Partigiani liberali

Rossella Pace: Vi presento le mie Partigiani liberali (magazine.tipitosti.it)

di Cinzia Ficco, del 30 aprile 2020

PACERossella Pace

 

 

 

Partigiane liberali

Organizzazione, cultura, guerra e azione civile

Hanno iniziato prima di socialiste e comuniste a combattere il fascismo. Ma agli occhi di tanti intellettuali, le liberali sono rimaste le altre, le “partigiane in crinolina”. La loro Resistenza? Un’avventura volta a scoprire il diverso che le circondava, si è raccontato per decenni. E, invece, il loro contributo alla Liberazione è stato determinante.

A provarlo ci sono documenti che Rossella Pace (Eboli, ’80), PhD in Storia dell’Europa presso la Sapienza di Roma, nonché Segretario Generale dell’Istituto Storico per il Pensiero Liberale Internazionale, ha raccolto in tre anni, nonostante l’iniziale diffidenza di qualche archivio, e reso pubblici nel suo ultimo lavoro, intitolato Partigiane liberali. Organizzazione, cultura, guerra e
azione civile (Rubbettino 2020).

Quasi duecentosettanta pagine, corredate di fotografie e lettere, che ribaltano l’immagine di vacuità e superficialità spesso attribuita all’antifascismo liberale, e in particolare a quello femminile di origine aristocratica e borghese, portando all’attenzione dei lettori a figure del calibro di: Virgilia Minoletti Quarello, Cristina Casana, Maria Giulia Cardini, Nalda Mura, Maria Eugenia Burlando, Mimmina Brichetto, per citarne alcune, che fino ad ora erano rimaste pressoché sconosciute.

“Si è sempre detto – sostiene Rossella – che fossero pochissime, deboli e ininfluenti, dedicate e sottomesse ai loro uomini. E, invece, erano donne di una grande cultura che, smarcandosi da padri, mariti e fratelli, iniziavano ad interessarsi alla politica sin da ragazze, frequentando i salotti culturali delle loro mamme e delle loro nonne. Alcune parlavano più lingue, come Cristina Casana, che una
volta fece da interprete al fratello di Churchill. In quanto colte, erano emancipate e coscienti del proprio ruolo. Ebbero modo di conoscere l’intellighentia internazionale. Ricordo che iniziarono a delegittimare con vigore il fascismo ben prima della Resistenza, ai tempi dell’omicidio Matteotti. E non tutte, in piena lotta per la Liberazione, si limitarono ai confronti salottieri. Molte di loro furono
fondamentali, perché parteciparono all’informazione, all’ approvvigionamento e trasporto di armi e medicinali o addirittura, come il caso di Maria Giulia Cardini, alla lotta armata. Solo che sono state viste sempre come diverse dalle compagne di altro orientamento politico. Colpa della massiccia propaganda comunista? Non credo sia attribuibile solo a loro. E’ vero che socialisti e comunisti si sono appropriati, inizialmente, della vulgata sulla Resistenza. Ma se lo hanno fatto, come diceva Nina Ruffini noi liberali siamo stati complici. I motivi allora sono da ricercare altrove. Le liberali in realtà non sono mai state ben viste in primo luogo perché erano appartenenti ad una diversa classe sociale, poi perché non seguivano pedissequamente fedeltà ideologiche, tantomeno quelle socialiste e comuniste, dotate di un fascino più insistente dopo la fine della dittatura. Inoltre, è stato lo stesso Partito liberale a non riconoscere mai pienamente il contributo determinante delle figure femminili. Molte di loro dopo la Resistenza si autoesclusero dal Partito, che ai loro occhi aveva tradito gli ideali iniziali, dedicandosi a coltivare soltanto interessi personali e professionali. Le donne liberali, che avevano partecipato alla Resistenza, nel dopoguerra rappresentarono l’anello debole nella dialettica interna del partito, profondamente diviso su temi come la scelta tra monarchia e Repubblica e lo stesso rapporto tra antifascismo e democrazia. La frattura tra la sinistra, che guardava agli azionisti e all’unità
antifascista, e la destra prevalentemente anticomunista e monarchica, che pensava a un’alleanza con l’Uomo Qualunque – (frattura che Benedetto Croce come presidente cercava faticosamente di ricomporre) – sfociò in scissioni dall’una e dall’altra parte, oltre che in vari cambi di linea della dirigenza, fino all’assestamento del partito nella coalizione centrista degasperiana.
Paradossalmente, quindi, le donne liberali che avevano offerto alla lotta partigiana uno tra i contributi più rilevanti tra le varie famiglie politiche italiane, finirono con l’alimentare esse stesse, con il loro understatement, il silenzio su se stesse, e con loro i loro uomini e colleghi di partito. Ne derivò una narrazione univoca, che additava non solo i liberali come marginali o assenti in quella
lotta, ma le loro donne come aristocratiche avviluppate nel loro “snobismo liberale”, lontane e indifferenti rispetto all’impegno della lotta resistenziale e all’affermazione della democrazia”

La prima ad abbandonare la politica attiva, e quella da cui il lavoro della storica è partito, fu Virginia Minoletti Quarello, la quale, unica donna designata per i liberali alla Consulta, decise di non candidarsi alle elezioni per la Costituente di quell’anno. Analoga condotta fu seguita da Maria Eugenia Burlando, che sarebbe diventata segretaria dell’istituto della Resistenza Ligure, carica mantenuta poi fino alla sua morte, e da Cristina Casana, che, comunque continuò a dedicarsi alla
causa delle “giovani fanciulle”.

La Resistenza, dunque, oltreché una fase storica ancora divisiva, è una questione aperta. “Ci sono ancora molti aspetti da studiare e personaggi che appaiono controversi – afferma Rossella – Uno di questi, che ho avuto modo di conoscere dal suo Archivio, è Edgardo Sogno, ex ambasciatore, monarchico, un eroe della Resistenza, alla guida dell’Organizzazione Franchi, a cui aderirono molte liberali. Sogno è ancora oggi figura tra le più divisive.
Eppure, da quanto è risultato dallo studio delle sue carte, emerge un personaggio del tutto diverso dall’ immagine del guascone che si è abituati a vedere. Come spesso accade quando si studiano gli archivi personali, l’uomo e il personaggio sono due cose diversissime. E’ per questo che il mio prossimo lavoro sarà dedicato a lui e alla seconda delle sue due crociate, quella anticomunista (la
prima era stata quella contro il nazifascismo), trattando la fase che va dal periodo successivo alla Resistenza fino alla fine degli anni ‘60”.

Il libro di Rossella è stato accolto con grande favore dall’associazione dei partigiani francese, guidata da un torinese. “Spero che anche l’Anpi italiana – conclude – manifesti un analogo interesse. Anche se il mio precedente volume (Una vita tranquilla), dedicato alle memorie di Cristina Casana, la cattolica – liberale, che nella sua villa brianzola di Novedrate, raccolse, organizzò e ospitò con il fratello Rinaldo tutte le anime della lotta clandestina sia civile che militare,
costituendo il principale punto d’appoggio dell’Organizzazione Franchi, non ha suscitato in loro particolari attenzioni. Ma voglio ben sperare per questo. Del resto, è uscito solo da pochi giorni e ho dalla mia parte la promessa di un partigiano”.
https://www.store.rubbettinoeditore.it/rossella-pace-vi-presento-le-mie-partigiani-liberali-30/04/2020

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La recensione di Marcello Flores a ‘Partigiane liberali’ (Rubbettino Editore)

di Marcello Flores, del 27 maggio 2020

Il libro di Rossella Pace, Partigiane liberali, riempie un vuoto storiografico che è in qualche modo duplice: da una parte ricostruisce, attraverso esperienze molteplici di donne impegnate nell’antifascismo e nella Resistenza il ruolo e la partecipazione delle donne liberali nella guerra di liberazione; ma nel far ciò getta luce nuova anche nella storia più complessiva del partito liberale in quegli anni, e di come visse la Resistenza, in genere appiattita sulla esperienza eccezionale ma considerata unica e anomala di Edgardo Sogno.

Pace racconta, sia pure per sommi capi, le vicende delle diverse «bande» e formazioni partigiane, che affiancarono quella più nota della «Franchi», maggiormente simile alle caratteristiche del maquis francese che non a quella delle formazioni partigiane italiane. Vengono seguiti alcuni personaggi importanti pur se tralasciati o poco noti nelle storie della Resistenza, da Anton Dante Coda, rappresentante del PLI nel CLNAI a Umberto Lazagna, membro per i liberali del Comitato militare per la Liguria. E l’esperienza ligure si mostra, non solo per motivi contingenti e la presenza di numerose personalità, ma per i caratteri della lotta partigiana in quella regione, particolarmente significativa e importante. Uomini liberali hanno spesso un ruolo di primo piano all’interno dei servizi di intelligence, come Leopoldo Trotti che diventa comandante dell’Ufficio Informazioni Militari del Comando regionale ligure.

Ed è da qui che si dipana la parte più ricca e innovativa del volume, quella dedicata alle donne, alle segretarie del CLN ligure Maria Eugenia Burlando e Marcella Alloisio, ma anche a Giovanna Boccardo e soprattutto ad alcune figure che appaiono decisamente fondamentali pur se poco note: da Virginia Minoletti Quarello, sulla base delle cui memorie e corrispondenza l’autrice ripercorre momenti e problematiche cruciali di quegli anni, a Maria Giulia Cardini, croce militare di guerra e liberata dopo il suo arresto grazie allo scambio con la figlia del console tedesco a Torino, rapita per questo scopo. Le memorie e le testimonianze di Cristina Casana, di Giuliana Benzoni, di Mina Ruffini, di Paola Cotta e di altre protagoniste poco conosciute, c’illuminano sulla consapevolezza politica di queste donne, le reti di cospirazioni e di solidarietà che mettono in piedi, il ruolo particolare che alcuni «salotti» femminili svolgono nel mondo dell’antifascismo, soprattutto quello vicino a Maria José, il lavoro nell’assistenza ai prigionieri di guerra e alla logistica dell’insieme dell’antifascismo liberale.

Pace affronta e racconta con intelligenza il fallimento del tentativo di creare un CLN femminile, le divergenze tra i Gruppi di Difesa della Donna e il Comitato di coordinamento femminile antifascista che portano a una loro divisione; ma riflette anche sui motivi della scarsa presenza, nelle storie della Resistenza, dei liberali e della loro composita e anche contraddittoria partecipazione (con divisioni interne che vengono sommariamente ricordate). La spiegazione viene attribuita ad alcuni motivi, tra cui una sorta di sindrome di «autoesclusione» dalla narrazione e dalla memoria resistenziale, che diventa più forte dopo la rottura politica con i partiti di sinistra nel 1947 e che è accentuata dalle stesse divisioni interne al PLI che non riesce a raccontare, se non poco o male, quanto ha compiuto nell’ambito della Resistenza.

Proprio per la profondità e intelligenza di queste considerazioni conclusive, una sorta di suggello interpretativo alla narrazione condotta nel volume, appaiono un po’ datate e poco convincenti alcuni giudizi posti nelle pagine introduttive, che sembrano invece attribuire quel silenzio alla prevalenza di una lettura «di sinistra» della Resistenza, che certamente ci fu ma che sembra avere dominato – e senza provare a interrogarsi sui motivi – non solo il discorso pubblico, le celebrazioni e la propaganda ma l’intera produzione storiografica, che fu in proposito, invece, assai articolata, anche se ovviamente limitata ideologicamente rispetto a quanto venne fatto soprattutto a partire dagli anni ’70 e ancor più dagli anni ’90. Un ulteriore elemento critico mi permetto di rivolgere all’autrice anche sul modo in cui affronta la produzione di Giampaolo Pansa: non c’è nel libro un suo chiaro giudizio su di essa, se non che essa venne definita “un misto tra romanzo storico, feuilleton e pamphlet” (definizione in cui mi ritrovo), ma si ricorda, invece, che venne aspramente criticato per avere «infangato» la Resistenza da parte di una storiografia militante. La storiografia «militante» per fortuna è sempre stata poco significativa e influente sul terreno della ricerca (diverso il suo impatto su una parte dell’opinione pubblica), ma non ci si può nemmeno limitare, a proposito dell’ultimo libro di Pansa, a parlare della “controversa morte” del comandante Bisagno, quando lo stesso Pansa, dopo aver difeso per tutto il libro l’ipotesi di una sua uccisione da parte dei partigiani comunisti, conclude che quella è la sua «convinzione» anche se non ci sono prove fondamentali a suffragarlo. Mentre ce ne sono, invece, tantissime, sulla morte accidentale che privò tutto il movimento partigiano nel dopoguerra di uno dei suoi capi più prestigiosi e capaci.

Al di là di queste ultime osservazioni – troppo lunghe rispetto alle poche righe che vi dedica Rossella Pace, ma che mi hanno colpito e su cui ho voluto quindi dire qualcosa – vorrei terminare ringraziando l’autrice per questo bel libro, documentato e innovativo, che offre un contributo originale agli studi non solo sulla Resistenza ma sulla vita politica antifascista negli anni della guerra.

https://www.store.rubbettinoeditore.it/la-recensione-di-marcello-flores-a-partigiane-liberali-27/05/2020