Quando la legge bussò al dolore di una famiglia

Quando la legge bussò al dolore di una famiglia

Pontelandolfo, 15 luglio 1869: la storia dimenticata di un processo per la sepoltura di un neonato

Tra le antiche carte della Pretura di Pontelandolfo riaffiora un documento che racconta una vicenda profondamente umana, capace ancora oggi di suscitare emozione. Non si tratta di un delitto efferato né di una storia di brigantaggio, ma del dramma di una famiglia contadina che, dopo aver perso un bambino durante il parto, si trovò davanti ai giudici del Regno d’Italia.

La sentenza, pronunciata il 15 luglio 1869 dal Pretore Paolo D’Aquila, rappresenta una preziosa testimonianza della vita quotidiana nell’Italia postunitaria e delle rigide norme sanitarie introdotte pochi anni dopo l’Unità.

Gli imputati erano Francesco Rinaldi, Angela Longo, sua moglie, e Pietro Felice Guerrera, tutti contadini di Pontelandolfo.

Il reato contestato non riguardava la morte del bambino, ma la sua sepoltura senza la preventiva autorizzazione dell’autorità competente, obbligatoria per legge.

 

In Nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele Secondo per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia

L’anno 1869, addì 15 luglio, in Pontelandolfo.

Noi Paolo D’Aquila, Pretore del Mandamento di Pontelandolfo, procedendo nella linea penale abbiamo emessa la seguente sentenza.

Letti gli atti a carico di

  • Francesco Rinaldi, fu Romualdo, di anni 36, contadino;
  • Angela Longo, consorte di lui, di anni 34, contadina;
  • Pietro Felice Guerrera, fu Antonio, di anni 56, contadino;

nati e domiciliati in Pontelandolfo.

Imputati di seppellimento del cadavere di un neonato senza precedente autorizzazione dell’Ufficiale a ciò destinato, avvenuto il 3 febbraio 1869 in Pontelandolfo.

Rinviati alla competenza del Pretore con ordinanza della Camera di Consiglio di Benevento del 17 giugno 1869.

Fatto

Il medico chirurgo Dionisio Lombardi riferì all’autorità che nel cimitero del Comune era stato rinvenuto il cadavere di un neonato.

La Giustizia procedette agli accertamenti e dispose l’autopsia.

L’esame medico concluse che il bambino era morto durante il parto, a causa delle gravissime difficoltà della nascita. Il feto si presentava con i piedi avanti (parto podalico) e il decesso era stato provocato dalla compressione del capo durante il parto.

I medici esclusero qualsiasi intervento volontario o violento nella morte del neonato.

Per tale motivo il procedimento venne limitato esclusivamente al reato previsto dall’articolo 511 del Codice Penale, relativo alla sepoltura effettuata senza la prescritta autorizzazione.

Il Pubblico Ministero chiese la condanna degli imputati a dieci giorni di carcere, oltre alle spese processuali.

Sentenza

Il Pretore, riconosciuta la responsabilità degli imputati limitatamente alla violazione delle norme sulla sepoltura, pronunciò la seguente decisione:

  • Francesco Rinaldi
  • Angela Longo
  • Pietro Felice Guerrera

sono dichiarati colpevoli del reato loro ascritto.

Sono condannati a otto giorni di carcere ciascuno ed al pagamento solidale delle spese del giudizio.

 

 

La sentenza venne letta pubblicamente nella Pretura di Pontelandolfo il 15 luglio 1869.

Una lettura storica

A distanza di oltre centocinquant’anni, questa sentenza ci restituisce uno spaccato autentico della società rurale dell’epoca.

La giovane coppia aveva appena affrontato la perdita del proprio figlio durante un parto estremamente difficile. Oggi un evento simile sarebbe seguito da personale sanitario specializzato; nel 1869, invece, nelle campagne del Sannio il parto avveniva quasi sempre in casa, assistito da una levatrice o da familiari.

La normativa del Regno d’Italia imponeva però che ogni cadavere fosse sottoposto ai controlli previsti prima della sepoltura, soprattutto quando si trattava di un neonato. La famiglia, probabilmente seguendo un’antica consuetudine locale o spinta dal dolore, provvide invece alla sepoltura senza attendere l’autorizzazione.

L’intervento dell’autorità giudiziaria portò all’esumazione del piccolo corpo e all’autopsia.

L’indagine escluse qualsiasi ipotesi di infanticidio: il bambino era morto durante il parto per cause naturali.

Rimase soltanto la violazione della procedura amministrativa prevista dalla legge.

Un documento che racconta un’epoca

Questa vicenda non narra soltanto un processo.

Racconta il difficile incontro tra le tradizioni delle comunità contadine e le nuove istituzioni del Regno d’Italia, che proprio in quegli anni stavano introducendo norme più rigorose in materia sanitaria e giudiziaria.

Dietro le formule solenni della sentenza si intravede il dolore silenzioso di una famiglia che, oltre alla perdita di un figlio, dovette affrontare anche il giudizio dello Stato.

Carlo Perugini

foto dal web