MESSINA

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LA STORIA

Il 13 marzo del 1861 la Real Cittadella di Messina si arrendeva a discrezione alle truppe piemontesi del Gen. Cialdini. Inutilmente le reali milizie duosiciliane della 13º Direzione Artiglieria, del 2º Battaglione del Genio, del 3º, 5º e 6º Reggimento di linea avevano cercato di controbattere il micidiale fuoco dei 43 nuovissimi cannoni rigati e dei 12 mortai delle truppe savoiarde.

La guarnigione della Cittadella (più di 4.000 uomini) non subì un trattamento migliore di quello del suo Comandante: venne infatti internata sotto buona scorta nei fortilizi di Scilla, Reggio Calabria e Milazzo. Alcuni suoi ufficiali come il Col. Guillamat, il Ten. Gaeta ed il Ten. Brath vennero addirittura imprigionati a Messina e quindi processati sotto l’accusa di aver fomentato la resistenza nella Cittadella, cioè di aver fatto il loro dovere di ufficiali fedeli alla Patria e al Re Francesco II. Accusa dalla quale, naturalmente, con gran vergogna per i piemontesi, vennero assolti con formula piena.

Da allora ad oggi si sono sempre onorati i garibaldini conquistatori della Sicilia e gli oltre 10.000 piemontesi che espugnarono la Cittadella di Messina; mentre i poveri soldati napoletani e siciliani che la difesero eroicamente, sacrificando la loro vita in difesa della Patria, furono vilipesi da tutti come soldati della “tirannide borbonica”. Perché, fu forse meno censurabile il malgoverno piemontese che segui a quello borbonico? Certamente no. Ma ormai siamo abituati sin dai banchi di scuola ad adorare questi ´eroi del “risorgimento”, dimenticandoci spesso che forse tra i valorosi e non ricompensati difensori dell’ultimo baluardo patrio in Sicilia ci fu un nostro avo.

A 143 anni di distanza, il ricordare quest’ultima battaglia costituisce un dovere verso la nostra radice da non dimenticare mai. Oggi i resti della Real Cittadella di Messina, abbandonati ai vandali ed alle costruzioni abusive, attendono pazientemente chi li restauri e voglio fermamente sperare che la nostra indifferenza non ci faccia perdere irrimediabilmente questo inestimabile patrimonio storico e che finalmente le autorità competenti, dopo tante belle ma inutili parole, facciano seriamente qualcosa di concreto.

La Cittadella di Messina rappresentò l’estrema resistenza duosiciliana in Sicilia, dove i nostri soldati, pur sapendo della inutilità di ogni loro sforzo, cercarono di difendere la Patria, e dimostrare la loro fedeltà al Re Francesco II contro gli invasori piemontesi. Dimostrarono, infatti, con le loro gesta che il soldato duosiciliano sapeva combattere e morire per un ideale, in contrapposizione ai tanti tradimenti e vili defezioni.

Il 27 luglio del 1860 circa 2.500 garibaldini con alla testa Medici e Fabrizi entravano in Messina, mentre il Gen. Clary, al comando di più di 15.000 uomini, obbedendo agli ordini del Gen. Pianell, ministro della guerra delle Due Sicilie, ordinava alle sue truppe di ritirarsi nella Cittadella, da dove, sempre per ordine del Pianell, ne faceva imbarcare per la Calabria circa 11.000, trattenendone poco più di 4.000 per la difesa della Cittadella stessa, contravvenendo con ciò agli ordini perentori ricevuti. Questa fu la sua testimonianza diretta: “… Il 21 luglio un ordine formale del ministro Pianell m’ingiungeva di ritirare le mie truppe in Calabria, e di cedere armati i due forti di Castellaccio e Gonzaga a Garibaldi; non bastando ciò, io dovevo cedere a questo capo Siracusa, Augusta e la stessa cittadella di Messina, attendendosi diceva l’ordine del ministro, che a questo prezzo le potenze dell’Europa consentissero a garantirci la pace nel continente … Sugli ordini reiterati del ministro Pianell (che serví poi con i gradi di generale l’esercito di V. Emanuele II, ndr) … io consentii di entrare in rapporti con il signor Garibaldi, e per conseguenza con il maggior generale Medici, al fine di convenire con loro il modo d’evacuazione della città di Messina dalle truppe reali … La Storia … renderà, io spero, un conto esatto della condotta del ministro Pianell in tutti i suoi affari disastrosi, essa dirà come egli ha impedito che noi soccorressimo Milazzo; come per i suoi ordini io fui costantemente forzato a rinunciare a tutti i piani di aggressione, per tenermi in ontosa e letargica aspettativa. Come e per quali combinazioni perfide, mi fa mancare tutte le risorse di cui un generale ha bisogno in faccia al nemico che egli deve combattere, quella era la volontà del ministro, e ciò che lo prova, è che egli aveva incaricato il colonnello di stato maggiore Anzani di capitolare con Garibaldi; e di comprendere in questa capitolazione le truppe che il gen. Clary aveva sotto i suoi ordini ….”

Lo stesso giorno, intanto, alle 3 p.m. giunse Garibaldi da Milazzo. Il 28 luglio giunse anche a Messina, proveniente da Catania, Cosenz con altri 5.000 garibaldini e il gen. Clary firmò una convenzione per la cessione della città di Messina. Qualche giorno dopo, non avendo voluto cedere la Cittadella a Garibaldi, come gli era stato intimato da Pianell, il Clary fu sollevato dall’incarico di comandante della Cittadella e il 9 agosto s’imbarcò per Napoli.

Partito Clary dalla Cittadella e rimasto investito del supremo comando il gen. Fergola (che l’8 ottobre venne elevato al grado di Maresciallo di campo da Re Francesco II), la convenzione precedentemente firmata dal Clary e dal Medici regolò i rapporti fra la Cittadella e la città di Messina, in mano ai garibaldini, fino alla caduta di Gaeta.

A Messina si trovava dal 19 dicembre la Brigata piemontese “Pistoia” (35º e 36º reggimento di fanteria), per un totale di 109 ufficiali e 3.867 soldati agli ordini del gen. Chiabrera, che si era avvicendata con i garibaldini. Il Chiabrera, che in due mesi non aveva preso alcuna iniziativa militare, il 14 febbraio avvertì il gen. Fergola della resa di Gaeta e lo invitò a sua volta ad arrendersi, alle stesse onorevoli condizioni di Gaeta. Fergola respinse l’invito.

Dopo quest’ultimo rifiuto, il 27 febbraio giunse a Messina il gen. Cialdini con quattro battaglioni bersaglieri del IV Corpo, 6 compagnie del genio, un reggimento di fanteria e con l’artiglieria forte di 43 nuovissimi cannoni rigati e 12 mortai. L’arrivo inaspettato di queste truppe provocò l’indignazione del gen. Fergola che vide la convenzione non rispettata, ma al risentimento di Fergola il Cialdini rispose: “… io non vi considererò più come un militare, ma come un vile assassino …”.

Il primo marzo, alle cinque pomeridiane, l’armistizio che durava da più di sette mesi cessò e iniziarono le ostilità. I piemontesi per prima cosa sistemarono sei batterie: ai Gemelli, al Cimitero, al Bastione Segreto, al Noviziato, a S. Cecilia e a S. Elia. Nello stesso giorno dal porto di Messina si allontanò una fregata francese, mentre erano ancora in sosta navi americane e inglesi. Il 5 marzo iniziò il blocco totale della cittadella. Il 6 marzo si allontanarono dal porto di Messina anche le navi inglesi e l’8 marzo Fergola iniziò a sparare contro le opere d’assedio piemontesi.

Il 10 marzo giunse da Roma una lettera del Re Francesco II al gen. Fergola che lo autorizzava a desistere dalla resistenza, ma l’intrepido Fergola il giorno dopo fece cannoneggiare anche le batterie piemontesi poste al Noviziato, che era la parte più vicina alla città. Il giorno successivo, mentre tutti i cannoni duosiciliani sparavano contro i lavori d’assedio piemontesi, alle otto precise Fergola diede ordine di tentare una sortita dal Forte Don Blasco, ma l’azione fu arrestata sia dalla reazione dei bersaglieri piemontesi, sia dalla concentrazione di tutto il fuoco nemico sullo stesso forte Don Blasco, che era il fortino più avanzato della Cittadella.

La potenza e la doppia gittata dei cannoni rigati piemontesi ridussero ad un cumulo di macerie in poco tempo il fortino, che venne sgombrato dai nostri e subito occupato dai piemontesi. Il gran deposito Norimbergh (pieno di polvere da sparo), centrato più volte, prese fuoco, rischiando di saltare in aria. Anche la zona della Cittadella, dove erano ricoverati oltre 1.000 civili (per lo più donne e bambini), subì un barbaro cannoneggiamento.

Da parte napolitana si cercò di allungare il tiro dei vecchi cannoni (alcuni avevano circa 150 anni di vita), interrandone una parte, ma perdendo così la facoltà di mirare. Ma tutto fu inutile: la schiacciante superiorità dell’artiglieria nemica costrinse presto al silenzio i nostri cannoni. Il gen. Fergola, nonostante la drammatica situazione, si astenne dal bombardare, per motivi umanitari, dal Forte S. Salvatore (dove oggi sorge la Madonnina benedicente Messina) e dalla Cittadella, la città di Messina dove si trovavano le truppe piemontesi e concentrò fino alla resa l’inutile fuoco dei suoi cannoni sulle irraggiungibili batterie piemontesi. Anche dal mare le navi piemontesi Vittorio Emanuele e Carlo Alberto spararono molte salve, ma senza arrecare alcun danno, perché il Persano se ne stava prudentemente ben lontano. Alle 5 del pomeriggio, la Cittadella ormai ridotta al silenzio alzò bandiera bianca e alle 9 si arrese a discrezione.

Il 13 marzo alle 7 del mattino Cialdini alla testa del 35º fanteria con musica e bandiera fece il suo ingresso “trionfale” nella Cittadella di Messina, dichiarando “prigioniera” la guarnigione duosiciliana. La resa fu firmata a bordo della nave Maria Adelaide. L’ottuso gen. Cialdini non concesse neppure l’onore delle armi ai vinti che avevano fatto il loro dovere fino alla fine ed anzi al momento della resa respinse sdegnosamente la spada dell’anziano Gen. Fergola e gli disse in francese: ´Vous n’ètès pas des italiens, Je vous cracherais sour le visage …! (Vi sputerei in faccia). Frase che fece morire di crepacuore a Napoli qualche anno dopo il povero Fergola.

La cavalleria d’altri tempi dimostrata dal Fergola fu così ripagata dal Cialdini, che del resto aveva già dimostrato di essere lui un “buon italiano” bombardando vigliaccamente con i famigerati cannoni rigati il borgo di Gaeta e mietendo la vita di migliaia di innocenti, “colpevoli” soltanto di essere rimasti fedeli alla Patria e al Re.

Francesco II, dal suo esilio di Roma, ammirato dal coraggio e dalla fedeltà dimostrata dai suoi soldati a Messina, concesse loro una medaglia in argento, appositamente coniata a Roma.