Il porco di comunità

Il porco di comunità: quando un maiale finì davanti al pretore

Tra le tante storie curiose che appartengono alla memoria di Pontelandolfo, ce n’è una che oggi farebbe sorridere, ma che racconta molto bene quanto fosse difficile, dopo l’Unità d’Italia, adattarsi alle nuove regole imposte dal Regno sabaudo.

È il 1864. Sono trascorsi appena tre anni dall’annessione dell’ex Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. Il nuovo Stato sta introducendo leggi e regolamenti che modificano profondamente la vita quotidiana delle comunità locali. Non tutti, però, comprendono il significato di quei cambiamenti. E, a quanto pare, neppure… un maiale.

Nel cuore del paese viveva Salvatore Guerrera, conosciuto da tutti con il soprannome di Sennì. Accanto alla sua abitazione possedeva una piccola stalla nella quale allevava un maiale. L’animale, però, non era un semplice animale domestico: ogni mattina usciva liberamente e percorreva i vicoli del centro storico in cerca di cibo.

Gli abitanti lo aspettavano. Davanti alle porte delle case lasciavano gli avanzi dei pasti e il maiale passava puntualmente a consumarli. Era una sorta di inconsapevole “servizio ecologico” ante litteram. In un’epoca in cui non esisteva la raccolta dei rifiuti come la conosciamo oggi, il porco di Sennì contribuiva a mantenere pulite le strade, eliminando gran parte degli scarti alimentari che altrimenti sarebbero finiti nelle discariche dell’epoca, come quella conosciuta con il nome di “sott’ ‘o munezzaro”.

Quando arrivava gennaio, però, il suo destino era inevitabile. Con il freddo si poteva conservare meglio la carne e il maiale veniva macellato. La lavorazione delle carni si trasformava in una vera festa collettiva: costolette, soffritto, salsicce, capicolli e salumi finivano sulle tavole del paese. Del resto, tutti avevano contribuito, giorno dopo giorno, ad alimentare quel maiale, che era diventato quasi un bene della comunità.

Ma proprio in quegli anni le nuove autorità piemontesi decisero di applicare con maggiore rigore le norme sull’igiene pubblica, ispirate alla legislazione di origine napoleonica. Animali lasciati liberi per le strade non erano più tollerati.

La Guardia Municipale si presentò quindi a casa di Sennì ordinandogli di tenere il maiale rinchiuso nella stalla.

Il problema era che il protagonista della vicenda ignorava completamente il cambio di regime.

Nessuno aveva spiegato al maiale che i Borbone non governavano più e che, da quel momento, le passeggiate quotidiane per le vie del paese erano diventate illegali.

Per ben tre volte la Guardia Municipale intimò a Sennì di impedire al suo animale di uscire. Ma convincere un maiale, abituato da anni alla libertà, era un’impresa impossibile. Ogni giorno l’animale evadeva dalla stalla e riprendeva il suo abituale giro tra i vicoli di Pontelandolfo.

Alla fine il sindaco non ebbe altra scelta: denunciò Salvatore Guerrera alla Pretura Mandamentale di Pontelandolfo per non aver rispettato le disposizioni comunali.

Nel frattempo, però, era arrivato gennaio.

Il maiale seguì il destino che gli era comunque riservato: fu macellato e la tradizionale festa coinvolse l’intero paese.

La cronaca racconta un dettaglio che rende ancora più singolare questa vicenda: tra i commensali sedevano anche il sindaco, la Guardia Municipale e perfino i Carabinieri, che brindarono con il robusto vino locale mentre gustavano una costoletta di maiale, levando il calice alla salute di Vittorio Emanuele II, re d’Italia.

Così si concluse una delle pagine più curiose della storia popolare di Pontelandolfo: quella del “porco di comunità”, un maiale che, inconsapevolmente, si trovò coinvolto nelle grandi trasformazioni politiche dell’Italia appena unificata. Una piccola vicenda che, tra ironia e memoria, racconta meglio di molti libri quanto profondi furono i cambiamenti vissuti dalle comunità del Mezzogiorno dopo il 1861.