Cosimo Giordano

CAPORAL COSIMO

di Luisa Sangiuolo

da: “Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880” De Martino, Benevento, 1975
I dati biografici di caporal Cosimo, stralciati da un elenco alfabetico di briganti del 1866 appartenenti ai circondano di Cerreto, ci dicono che Giordano Cosimo fu Generoso, alto 1,70, nero di capelli e di baffi, di colorito bruno, è nato il 15 ottobre 1839. Di intelligenza perspicace pari alla instancabilità del mal operare, fu capo della reazione a Pontelandolfo, Campolattaro, Casalduni ed altri limitrofi comuni; commise dal 1861 al 1863 molte rapine e delitti nei comuni di Guardia Sanframondi, Morcone e Solopaca insieme con il capobanda Luciano Martino (1). A Cerreto, una forte tradizione popolare lo ricorda come appartenente ad una famiglia di umili condizioni, costretta a sopportare le continue intollerabili provocazioni di chi era potente in paese, dal ricco proprietario di terre fino all’ingordo usuraio che speculava sulla miseria dei poveri. Cosimo Giordano, come del resto i fanciulli del Cerretese, è incaricato di restare a guardia degli armenti dei facoltosi possidenti della zona. A sera torna a casa con una gran voglia di parlare, ridere con i coetanei, di recuperare con lunghi cordiali discorsi, il tempo di forzoso silenzio trascorso durante tutto il giorno in montagna. All’improvviso, la pace del cla Giordano viene turbata dal brutto incontro che il capofamiglia Generoso fa con Giuseppe Baldini in prossimità del paese, il 28 giugno 1855. Baldini ingiunge a Generoso la restituzione dei carlini datigli in prestito; alla risposta che ciò sarà fatto l’anno successivo in quanto la cattiva annata non gli ha dato modo di tener fede all’impegno, dà di piglio all’accetta e lo uccide. Cosimo che è presente al fatto, reagisce in modo immediato: cava di tasca il coltello ed uccide il Baldini. In considerazione della sua giovane età, conta appena sedici anni, e del movente affettivo, la Gran Corte Criminale di Napoli, lo assolve. Il giovane ricomincia a credere nella bontà degli uomini, mantiene condotta irreprensibile, tanto che ventenne, quando gli dicono che per la sua taglia può aspirare ad arruolarsi come carabiniere a cavallo, non ha esitazioni, presenta domanda di ammissione al Corpo, da cui è accettato. Con il grado di sergente, partecipa alla battaglia del Volturno del 1° ottobre 1860, distinguendosi per atti di valore. Dopo la rotta dell’esercito di Francesco II, ritorna a Cerreto. Risponde regolarmente a due chiamate alle armi, portandosi al centro di raccolta in Caserta, ove suscita derisione per il suo passato borbonico. A Caserta non lo vogliono e lo rispediscono a Cerreto, qui esercita l’attività di bracciante agricolo non trascurando di sorvegliare e proteggere due sorelle e la cognata, fatte oggetto di pesanti attenzioni da parte di potenti signori. Sono questi che sollecitano contro di lui il mandato di cattura il 10 maggio 1861. E’ giocoforza darsi al brigantaggio. Sul momento non va troppo lontano. Trova ricovero presso la masseria del futuro suocero Pasquale Mendillo o di Andrea Borzaro conduttore di un casone sulla vicina montagna, nella regione denominata Parata. Frattanto altri sbandati lo raggiungono: Ludovico Vincenzo alias Pelucchiello, Pasquale Sanzari, Giuseppe Mastroianni. Gli si associano Antonio Barile e Domenico di Crosta alias Tribunale, entrambi cerretesi, Gerolamo Civitillo senza paura (2), Pasquale Maturi, Pasquale Prece di Cusano, Nardone Prospero Cardillo, Salvatore Pistacchia di Campolattaro detto Cicciariello, Costantino Fappiani, Vincenzo Petronzi, Domenico Tacinelli di S. Lorenzello, oltre un buon numero di parenti. Tra i favoreggiatori, non mancano coloro che lo strumentalizzano per vendette private, primi fra tutti, Pasquale Mendillo ed Anna Testa, la cui figlia Marianella è fidanzata con Cosimo. Gli rinfacciano ad ogni momento l’aiuto prestato alla banda che ha fissato il suo quartiere generale nella loro masseria, la periodicità con cui vanno in galera come manutengoli, ottenendo che Cosimo si presti a far eliminare quanti per ragioni di interesse siano in lite con loro. Pertanto l’uccisione del pastore Giuseppe Parente il 23 maggio 1861, di Giuseppe e Valentino Mazzarella padre e figlio catturati in un fondo di contrada Montalto a tre miglia dal paese il 18 aprile 1862 e dopo poche ore fucilati (3), di Vincenzo D’Andrea aggredito nel gennaio 1863 nella sua masseria in tenimento di Cerreto ed ucciso a colpi di baionetta, il mancato omicidio nella persona del figlio Giuseppe, riuscito a fuggire nonostante nove colpi di fucile sparati addosso (4), non rientrano nel novero dei delitti consumati per motivi politici. Il tribunale militare di guerra in Caserta, nella seduta del 20 giugno 1865, dopo aver accertato i moventi, condannerà i tre Mendillo a 20 anni di lavori forzati ciascuno, per avere somministrato viveri ed alloggio alla banda Giordano, che ne ricompensava le prestazioni, mediante compensi in danaro. Atro esempio tipico di delitto su commissione, è quello perpetrato nell’agosto ’61 contro don Annibale Piccirillo ricevitore del Registro di Guardia Sanframondi (5), ucciso a colpi di fucile e di pugnale, mentre si recava alla fiera di Cerreto. Si sospettò che i mandatari fossero o il brigante Pellegrino Seneca presentatosi per consiglio di don Annibale nella convinzione di essere presto rimesso in libertà, mentre invece era detenuto in carcere a disposizione dell’autorità giudiziaria, o taluni massari che il ricevitore aveva caricati di ingiusti tributi. Le autorità giudicarono poco attendibile quanto asseriva Filippo Piccirillo, fratello dell’ucciso, presente all’aggressione, che cioè don Annibale avesse rimproverato a Cosimo la responsabilità dell’attacco a Casalduni e Pontelandolfo, suscitando la reazione omicida del capo-brigante. Nel corso del mese di agosto ’61 la banda si è molto ingrossata. Giordano manda biglietti di ricatto ai notabili del paese, canonici compresi, spiegando che è costretto a farlo per mantenere in armi le squadriglie che si battono per il ritorno sul trono di Francesco II. Nè risparmia da tale tipo di vessazione le monache di Cerreto, alla cui badessa Beatrice Pacelli, fa recapitare un biglietto impertinente con l’ingiunzione di versare subito mille ducati, dal momento che ha autorizzato le consorelle alla questua per raccogliere denaro a favore di Garibaldi, notoriamente ostile al potere temporale dei Papi. Non ottiene denaro; per provvedere alla necessità della banda, estende i ricatti a Morcone e Pietraroia. Quivi usa la grotta del marchese come infermeria per i briganti feriti durante gli scontri con le truppe (6). Più che mai infervorato di detenere il comando della guerriglia borbonica nel circondano, è lusingato dagli appoggi di persone altolocate, tra cui il maggiore Tavassi, comandante della Guardia Nazionale di Cerreto. Tale informatore di eccezione gli fa sapere con anticipo finanche di 24 ore le perlustrazioni concentriche contro di lui, progettate d’intesa tra il sottoprefetto di Cerreto e quello di Piedimonte (7). Cosimo si lascia irretire dal portavoce di un corrotto potere politico che usa l’amicizia dei briganti per emarginare gli avversari, costringendoli con la violenza, a rinunziare alla propria candidatura al Consiglio Provinciale. Errichiello Giordano che non tollera la strumentalizzazione di cui è fatto oggetto il fratello Cosimo, di sua iniziativa, prende la decisione di uccidere il Tavassi. Questi, venutolo a sapere (8), lo trae in agguato. Errichiello è fucilato a Cerreto il 26 settembre 1861, per ordine del maggiore Zettini, comandante del distaccamento del 40° reggimento fanteria della brigata Bologna. Solo a conclusione della sua lunga vita di brigante, Cosimo conoscerà tanti retroscena, troppo tardi per fare vendetta o permettersi rivelazioni, secondo il codice della mala. Il maggiore Tavassi, intanto non trascura di disfarsi della manovalanza del brigantaggio; nel timore che i più sprovveduti facciano ammissioni compromettenti, li attira in un’imboscata. Presi con le armi alla mano, la loro fucilazione è scontata. Un caso imprevedibile permette alle autorità di P.S. di scoprire la vastità della congiura preparata dai fidi sostenitori della dinastia borbonica. Il 13 dicembre ’61 Raffaele Izzo di Gioia Sannitica, milite della G. N., libero dagli impegni di servizio, se ne va per le campagne di Faicchio, ricche di selvaggina. Convinto di sparare su di un tordo, prende più volte la mira e fa fuoco, quando vede balzare da un cespuglio un uomo armato che lo prende a bersaglio. Riconoscere in lui il masnadiere Michele Tomillaso fu Pietro, di anni 27 di Gioia e scansarsi dai colpi è un tutt’uno. I due vengono a colluttazione; Izzo si difende come può, afferra una pietra e la dà più volte in testa al brigante, nel mentre chiede aiuto a gran voce ai cacciatori e contadini all’intorno. In breve, Tommaso, ridotto all’impotenza, è dichiarato in arresto ed avviato a Faicchio al posto di Guardia. Qui per combinazione si trova Saverio Marchesiello, delegato circondariale di P. S. in visita di ispezione. Sottoposto a stringenti interrogatori, Tommaso rivela che aderì come moltissimi del Matese e Cerretese, sin dall’ottobre del 1860 all’invito del duca di Laurenzana che arruolava gente per Francesco II in Piedimonte. Fu a Gaeta, Terracina e Velletri nel novembre successivo, incaricato di prelevare armi destinate alla guerriglia per il circondano di Cerreto e di Piedimonte. Tornato a casa, se ne stette tranquillo fino al 1° agosto ’61, allorchè per miseria si dette al brigantaggio, unendosi alla comitiva di Salvatore Cicovecci di Gioia, ora detenuto a Piedimonte. Per divergenze con il capo, passò ad altre bande, quelle del sergente Varrone, di Cipriano La Gala, Filippo Tommaselli e più volte sostenne scontro con la truppa. Francesco II organizzava le bande dei briganti, con l’aiuto dei quali sperava presto di ritornare sul trono di Napoli. Le comitive comunicano tra loro, ricevono polvere e palle da Salerno e dalla Puglia; ricattano i proprietari per averne sostentamento, in attesa delle “provvisioni” che devono arrivare dalla parte degli Abruzzi. I capibriganti ricevono istruzioni per iscritto dal generale Boryés; 45 uomini dislocati nella provincia di Benevento hanno ricevuto l’ordine di favorire un movimento reazionario. Tommaso non vuole rivelare altro, perchè vincolato dal giuramento prestato in tal senso al generale Boryés con cui avrebbe dovuto incontrarsi alla fine del mese sul monte di S. Michele Arcangelo in Puglia, ove sono riuniti circa 8.000 uomini. E a Cerreto è venuto qualche personaggio di spicco? – domanda il delegato Marchesiello, più per dovere professionale, che per convinzione. Sì, risponde Tommaso. Nel mese di maggio ’61 Luigi di Borbone girava nelle province meridionali per esaminare lo spirito della popolazioni; fu anche a Cerreto sotto le mentite spoglie di un suonatore d’arpa presso la famiglia Percoco. Parlò con lui un antico impiegato borbonico, vestito da villano, in quel punto in cui la strada di Cerreto porta direttamente al casino del cavaliere Achille lacobelli. Ora l’impiegato si trova a Roma e non posso rivelare il suo nome. Gli stessi elementi liberali si trovano nella cospirazione; tutte le comitive comunicano tra di loro e dipendono dal comandante spagnolo che riceve istruzioni da Roma. Sono a mia conoscenza le orditure del prestito reazionario, ma non intendo rivelarle a nessuno” (9). A questo punto i documenti si interrompono e non ci dicono quale sorte sia toccata al Tommaso. Caporal Cosimo continua ad aggirarsi nel Cerretese dalla parte di mont’Erbano; trascorre la notte di Natale con tre compagni, in casa dei massari Nunzio e Francesco di Paola (10). Ai primi di gennaio ’62 si trova verso S. Salvatore; per difficoltà di trovare il pane, le grandi comitive si dividono in piccoli drappelli di 5 uomini, stabilendo il luogo della futura riunione. Il primo che giunge alla località prescelta, spara un colpo; gli altri rispondono. Il brigante Bartolomeo Perugini nativo di Casalduni, di anni 44, di condizione bracciante, trovato 1′ 8 gennaio 1862 armato di un fucile, una pistola e 10 cartucce, sulla montagna di Pietraroia dalla G. N. di Cusano in giro di perlustrazione, tanto dichiara prima di essere fucilato per ordine del comandante Rivara del 12° fanteria distaccato a Cerreto, due giorni dopo (11). I briganti di Puglia compaiono davvero nel circondario di Cerreto; intorno ai primi di febbraio 1862 sono 28. Si riuniscono in casa di Vincenzo Cassella, brigante di Cusano; poichè la masseria in cui trovano ricetto è posta in luogo elevato e facilmente le sentinelle danno l’allarme, è quasi impossibile sorprenderli. Cosimo Giordano che ha fuso la sua comitiva con i pugliesi, viene avvistato tra il 2 e il 3 marzo successivo sulla montagna comunale di Morcone. Minaccia di sequestro Giovanni Della Penna; se non darà alla svelta 120 ducati, gli ucciderà tutti i componenti della famiglia e appiccherà l’incendio alle sue proprietà private (12). Comitive di cerretesi, cusanesi e piedimontesi si aggirano sulle montagne, depredando quanti incontrano sul loro cammino. I briganti hanno munizioni in grande abbondanza, tanto che si esercitano frequentemente al tiro al bersaglio, mentre altri sono occupati a far cartucce in località Macchie, limitrofa a Piedimonte. Il prefetto del Molise, i sottoprefetti di Piedimonte e di Cerreto, in possesso di notizie rassicuranti provenienti dalla Puglia in cui il brigantaggio risulta debellato, convinti che il gran numero delle comitive sia parto della fantasia di alcuni malintenzionati, si ripromettono di dare una meritata lezione ai borbonici. Ordinano di snidare i briganti sui monti; si muovono a tal fine il 25 maggio 1862 due pattuglie di G. N., dirette al colle del Pescone dirimpetto a Pesco delle Macchie. Quella di Piedimonte dà un’occhiata e va subito via. Quella di Cusano non se la sente di inoltrarsi su per un sentiero impervio attraverso monte Porco, su cui a mala pena può camminare una persona sola per quasi un miglio. I briganti, approfittando della loro favorevole posizione, attaccano per primi, impegnando combattimento da mezzogiorno alle due pomeridiane contro le G. N. di Cusano, mentre quelle di Piedimonte, da una altura si godono lo spettacolo, tutte soddisfatte che la rotta non sia toccata a loro (13). Il sottoprefetto di Cerreto è tanto indignato della conclusione disonorevole dello scontro, che minaccia di sciogliere la G. N. di Cusano per scarso valore civico. Il sindaco di Cusano Andrea Cassella, offeso della taccia di codardia di cui sono oggetto le sue G. N., respinge e confuta le ingiuste accuse con argomentazioni valide: “…Chi non conosce queste maledette montagne, ha ragione di dire che la G. N. non è coraggiosa… se le G. N. si fossero inoltrate, i briganti avrebbero rotolato loro in testa tutte le pietre della montagna… se non si spedirà a Cusano un distaccamento militare, dal loro sicuro asilo i briganti scenderanno presto per invadere il paese, per il promesso saccheggio, per venire a scarcerare le mogli e i parenti… Le voci che Francesco II sta per arrivare corrono dai confessionali e da altri borbonici” (14). La popolazione di Cusano e Civitella Licinio, vive ore di intensa preoccupazione, sapendo che i briganti stazionano a poca distanza dall’abitato. Un fazzoletto bianco fissato al ramo di un albero ad opera di un ragazzo, non si sà per qual motivo, fa pensare che l’invasione sia imminente. I fatti sono così esposti al sottoprefetto di Cerreto (15): Civitella, lì 16 gingno 1862 “Comando della Guardia Nazionale di Civitella” Oggetto: Scompiglio causato da Domenico Lisone di Pietro. Signore, Oggi in questo tenimento in poca lontananza dall’abitato, e propriamente nella contrada Ponticello si è veduto alla cima di un albero un fazzoletto bianco che sventolava a guisa di bandiera. Così i passeggieri che transitavano per la strada vicina credendolo segnale di briganti quivi appiattati fuggivano timorosi, cosicchè le donne specialmente giungevano nell’abitato cariche di paura e di smania, e piagnendo movevano bisbiglio. Ho dovuto sedare come meglio ho potuto il rumore senza base. Intanto avendo preso conto dell’autore della stranezza, ho ricavato che tale fazzoletto vi è stato posto da Domenico Lisone di Pietro, come si attesta da Arcangelo Cesaretti, il quale trovandosi a zappare il granone cogli operai ha avuto occasione di vederlo dal fondo suo. Avrei premura che il forfantello ne fosse convenientemente punito ad esempio degli altri. Possono anche sentirsi Michela Di Meola ed Antonia Iacinelli, le quali del pari trovatesi in territori circonvicini han visto l’autore della novità.”. IL CAPITANO Nunziante Ceferalli. Domenico Lisone di Pietro, con un provvedimento sproporzionato all’episodio tragico-comico di cui è stato protagonista, nonostante la minore età, quattro giorni dopo viene associato al carcere mandamentale di Cerreto. I traffici tra Benevento e il Molise divengono sempre più pericolosi; il 23 giugno il commerciante Pasquale Mercaldo sulla via del ritorno a Cerreto da Campobasso ove era andato per affari, mentre spinge il suo mulo, carico di 5 pezze di pannilana (16) che non è riuscito a vendere, riceve l’alt dalla comitiva Giordano. Perquisito, gli si trova addosso una fede di credito di 100 ducati, firmata dal suo corrispondente Francesco Libertone. Pelucchiello e Giordano se ne impossessano; gliela restituiranno se pagherà 50 piastre. Frattanto gli rilasciano una ricevuta. Con un’operazione disinvolta sotto il profilo giuridico, il sottoprefetto di Cerreto consente al Mercaldo di rilevare il denaro dal Banco, anche se privo della fede di credito (17). Per istigazione di Cosimo Giordano, nello stesso mese di giugno, i capibanda Giuseppe Pisatori di Piedimonte e Carlo Sartore di Baia Latina assalgono la diligenza presso Piedimonte, con l’intento di sequestrare Giuseppe De Marco tesoriere provinciale di Benevento. Al suo posto, trovano il commesso di studio che portano con sè sui monti. Lo lasceranno libero dopo aver ricevuto il riscatto, secondo la voce pubblica, pagato dallo stesso De Marco (18). Nella notte del 27 giugno, Giordano preleva il ricco negoziante Giovanbattista Mastrobuono dalla sua abitazione in Cerreto, promettendo ai familiari angosciati di rimetterlo in libertà non appena avrà da loro ricevuto 6.000 ducati, due revolver e una buona quantità di munizioni. Data la notorietà della famiglia, il sottoprefetto dispone un vasto movimento concentrico di forza attraverso le montagne. In effetti la banda viene localizzata ed attaccata dalla truppa, ma senza esito. Si ricorre perciò all’intermediario Vincenzo Gagliardi perchè tratti il riscatto, negoziando quanto più possibile la riduzione della vistosa somma. Il Mastrobuono è liberato per 2.000 ducati. A scopo intimidatorio, per farlo desistere dalle persecuzioni contro i capibriganti Cimmino e Cecchino, Caporal Cosimo sequestra il 14 luglio ’62 (19) il giudice Giovannantonio Di Gennaro mentre attraversa in carrozza contrada Starze in tenimento di Guardia Sanframondi. Permette che il caposquadriglia Giuseppe Guerrasio (20) lo faccia oggetto di molti maltrattamenti, percuotendolo con il calcio del fucile e gli strappi con un morso un pezzo di barba. Il giudice non perde la sua compostezza; quando Cosimo si allontana lasciandolo in una radura sotto la sorveglianza di due uomini armati, di cui uno presto si addormenta, intavola con l’altro una discussione sulle caratteristiche del fucile che imbraccia. Se lo fa dare per esaminarlo meglio e prende la fuga, senza che il brigante faccia niente per raggiungerlo. Dopo quattro giorni di marcia attraverso i boschi, ritorna a casa. Se le autorità sono impensierite dal crescente numero dei ricatti, la gente del Cerretese e della valle telesina si attende da un momento all’altro una resa di conti tra caporai Cosimo e il facoltoso proprietario terriero Pasquale Melchiorre di S. Lorenzo Maggiore. I briganti vanno a prendere Melchiorre a S. Lorenzo (21). Sono paupisani e cerretesi agli ordini dei capibanda Cosimo Giordano, Luciano Martino, Giuseppe Pagliaccio, Gennaro Puzella e Giuseppe Guerrasio. Nonostante la moglie del Melchiorre invii loro, tramite messi fidati, 5.000 ducati e tutti i suoi gioielli, il sequestrato non viene rilasciato. Portato a Valle Marina, in tenimento di Solopaca, e costretto a raccogliere legna per il rogo su cui dovrà ardere. Su di lui si accaniscono a colpi di pugnale, Giordano, Pelucchiello, Martino ed altri cerretesi. Dopo crudeli mutilazioni, gli recidono le orecchie, il naso e i genitali da inviare alla moglie, lo buttano ancora vivo sul fuoco (22). Motivo di tanta barbara vendetta, è “la ragazza cerretese” che ha subito violenza dal Melchiorre nella pagliaia alle falde di Valle Marina, nel mentre aspettava che Cosimo la raggiungesse (23). Consumato il delitto, Cosimo Giordano per far perdere le tracce di quanti hanno partecipato alla spedizione punitiva, avvia i briganti cerretesi e paupisani, 5 o 6 per volta, attraverso il confine pontificio, a Civita Castellana, Ronciglione e Viterbo con l’intesa di ritornare l’anno successivo a Benevento, quando sarà smorzata l’eco della tragica esecuzione (24). I rilasci di don Lorenzo e Carlo Brizio, di don Achille Cinquegrana tutti di S. Lorenzo Maggiore, coevi al sequestro Melchiorre, si presentano piuttosto emblematici. In particolare i Brizio ricchi proprietari, hanno sborsato troppo poco per le loro possibilità, appena 200 ducati, segno che i briganti si riservano di ottenere da loro, provviste e forse ricovero entro un arco di tempo abbastanza prolungato. Medici e farmacisti sono esenti dalle taglie, ciò lascia presupporre che segretamente prestino cure o diano medicine ai briganti feriti in combattimento o malati. La sorveglianza del delegato di P. S. si intensifica intorno a questi professionisti. Incominciano ad essere schedati come manutengoli Silvestro Mastrobuono, farmacista di Benevento, “speziale di Ludovico Vincenzo alias Pelucchiello” (25) e il dottor Bonifacio De Blasio di S. Lupo, medico curante del capobanda Luciano Martino (26). Tra i favoreggiatori del brigantaggio sono altresì compresi quanti, non hanno aderito al nuovo regime. Tra questi è Pasqualina Gasdia, maestra pubblica sotto il governo borbonico. Ha preferito perdere il posto, piuttosto che prestare giuramento all’attuale governo (27). In tanta successione di avvenimenti, è facile inserire un sequestro per motivo mafioso con susseguente omicidio, motivandolo dinanzi alla opinione pubblica come atto di forza contro un capitano della Guardia Nazionale, notoriamente avverso alla causa borbonica ed implacabile persecutore del brigantaggio. Trattasi del ricchissimo signor Salvatore Pacelli di S. Salvatore Telesino, le cui proprietà si estendono fino a Puglianello. Il massaro Tommaso Pietro fu Nicola alias Masecchia di Puglianello, nella foga dei suoi 23 anni, non tollera che don Salvatore feudatario della zona goda il consenso generale, così da essere considerato il candidato più in vista alle prossime elezioni, tanto meno il già consigliere provinciale Michele Ungaro, contro cui con notevole coraggio don Salvatore va dicendo in giro che se non gli farà fare la pelle da Cosimo Giordano, inizierà una epurazione sociale, mobilitando con il voto i cittadini onesti del circondano. A don Salvatore non sfugge che nella fiera di S. Filomena in Amorosi, Paolo Guarnieri, un bracciante di 44 anni, ha comperato due vacche per un valore di 935 ducati e grana 50 per conto di Cosimo Giordano, con cui dividerà il guadagno (28). Il cerchio sta per stringersi; Pacelli circondato dai fidi vassalli, procede armato e sempre a cavallo, un cavallo di razza, il più veloce della sua scuderia. Nell’estate del 1862 (29) che rischia di essergli fatale, don Salvatore con indubbia scaltrezza fa andare in carrozza i coloni; egli segue a distanza. A Cosimo non verrà mai in mente che possa aver ceduto il posto d’onore. Vestito da “cafone”, con un cappellaccio ben piantato sulla testa e reso irriconoscibile da lontano, approfitterà degli attimi in cui Cosimo Giordano sarà impegnato ad aprire gli sportelli della carrozza, per dileguarsi attraverso i tratturi regi. Al fine di consentirgli una certa distanza dagli inseguitori, i coloni sanno come rispondere, che quel giorno il padrone era ammalato ed aveva incaricato loro del giro di ispezione nelle tenute. Non potranno certo sottrarsi alle possenti scazzottature per cui Cosimo va da tempo famoso nel Cerretese. Per amore del padrone, un vero galantuomo e signore (quando promette i soldi, li dà per davvero), i coloni imparano la lezione a memoria. La scena si verifica puntualmente come prevista. Attraverso contrada Marafi di Puglianello, arrivata al ponte di S. Mennito, la carrozza è assalita. I coloni si prendono tutti i ceffoni di Cosimo, visto che sono a pagamento. A loro è risparmiata, come è ovvio la vita, per portare l’imbasciata scontata “…dite a don Salvatore che, prima o poi, gli farò la festa “…Il signor Pacelli si liberò lestamente dall’agguato, fuggendo a briglia sciolta sul suo cavallo” (30). Il processo si istruì presso il tribunale militare di guerra in Caserta contro Guarnieri Paolo, bracciante, e Tommaso Pietro, massaro, entrambi da Puglianello denunciati il 30 ottobre 1863. I testimoni appaiono subito reticenti, ivi compresi coloni del Pacelli. Dopo aver salvato la vita al padrone, cercano una soluzione che accontenti tutti senza compromettere nessuno, tanto meno loro che pagherebbero in proprio una incauta ammissione. L’ufficiale istruttore scrive a Cerreto, per un supplemento di indagini contro Guarnieri e Tommaso che hanno fatto da guida a Cosimo Giordano nel tentato sequestro in danno di Salvatore Pacelli. Gli risponde in questi termini il sottoprefetto di Cerreto in data 30 ottobre ’63: “… Comprendo bene che in giudizio ci vogliono prove è non asserzioni; ma in fatto di brigantaggio le prove si rendono tanto più difficili quanto maggiore è il timore che i malandrini hanno incusso in ogni sorta di gente. Chi teme di essere offeso nella vita, o nella proprietà, certo non crede che la sua deposizione sarà sufficiente a purgare il paese dai briganti, quanto anche bastasse a farne condannare alcuno, tace e non depone. L’è questa una fatalità per la quale si vedono impuniti i più sfrontati manutengoli e non vedo come il Governo possa uscire di imbarazzo. Tutto al più col domicilio coatto, pena per altro leggiera, potrà giungersi a qualche risultato” (31). Gli imputati Guarnieri Paolo e Tommaso Pietro se la caveranno con un non luogo. Caserta, addì 28 gennaio 1864. Ma torniamo a seguire i movimenti di Cosimo Giordano, alla fine del luglio 1862. Alcuni proprietari si dichiarano niente affatto disposti a subire prepotenti ingiunzioni. Le rappresaglie non tardano a verificarsi. Trenta briganti della banda Giordano, il 6 agosto, verso le ore 21, scaricano le armi contro gli animali vaccini del capitano della Guardia Nazionale di Pietraroia Andrea Amato, uccidendone 13. Cosimo fa recapitare un biglietto tracotante al capitano con l’ordine di mandare via da Pietraroia le G. N. e i soldati distaccati, in caso contrario metterà a fuoco e sacco le sue proprietà e l’intero paese. Perchè caporal Cosimo usa un tono così deciso? (32). Contemporaneamente su suo ordine, 100 briganti uccidono oltre 500 animali del sig. Varo, menati al pascolo sulle montagne di Morcone. A S. Lupo, viene bruciata la casa del dottor Varrone perchè si è rifiutato di sborsare 400 ducati. Cosimo il 25 agosto si aggira con 8 briganti ai confini di Piedimonte, in contrada Torrione per catturare Antonio D’Ambrosio di Alife, che rilascia per 100 ducati (33). Per tutto settembre 1862 accompagna dal Matese al Taburno, i briganti cacciati dal circondano di Piedimonte. Le persone più insospettate offrono aiuto e ricovero. La disciplina tra gli uomini si è però molto allentata. I frequenti contatti con altri capibanda, ammirati per l’ordine e la tempestività con cui sottraggono le comitive all’inseguimento della truppa, sminuiscono il prestigio del caposquadriglia Gennaro Puzella di Paupisi, ucciso dai suoi stessi gregari il 12 settembre ’62 (34), nella convinzione che per incapacità a condurli in salvo attraverso i monti, possa farli cadere in mano dei piemontesi. L’inverno si preannuncia abbastanza freddo. Per incarico del comitato borbonico di Napoli, caporal Cosimo acquista cappotti che spedisce finanche alle comitive del Faito (35). Il commercio assume notevoli proporzioni, come al solito i negozianti non ne sanno niente; badano solo ai propri affari. Nel mentre Cosimo si reca a Cerreto insieme con Ludovico Vincenzo alias Pelucchiello ed altri 6 briganti, si imbatte incidentalmente in Giuseppe Brizio proprietario di S. Lorenzo Maggiore, in Giovanni Pingue e Raffaele Pigna, rispettivamente sindaco e capitano delle G. N. di Guardia Sanframondi, scortati da 4 guardie. Lo scontro è inevitabile, il capitano Pigna che ha la mira infallibile, uccide il brigante Luigi De Simone. A sparatoria conclusa, si accorge con rammarico che Giuseppe Brizio è stato colpito a morte. Dopo la ricognizione a norma di legge, i cadaveri sono portati a Guardia e composti nella chiesa della congrega di S. Maria. Di notte, i briganti cercano di forzare la porta per dare l’ultimo saluto al compagno De Simone, valoroso guerriero. Poichè il tempio è vigilato dai Carabinieri, per rappresaglia assalgono il posto di G. N., ma sono respinti (36). La persecuzione contro i sacerdoti possidenti, sospettati di dare ricovero ai briganti piedimontesi nelle loro case di campagna, riprende in tono più recrudescente. Gli arresti si succedono a catena. Con alquanto malanimo il sindaco Biondi di Cerreto, autorizza l’8 ottobre ’62 la scarcerazione del canonico De Luise, assicurando sulla sua coscienza che “egli non ha avuto connivenza con i briganti, attesa […] la neutralità naturale in tutte le cose, non esclusi i suoi affari. Non è stato promotore di principii reazionari e per la stessa ragione sembra di un’opinione politica pressocchè indefinibile”. Il sottoprefetto di Cerreto, lo riabilita in pari data (37). Caporal Cosimo è allo stremo delle forze; le sue incombenze sono aumentate. Deve occuparsi finanche del traffico delle armi di contrabbando e se non va lui di persona a ritirare le munizioni, le pistole e le baionette a lancia dal manico di ottone in una fabbrica clandestina in Cerreto, non le affidano ad altri (38). Dacchè la compagnia di Padre Santo si è ingrossata, i briganti di Cusano non rientrano più nelle disponibilità dei posti-letto della zona; reclamano quindi il suo intervento presso l’arciprete Varrone di Civitella Licinio. Caporal Cosimo, dopo mille assicurazioni di usare molta prudenza, convince l’arciprete a dare loro ospitalità. Non c’è ragione di temere; le perlustrazioni finiscono a mezzogiorno; le sentinelle veglieranno, pronte a dare l’allarme. Di giorno, gli uomini si sposteranno verso Madonna della Libera o nelle grotte di monte Licinio esposte al sole (39). Gli informatori di P.S. riferiscono il 19 dicembre che a causa di quell’andare e venire tra i monti, Cosimo è malato e prende chinino. Vincenzo Ludovico alias Pelucchiello si è distaccato da lui; varcato il confine pontificio, si trova a Roma con alcuni compagni. Nel gennaio ’63 Cosimo può contare su non più di 36 uomini; dopo 1’aggressione alla masseria D’Andrea (40) , i sequestri del notaio Antonio Rinaldi (41) e del sacerdote Antonio Pigna entrambi di Guardia Sanframondi avvenuti il 22 febbraio successivo, con le bande riunite di Guerrasio e De Lellis, si aggira con estrema prudenza tra i boschi. Il capitano della G. N. Pigna, indignato per il sequestro del fratello sacerdote (autonomamente salvatosi con la fuga dopo alcuni giorni), gli sta dando la caccia; è un avversario da non trascurare per la caparbietà con cui segue i suoi spostamenti. Caporal Cosimo, impone agli uomini di marciare l’uno dietro l’altro e sempre larghi; fa cancellare le tracce del loro passaggio dall’ultimo della fila, con un ramo d’albero molto pesante (42). Talvolta si nasconde sul Matese con il capobanda Cassella di Cusano. Don Achille del Giudice di Piedimonte, per evitare rappresaglie contro il suo gregge, viene in suo soccorso. Spesso si aggira nel Vitulanese. Accompagnato da Luciano Martino, trova facile asilo a S. Lorenzo Maggiore nelle case di campagna del tenente della G. N. Luigi Iannotti, dei fratelli don Lorenzo e Carlo Brizio, dei manutengoli Nicolò e Raffaele Ciambrella, zii del capobanda Guerrasio, del capitano della G. N. Simone Grimaldi (43). Il medico Vincenzo De Vincentiis di buon grado presta le cure necessarie ai briganti feriti (44). Durante una perlustrazione concentrica a largo raggio di RR. CC. e di bersaglieri provenienti da Vitulano, di cavalleggeri mossisi dalla piana di Ponte e da Dugenta, viene sorpreso il 12 aprile sulla montagna di Solopaca nel luogo detto Tenimento della Croce, da alcuni bersaglieri che per circostanze impreviste si erano distaccati dalla colonna. Si dà alla fuga con 24 uomini, lasciando libero il ricattato Angelo Fusco di Torrecuso (45). Prende di nuovo la via del Matese, facendo perdere le tracce di sè nella vastità del massiccio calcareo, attraverso erti pendii e grotte di difficile accesso. Cova nell’animo un desiderio di rivincita contro chi non desiste di inseguirlo: il capitano Nunziante Cefarelli della G.N. di Civitella Licinio, avversario potenziale di Michele Ungaro nelle prossime elezioni politiche. L’occasione si presenta il 25 agosto ’63 presso Valle Cieca in vicinanza di Civitella; Cefarelli accompagnato da 10 G.N. sta venendo innanzi con il medico Giuseppe De Toro e il suo luogotenente Michelangelo Cassella. E’ una strage; sul far della sera i paesani trovano il cadavere del Cefarelli. Cosimo gli ha tagliato il pizzo alla piemontese, in segno di derisione (46). Dopo di aver ucciso Giovannantonio Florio di Civitelia in tenimento di Monaco di Gioia il 23 settembre ’63 perchè ha fatto da spia alla truppa (47), il 2 ottobre successivo in contrada Pagliarelle di Pietraroia, ammazza a colpi di baionetta 300 pecore del sig. Vaccarella di Foggia, rifiutatosi di pagargli la taglia. Minaccia di uccidergli le rimanenti se non gli manderà denaro (48). Con la compagnia di Padresanto viene giù a Cerreto. I briganti, in vena di esibizione, il 28 ottobre ’63 si mostrano da una sporgenza di monte Erbano che cala quasi a picco sul paese. L’eco riporta le loro parole “…Viva Vittorio Emanuele, vogliamo presentarci, se non oggi, domani”. La forza, pur sapendo che trattasi di una beffa, diligentemente va a prenderli, ma come è ovvio, essi non si fanno trovare (49). In applicazione della legge Pica, nel circondano di Cerreto sono stati arrestati 106 manutengoli del brigantaggio, di cui 36 donne e 70 uomini (50); per non aggravare la posizione di altri favoreggiatori, Cosimo lascia circolare la voce che ha abbandonato il Cerretese. Il 21 febbraio 1864, il sottoprefetto Dainelli di Piedimonte lo localizza con 7 compagni a Gioia Sannitica; quivi ha derubato Angelo Di Chello (51). Cosimo Giordano ha fuso la sua banda con quella di Libero Abanese, di Civitillo senza paura, accogliendo i 4 superstiti della comitiva del fucilato De Lellis. Sono ripristinati i distaccamenti a Prata Sannita, S. Angelo D’Alife e Calvisi, nel timore di un colpo grosso, di un ricatto eclatante per taglia. Ne è vittima il 15 marzo successivo il sig. Nicola Coppola, ricco proprietario di Piedimonte; i briganti chiedono un riscatto di 80.000 ducati, un gran quantitativo di armi, commestibili ed un cannocchiale. Passano i giorni in ricerche infruttuose. Matteo Settembrini, latore di un messaggio ai briganti da parte della famiglia Coppola, si mette in giro per il Matese. Verso gli ultimi di aprile ’64 una donna, a nome dei briganti, gli domanda se abbia portato il primo acconto di 5.000 ducati. E’ la venticinquenne Maria Carmina Valente di Cusano, moglie di Pasquale Pecoraro, domiciliato a Piedirnonte. Il Settembrini risponde positivamente, dicendosi disposto al pagamento, solo dopo aver visto il suo padrone. Intanto, si fissa bene in mente i connotati della giovane, di Pecoraro Filippo e Pasquale, di Costanza Grande e Benedetta Tortorelli che si accompagnano a lei. Sono del quartiere S. Giacomo, ove si riuniscono i manutengoli di Piedimonte. Sotto la guida dei conniventi, Settembrini ritrova il padrone; sta in una grotta umida, cui si accede strisciando carponi. I suoi abiti sono già laceri; lo copre un pelliccione non suo; mangia prosciutto, pane e formaggio come i briganti, per dissetarsi beve neve liquefatta. Con la scusa di far compagnia all’anziano signore, conta egli 68 anni, ottiene di rimanere qualche giorno con lui. Ha così modo di notare le abitudini dei carcerieri. Sono in numero di 9, occupati giorno e notte nel gioco delle carte; divisi in tre gruppi, litigano continuamente e vengono alle mani. Taluni perdono somme immense e rimangono perfino in debito con i compagni, servendosi dell’oro accumulato con tanta fatica dal sig. Coppola. Di tanto in tanto, arrivano i portatori di viveri e di notizie; essi però non si fanno vedere nè si avvicinano alla grotta. All’arrivo della forza, i briganti si disperdono per le alture circostanti, lasciando solo due compagni a guardia del Coppola e del Settembrini; passato il pericolo, tornano nella grotta (52). Le incessanti perlustrazioni danno esito positivo. Un distaccamento del 46° reggimento fanteria, protetto dalla nebbia, può avvicinare il 4 maggio ’64 alcuni briganti sul monte Tagliaferro ed attaccarli. E’ ucciso un uomo, sul momento creduto il capocomitiva Libero Albanese. In questa circostanza, è fatta prigioniera Maria Carmina Valente con i cognati Filippo e Vincenzo Pecoraro. La donna dice di essersi trovata casualmente sul luogo del combattimento; per dissipare i sospetti di connivenza, si presta a lavare e portare in paese, la testa che i piemontesi hanno reciso al brigante. Già, perchè secondo il costume dell’epoca, a cui non ci ha ancora abituato il retaggio libresco di un ottocento romantico, i soldati piemontesi e liberali nostrani, erano autorizzati a spiccare la testa dal busto del brigante ucciso, usandola come prova inconfutabile di un atto di valore, ricompensabile lautamente, d’ordine del generale Giorgio Pallavicini. La Valente, con truce cinismo, non cessa di ballare e scherzare dinanzi ai soldati per tutta la via, facendo ballonzolare quella testa per i capelli. Apparteneva a Gerardo Autunnale di Potenza, disertore del 40° fanteria di stanza a Piedimonte, suo amante. Nicola Coppola, dopo aver sborsato 14.000 ducati pari a 60.000 lire italiane, ritorna in famiglia il 17 maggio successivo; ha contratto una penosa oftalmia durante i due mesi di prigionia. Dichiara di essere stato portato attraverso il Matese sulla montagna di Macchiagodena nel circondario di Isernia, per ordine dei capibanda Cosimo Giordano di Cerreto e Libero Albanese di Guardiaregia. I briganti portavano grandi anelli d’oro alle dita e sul petto monete bucate a guisa di eroi. Ha riconoscuito tra loro Giuseppe Campagna detto il Busso di Piedimonte, Civitillo senza paura di Cusano, domiciliato a Piedimonte, Francesco Amato di Pietraroia, Domenico Valente di Cusano e con sua somma meraviglia Gerardo Autunnale di Potenza nonchè Vincenzo Gallozzi di Avezzano del 40° fanteria di stanza a S. Potito Sannitico. Hanno forse questi due disertato? Gli rispondono di sì. I briganti, discorrendo tra loro, dicevano che “galantuomini e garibaldini avevano fatto la rivoluzione per opprimere il ceto basso, così essi facevano di tutto per…. distruggere i galantuomini, sperando in Francesco II e formando sempre nuove bande. Disprezzavano i soldati piemontesi, pavidi e sempre pronti alla ritirata, sostenendo che un brigante era sufficiente per far fuori 10 di loro, avevano invece immenso timore dei Carabinieri Reali” (53). Il tribunale militare di guerra in Caserta,. procede per direttissima entro lo stesso mese di maggio; condanna Maria Carmina Valente a 20 anni di lavori forzati, Vincenzo e Filippo Pecoraro, rispettivamente a 10 e 7 anni di reclusione (54). Successivamente condanna a 7 anni Costanza Grande e Benedetta Tortorella per le quali “devesi considerare la loro condizione di donne, quella di misere ed ignoranti contadine, che alla fin fine per procurarsi i mezzi per vivere, erano costrette a portarsi sulla montagna a far legna, e trovarsi così in continuo contatto con i briganti” (55). Caporal Cosimo utilizza parte del ricatto Coppola per sostenere le bande riunite di Libero Abanese, Civitillo senza paura, Andrea Santaniello, Pace, Guerra, Fuoco, cacciate dal circondano di Campobasso e costrette a stazionare tra Civitella Licinio e Monte Mutria, parte per arruolare insieme con Pelucchiello, sotto mentito nome, uomini per il brigantaggio (56). Poiché i fondi di cassa stanno esaurendosi, progetta altri ricatti. Pelucchiello, su suo ordine, con 10 briganti sequestra nella seconda metà di giugno ’64 Angelo Mongillo e Filippo Trebisondi, proprietari di Puglianello, che rimette in libertà per 3.000 ducati (57). Cosimo Giordano, dopo aver pugnalato il 28 luglio nelle campagne di Morcone il guardabosclii Sebastiano Parcesepe che si è fatto guida alla truppa (58), si porta il 2 agosto a Faicchio per prelevare il ricco proprietario Nicola Orsi (59). Mentre attraversa contrada Chiolli in tenimento di Cerreto, l’11 agosto ’64 verso le ore 16, un drappello di fanteria lo avvista con quattro briganti. Si dà alla fuga; il diciannovenne Conte Gennaro di Berardino, nativo di Civitella Licinio, è fatto prigioniero. A seguito delle sue rivelazioni, nella grotta di S. Angelo viene trovato il ricattato Nicola Orsi con due briganti che stanno montando di guardia: Giovanni Sciarra di Cerreto e Gerardo Mugni di Salerno (60). Nel novembre del 1864, scompare dalla scena del brigantaggio cerretese il capobanda Giuseppe Schiavone. Si era recato a Melfi, un po’ per incontrare gli altri capi-comitiva al fine di progettare azioni di brigantaggio, forse più per consentire alla sua compagna Filomena Pennacchio di S. Sossio, una sua ex-sequestrata, di dare alla luce un figlio. Tradito da Rosa Giuliani, una sua antica fiamma, gelosa di essere stata soppiantata nel suo affetto da Filomena, si avviò alla fucilazione con passo fermo. Aveva chiesto ed ottenuto di vedere per l’ultima volta la sua donna per chiederle perdono di averla sottoposta a tante traversie. Come al colonnello Caruso, gli domandarono se avesse qualcosa da dire. All’ufficiale rispose: ” Sia cortese di darmi un sigaro, di qua ai Morticelli, (al luogo dell’esecuzione), ho giusto il tempo di farmi una fumata” (61). Dal Cerretese, sparisce alla fine del ’64 anche Cosimo Giordano. Sotto il falso nome di Nicola Caracciolo, si sposta da S. Germano a Villa Latina, esercitando il mestiere di mediatore. La sua notorietà è intanto assurta a livello nazionale, dacchè Pasquale Villani nel romanzo “Cosimo Giordano e i saccheggiatori di Cerreto nel 1860” ne ha fatto un personaggio importante nella storia di Irene Montemurro, tutta fughe e complicazioni (62). E’ arrestato a Roma per omicidio. Il Tribunale Criminale di Roma lo mette 1’8 aprile 1865 a disposizione della polizia, che nel giugno successivo lo fa rilasciare alla frontiera di Ceprano con precetto di esilio dello Stato Pontificio (63). Il comitato borbonico di Napoli lo fa rientrare nel Beneventano nel luglio 1865. Riceverà istruzioni dal sig. Luigi Coppola di Faicchio che frequentemente si reca a Napoli in casa di don Giuseppe Martino De Carles barone di Puglianello e di don Vincenzo Fieschi Ravaschieri duca di Roccapiemonte, sotto il pretesto di affari di interesse, in realtà per motivi reazionari (64). Il 26 agosto a Selvapiana, a 10 Km. circa da Cusano, sono ritrovati i corpi di Pasquale Prece carbonaio di 45 anni e Domenico Ruscetti, bracciante di 52 anni di Piedimonte d’Alife. I due, incaricati dalla famiglia di don Nicola Coppola di portare ai briganti i 14.000 ducati di riscatto, avevano trattenuto per sè una parte della somma. Il cadavere del Ruscetti è orribilmente mutilato: naso ed orecchie recise, occhi cavati, budella al di fuori. Su di lui, spicca un cartello “Ecco la fine che fanno le spie”. L’omicidio porta la firma di Cosimo Giordano (65). Alla fine del ’65, le bande molto ridotte nel numero dei componenti, si frazionano; pur comunicando tra loro si dividono le rispettive zone di influenza. Optano per il Matese Libero Albanese con 10 Uomini e Civitillo senza paura con 6 individui, tra cui Antonio e Vincenzo Arciero di S. Potito Sannitico (66). Si riservano un’area più vasta, nei circondari di Cerreto – Piedimonte – Isernia, Fuoco con 31 gregari, Guerra e Pace con 15. Scelgono le località di Cerreto – Cusano – Civitella Licinio Cosimo Giordano ed Andrea Santaniello a capo di due bande separate, rispettivamente di 8 briganti (67). Sullo scorcio di novembre ’65, caporal Cosimo si accinge a varcare il confine pontificio., per vari motivi. I vistosi premi, in ragione di 10.000 lire ciascuno, promessi da Caserta con manifesto prefettizio del 19 ottobre 1865 a coloro che uccideranno o faranno catturare i capibanda Abanese, Fuoco, Guerra e Pace, hanno invogliato molti pastori o contadini piedimontesi, pur di cambiare condizione, a non badare ai rischi. Nè l’esecuzione delle spie, nè lo scempio dei cadaveri, pare faccia più presa. Il generale Pallavicini, ha promesso di mantenere l’anonimato delle delazioni. Le condanne a 10 anni di lavori forzati inflitte dal tribunale militare di guerra in Caserta allo zio Michele Giordano, a Giovanni Gismondi e Gerolamo Florio, a 20 anni ad Antonio Borzaro alias Abate e Cosimo Ciarlo, tutti cerretesi (68), hanno impaurito i manutengoli compaesani. Inoltre i suoi compagni di lotta stanchi di essere strumentalizzati dal potere politico locale, hanno capito già da tempo che persistere nel brigantaggio significa per loro esporsi ad una graduale sistematica eliminazione. Non sono da tenere in vita, come Cosimo Giordano, che fa ancora da comodo spauracchio e mazziere nelle elezioni politiche. Tutt’al più, coloro che si sono rifugiati nello Stato Pontificio, quando non vanno in galera per reati comuni, amano ritrovarsi a Roma, nella locanda condotta da Marianna Conti (69) in via delle Rimesse al n. 14 e riandare, attraverso comuni ricordi, ad un tempo che è stato, quando credevano di cambiare il mondo in nome di Francesco II. Per la maggior parte, hanno messo giudizio e trovato sistemazione in qualità di zuavi papalini, di operai nella costruzione della strada ferrata o in piccole fabbriche di fuoco d’artificio (70). Perchè Cosimo non fa come loro? Cosimo non può; vive ormai in un mondo irreale, circondato da tanti aristocratici che volentieri si accompagnano a lui, sperando in una impossibile restaurazione borbonica. Il suo cattivo genio cerretese, il sedicente “barone di Monterbano” lo lusinga con la promessa di un viaggio in Egitto (71). Il fantasma del fratello Errichiello non gli si para ancora dinanzi; le continue implorazioni della sorella Margherita, sono chiacchiere da donnicciole. Cosimo Giordano è convinto di diventare generale, non appena Francesco II ritornerà sul trono di Napoli. ….da caporale a generale… Per dirla con il prefetto Homodei (72) di Benevento, ecco a quali risultati perviene “la sfrenata libidine di potere”, di alcuni rappresentanti dello Stato etico. Non è che sia poi tanto cambiata la situazione, da allora all’A.D. 1975! [ora siamo nel 2000] Caporal Cosimo è di nuovo a Cerreto nel luglio del 1866. Tutto gli va male. I sequestri di Pietro Mazzarella e Fabio Bolognese (73) non fruttano la somma sperata di 12.000 ducati. L’opinione pubblica gli è ostile; lo incolpa di avere ucciso Raffaele De Blasio (74) in contrada Cervillo di Guardia Sanframondi. Cosimo, dopo avere ribadito la sua estraneità al fatto, scompare dal Cerretese. L’anno seguente si appura che, assunto il nome di Giuseppe Pollice, si trova a Marsiglia, ospite del comitato borbonico. Le autorità della provincia, cercano in tutti i modi di ostacolare le azioni di brigantaggio. Bettino Ricasoli che è Presidente del Consiglio dei Ministri (75) e ricopre ad interim la carica di Ministro dell’Interno, scrive la seguente lettera al prefetto di Benevento (76): “Ministero dell’Interno Firenze 19 marzo 1867, prot. n. 2173 – La dignità del Governo perderà ogni salutare impressione nell’animo della popolazione il giorno in cui saremo obbligati a confessare che l’influenza delittuosa di un Fuoco, di un Pace […] sia qualche cosa in più che l’influenza concorde di tutte le Autorità e di tutti gli agenti della forza pubblica di cotesta Provincia [Benevento], e che ancora per altro tempo dovremo svanirci in continue perlustrazioni sulle loro orme. Se i Signori Sottoprefetti non si recano di persona nei luoghi più incalzati dal brigantaggio a disporre gli animi delle popolazioni, a ravviare le indagini rallentate o disperse, a rialzare lo spirito dei cittadini, ad annodare le fila di accorte e sicure investigazioni, se Ella [Prefetto di Benevento] non ordina a due o tre delegati ed a questo o quell’Ufficiale dei Reali Carabinieri di mettersi in giro e di non tornare più in residenza se non dopo dispersa quella comitiva che infesta il suo Circondario, fornendoli, all’uopo dei mezzi di spese segrete che sono necessari, non si riuscirà mai, ne sia ben certo, a finirla veramente con i briganti. Quel funzionario che non si senta capace, co’ mezzi tutti de’ quali può disporre, di mantenere la sicurezza delle proprietà e della vita dei cittadini nell’ambito del territorio a lui assegnato, e di riuscire per conseguenza a liberarlo dai briganti, è bene che lo dichiari francamente, che rilevi agli occhi del Governo questa sua posizione”. IL MINISTRO Ricasoli. Pace e Fuoco continuano ad imperversare nel Beneventano; “il solo circondano di Cerreto è minacciato dalle incursioni dei briganti” (77). Catillo Belfiore e Germano Della Penna riferiscono 1’8 maggio ’68 al sindaco di Morcone di essere stati avvicinati in sito Fraine, sulla montagna della Parata da tre sconosciuti. Hanno mostrato un pugnale impregnato di sangue, sostenendo che con quest’arma hanno ucciso in contrada Colle Scipione, il settuagenario Luigi Polzella rifiutatosi di pagare una taglia di 16.000 ducati. Le informazioni rispondono al vero. Polzella è stato ucciso a colpi di pugnale. Il cadavere presenta sei ferite, delle quali tre al collo, due al cuore ed una alla fontanella della gola; porta sul petto un cartello “ucciso dai signori briganti per non avere voluto mandare danari” (78). Le indagini approdano alla individuazione dei responsabili dell’omicidio: due ex appartenenti alla banda Fuoco, Cosimo Giordano e Giuseppe Ludovico alias Pelucchiello, nipote e gregario dell’altro celebre capobanda, attivo nel Cerretese fino al 1864 [Vincenzo] (79). Si teme che Giordano abbia fuso la sua comitiva con quella di Andrea Santaniello. Non è così. Il giorno dopo, 9 marzo 1868, Andrea Santaniello è ucciso nel comune di Bracigliano (Salerno) dal giovane pastore Fiore Antonio (80). Nella notte del 25 giugno successivo, “cinque individui di Cusano Mutri, eccitati dall’Autorità locale di concerto con quella politica del circondano di Cerreto, postisi in cerca dei briganti che infestano quei luoghi, si imbatterono nel capobanda Gerolamo Civitillo fu Pasquale di Cusano Mutri domiciliato a Piedimonte d’Alife e in Angelillo Domenico fu Vincenzo nato e domiciliato in Sant’Angelo d’Alife, ultimi avanzi della banda Santaniello, e li uccisero” (81). Si dà la caccia a Cosimo Giordano; il 9 agosto ’68 è avvistato con 12 briganti a Pietraroia. Pare voglia presentarsi. Il sindaco di S. Salvatore Telesino caldeggia questa proposta. Non se ne fa nulla; mentre sono ancora in corso le trattative (82), Cosimo ha già passato il confine pontificio. Giuseppe Ludovico alias Pelucchiello rimane invece nella zona di Cerreto per effettuare il 16 agosto successivo il sequestro di don Donato Franco di Cusano, su mandato dell’ex sindaco di Puglianello, Giovanni Mongillo. Dei 14.000 ducati sborsati dal Franco, Pelucchiello versa un compenso di 900 ducati all’ex sindaco che, d’altronde si è personalmente adoperato per la buona riuscita del piano (83). Il sequestrato è stato trattenuto sui monti per ben 26 giorni, prima di essere rilasciato verso le 17 del 20 settembre ’68 sulla via di Dugenta che porta a Frasso. Le indagini condotte dal capitano Giuseppe Gogliani della 3a compagnia del 65° fanteria, dal luogotenente dei RR.CC. Luigi Gargani e dal delegato di P.S. Vincenzo Saccà, portano all’incriminazione di 31 manutengoli, quasi tutti di Cervinara e Grottolella, della provincia di Avellino (84). Costoro abitualmente impegnati nel taglio dei boschi sulle montagne del Cerretese, si sono resi complici dei briganti nel sequestro di don Donato Franco. Confessano che il capo era Domenico Fuoco, coadiuvato da due sottocapi, Alessandro Pace e Giuseppe Ludovico alias Pelucchiello. Ai loro ordini obbedivano i briganti Carminiello di Sessa, Nicola di Venafro, Gioacchino di S. Giorgio d’Alife e Francesco Cocchiara, alias Caronte di S. Giorgio a Liri. I briganti vestivano una singolare divisa bleu con fasce colorate ai calzoni; Fuoco le aveva gialle, i due luogotenenti rosse come i gregari, ma diversamente da loro, ornate di bottoncini di acciaio. Il capo si distingueva dal cappello, con quattro distintivi d’argento indicanti il grado di capitano. Fuoco si riprometteva di ricattare il ricco proprietario Bellelli di Capaccio (Salerno) deputato al parlamento nazionale (85). Lo avevano invogliato all’impresa Ulino Salvatore di Moschiano (Avellino), caporale dei carbonai e la moglie Russo Costantina, entrambi domiciliati ad Eboli in provincia di Salerno. I due coniugi, sorpresi nella stazione di Solopaca il 7maggio 1869, sono arrestati. Si trovano in possesso di un passaporto falso rilasciato dalla cancelleria di Eboli sotto il nome di Russo Giuseppe con i connotati del capobanda Ludovico Giuseppe, alias Pelucchiello (86). Il generale Pallavicini, da Caserta sollecita la cattura delle comitive Pace e Fuoco. La banda Pace composta da 7 individui, viene avvistata il 26 agosto ’69 ai varchi di Monte Torcino. Il giorno dopo, il luogotenente dei RR.CC. e il sottoprefetto si mettono personalmente in giro per le campagne, nella più stretta osservanza della circolare Ricasoli. Non seguono la strada rotabile, in quanto sarebbero facilmente individuati dai briganti che ricevono avvisi da un monte all’altro. Il cammino è molto faticoso sotto la pioggia. Arrivati a Fontana della Lepre in vicinanza di Morcone, si separano per non dare troppo all’occhio. Il brigadiere Lorenzo Locatelli dei RR.CC. avvista in una grotta nei pressi di Morcone quattro briganti e vedendo calare le tenebre, sono le 17,30, nonostante sia coadiuvato appena da quattro uomini, intima la resa, riuscendo con mira precisa a ferire di striscio il capobanda Pace e a fargli cadere il fucile che imbraccia. Fa prigionieri Messandro Pace, Ludovico Giuseppe alias Pelucchiello, Nicola Vendettuola e Giovanni Ragosta. Il sottoprefetto, ricevuta la notizia della cattura, rifà il cammino percorso. Alle nove di sera, arriva a Morcone, interroga i quattro briganti che fa associare al carcere mandamentale di Cerreto. A commento della sua decisione, riceve un telegramma: (87) “Sig. Sottoprefetto Cerreto Sannita – N. 1045 – 28 agosto 1869. “Misura fucilazione sarebbe stata opportuna al momento arresto, ma ora non è più conveniente. Da Pace e tre suoi compagni potransi forse avere rivelazioni importanti sui manutengoli, e da questo lato è meglio siano rimasti in vita. Prego S.V. disporre che tutti e quattro vengano nella giornata di domani tradotti Caserta mia presenza e che si porti pure qui luogotenente dei Carabinieri” Generale Pallavicini. Il 17 agosto 1870 è ucciso il capobanda Domenico Fuoco con due gregari, Benedetto di Ventre di Conca Casale e Francesco Cocchiara, alias Caronte di S. Giorgio a Liri. Sterminata la banda di Pace e Fuoco, con Cosimo Giordano all’estero, il circondano di Cerreto trascorre un decennio di quiete. All’improvviso, nel giugno del 1880 si diffonde la voce che Caporal Cosimo è di nuovo qui. Sulle prime, le autorità pensano che sia una notizia diffusa ad arte per allontanare i proprietari dai loro fondi, in una stagione particolarmente favorevole ai raccolti (88). Ogni dubbio viene fugato il 24 giugno 1880, allorchè in sito detto Scorpi della Cicala distante appena 3 Km. da Morcone, è sequestrato il ricco proprietario Libero Della Penna. Lo sgomento si impossessa dell’animo di tutti, finanche il capostazione di Telese-Cerreto chiede istruzioni al sottoprefetto per garantire la sicurezza dei treni (89). Passano i giorni, del ricattato nessuna notizia. I due figli preti del 55enne massaro pensano di servirsi come intermediario di Pasquale Parcesepe, da poco ritornato a Morcone dal bagno penale di Piombino, presso cui ha scontato 14 anni di galera, per essere stato manutengolo della banda Giordano. Alle 11,30 antimeridiane del 1° luglio 1880, sulla montagna di Guardiaregia, Libero Della Penna è rimesso in libertà. Racconta che Giordano non voleva essere chiamato da lui con il suo nome, ma con quello di Nerone Giuseppe. Diceva di essere stato compagno di Cosimo e che Cosimo era morto. Più volte la forza passo vicino a loro e Giordano con pugnale alla mano gli impose di tacere, altrimenti lo avrebbe ucciso e si sarebbe battuto con i soldati fino all’ultimo sangue. Al momento del ricatto, con Cosimo erano il patrigno Vincenzo Colella e il giovane nipote Raffaele Giordano, figlio del fratello Errichiello, fucilato nel 1861 (90). Cosimo progettava di ricattare Pietro de Blasio di Guardia Sanframondi, avendo saputo che aveva recentemente ereditato un milione dal fratello Filippo. Il 2 luglio 1880, Corbellotti Ferdinando, carabiniere aggiunto della Stazione di Benevento, in servizio straordinario a Morcone, se ne sta tornando da Sepino a Morcone. “…Giunto sul ponte Pignataro è fermato verso le ore 3 pomeridiane da uno sconosciuto avente i seguenti connotati: statura piuttosto alta, colorito bruno, baffi neri, occhi offuscati. Portava catena d’oro e cappello tondo nero, bastone in mano ed anello d’oro alla mano destra. Calzava stivaloni nuovi. Gli ha domandato dove venisse e il carabiniere ha detto di ritornare da Sepino dove ha consegnato un plico. Fate un’imbasciata al tenente di Morcone e ditegli che richiamasse i carabinieri dalle rispettive Stazioni, essendo cosa inutile farli strapazzare poichè il catturato Libero Della Penna è stato messo in libertà. Se Cosimo fosse uomo crudele come lo dipingono, a quest’ora tanto il tenente che il delegato sarebbero morti. Dì al tenente che come lui conosce i suoi dipendenti, così Cosimo conosce le montagne. Che se Cosimo ha da morire, la sua fine dovrà avverarsi sulle montagne e non nella prigione. Che se non sarà tradito da una donna non lo sarà da nessuno. Digli pure che Cosimo a quest’ora viaggia in prima classe per recarsi a Piedimonte e quando avrà colà terminato il danaro farà di nuovo qui ritorno. Saluta per mio conto il signor tenente, ed alla interrogazione di declinare il proprio nome, soggiunse: digli che sono io. Dopo di che ha preso solo la direzione di S. Giuliano” (91). Il delegato di P.S. trova che, quel signore, ha tutti i connotati di Cosimo. Due denunce segnalano che Giordano ha ricattato Antonio Cusani a Solopaca e Ferdinando Romanelli a Castelvenere (92). I cittadini di Castelvenere e Solopaca vorrebbero costituire squadriglie armate contro Giordano, ma il prefetto Giorgetti di Benevento si oppone. Una compagnia di bersaglieri e quattro colonne mobili di carabinieri sono più che sufficienti per fronteggiare qualsiasi azione di forza del piccolo nucleo, costituito dai capibanda Cosimo Giordano, Libero Albanese e da tre gregari sconosciuti. Il Ministero invia sul posto l’ispettore di P.S. Carlo Di Donato per coordinare le operazioni di polizia e condurre un’inchiesta sui manutengoli di Campolattaro, che sembrano aver dato ricovero alla comitiva (93). Le disposizioni impartite dall’ispettore Di Donato avrebbero certo sortito esito positivo, assicurando la cattura di cinque briganti, senonchè essi accortisi che ogni tentativo di difesa sarebbe stato vano, prendono la via per l’estero. Arrivati a Marsiglia si separano. Albanese parte per l’America del Nord, Cosimo Giordano stabilisce la sua residenza a Lione ove apre un negozio di frutta e ortaggi. Intendeva condurre una vita finalmente tranquilla e legalizzare l’unione con la donna con cui conviveva e da cui aveva avuto un figlio. Occorreva il certificato di stato libero ed esso fu chiesto dal parroco francese a quello italiano di Cerreto. Le autorità lo vennero a sapere; poichè non potevano violare la convenzione italo – francese nè chiedere l’estradizione, incaricarono un delegato di P.S. di fingersi commerciante e proporre un affare a Giordano, invitandolo a portarsi a Genova. Imprudentemente, Cosimo varcò il confine. Arrestato il 25 agosto 1882, declinò false generalità, fingendo di chiamarsi Giuseppe Pollice fu Pasquale e di Lucia Barbato di anni 45 da Napoli. Tradotto a Benevento, fu sottoposto a procedimento penale [collegio di difesa costituito dagli Avvocati: Michele Ungaro e Giuseppe D’Andrea da Cerreto, Enrico Corrado da Montesarchio e Antonio Mellusi da Torrecuso]. Il processo, iniziato il 6 agosto 1884 presso la Corte d’Assise di Benevento, si concluse il 25 dello stesso mese, con la condanna all’ergastolo.

NOTE

(1) Luciano Martino nacque a Cautano, non Casalduni, come erroneamente dichiarò Cipriano La Gala ai giudici della Corte di Assise di S. Maria Capua Vetere. L’indicazione di Casalduni, conferma peraltro, la partecipazione di Luciano Martino alla scorribanda in questo comune, di concerto con Cosimo Giordano. Cfr. il “Roma” supplemento n. 48 del 19-2-1864.

(2) Gerolamo Civitillo fu Pasquale di Cusano Mutri e domiciliato a Piedimonte d’Alife, detto “senza paura”, viene talvolta designato nei rapporti con il nome di Giovanni. L’errore deriva dalla consultazione di documenti correlativi inesatti nella grafia, sia da parte degli scritturali della sottoprefettura di Cerreto, sia di Piedimonte. Per l’accertamento delle generalità cfr. Fascio 168, Commissione repressione brigantaggio, fascicolo “uccisione del brigante Girolamo Civitillo”, Archivio di Stato Caserta.

(3) Archivio di Stato Napoli, Danneggiati brigantaggio, fascio IV, fascicolo 300.

(4) Archivio Centrale dello Stato Roma, tribunale militare di guerra in Caserta, cartella n. 35, processo n. 682 contro Mendillo Pasquale di anni 75, contadino, Testa Anna di anni 56, contadina, Mendillo Mariannella di Pasquale di anni 27, nati e domiciliati a Cerreto Sannita, denunciati il 21 maggio 1865.

(5) L’uccisione di Annibale Piccirillo è riportata al 5° comma del quadro mensile brigantaggio agosto ’61. Biblioteca Archivio Storico Camera dei Deputati Roma. N. 8 quadri relativi al brigantaggio 1861-’62-’63 spediti dal prefetto Sigismondi di Benevento alla Commissione d’Inchiesta sul brigantaggio a Torino.

(6) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, Brigantaggio Pietraroia ’61, lettera del sindaco del 29-11-1861 al sottoprefetto di Cerreto.

(7) Palermo 13 aprile 1868, Bagno di Pena al Molo: interrogatorio di Gismondi Giovanni fu Pasquale di anni 48, manutengolo di Cerreto, condannato a 10 anni di lavori forzati. Dinanzi all’ufficiale Serafino Marchione di P.S., Gismondi sostiene che mai volle denunciare il maggiore delle G.N. Tavassi. Questi per vendetta, lo avrebbe fatto morire. Cerreto 8 maggio 1868: interrogatorio di Pelosi Giuseppe fu Salvatore di anni 54, massaro. Pelosi dichiara di essere stato ricattato per ben tre volte per un totale di 1000 ducati da Ludovico Vincenzo, alias Pelucchiello, per istigazione del maggiore Tavassi. “La storia del brigantaggio di Cerreto è troppo dolorosa e vergognosa” Cerreto 14 luglio 1868: interrogatorio di Margherita Giordano, sorella di Cosimo. “Avevo più volte iniziata la presentazione di Cosimo, ma Tavassi lo dissuase dal presentarsi” Cfr. i summentovati documenti in Brigantaggio Cerreto 1868, presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(8) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, Casalduni, deposizione del brigante Ferrucci del 9 settembre ’61 e Cerreto, brigantaggio 1861, lettera del sottoprefetto al prefetto di Benevento in data 9 settembre 1861.

(9) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. Faicchio Brigantaggio 1861, fasc. arresto del brigante Tarnrnaro Tommaso di Gioia.

(10) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. Cerreto, brigantaggio ’62, lettera del sottoprefetto in data 8 febbraio ’62 al prefetto di Benevento.

(11) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, Casalduni, brigantaggio ’62, fasc. Arresto del brigante Bartolomeo Perugini.

(12) Rapporto del sindaco di Morcone del 4 marzo 1862 al sottoprefetto di Cerreto. Cerreto, brigantaggio ’62, Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio, Benevento.

(13) Rapporti del comandante delle G. N. di Cusano al sottoprefetto di Cerreto, Prot. N. 62 del 21 aprile 1862 e prot. N. 68 del 23 aprile 1862. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, Cusano brigantaggio ’62.

(14) Riscontri del sindaco Cassella di Cusano in data 29 e 31 maggio, I 7 giugno 1862 all’ufficio del sottoprefetto di Cerreto del 27-5-’62 e del telegramma del sottoprefetto di Piedimonte del 26-5-62. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. Cusano, brigantaggio ’62.

(15) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, Civitella Licinio, brigantaggio 1862.

(16) chiamati londrini all’uso del paese.

(17) Autorizzazione del sottoprefetto di Cerreto in data 25 giugno ’62. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, Cerreto brigantaggio 1862.

(18) Archivio Centrale dello Stato Roma, tribunale militare di guerra in Caserta, cartella n. 33, processo n. 420: deposizione ivi acclusa del brigante Terranova Paolo di anni 22 di Marzano Appio, detenuto nella casa di pena di Pallanza, dinanzi al sottoprefetto di La Spezia il 25 marzo 1865.

(19) La data del sequestro del giudice Di Gennaro è desunta dalla sentenza contro Guerrasio, cfr. cartella n. 37, tribunale militare di guerra in Caserta. Archivio Centrale dello Stato Roma.

(20) Giuseppe Guerrasio, nativo di Molfetta (Bari), di anni 22 di professione macellaio, era all’epoca domiciliato a S. Lorenzo Maggiore. Fu fucilato il 4 dicembre ’63.

(21) L’omicidio in persona di Pasquale Melchiorre da parte di “un’orda di briganti” è riportata al 2° comma del quadro mensile brigantaggio luglio 1862; cfr. N. 8 quadri relativi al brigantaggio 1861-’62-’63 spediti dal prefetto Sigismondi di Benevento alla Commissione d’inchiesta sul brigantaggio a Torino, presso la Biblioteca Archivio Storico della Camera dei Deputati, Roma.

(22) Deposizione resa il 7 gennaio 1863 dal brigante Barile Luigi, arrestato a Solopaca. Egli aveva fatto parte della spedizione punitiva contro Melchiorre e partecipato al sequestro di Giuseppe Brizio di S. Lorenzo Maggiore. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. Solopaca, brigantaggio 1863.

(23) Dichiarazione spontaneamente rilasciata nel novembre 1974 da Pasquale Canelli di Solopaca, carbonaio, classe 1893. Lo stesso Canelli riferisce che nel 1905, in vicinanza della pagliaia di Cosimo alle falde di Valle Marina in tenimento di Solopaca, fu rinvenuto un recipiente di legno, pieno di monete d’oro. Era il tesoro di Cosimo; fu spartito fra i 300 carbonai delle 13 compagnie, impegnati a far cataste di legna, da trasformare in carboni.

(24) Da Viterbo, ritornò come da promessa fatta a Cosimo Giordano, il brigante Luigi Barile. Fu fermato ad un posto di blocco ed arrestato il 7 gennaio 1863.

(25) Il farmacista Silvestro Mastrobuono, arrestato, sarà posto in libertà provvisoria il 1° ottobre 1864. Cfr. Brigantaggio Cerreto 1864, fascicolo a lui intestato, presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(26) Il dottor De Blasio Bonifacio di Cesare, di anni 48, da S. Lupo (medico curante del fu brigante Luciano Martino) compreso al n. 32 dello Stato degli oziosi, vagabondi, ladri, camorristi del mandamento di Pontelandolfo, in data 12 giugno 1866, sarà proposto per il domicilio coatto. Cfr. brigantaggio Pontelandolfo 1866, presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(27) La maestra Gasdia Pasqualina fu Francesco, di anni 50, indicata al n. 23 dello “Stato degli oziosi, vagabondi, ladri, camorristi del mandamento di Pontelandolfo”, schedata come “clericale-borbonica” e proposta per il domicilio coatto, in data 12 giugno 1866. Cfr. Lo stato nominativo sopra mentovato, in Brigantaggio Pontelandolfo 1866, presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(28) Questo particolare, insieme con l’altro, del compenso in ragione di 80 piastre ricevuto dal Tommaso per aver fatto da guida a Cosimo Giordano, risulta dal processo n. 84 intestato a Guarnieri Paolo fu Angelo di anni 44, nato e domiciliato in Puglianello, bracciante e Tommaso Pietro alias Masecchia fu Nicola di anni 24, nato e domiciliato in Puglianello, massaro: denunciati il 30 ottobre 1863. Cfr. processo n. 84 in cartella n. 28; tribunale militare di guerra in Caserta. Archivio Centrale dello Stato Roma.

(29) Il tentato sequestro in persona del sig. Salvatore Pacelli, risale all’estate del 1862, dopo la festa di S. Filomena che ricorre il 5 luglio. Cfr. processo n. 84 in cartella n. 28, come da nota precedente.

(30) L’agguato al Pacelli, raccontato con ampiezza di particolari, risulta dalla deposizione resa da Sabatino Guarnieri di Puglianello, il 9 novembre 1863, dinanzi al conte Fabrizio Ruffo sottoprefetto di Cerreto, in occasione del processo istruttorio contro Guarnieri Paolo. Cfr. brigantaggio Cerreto 1863 – Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. Il ricordato processo n. 84 in cartella 28, è correlativo ai processi nn. 22 e 109 in cartella 27. Guarnieri Giovanni di Giulio di anni 35 nato in Puglianello e domiciliato in Faicchio, aveva trasformato 3 sicuri nascondigli di cui era dotata la masseria di don Giulio Palmieri, in posti di pronto soccorso ed infermeria per i briganti della banda di Cosimo Giordano. Il Palmieri, domiciliato a Napoli, denunciò il suo fattore, come autore di biglietti di ricatto; da essi emergevano particolari, di cui solo il colono Guarnieri Giovanni era a conoscenza. Denunciato il 19 settembre 1863, Guarnieri fu prosciolto con un non luogo il 28 gennaio 1864. Ancora una volta, la paura aveva chiuso la bocca ai testimoni oculari. Archivio Centrale dello Stato Roma. Tribunale militare di guerra in Caserta. Cartella n. 27, processo n. 22.

(31) La lettera del sottoprefetto di Cerreto è accusa al processo n. 84, cartella n. 28. Archivio Centrale dello Stato Roma – tribunale militare di guerra in Caserta.

(32) Andrea Amato, capitano della Guardia Nazionale di Pietraroia, ambiguo favoreggiatore di Cosimo Giordano. Terrorizza i manutengoli della banda, minacciandoli di denuncia, se non gli mandano “complimenti”. Continuerà, del tutto indisturbato, a pretendere danaro e donativi, fino al 1868. Si vedano presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, brigantaggio Cerreto 1868 i seguenti documenti: – Luogotenenza CC.RR. di Cerreto, lettera riservata al sottoprefetto di Cerreto in data 13 ottobre 1868. “Il capitano delle G. N. di Pietraroia Andrea Amato continua ad estorcere ai parenti dei manutengoli diverse somme – Comando Militare di Caserta, lettera confidenziale prot. n. 467 al sotto-prefetto di Cerreto in data 21 ottobre 1868. “Sarebbe troppo lieve ammonire il sig. Amato; deve essere destituito dal grado, perchè ha abusato della sua carica facendone commercio, sia dunque rimesso al potere giudiziario”. – Sottoprefettura di Cerreto, lettera del sottoprefetto prot. n. 37 in data 28 ottobre 1868, diretta al Procuratore del Re presso il Tribunale correzionale di Benevento, procedimento contro il sig. Andrea Amato di Pietraroia.

(33) Sono testimoni del sequestro D’Ambrosio: Maddalena Giannotta, Luigia e Maddalena di Franco, Pascale Giuseppe, Tommaso Palumbo, Maria Giuseppa Fragola. Archivio di Stato Caserta, Commissione repressione brigantaggio, Fascio 164.

(34) Elenco nominativo dei briganti fucilati o uccisi in conflitto. Cerreto brigantaggio 1862. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(35) Lettera del sottoprefetto di Cerreto in data 18 ottobre 1862, su informazioni fornite dal sindaco di Civitella Licinio, al prefetto di Benevento. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, brigantaggio Cerreo 1862.

(36) L’uccisione di Giuseppe Brizio proprietario di S. Lorenzo Maggiore, avvenuta sulla strada di Guardia per Cerreto, è riportata al comma 5° del quadro mensile brigantaggio ottobre 1862. Cfr. n. 8 quadri relativi al brigantaggio 1861-1862-1863 spediti dal prefetto Sigismondi di Benevento alla Commissione di inchiesta sul brigantaggio a Torino, presso la Biblioteca Archivio Storico della Camera dei Deputati Roma.

(37) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. Brigantaggio Cerreto 1862, lettera del sindaco Biondi di Cerreto al sottoprefetto in data 8 ottobre ’63 e decreto di riabilitazione emesso dal sottoprefetto.

(38) Deposizione del brigante Tammaro Tommaso, presentatosi il 14 ottobre 1863. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, brigantaggio Cerreto 1863.

(39) Rapporto del sindaco di Cusano al sottoprefetto di Cerreto in data 9 novembre ’62; brigantaggio Cusano 1862. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(40) Archivio di Stato Napoli. Commissione repressione brigantaggio. Fascio IV fasc. 280.

(41) Il notaio Antonio Rinaldi fu rimesso in libertà dopo 13 giorni.

(42) come da deposizione del brigante Tammaro Tommaso, di cui a nota 37.

(43) Simone Grimaldi, capitano della G. N. di S. Lorenzo Maggiore, fu manutengolo del brigante Guerrasio, suo parente. Molti proprietari terrieri che ambivan3 alla carica di capitano della Guardia Nazionale, si affrettarono a denunciarlo. Grimaldi fu arrestato e sottoposto a processo penale, per fatti costituenti camorra; contro di lui fu applicato l’art. 52 della legge 4 marzo 1848. Il prefetto di Benevento ne dette comunicazione al Ministero dell’interno in data 20 gennaio 1864. Cfr. Carte della Provincia – Brigantaggio 1864 pressò il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(44) Il 28 marzo 1863, il dr. De Vincentiis viene sorpreso nel suo domicilio a S. Lorenzo Maggiore, mentre sta medicando due briganti. Uno di questi, il capobanda Giuseppe Guerrasio, riesce a darsi alla fuga, l’altro, Lorenzo Mazzacco, nonostante le gravi condizioni, è trascinato tra l’esultanza dei liberali “in un baccano d’inferno” a Guardia Sanframondi, dove muore appena arrivato. Il dr. De Vincentiis, arrestato, è rimesso in libertà dopo qualche giorno per intervento di autorevoli personaggi. Per quanto ammonito, continuerà, con l’aiuto del salassatore Angelo Iannotti, a prestare cure mediche ai briganti. Cfr. brigantaggio 1863 e seg. S. Lorenzo Maggiore presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(45) Solopaca, brigantaggio 1863. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(46) Civitella Licinio, brigantaggio 1863. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(47) Archivio di Stato Napoli, Commissione danneggiati brigantaggio, fascio IV, fasc. 105.

(48) Pietraroia, brigantaggio 1863. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(49) Cerreto, brigantaggio 1863; rapporto dei CC. RR. sull’episodio del 28 ottobre 1863, Cerreto brigantaggio 1863, Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento

(50) Cerreto, brigantaggio 1863, CC. RR. Luogotenenza di Cerreto Sannita, Stazione di Cerreto Sannita, Stato nominativo di tutte le persone sospette del mandamento della stazione suddetta, di manutengoli del brigantaggio, in data 1° settembre 1863. Museo Biblioteca Archivio Storicò del Sannio Benevento.

(51) Archivio di Stato Caserta. Gabinetto politico, fascio VI.

(52) Deposizione del Settembrini del 10 maggio 1864, dinanzi all’avvocato fiscale militare, arrivato da Caserta a Piedimonte. Archivio Centrale dello Stato Roma, tribunale militare di guerra in Caserta, cartella n. 37, processo n. 27.

(53) Deposizione di Nicola Coppola del 17 maggio 1864. Archivio di Stato Caserta, gabinetto politico, fascio VI.

(54) Con decisione del tribunale supremo di guerra, in data 28 luglio 1864, fu rigettato il ricorso in nullità presentato dagli imputati Maria Carmina Valente, Vincenzo e Filippo Pecoraro contro la sentenza emessa dal tribunale rnilitare di guerra in Caserta Archivio Centrale dello Stato Roma, cartella n. 37, processo n. 27 cit.

(55) Con la Grande e Tortorella (compresi nello stesso procedimento) furono condannati: D’Onofrio Filippo, alias Cancelliere, di anni 23, da Sepicciano, contadino, e Ruscetti Domenico fu Igino, di anni 51, di Piedimonte d’Alife, bracciante, a 10 anni di lavori forzati, perchè manutengoli di Cosimo Giordano e Libero Albanese nel sequestro Coppola, in data 8 ottobre ’64. La condanna contro Ruscetti, fu emessa in contumacia. Archivio Centrale dello Stato Roma, tribunale militare di guerra in Caserta, Cartella n. 31, processo numero 44.

(56) Archivio di Stato Caserta, commissione repressione brigantaggio, fascio 161’e 162: elenco nominativo dei briganti e loro biografia.

(57) Giornale Officiale di Napoli n. 145 del 22 giugno 1864.

(58) Archivio di Stato Napoli, Commissione repressione brigantaggio, Fascio IV, fasc. 348.

(59) Giornale Officiale di Napoli n. 184 del 6 agosto 1864.

(60) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. Brigantaggio Cerreto 1864. La grotta di Sant’Angelo si trova ai confini tra Solopaca e Vitulano.

(61) Cfr. De Iaco: Il brigantaggio meridionale, Roma, Editori Riuniti, 1969, pp. 244-246.

(62) Pasquale Villani: Cosimo Giordano e i saccheggiatori di Cerreto nel 1860. Napoli, Chiurazzi, 1864, pp. 128. Si trova in E.XLV.1.17 presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(63) Queste informazioni furono fornite dallo Stato Pontificio al generale Giorgio Pallavicini e da lui comunicate da Caserta il 18 luglio 1868 al prefetto di Benevento. Cfr. Carte della Provincia, brigantaggio 1868 presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(64) Carte della Provincia, brigantaggio 1865, lettera riservatissima del 6 luglio 1865 del prefetto di Benevento al prefetto di Napoli. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(65) Brigantaggio Cerreto 1865, lettera del sottoprefetto al prefetto di Benevento in data 26 agosto 1865. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. V. anche n. 55 prec.

(66) Vincenzo ed Antonio Arciero, zio e nipote, da S. Potito Sannitico, saranno sorpresi il 27 novembre 1866 in una masseria prossima al villaggio di Sepicciano (Piedimonte). “Assegnati 2 premi di ducati 1.000 ciascuno (complessive L. 8.500) ai termini del manifesto prefettizio del 19 ottobre 1865. Dati ducati 900 ai coloni Marcellino Di Muccio, Marino Di Muccio e Giovanni D’Onofrio in proporzione, del merito rispettivo nel preparare ed assecondare l’arresto degli Arciero. Ducati 500 sono distribuiti ai militi della G. N. che prestarono servizio. I rimanenti 2/5 della somma restano neutralizzati per la parte presa nell’operazione dal sindaco, dai capitani della G.N. e dai Carabinieri, ai quali non assegnandosi ricompense pecuniarie, si tributano pubblicamente i meritati encomi”. Se si elargiscono questi compensi alle spie per la cattura di briganti non di spicco, figurarsi per quelli di una certa notorietà; i fasci della Commissione repressione brigantaggio da n. 1 a n. 168 presso l’Archivio di Stato di Caserta, sono una testimonianza imponente dello sperpero di danaro pubblico (attraverso fondi segreti). Cfr. ibidem fascio n. 164.

(67) Archivio di Stato Caserta, Commissione repressione brigantaggio, fascio 161.

(68) Archivio Centrale dello Stato Roma, tribunale militare di guerra in Caserta, cartella n. 37, sentenza contro Giordano Florio e Gismondi; cartella n. 35 processo n. 699 contro Borzaro; cartella n. 35 processo n. 714 contro Ciarlo.

(69) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, brigantaggio Cerreto 1866, elenco alfabetico dei briganti del Circondario di Cerreto tuttora viventi con le rispettive biografie e le località ove attualmente trovansi.

(70) come da nota precedente.

(71) Cfr. Giobbe Cellomet, biografia presentata agli elettori di Caiazzo sulla vita del commendatore Michele Ungaro. Napoli, 1876, pag. 5 – presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. E. XLIII.112.20.

(72) L’avv. Francesco Homodei, già sottoprefetto di Benevento, il 20 settembre 1863 fu nominato reggente la prefettura; fu prefetto della provincia dal 19 settembre al 16 ottobre 1864.

(73) 28 luglio 1866.

(74) Raffaele De Blasio ucciso il 12 luglio 1866, era il padre di Abele De Blasio, l’autore di Brigantaggio Tramontato, Napoli, Pansini, 1908.

(75) Bettino Ricasoli era all’epoca il 7° presidente del Consiglio dei Ministri della destra storica con un 2° gabinetto dal 20 giugno 1866 al 10 aprile 1867. Ricasoli era già stato 1° Presidente con il 1° gabinetto dal 12 giugno 1861 al 3 marzo 1862, riservando a sè il Ministero degli Affari Esteri.

(76) La lettera del Ministro Ricasoli diretta all’avv. Emilio Cler, prefetto di Benevento, si trova, in copia, presso l’Archivio di Stato di Caserta in gabinetto politico, fascio VI. Il prefetto Cler resse la provincia di Benevento dal 16 ottobre 1864 al 2 maggio 1869.

(77) Lettera confidenziale del Ministro della Guerra, ufficio operazioni militari e Corpo di Stato Maggiore prot. n. 1426 del 7 marzo 1868, al prefetto Cler di Benevento. Cfr. Carte della Provincia, brigantaggio 1868 presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(78) Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento. Morcone, brigantaggio 1868.

(79) Vincenzo Ludovico, alias Pelucchiello, espatriò nel 1864 nello Stato Pontificio. Condannato per rissa ad un anno di carcere e graziato di 2 mesi dalla Corte di Roma, uscì di prigione nell’agosto del 1865. Fece indi perdere le tracce di sè. Cfr. l’elenco nominativo dei briganti del circondano di Cerreto al n. 9, in Brigantaggio Cerreto 1866, presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(80) Fiore Antonio di Gennaro, da Bracigliano (Salerno), chiede al Prefetto di Caserta il premio aggiuntivo, promesso d’ordine del generale Pallavicini. Archivio di Stato Caserta, Commissione repressione brigantaggio, fascio 168.

(81) Lettera del prefetto di Benevento in data 3 luglio 1868 al prefetto di Caserta. Archivio di Stato Caserta, Commissione repressione brigantaggio, fascio 168.

(82) Lettera del sindaco di S. Salvatore Telesino in data 10 agosto 1868 al sottoprefetto di Cerreto. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, S. Salvatore Telesino, brigantaggio 1868.

(83) D’Onofrio Carmine fu Filippo di anni 36 e la moglie Varrone Vincenza fu Filippo di anni 37, entrambi di Castelvenere, deposero nel carcere di Cerreto il 9 aprile 1869 che l’ex sindaco Giovanni Mongillo, scapolo, conviveva a Puglianello con il fratello Michele. Tutti in casa Mongillo, compresi i nipoti e la cognata, sapevano del tentativo brigantesco. Inoltre Giovanni, con la scusa di ritirare un grosso carico di grano, fece indugiare don Donato Franco nella sua tenuta fino ad ora tardi, per consentire al capobrigante Vincenzo Ludovico alias Pelucchiello, ai briganti Mariano Cusano di S. Gregorio detto Gioacchino e a Carmine Ciurlano di Capriati, di operare più facilmente il sequestro. Confermano tali deposizioni Varrecchione Pasquale fu Francesco di anni 37 carbonaio e la moglie Ciulla Camilla di Pasquale di anni 27, entrambi di Cervinara (Avellino). Cfr. Fascicolo manutengoli in Brigantaggio Cerreto 1869 e deposizione don Donato Franco dinanzi al prefetto di Benevento in data 30 settembre ’68 in Carte della Provincia brigantaggio 1868, presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(84) Su questi 31 conviventi, solo 4 appartengono alla provincia di Benevento: Vitale Casimiro fu Angelantonio di Solopaca, i coniugi D’Onofrio di Castelvenere e Borzaro Giovanni fu Francesco di Cerreto.

(85) Lettera del sottoprefetto di Cerreto al prefetto di Benevento in data 26 maggio 1869. Cfr. Brigantaggio Cerreto 1869 presso il Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(86) I coniugi Ulino confessano di avere pagato il documento falso 85 centesimi e promesso un complimento al cancelliere Gerardo Giudice.

(87) Il telegramma è accluso al fascicolo “Cattura della banda Pace” in Brigantaggio Cerreto 1869, Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(88) Lettera del sottoprefetto di Cerreto al prefetto di Benevento in data 22 giugno 1880. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(89) Lettera del capostazione di Telese-Cerreto al sottoprefetto di Cerreto in data 25 giugno 1880. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(90) Colella Vincenzo, Raffaele Giordano, Pasquale Parcesepe e Pietro Pallotta capraio di Guardiaregia, sono arrestati perchè ritenuti complici dei briganti nel ricatto di Libero Della Penna.

(91) Lettera del sindaco di Morcone al sottoprefetto di Cerreto in data 2 luglio 1880, riportante Fincontro di Corbellotti Ferdinando con Cosimo Giordano. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(92) Lettere dei sindaci di Melizzano e Dugenta in data 4 luglio 1880 al sottoprefetto di Cerreto. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

(93) Lettera riservatissima dell’ispettore di P. S. Carlo Di Donato al prefetto di Benevento. “I briganti hanno assistenza e vitto da parenti contadini di Campolattaro e specialmente da Giuseppe Fusco fu Rocco da Torrecuso dimorante in quel comune, dai germani Nardone Antonio e Salvatore fu Saverio detti Ficuciello, massari di campo e dai germani De Nisi Mariano e Cristofaro fu Nicola anche massari di campo… Cosimo Giordano si è attendato presso Campolattaro per ottenere la restituzione dei denari affidati, al tempo del brigantaggio al contadino Norelli Raffaele e ad ladanza Nicola fu Cristoforo entrambi di quel comune. I detti contadini migliorarono la ristretta loro condizione, comprando nel 1866 in quel tenimento, alcuni fondi, non senza destare sorpresa in quella popolazione. Il defunto Norelli propagò la voce di aver rinvenuto del danaro in un muro senza calcina sito in un suo fondo, depostovi probabilmente dai briganti. Secondo il De Nisi, gli eredi Norelli avrebbero promesso di soddisfare il Giordano sulla fine dello scorso agosto, quando la trebbia sarebbe stata ultimata. Quindi è attendibile che Giordano sia ritornato per riscuotere depositi fatti a suo tempo presso diverse persone fidate del Circondano”. Carte della Provincia, fascicolo inchiesta Di Donato. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.