Il Cinema Vittoria e la rivoluzione che non ci fu
Pontelandolfo, 9 agosto 1946
Il 9 agosto 1946, all’Ufficio Postale di Pontelandolfo, arrivò uno strano telegramma.
Era indirizzato a Carlo Lombardi, per tutti don Carlo, il titolare del Cinema Vittoria.
Il testo era breve, come si usava allora, quando ogni parola costava denaro. Ma quelle
poche parole, messe una dietro l’altra, avevano qualcosa di inquietante:
«Diavoli falsari impegnati altrove punto disponibile missione sublime capitano e mallenardo confermati.
Enrico Palumbo.»
Sembrava non avere alcun senso. E forse proprio per questo poteva averne uno molto
pericoloso.
Nel 1946 la guerra era finita da più di un anno, anche a Pontelandolfo. Ma non era ancora
finita l’abitudine a sospettare. L’Italia stava faticosamente cercando di ricominciare. Il fascismo
era caduto, la monarchia era appena stata sostituita dalla Repubblica e le ferite lasciate dalla
guerra erano ancora aperte. In un clima simile bastava poco perché una frase incomprensibile
diventasse un messaggio cifrato, una parola insolita una parola d’ordine e un tranquillo gestore
di cinematografo un possibile sovversivo.
Don Carlo, naturalmente, non ne sapeva nulla. Mandava avanti il suo Cinema Vittoria con
l’ostinazione di chi pensava che, dopo tanta guerra, alla gente servissero finalmente delle
storie. Le pellicole arrivavano quando arrivavano. Le poltroncine avevano bisogno
continuamente di qualche riparazione e il proiettore, probabilmente, dava più grattacapi degli
spettatori. Ma il cinema era aperto. E questo era ciò che contava.
Intanto, all’Ufficio Postale, quel telegramma continuava a destare preoccupazione.
L’ufficiale postale lo rigirò più volte tra le mani. Lo lesse e lo rilesse, forse sperando che,
cambiando l’ordine delle parole, ne venisse fuori un significato comprensibile. Niente. Uscì
persino dall’ufficio per osservarlo meglio alla luce del sole. Ma il problema, evidentemente,
non era la luce.
Erano quelle parole: Diavoli. Falsari. Missione. Capitano. Messe così, una dietro l’altra, non
promettevano nulla di buono.
L’ufficiale postale decise quindi di non correre rischi. L’originale sarebbe stato
regolarmente consegnato a Carlo Lombardi. Ma del telegramma venne fatta una copia che,
secondo le disposizioni ricevute, fu trasmessa con urgenza alla Polizia Politica della Questura
di Benevento.
Il plico arrivò in Questura nel pomeriggio. Il questore, dottor Antonio Vignali, lesse
attentamente il messaggio. Una volta. Poi un’altra. Nemmeno lui riuscì a capirci molto. Ma
proprio l’apparente assurdità di quelle parole rendeva la faccenda ancora più sospetta. Poteva
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trattarsi di un messaggio in codice. E se era in codice, evidentemente, qualcuno aveva qualcosa
da nascondere.
Il Questore informò il Prefetto. Il telegramma, in quel clima, non poteva essere
semplicemente cestinato. Così vennero inviati a Pontelandolfo un ispettore e un agente della
Polizia Politica, con un compito ben preciso: scoprire che cosa si nascondesse dietro quelle
misteriose parole.
I due arrivarono in paese e presero alloggio presso la taverna di Giuseppina Bellezza, a San
Donato. Mangiarono, ascoltarono, osservarono. Soprattutto osservarono. Nel pomeriggio si
recarono, con la dovuta discrezione, dall’ufficiale delle Poste che aveva segnalato il
telegramma. Ma da lui non riuscirono a ricavare molto.
Restava dunque una sola cosa da fare: interrogare il destinatario.
Don Carlo venne a sapere dell’indagine mentre si trovava nel Cinema Vittoria intento a
riparare una poltroncina. I due uomini entrarono nel locale, si qualificarono e gli dissero che
avevano bisogno di parlargli. Don Carlo li fece accomodare. I tre si sedettero tra le file di
poltroncine vuote del cinema.
A quel punto uno dei poliziotti tirò fuori un foglio. Era la copia del telegramma. Gliela
porse.
«Ci può spiegare che cosa significa?»
Don Carlo prese il foglio. Quando capì che i due uomini erano davvero agenti della Polizia
Politica e che erano arrivati da Benevento apposta per lui, la preoccupazione dovette essere
seria. Lesse il telegramma. Una volta. Poi un’altra. Guardò i due poliziotti. E finalmente capì.
Scoppiò in una grassa, liberatoria risata.
«Ma quale messaggio in codice! E poi che insurrezione potrei mai fare io? Con che cosa,
poi? Con le bobine dei film?»
Il mistero era risolto. Nessuna organizzazione clandestina, nessuna congiura, nessuna
rivoluzione preparata nelle sale buie del Cinema Vittoria. Quelle strane parole riguardavano
semplicemente la disponibilità di alcune pellicole cinematografiche.
I due agenti tornarono a Benevento. La loro relazione al Questore fu inequivocabile:
nessun messaggio cifrato, nessuna attività sovversiva, nessun pericolo per l’ordine pubblico.
Solo cinema.
Don Carlo Lombardi, invece, non ricevette mai scuse ufficiali per essere stato, sia pure per
qualche giorno, considerato un possibile e pericoloso insurrezionalista.
Forse, però, quella storia gli regalò qualcosa di meglio: una storia da raccontare. Perché in
quel lontano agosto del 1946, a Pontelandolfo, una rivoluzione rischiò davvero di scoppiare.
Almeno negli uffici della Questura. E per organizzarla erano bastati un telegramma, qualche
titolo di film e le bobine del Cinema Vittoria.