Quando la Repubblica divise Pontelandolfo: la storica lettera di Gino Corradetti a don Mario Fusco
L’estate del 1946 fu una delle più difficili e intense della storia di Pontelandolfo. Il referendum istituzionale del 2 giugno aveva sancito la nascita della Repubblica, ma il risultato aveva lasciato il Paese profondamente diviso. Anche il nostro paese viveva quel clima di forte contrapposizione politica e sociale.
Da una parte vi erano i contadini organizzati nella Lega dei Contadini, guidata da Gino Corradetti, presidente della Lega e segretario della Camera del Lavoro di Pontelandolfo. Dall’altra il mondo legato alla Chiesa, al parroco don Mario Fusco e ai sostenitori della Monarchia, preoccupati per le conseguenze del nuovo assetto istituzionale.
Le tensioni erano così forti da far temere che lo scontro politico potesse trasformarsi in un conflitto aperto tra compaesani.
In quel clima acceso nacque una vicenda oggi quasi dimenticata. Corradetti propose di affiancare ai tradizionali festeggiamenti religiosi di San Rocco, patrono del paese, anche una manifestazione civile dedicata alla vittoria della Repubblica. L’idea, tuttavia, trovò la ferma opposizione del Comitato Festa e del parroco don Mario Fusco.
Fu allora che Gino Corradetti prese carta e penna e scrisse una lunga lettera al parroco, datata 28 giugno 1946, documento che rappresenta oggi una preziosa testimonianza del difficile momento storico vissuto dalla comunità.
Nella lettera Corradetti afferma con decisione che la celebrazione della Repubblica rappresentava il naturale compimento della lotta politica sostenuta dai contadini e ribadisce che, qualora non fosse stato possibile trovare un’intesa, la Lega avrebbe organizzato autonomamente una manifestazione civile, senza interferire con le celebrazioni religiose.
Allo stesso tempo sottolinea come la Lega dei Contadini non fosse in contrasto con la Chiesa o con la fede cattolica, ma fosse un’organizzazione sindacale impegnata nella tutela dei lavoratori, lasciando a ciascuno piena libertà di coscienza e di credo religioso.
La parte finale della lettera assume toni molto più accesi. Corradetti denuncia gli ostacoli che, a suo giudizio, venivano frapposti all’azione della Camera del Lavoro e della Lega, rivendica l’impegno profuso per ottenere il completamento dell’Ospedale Civile di San Rocco e accusa alcuni avversari politici di alimentare un clima di odio e di diffamazione.
Nonostante la durezza del linguaggio, il documento si chiude con uno spiraglio di riconciliazione. Corradetti scrive infatti che il giorno in cui sarebbero cessate le calunnie e tutti avessero accettato il cammino del progresso, sarebbe stato possibile stringersi finalmente la mano.
A distanza di ottant’anni quella lettera non rappresenta soltanto uno scontro politico tra due personalità influenti della Pontelandolfo del dopoguerra. È soprattutto la fotografia di un Paese che cercava faticosamente di ricostruirsi dopo la guerra, diviso tra tradizione e cambiamento, tra Monarchia e Repubblica, tra fede religiosa e nuove rivendicazioni sociali.
Oggi, rileggere quelle pagine significa comprendere meglio la storia della nostra comunità, ricordando come anche nei momenti di maggiore contrapposizione il dialogo, pur difficile, non abbia mai cessato di essere cercato.