Il Genocidio delle Highlands Scozzesi

Il Genocidio dimenticato delle Highlands Scozzesi
di Giovanna Potenza

L’espressione «pulizia etnica» è entrata nel linguaggio dei mass media solo negli anni ’90, traendo spunto dal suo corrispettivo serbo-croato “etničko čišćenje”, in riferimento a uno degli scellerati effetti che la guerra civile stava producendo nella ex-Jugoslavia. Indica la rimozione forzata di una minoranza etnico culturale dal proprio territorio di appartenenza, nel tentativo di preservare una presunta identità/superiorità razziale, ma è un’espressione che può anche riferirsi all’epurazione di un territorio dall’etnia dei suoi secolari abitanti, per ragioni di natura meramente politica. Intesa in questa accezione, la pulizia etnica ha dato vita ad innumerevoli esempi sotto il profilo storico e geografico.
Fotografia di copertina, “The Massacre of Glencoe – James Hamilton”, Kelvingrove Art Gallery and Museum
Uno di essi, poco noto in Italia, è il vergognoso fenomeno che ha interessato le Highlands (o Altipiani) scozzesi, passato alla storia come “Highland Clearances” o “Epurazione delle Highlands”, che in gaelico scozzese ha il suono gutturale di “Fuadach nan Gàidheal” ed il triste significato di “espulsione dei Gaeli”. Le Highlands sono un territorio di selvaggia ed incontaminata bellezza, che si distende tra l’Oceano Atlantico e il Mare del Nord, nella estrema regione nordoccidentale della Scozia. Dominate da cime come il Ben Nevis, la vetta più alta della Gran Bretagna, frammentate da laghi quali Loch Ness o Loch Morar e costellate da antichi manieri in rovina, le Highlands evocano, nell’immaginario collettivo, i brumosi paesaggi o le aurore boreali dell’estremo Nord, nonché le romantiche suggestioni del folklore scozzese.
Le Highlands hanno tuttavia una storia che di romantico ha ben poco, e che ha molto più a che fare con abusi e violenze secolari. Eppure, in un quadro già di per sé fosco, esistono battaglie che fanno la differenza per un popolo, al punto che è possibile parlarne in termini di prima e dopo, implicando che sono state uno spartiacque nella storia di un determinato territorio.
La battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile del 1746 presso Inverness, nelle Highlands, rientra in questa categoria, costituendo l’ultimo cruento scontro consumatosi sul suolo britannico, destinato a segnare il definitivo tramonto delle aspirazioni scozzesi ad affrancarsi dalla corona inglese.

Ad animare la rivolta fu un principe nato a Roma, Carlo Edoardo Stuart, chiamato affettuosamente dai suoi sostenitori “Bonnie Prince Charles” per l’affascinante aspetto fisico. Era nipote di Giacomo II d’Inghilterra, ma era uno Stuart e, benché nato in esilio, crebbe con l’unico obiettivo di rientrare in possesso dei territori che riteneva suoi per diritto divino. L’instabilità politica dovuta alla morte dell’imperatore Carlo VI nel 1740, e la crescente tensione tra le comunità cattoliche e protestanti in Scozia e in Francia, parvero fornire al giovane Carlo l’occasione a lungo attesa per tentare un reinsediamento sul trono che era appartenuto alla sua sfortunata antenata Maria Stuarda.
Sbarcato in Scozia il 25 luglio del 1745, in virtù del proprio nome e del carisma personale, riuscì a guadagnare alla causa giacobita (legata alla restaurazione della dinastia degli Stuart al trono d’Inghilterra e di Scozia) ampio consenso soprattutto nelle Highlands, tradizionalmente insofferenti verso la corona inglese.

 

Sotto, ritratto di Carlo Edoardo Stuart realizzato da William Mosman nel 1700:

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A Glenfinnan numerosi clan giurarono fedeltà al “giovane pretendente”, e si strinsero a lui sia all’epoca dei suoi iniziali successi sia nell’ultima, tragica battaglia di Culloden. A fronte delle “sole” 50 vittime di parte inglese, infatti, i caduti giacobini furono più di 1200, anche perché il duca Guglielmo di Cumberland operò una repressione talmente efferata da meritare il soprannome di “The butcher – il macellaio”, provocando disgusto perfino fra le fila del suo stesso esercito, ancora fedele all’adozione di un codice cavalleresco in battaglia.

Sotto, Guglielmo di Cumberland:

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Figlio del re inglese Giorgio II (un duca tedesco del casato degli Hannover, investito del regno di Gran Bretagna ed Irlanda perché la corona poteva essere ceduta solo a sovrani protestanti, secondo quanto stabilito dall’Act of Settlement del 1701), il duca di Cumberland, che pure aveva tributato un trattamento relativamente umano ai precedenti nemici in guerra, non riservò il medesimo trattamento agli Highlanders, sostenendo che fossero dei selvaggi verso i quali era d’obbligo non usare alcuna etichetta. Il risultato fu che l’esercito giacobita fu inseguito, mentre era in rotta, dai dragoni britannici, con il preciso obbligo di massacrare i fuggiaschi. Ma il macellaio non si fermò.

Targa della battaglia di Culloden:

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Furono perseguitati tutti gli abitanti accusati di aver appoggiato la causa giacobita, perpetrati stupri di massa come ritorsione sulla popolazione femminile delle Highlands e i villaggi furono incendiati e privati del bestiame, ma la lunga scia di sangue e di orrori che l’esercito inglese si lasciò alle spalle fu solo uno degli aspetti del dramma.
È storicamente corretto precisare che gran parte dei clan delle Highlands avevano appoggiato la causa del giovane Stuart, ma anche che molti altri erano restati fedeli alla corona inglese.

La battaglia di Culloden, dipinto di David Morier del 1746:

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Tutto il territorio, tuttavia, fu condannato alla stessa forma di punizione apocalittica: l’obiettivo di Cumberland era infatti quello di estirpare meticolosamente la cultura delle Highlands ribelli. Si mirò a sovvertire la struttura stessa dei clan scozzesi, fondati sui legami familiari e su secolari relazioni di mutuo soccorso all’interno di un gruppo sociale. I clan furono costretti a consegnare le armi, fu vietato indossare i tartan che contraddistinguevano i clan, fu reso illegale il suono delle tradizionali cornamuse, sostituiti alcuni cognomi “compromessi” e addirittura proibito l’uso del

Gaelico, la lingua di origine celtica parlata nelle Highlands.

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Il professor Rab Houston, capo del dipartimento di storia moderna della St Andrews University, ha sostenuto che Cumberland “distrusse il nesso stesso del tessuto sociale del clan, che era alla base della società delle Highlands“, perpetrando una vera e propria pulizia etnica, fornendo un triste precedente storico nel settore. A differenza del giovane principe Stuart, fortunosamente riparato all’estero, migliaia di ex ribelli, ancora fedeli al suo nome, furono torturati e languirono nelle patrie galere, altri furono deportati in Canada, negli Stati Uniti, oppure in Australia e Nuova Zelanda.
Parallelamente, tra il XVIII e il XIX secolo, fu attuata una politica economica volta a convertire l’economia locale da agricola in pastorale a livello estensivo, quella passata alla storia come la già ricordata “Highland Clearances”. I territori demaniali, tradizionalmente utilizzati dai contadini per integrare il magro raccolto, furono recintati e assegnati a nobili e a grandi proprietari terrieri provenienti dal sud della Scozia, che li capitalizzarono, trasformando i poderi degli agricoltori locali in pascoli di ovini a perdita d’occhio.
I capi dei clan che avevano collaborato con la corona inglese vennero invece indotti, con la corruzione, ad adottare uno stile di vita meno austero e più consono alle nuove cariche acquisite. L’economia, da autonoma, venne resa dipendente da quella inglese. Diminuì la richiesta di carne bovina a favore di quella equina e gli allevatori locali finirono sul lastrico. Il 1792 passò tristemente alla storia come “l’anno della pecora”, perché le Highlands, che avevano occasionalmente conosciuto il sovrappopolamento, divennero un territorio quasi spettrale a seguito di un’ennesima ribellione conclusasi con processi, condanne e con il trasferimento forzato delle popolazioni in territori più poveri, o sulle coste, dove gli ex-fattori furono obbligati a darsi alla pesca.

Sotto, dipinto di Rosa Bonheur del 1860:

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Per avere una qualche idea degli stenti affrontati da quegli infelici, impreparati ad affrontare le nuove condizioni di vita, basti pensare che nel villaggio di Badbea le donne furono costrette ad ancorare bambini e pollame alle rocce o alle assi, per evitare che fossero portati via dalle raffiche di vento di un territorio asprissimo.
Alle famiglie migranti fu concesso di trasportare solo l’indispensabile, le case vennero bruciate, onde impedire qualsiasi reinsediamento a distanza di tempo, complice anche il diritto di Scozia, che non proteggeva i coloni agricoli che abbandonavano i territori. La grande carestia delle patate, comparsa in Scozia nel 1846, e che colpì duramente anche l’Irlanda, spopolò ulteriormente le distese martoriate delle Highlands.
Eterna spina nel fianco dell’Inghilterra per le tradizioni e per la fedeltà agli Stuart, le in larga parte cattoliche Highlands furono oggetto di quello che può essere, senza tema di smentita, definito un vero e proprio genocidio della cultura gaelica. Venne modificato per sempre l’assetto di quelle regioni, cancellandone persino la lingua, al punto da confinarla quasi esclusivamente agli ambiti accademici (il Gaelico è parlato da meno dello 1,1% della popolazione in Scozia) e provocando infine, tramite una colpevole politica economica, la diaspora forzata della sua gente, elemento che portò il territorio a trasformarsi in una delle aree più scarsamente popolate in Europa, soltanto pochi decenni dopo la battaglia di Culloden.
Non risulterà allora paradossale l’esito del censimento che, all’inizio del XXI secolo, ha dimostrato che sono più numerosi i discendenti degli Highlanders viventi all’estero, che quelli residenti nella madrepatria. A riprova del fatto che gli Highlanders, a dispetto della versione cinematografica idealizzata interpretata da Christopher Lambert e Sean Connery alcuni anni or sono, furono tutt’altro che immortali…

 

Da: https://www.vanillamagazine.it/il-genocidio-dimenticato-delle-highlands-scozzesi/

 

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Giovanna Potenza
Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.