FENESTRELLE

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Gigi Di Fiore -(dal libro I vinti del Risorgimento, Utet 2004 – capitolo 9: «I destini del soldato napoletano») 22 novembre 2010

ERANO Oltre 25 mila- Quelle fortezze-carceri dove i «terroni» morivano decimati da stenti e malattie

Fu subito chiaro che la maggioranza dei soldati borbonici aveva mantenuto sentimenti di fedeltà verso i Borbone. Per questo, finita la guerra ed avendo onorato la loro bandiera, quegli uomini si consideravano sciolti da ogni giuramento e impegno militare, così come era avvenuto al termine di ogni conflitto bellico, in tutte le epoche storiche e per qualsiasi truppa sconfitta. Credevano di essere in diritto di tornare nelle loro case, nella loro Patria. Ma dimenticavano che non avevano più Patria, almeno non quella per cui avevano rischiato la vita. Il loro passato non esisteva più e non avevano diritto al riposo. Si assegnava loro solo il dovere di servire il nuovo re. Ma i caprai, i contadini, i piccoli artigiani delle campagne meridionali non ne comprendevano le ragioni: poco sapevano di Unità d’Italia, per loro esistevano solo le radici e la dinastia cui avevano creduto. Il neonato Governo unitario sperava sempre di poter recuperare alle armi la maggioranza delle migliaia di prigionieri catturati in 5 mesi di guerra e convincere gli «sbandati» a presentarsi al Comando provinciale di Napoli, per concludere la ferma militare sotto le bandiere italiane.

I prigionieri di Capua, del Volturno, del Macerone, del Garigliano e di Mola erano gli uomini su cui aveva puntato Cavour dopo il Plebiscito, per un possibile potenziamento numerico dell’esercito nazionale. A pochi giorni dalla caduta di Gaeta, ammontavano a 24 mila soldati e 1700 ufficiali. Erano stati trasferiti al nord, dove furono rinchiusi in centri di accoglienza: Milano, Alessandria, Torino, Genova, Bergamo, Rimini, Brescia, le destinazioni. Sporche, mal vestite, poco nutrite queste colonne di vinti transitavano nelle loro prigioni, senza conoscere il loro destino. Non esisteva ancora la convenzione di Ginevra, ma solo delle prassi di trattamento dei prigionieri di guerra, più o meno rispettate dai vari Paesi. D’altro canto, i napoletani erano stati catturati nel corso di un conflitto mai dichiarato.
Luigi Farini

Il Governo Cavour cercò di capire chi fossero e che idee avessero i soldati tenuti prigionieri al nord. Appena due settimane dopo la caduta di Capua, il primo ministro piemontese inviò il generale Alfonso La Marmora ad ispezionare la Cittadella di Milano, dove erano rinchiusi i militari borbonici, per avere un rapporto sui soldati napoletani e sulla possibilità di arruolarli nell’esercito nazionale. La relazione del generale sardo fu un misto di disprezzo e razzismo. Il 18 novembre 1860, comunicò le sue valutazioni a Cavour: «I prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Di 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prender servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhi e da mali venerei… dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Ieri a taluni che con arroganza pretendevano il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano di servire, che erano un branco di carogne, che avremmo trovato il modo di metterli alla ragione». Cavour rimase molto impressionato. Tre giorni dopo aver ricevuto il documento di La Marmora, scrisse a Luigi Farini, luogotenente del re a Napoli: «Il trattare tanta parte del popolo come prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell’Esercito nazionale è impossibile e inopportuno».
Alfonso La Marmora: la sua relazione sui prigionieri fu un misto di disprezzo e razzismo
Prigionie di mesi, in condizioni difficilissime e con il continuo ricatto morale dell’arruolamento. Molti tornarono, per raccontarlo. In tanti vi morirono. Ma, fino alla capitolazione di Gaeta, si era di fronte a situazioni non regolate da accordi. Quello che avvenne dopo il 13 febbraio 1861 fu invece un vero e proprio arbitrio. Molti ufficiali furono tenuti nelle carceri del nord parecchi mesi. Alcuni non tornarono più a Napoli, trasferendosi a Roma. Altri si isolarono nella loro vita privata. A porre fine giuridicamente alla persecuzione nei loro confronti, arrivò l’amnistia disposta dal re nel 1863, concessa soprattutto come atto di riconciliazione verso i garibaldini dopo l’Aspromonte. Ma le sofferenze dei soldati napoletani continuavano. Oltre ai centri di raccolta, i piemontesi avevano realizzato due veri e propri campi di prigionia. Il più noto era nell’inaccessibile fortezza di Fenestrelle, vicino Torino.
Se la maggior parte dei soldati borbonici prigionieri veniva considerata irrecuperabile, con scarse possibilità di inserimento nell’esercito nazionale, allora bisognava cercare di “rieducare” i più irrequieti, tenendoli lontani dai loro paesi, dove avrebbero potuto alimentare la ribellione armata. Un obiettivo affidato al regime detentivo. Le carceri più dure furono istituite essenzialmente nel forte di San Maurizio Canavese e nella fortezza di Fenestrelle (…).
Nel forte di San Maurizio Canavese, fu deciso di inviare tutti i recalcitranti alla leva militare, i cosiddetti soldati «sbandati», smistati anche nella Cittadella di Milano, l’attuale Castello sforzesco. Ma vero campo di repressione fu quello di Fenestrelle, a 1200 metri di altezza nell’imbocco della Val Chisone, fortezza diventata prigione dalla fine del ‘700 (…).

forte-finestrelle_180x260Fortezza piemontese di Fenestrelle

Formata da una serie di roccaforti in successione, quasi incastrata tra le montagne, Fenestrelle venne costruita ai primi del ‘700 dai Savoia per difendere i confini del Regno. Scrisse, nel confermare il ruolo di quella fortezza nei confronti dei soldati napoletani, la Civiltà cattolica: «Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e di altri luoghi posti nei più aspri siti delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento tra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re!».
Il 22 agosto del 1861, pur provati e affamati, i soldati napoletani tenuti a Fenestrelle tentarono una rivolta. Prepararono un piano d’azione, ma vennero scoperti, subendo una dura repressione. Ai rivoltosi venne sequestrata anche una bandiera borbonica. In quel periodo, i napoletani detenuti nella fortezza erano 1.000, mentre altri 6.000 erano ammassati a San Maurizio, sotto la vigilanza di due battaglioni di fanteria. Dopo la rivolta stroncata sul nascere, a Fenestrelle vennero inviati soldati di rinforzo per vigilare i prigionieri. Persisteva in quei prigionieri la volontà di non cedere alla situazione di disagio in cui si trovavano, rifiutandosi di accettare l’arruolamento nel nuovo esercito. Nonostante vivessero in condizioni igieniche precarie ed il cibo venisse loro lesinato. Chi, ridotto allo stremo, accettava di arruolarsi, tornato libero, disertava quasi subito. Liberati dai campi di prigionia, i napoletani si allontanavano, fuggendo nello Stato Pontificio, o dandosi allamacchia e ingrossando le bande di briganti nelle loro terre di origine. A centinaia però non riuscirono a tornare dai campi del nord, dove trovarono la morte. A Fenestrelle, la calce viva distruggeva i cadaveri di chi non ce l’aveva fatta a superare il rigore del freddo ed a sopportare la fame (…). L’ospedale della fortezza era sempre affollato. E, nei registri parrocchiali, vennero annotati i nomi dei soldati meridionali deceduti dopo il ricovero in quella struttura sanitaria (…). Ma i nomi registrati non corrispondevano a tutti i prigionieri morti in quegli anni. Per motivi igienici ed essendoci difficoltà a seppellire i cadaveri, molti corpi vennero gettati nella calce viva in una grande vasca, ancora visibile, dietro la chiesa all’ingresso principale del forte.