Antonio Gasparoni

Il brigante AntonioGasparoni tratto da “Briganti e musica popolare dal Nord del Sud” di Pierluigi Moschitti
Pag 74 a 78

Antonio Gasparoni
FOTO1“Di statura alta, corporatura snella, viso ovale, bocca, mento e naso regolare, poco vaiolato, barba nascente color castagno, capelli simili legati a codino, avente alle orecchie gli orecchini d’oro a navicella, vestito con pezze e cioce, calzoni corti, corpetto e giacchetta di velluto blu, cappello di feltro negro tondo a cuppolone” così, nel 1818, veniva descritto un giovane brigante che si era costituito per usufruire dell’amnistia ma che poi, dopo una fuga dal confino, tornò alla macchia. Questo ragazzo che si chiamava Antonio Gasparoni (o Gasbarroni, o Gasperone), era nato nel 1793 a Sonnino ed aveva iniziato la sua carriera nella banda di Luigi Masocco che in seguito, consegnatosi alle autorità, divenne bersagliere.
Rimasto orfano da piccolo, Antonio divenne brigante per amore dopo aver ucciso, in duello, un rivale in amore che non desisteva dal corteggiare una ragazza di cui lui stesso era innamorato.
Un amore non accettato neppure dalla famiglia della donna in quanto Antonio, era il fratello di un “poco di buono”, quel Gennaro che era diventato brigante per non partire militare.

Gasparoni, giovane coraggioso e fiero, divenne capo di una banda che agiva nella zona di frontiera del Lazio meridionale, dove effettuavano sequestri di ricchi
signori e di religiosi che prelevavano, senza troppi rischi, nei conventi. Questi briganti potevano effettuare azioni da guerriglia in quanto conoscevano bene il territorio, ed effettuavano continui spostamenti avvalendosi anche di informatori retribuiti che li mettevano in guardia sui movimenti delle milizie.
Le autorità pontificie provarono a catturare Gasparoni con tutti i mezzi; dalla sollecitazione al tradimento, all’avvelenamento, a grosse taglie, ma senza risultati. Cresceva la fama di un brigante buono, inflessibile con le spie ma generoso con la sua gente e premuroso nel ricordare che lui “ non rubava i denari a quelli che ne hanno pochi, ma a quelli che ne hanno troppi!”.
Ferito più volte dalla forza armata, il capo brigante veniva curato dai contadini, certo, le cure erano molto rudimentali e consistevano ricoprire la piaga di carote affettate, dopo averla lavata con una mistura di olio e vino.
FOTO2Nel 1818 quattro gendarmi pontifici, su incarico del delegato apostolico di Frosinone, monsignor Zacchia, tentarono di catturare Gasparoni travestendosi da briganti.
Capito il tranello, il brigante li accolse nella banda ma, dopo alcuni giorni, li uccise, tagliò loro le orecchie e le inviò al monsignore, con un biglietto: “queste orecchie appartengono ai briganti catturati”.
Monsignor Zacchia, si rallegrò credendo nella cattura dei briganti, ma dovette ravvedersi quando, in una successiva comunicazione, lo si invitava ad andare a riprendersi i cadaveri dei suoi gendarmi.
Nell’autunno del 1821 monsignor Zacchia, arrivò a definire Gasparoni come “Tigre che divorava sia la mano che lo nutriva sia la mano che lo colpiva”, ma il brigante aveva la fiducia delle popolazioni, ed arrivò a sfidare la forza armata del prelato invitandoli ad “una partita a colpi di fucile” .
In tanti cercarono, senza fortuna, di catturare Gasparoni, compreso il governatore (e medico) di Pisterzo che non riuscì nei suoi propositi. Anzi, divenne maggiore l’odio nei suoi confronti da parte della popolazione che chiese a Gasparoni di ammazzarlo. Fu così che il giorno dell’Ascensione, nel corso della messa e nonostante le precauzioni, l’uomo venne ucciso in chiesa con somma gioia dei presenti. Persino l’arciprete che, dopo aver raccomandato a Dio l’anima della vittima, invitò i briganti a mangiare con lui.

FOTO3Nel 1825 il vicario di Sezze, monsignor Pellegrini, contattò il capo brigante Gasparoni, proponendogli, in cambio della resa, l’amnistia e l’esilio in America.
Il brigante accettò anche perchè, in questo modo, avrebbe avuto la possibilità di rientrare nella normalità e di poter così sposare la sua compagna Gertrude De Marchis, giovane figlia di un ricco contadino di Sonnino.
Il governo, invece, non mantenne gli accordi e tutta la banda Gasparoni fu rinchiusa a Castel Sant’Angelo, finendo la loro vita fra le prigioni di Roma, Civitavecchia, Spoleto e Civitacastellana.
Gasperoni, personaggio imponente ed energico che ispirava dignità e rispetto, che in carcere indossava la tuta del prigioniero e il cappello da brigante, fiero di sé e per nulla pentito, lamentava la “degradazione del brigantaggio” che, ormai strumentalizzato dalla politica, non era più un mestiere che si intraprendeva per amore o vocazione.

FOTO4I sopravvissuti, tra cui Gasparoni, furono scarcerati, dopo una supplica a Vittorio Emanuele II, ben 45 anni dopo, nel 1870. Giunto a Roma, Gasperoni, che andò a vivere a Trastevere, divenne un simbolo della lotta contro le ingiustizie. Morì nell’ospizio di Abbiategrasso il 1° aprile del 1882.
Il suo luogotenente, Pietro Masi di Patrica, ebbe fortuna vendendo opuscoli contenenti il racconto delle azioni della banda. Nell’edizione delle Memorie che fu pubblicata nel 1867 in Francia, un ufficiale francese così descrive la figura di Gasparoni: “Eroe popolare di tanti racconti, di drammi e di quadri, il brigante degli Appennini è entrato ormai nel regno dell’immaginazione e delle leggende romantiche”.

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