi un terreno, lo paghi. Se lo rovini, lo ripari davvero e lo risarcisci. Se fai danni all’ambiente, paghi. Se comprometti un’attività agricola o un allevamento, paghi. Non può esistere un Paese dove il cittadino è responsabile fino all’ultimo centesimo e il grande cantiere invece ha l’immunità.
E non parliamo solo di energia. Certo, la storia delle rinnovabili è stata l’esempio perfetto: presentate come “salvezza”, trasformate in rendite garantite, pagate da tutti in bolletta con gli oneri di sistema, mentre i profitti andavano a pochi. Ma il problema è più grande: è l’uso sistematico dell’etichetta “pubblico” per coprire operazioni che pubblico hanno solo il conto, perché a pagare siamo noi. E il Sud è diventato spesso una piattaforma: il territorio ospita, subisce, perde suolo agricolo e paesaggio, mentre i soldi veri finiscono altrove. E se ti lamenti, ti fanno pure passare per quello “contro il progresso”.
Ma quale progresso è quello che toglie terra a chi produce cibo, rovina i campi, non rispetta ambiente e biodiversità quando fa comodo, e poi pretende che i cittadini stiano zitti? Quale utilità pubblica è quella in cui i costi sono collettivi e i benefici privati? Quale bene comune è quello che lascia i proprietari senza risarcimenti degni, i contadini con i terreni devastati, e gli allevatori strangolati dalle norme mentre i grandi passano come carri armati?
Qui non è questione di essere contro l’ambiente o contro le infrastrutture. È questione di giustizia. È questione di regole uguali per tutti. È questione di rispetto del territorio e delle persone. Perché un Paese civile non può funzionare così: con la legge usata come clava contro i piccoli e come tappeto rosso per i forti. E finché “utilità pubblica” resterà una parola buona solo per zittire la gente e aprire cantieri, non sarà utilità pubblica: sarà solo un modo elegante per dire sfruttamento legalizzato.

Giorgio d’ Angelo  ( dal social)