MICHELINA DI CESARE, UNA DONNA, UN’ICONA.

MICHELINA DI CESARE, UNA DONNA, UN’ICONA.
di Valentino Romano *

Michelina era nata il 28 ottobre del 1841 a Caspoli, frazione del comune di Mignano, in provincia di Caserta.
Descritta nelle cronache e nei rapporti di polizia come di “indole ribelle”, ebbe un’adolescenza turbolenta, vissuta con il fratello, commettendo piccoli furti e abigeato in danno dei piccoli proprietari del circondario. Andò sposa a Rocco Tanga, un contadino del posto, più anziano di lei e malato, che nel 1862 la rese vedova. Conobbe Francesco Guerra , suo compaesano e sergente del disciolto esercito borbonico che si era dato alla macchia, aggregandosi alla banda brigantesca di Domenicangelo Cecchino, alias Ravanello. Una volta morto il capo, Guerra ne prese il posto e – spesso in unione – con le bande Marino, Pace, Fuoco e Ciccone, si rese protagonista, fino al 1868, di innumerevoli attacchi, grassazioni e e scontri con la truppa.
Michelina, come sostiene il brigante Ercolino Rasti, nel 1863 “si diè al brigantaggio perché scoperta manutengolo. Da allora segui il suo uomo, partecipando attivamente a tutte le azioni della banda”.
Tale circostanza è indirettamente provata dalle procedure esistenti in vari archivi di Stato e relative a briganti catturati in quegli anni; e proprio attraverso alcune testimonianze in esse contenute che è possibile ricavare qualche notizia sulla figura di questa donna che è diventata l’icona del brigantaggio postunitario. Dice ad esempio il brigante Domenico Compagnone, detenuto nel carcere di Gaeta: “e siamo rimasti per un giorno nascosti in un campo di grano poco lontano dalla Taverna delle Torricelle, dal quale luogo Domenico Fuoco, Francesco Guerra, Michelina Guerra moglie di quest’ultimo, la quale sta con la banda vestita da uomo, ed il fratello di questa per nome Domenico ci portarono nella Taverna e colà mangiarono e bevetterro”.
L’episodio, se da un lato confermerebbe quanto scritto da alcuni autori circa un ipotetico matrimonio religioso celebrato nella chiesetta di Galluccio e non registrato, peraltro verso far riflettere sulla partigianeria degli storici filo piemontesi che non si sono fatti scrupolo di sottacere del tutto tale circostanza e hanno continuato a definire la brigantesca con il brigantesse con il solito dispregiativo appellativo di “druda”.
Interessante è anche il riferimento alla presenza del fratello di Michelina, di quel Domenico che tanta parte sembra aver poi avuto nella fine della banda e della sorella. Compagnone precisa anche che Domenico Di Cesare fa parte della banda da quattro anni: ciò può servire a spiegare le circostanze tempi dell’incontro tra Michelina e Francesco Guerra. Sempre secondo il brigante “la banda è composta in tutto da 21 individui, comprese le due donne che stanno assieme a Fuoco e Guerra, delle quali quella di Guerra è anch’essa armata di fucili a due colpi di pistola. Della banda [solo] i capi sono armati di fucili a due colpi e pistole…”. Dunque, Michelina è considerata un capo a tutti gli effetti, non una delle tante donne dei briganti.
La tattica spesso adottata dalla banda di Francesco Guerra fu quella della guerriglia. Il capo brigante – pare su suggerimento proprio di Michelina – ricorreva ad efficaci espedienti per annullare sul campo la soverchiante superiorità delle forze di polizia: leggendario è divenuto, per esempio, l’attacco al paese di Galluccio, nel corso del quale i briganti si travestirono da carabinieri che conducevano in arresto alcuni briganti; gli uomini della formazione di Guerra, una volta intercettati, si disperdevano velocemente in varie direzioni, per poi riunirsi in un punto prestabilito: con tali sistemi ebbero a lungo facile gioco delle truppe che si spostavano assai più lentamente e in massa.
Si arrivò così all’agosto del 1868, allorché il generale Pallavicini riuscì a convincere la maggior parte dei proprietari di Mignano, Galluccio e Roccamonfina a collaborare servendosi anche di delatori prezzolati: pur di ottenerne l’aiuto, sembra che Pallavicini si spinse a minacciare lo stadio d’assedio di quei paesi e la deportazione in massa degli abitanti. Il ricatto sortì gli effetti sperati: un massaro di Mignano informò la guardia nazionale del suo paese della presenza della banda Guerra nei pressi della sua masseria, ai piedi del Monte Morrone; militi della G. N. e truppe del 27° Rgt. Fanteria partirono immediatamente alla volta della masseria. Alcuni sostengono che a guidare le truppe sul posto fosse proprio il fratello di Michelina, corrotto con un’ingente somma di denaro. A conferma di tanto va notato che del Di Cesare esiste anche una foto all’albumina, sul cui retro , significativamente,” De Cesare spia”.
Ecco come un rapporto militare descrive l’episodio:
“erano le 10 di sera, pioveva a dirotto e un violentissimo temporale accompagnato da forte vento, da tuoni e lampi, favoriva maggiormente l’operazione, permettendo ai soldati di potersi avvicinare inosservati al luogo sospetto; da qualche tempo si stavano perlustrando quei luoghi accidentati e malagevoli perché coperti da strade infossate, burroni ed altri incagli naturali; già si perdeva la speranza di rinvenire i briganti, quando alla guida venne in mente di avvicinarsi a talune querce che egli sapeva alquanto incavate, ed entro le quali poteva benissimo nascondersi una persona. Fu buona la sua ispirazione, perché fatti pochi passi, e splendendo in quel momento un vivo lampo, scorse appoggiati ad una di quelle querce due briganti, che protetti un po’ dalla cavità dell’albero e anche da un ombrello alla paesana che uno di loro reggeva, cercavano ripararsi dalla pioggia. Appena scorti, la guida li additò al Capitano Cazzaniga, che presso di lui veniva con qualche soldato appena; il bravo Capitano non propone indugio, non cerca di far fuoco, ma sbarazzato anche del fucile che teneva, con un salto fu addosso a quei due ed afferratone uno per il collo, lo stramazza al suolo e con lui viene ad una lotta corpo a corpo, finché venne dato ad un soldato di appuntare il suo fucile contro il brigante e di renderlo cadavere. […]. Quel brigante fu subito riconosciuto per il capobanda Francesco Guerra, ed il compagno che con lui si intratteneva, appena visto l’attacco, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di battaglione Pitzorno lo feriva, ma non al punto da farlo cadere, che continuando invece la sua fuga, si imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato. Esaminatone il corpo fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina de Cesare druda del Guerra”.
Ancor più cinica é la descrizione che Jacopo Gelli nel suo libro fa dell’accaduto: “ la banda accerchiata da reparti del 27° fanteria e da carabinieri sul Monte Morrone, al comando di quell’anima dannata della Michelina, tenne testa all’attacco e solo si disperse quando, colpito da una palla penetrata nel cervello dello zigomo destro, il capobanda Guerra cadde riverso e, poco dopo, accanto al corpo suo e a quella del signor brigante Tulipano, a cui una fucilata aveva asportato metà della testa, cadde anche la Michelina. La rea donna aveva combattuto come una leonessa. Colpita al capo, la femmina morì digrignando i denti per la rabbia di essere stata vinta e non per l’orrore dei misfatti compiuti”.
Il giorno appresso i cadaveri dei briganti caduti e di Michelina vennero esposti nella piazza di Mignano, guardati da soldati armati. Si vuole che il generale Pallavicini, felice per il risultato ottenuto, alla loro vista avesse esclamato: “ecco i merli, li abbiamo presi”.
Il corpo di Michelina fu denudato, in segno di estremo oltraggio, e fotografato.
Nello scempio fissato dall’immagine impietosa non si intravede però la rabbia per la personale sconfitta descritta dal Gelli: vi è impresso, semmai, il marchio indelebile della sofferenza, del dolore e dei patimenti di tutto un popolo; vi è registrato tutto ciò, solo che si voglia “leggere” la foto con animo pacato e mente sgombra da preconcetti.
Forse anche per questo le immagini Michelina, da viva prima e da morta poi sono diventate le bandiere del brigantaggio meridionale; in esse si possono cogliere fierezza e dolore, sentimenti distintivi di un popolo oppresso, di un popolo antico, di un popolo al quale fu negato di decidere del proprio destino.
A me piace ricordare Michelina in un altro modo, così come la descrive Decina, un ragazzo rapito e poi rilasciato dalla banda Guerra: Michelina, in una fredda alba d’inverno, mentre, con tutta la banda a farle da scorta, si avvia verso una chiesetta per dare il battesimo a Michelangelo, il figlio appena nato, madre e figlio avvolti nella stessa coperta, alla testa di uno strano corteo. Una madre e un figlio, appunto. Solo questo: per un attimo, solo per un attimo anche la guerra cafona può aspettare … non ci sono briganti adesso, solo una madre e un figlio.

* Promotore Carta di Venosa

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