Le due statue di San Donato

ScansioneTRATTO DAL LIBRO”IL CULTO DI SAN DONATO E LA CAPPELLA DEMOLITA” di Giuseppe Perugini

LE DUE STATUE
S. Donato è campione di coesione e di unità, punto di conver¬genza di tutti i fili religiosi e sociali che tramano il tessuto identitario della comunità, ma le statue della chiesa di Pontelandolfo sono due e, di certo, testimoniano fatti storici e di costume che meritano di essere indagati. E’ la carta delle appartenenze, delle esclusioni e delle contrapposizioni che definiscono forme di vita e confini territoriali del paese, che bisognerà leggere attentamen¬te. Non basterà fermarsi alle parole, ma sondare la profondità del mondo contadino, di quella umanità che meglio ha espresso nel tempo l’esigenza di protezione e di consolazione e che di S. Donato ha fatto il terminale delle emozioni e dei sentimenti più autentici.
Pare certo, che una statua – il S. Donato vecchio e con la barba sia opera commissionata dai De Maio Durazzo, Duchi di San Pietro di Scafati e Marchesi di Pago Veiano, per la Chiesa edificata in quella comunità del prefortore nel 1759 e consacrata il 21 maggio 1765 dall’ arcivescovo di Benevento, il cardinale Giovanni Battista Colombini.
La realizzazione della statua non incontrò la soddisfazione del Duca committente e perciò venne venduta alla chiesa di Pontelandolfo (don Ugo Della Camera, parroco di Pago Veiano – “Cenni storici, preghiere ed inni” inprimatur mons. Angelo Ferrara, vicario generale, 9. 11. 1977).

IL SANTO SEQUESTRATO
E’ sulla seconda statua che si fa fitto il “mistero storiografico”, per mancanza assoluta di documentazione. Tutto appartiene alla leggenda! Tante le voci, troppe! Cogliere quella giusta, ed il filo giusto, per risalire il tempo e trovare quello che cerco, è stata davvero impresa difficile. Sono tornato dalla mia amica della montagna, dalla vecchia centenaria, dalla voce della memoria piu’ antica del paese:

” La sctatua r Sant’ Rnat?
La l’vemm ari m’rcunis, imm sctat nuia r la m’ntagna!
Cusctniavam cu ri m ‘rcunis tutt’ ri iorni, na vota p’l’erva, na vota p’l’acqua, na vota p’ ri scpinarul, n’ata vota ancora p’ l’ mricul, ma chiu’ d’ tutt cos cusctniavam p ‘l’ femmn.
C’arrbbavam r’ aini r’uni cu r’ati e faciavam fujih l’ vacc.
C’vlevan l’và la pr’ tzion r Sant’Rnat, r prt’ ttor nosctr ra tanta secul.
Quanta temp c’hann miss p’ss’ addnà r la santità r Sant’ Rnat.
R’ ascpttemm n ‘goppa addo Borrelli e quand ra Napl arrivau la carretta cu la sctatua, eravam na c’ntnra p’ri f’rmà, no ri facimm passà e c ‘arrbbemm a r Sant.”

(La statua di San Donato? la rubammo ai morconesi. Fummo noi della montagna!
Litigavamo coi morconesi praticamente tutti i giorni: una volta per l’ erba, una volta per l’acqua, una volta per i funghi, un’ altra volta ancora per le more, ma più di tutto erano le donne motivo di contesa.
Ci rubavamo gli agnelli e mettevamo in fuga le vacche degli al¬tri per farle precipitare nel burrone.
Volevano toglierci la protezione di San Donato, nostro patrono da tanti secoli. Troppo tempo avevano impiegato i morconesi per accorgersi della Sua Santità!
Li aspettammo” sopra da Borrelli” e quando da Napoli giunse la carretta con la statua eravamo un centinaio a fermarli. Non li facemmo passare e ci prendemmo il Santo).

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Chiaro ed esauriente il racconto che pare inquadrarsi nelle estenuanti lotte tra le comunità di confine. Primitive le condizioni di vita, di lotta, di sopravvivenza. Clima da guerre tribali. Uomini e donne sempre pronti a contendersi un palmo di terra, una manciata di fieno, un pugno di grano.
Realtà da “contestualizzare” per conoscere le circostanze e le cause vere che le hanno determinate. La realtà, per essere raccontata, va immessa in un contesto: solo così non ne restiamo estranei e separati, anzi davvero implicati. Facile affermarlo ma difficile è mettere l’orologio indietro di secoli. Ma un tentativo tocca farlo. Dobbiamo risalire alle cause prime, avere cura particolare proprio del contesto sociale e culturale nel quale i fatti si svolsero, esprimere l’atmosfera del tempo. Altrimenti, ogni fatto, ogni accadimento finirà per apparire “Come” ragni al centro di tele oscure” .

“Essere dentro a una “unità comunitaria”, essere legati, insieme, ad Un unico destino, ha sempre alimentato unaa sorta di strategia difensiva, la necessità di chiudere i varchi all’irruzione di presenze estranee, all’invadenzaza di un costume per cui si potesse porre a rischio la stabilità, il profilo, l’immagine del proprio paese.
Perciò tra le realtà più vicine, ognuna definita da una specifica fisionomia territoriale e sociale e dall’orgogliosa auto ufficienza dell’energia popolare, scattavano tensioni con punte conflittuali talvolta durissime ed aggressive. La configurazione complessiva della realtà comunitaria , per il processo storico che l’aveva generata, per l’isolamento topografico dell’insediamento, per l’autoconsiderazione collettiva della prpria autonomia e della propria valenza civile, per la singolarità etica e linguistica che caratterizzava, era un modo compiuto,una patria esclusiva … Aanche le relazioni con il paese vicino, spesso difficile e t’ tormentate, entravano nelle discussioni della “cantina” e della piazza e si fissava così l’immagine degli “altri”, degli estranei, con i segni della presunzione, del sopruso e dell’inganno,con il giudizio del rifiuto e della diffidenza.
E l’ostinazione della rottura finiva per costituire una cortina di avversione che confermava, con la pretesa della superiorità, la misura della propria identità forte e rassicurante a confronto con l’altra, irritante e spregevole.
C’era in questa condizione di contesa tra vicini una dimensione competitiva, una caratteristica di gelosa autodifesa del proprio assetto psico – sociale, la garanzia della proprietà territoriale ed etnica, la sicurezza del patrimonio antropologico e culturale” (Davide Nava, politico e filosofo della vicina Circello).

Ci tocca capire anche il senso delle parole pronunciate dall’ anziana montanara. Il dialetto, quand’anche violento, difficile da capire, non è muro divisorio, barriera invalicabile, capace di separare noi – i pontelandolfesi di oggi – dagli avi, dagli antenati, fino a farci ritrovare in un diverso, lontano, estraneo contesto.
L’abbiamo delineato, il contesto? Credo proprio di sì, se per con¬testo intendiamo implicazione, responsabilità, coscienza. Se non l’avessimo fatto sarebbe rimasto “mistero” non diradato dalla luce della ragione. Dunque, due gruppi rinserrati nelle loro gelose autonomie, dominati da lacerazioni ed ignoranze comuni e con diverso linguaggio, con dialetti, diversi ed incompatibili che rivendicano distinte e contrastanti identità comunitarie. Non il dialetto di oggi, annacquato e quasi perduto; bisognerebbe an¬dare all’ estero, in America, visitare le colonie dei pontelandolfe¬si e dei morconesi emigrati, per sentire i dialetti autentici, quelli che conservano i tratti antichi ed originari, per cogliere appieno i principi di identità degli antichi abitanti della montagna. Sono i dialetti a fare differenza nelle appartenenze. Paul Celan, poeta di lingua tedesca (1920 – 1970), assume” che la lingua precede l’esistenza, l’identità e persino il nome dell’io”, Il filosofo tedesco Mar¬tin Heidegger (1889 -1976) aggiunge: “La lingua madre non si sceglie, ti sceglie quando non parli ancora. E’ l’evento indisponibile che ti getta nell’essere”.
Troppo l’orgoglio da una parte e l’altra. Troppa l’inimicizia, la rivalità, Ogni occasione era buona per litigare, ferire, anche uccidere,. La religione, la pratica religiosa, era occasione per risse, randellate, accoltellamenti. Il culto collettivo non aveva a protagonisti beghine vecchie e nevrotiche, piuttosto era occasione di eruzione lavica dell’ estremismo bigotto e violento. Ne erano padroni gli spiritati ed i prepotenti. ” Amare il prossimo” è regola morale da sempre nota all’uomo, eppure, ancora oggi, non è sempre rispettata nel rapporto tra “vicini”. Anzi, tra “vicini” si fanno più evidenti gli elementi di frattura, le crisi della convi-venza.
Dunque, l’esperienza religiosa era vissuta come possesso esclusivo della tradizione, sino a pretendere di farne privilegio esclusivo. Esperienza complicata e confusa dalle spinte del fanatismo e della incultura, nella illusione di rafforzare la propria identità a danno del vicino.
Dunque, una turba di popolo, centinaia di contadini, pastori, mandriani, occupò la strada ed impedì con la forza il passaggio del traino che da Napoli portava a Morcone la statua di S. Donato. Un episodio drammatico e violento. Un sequestro, anche a tener conto della specificità di usi e costumi antichi di storia e di geografia, di religione, lingua e cultura.
Il blocco stradale ed il sequestro di un’ opera lignea raffigurante un Santo non sono certamente pratiche religiose e le violenze localistiche, di ogni epoca e cultura, possono essere parte di leggende popolari ma mai opere di bene. Un passato oscuro di conflitti e di divisioni che mai potrà essere spiegato e, ancor meno, giustificato con argomenti religiosi. No, la religione e il culto del Patrono, anche a tener conto di tutte le distorsioni, i disturbi, le povertà di quei tempi, niente hanno a che vedere con le lotte dei pastori, dei mandriani, dei contadini delle montagne sannite. Erano lotte tra poveri, mirate primariamente alla sopravvivenza ed alla difesa delle specifiche appartenenze. Davvero inedita e poco credibile la conflittualità religiosa raccontata della leggenda. Più verosimile parlare di contaminazione pagana perché il fatto religioso appare sottoposto ad un carico improprio di rappresentanza identitaria. Comunque, è certo che la religione, la nostra religione cattolica, mai abbia trascurato di coltivare l’ideale della fratellanza e della unità spirituale e culturale, anche se diversi popoli hanno vissuto il loro rapporto con la fede in maniera diversa. Oggi si parla di “pensare altrimenti”; ai tempi del cattolicesimo primitivo si passava alle “vie di fatto”. Il cattolicesimo ha svolto e continua ad accollarsi il difficile compito di rendere unita una società altrimenti divisa. Faticosa la rincorsa del gomitolo delle identità locale e nazionale che, a più riprese, hanno rischiato di srotolarsi. Il pericolo è ancora incombente, solo a pensare al progetto di “separazione” perseguito dalla Lega. E perciò, mi pare giusto ridimensionare, ricondurre a più ovvia interpretazione, i fenomeni, che restano gravi, del localismo religioso antico e dell’attaccamento egoistico e blasfemo al Santo Patrono.

I LUPI E GLI AGNELLI
Non saprei davvero prendere posizione netta, fare scelta di campo, circa la affidabilità della memoria degli antichi o ritenere disturbata dal tempo l’archiviazione mentale delle leggende popolari. Di certo, non ho modificato, edulcorato la leggenda sulle rivalità storiche con i morconesi. Mi sono guardato bene dall’adattare, negare, dimenticare, inventare e fare letteratura, in modo che la verità, nuda e cruda, non creasse dissonanze violente fra ciò che gli antenati furono e ciò che ci piace credere fossero stati.
La leggenda pare dipingerci come i “lupi “del tempo passato. Nell’epoca ultima, lon stesso cantastorie ci avrebbe dovuto dipingere come “agnelli”. Certo, negli anni ’30 del secolo passato, Pontelandolfo subì la revisione dei confini territoriali, la perdita di notevoli aree a pascolo ed il trasferimento degli uttici della Pretura. Tutto a vantaggio di Morcone e senza randellate e blocchi stradali, ovviamente. Fu gioco politico, e certamente non indolore, con i fascisti di Morcone più forti e più capaci dei camerati di Pontelandolfo. La politica, in dittatura come in democrazia, è sempre rapporto di forza e qualità di classi dirigenti.
L’ultimo conato di rivalità, le manifestazioni dell’Estate morconese e della Settimana folkloristica di Pontelandolfo. Polemiche furibonde, che andavano da un anno all’altro, e disaccordo totale su chi avesse prodotto il migliore spettacolo per fama di artisti e presenze di spettatori. Finalmente, l’anno 1972 ci portò al tavolo della pace e vi sedemmo io e Tommaso Paulucci, sindaci democratici cristiani. Niente da rivendicare, né come persone, né come leaders dei poteri locali, perché le tensioni erano cadute da qualche tempo, con il popolo dei pastori e dei mandriani in fuga verso l’America.
L’esodo, di dimensioni bibliche, aveva risolto, in radice, i conf1itti seguiti al ridisegno dei confini territoriali, alla perdita dei pascoli, al pericolo concreto dell’ affamamento di uomini e bestie. Il 1970 segna il tempo nuovo che ci chiama a sviluppare i temi di una storia comune, a trovare il minimo comune denominatore e raccogliere e mettere insieme sensibilità e risorse per una più ampia comprensione e collaborazione, finalizzate ad una nuova educazione e cultura.

L’EREMITA DI CERQUELLE
Esiste, e non meno suggestiva, altra versione sulla vicenda delle due statue del Santo. E’ sempre racconto orale, storia” umana”, nel senso che sono le voci degli uomini – di epoche lontane, di cultura e sensibilità diverse – a mescolarsi tra di loro, ad urtarsi, a contraddirsi per finire, a volte, in una sintesi positiva; altre volte, non trovano un compromesso, una, sia pur parziale con¬divisione di verità. Quella che sto per raccontare è leggenda dura a morire, se ancora nel 2002, il giornale “Nuovo oggi Molise”, edito a Campobasso, ha pubblicato una ricerca di Luigi De Marzio sulla Cappella diruta di San Donato, con richiami alla “Storia di Cercemaggiore” del frate domenicano Pierro, edita a Pompei nel 1924.
A Cercemaggiore, sostengono che la cappella in onore di S. Do¬nato venne eretta sul finire del 1400, “lungo i declivi di monte Saraceno, ad iniziativa e su terreno di proprietà del dottor Gae¬tano Bruno. Una volta devastata (la cappella) da incursori ico¬noclasti e da terribile terremoto, i fedeli, per ripristinare il culto, pagassero un traino per portare a Napoli due paesani di Cerce, incaricati di comprare l’icona del Santo. Affare fatto, si fermarono al ritorno in una locanda al bivio di Pontelandolfo per rifocillarsi. Ma, poi, all’uscita, per riprendere il cammino, non trovarono più l’icona”. Sin qui il racconto del De Marzio che va integra¬to con altre memorie d’origine pontelandolfese.
I cercesi si sarebbero fermati, per passarvi la notte, alla taverna posta a confine con la cappella di S. Donato. Avevano faticato non poco a trovare posto per loro ed i cavalli, tanta era la folla dei clienti, quella sera. Il traino e la statua vennero lasciati nello spazio adiacente alla taverna. Al mattino, carretto e statua erano “spariti”. Le ricerche furono tante, ma senza esito. Solo dopo due giorni ad un ragazzo venne in mente di guardare nella chie¬setta attigua, forse dalla grata, forse dal buco della serratura e gridò al miracolo!
Le cure della cappella erano affidate ad un monaco – laico che viveva in una fragile dimora, nella solitudine della campagna di Cerquelle. Dire che si trattasse di un eremita sarebbe troppo, ma di certo, scendeva in paese una o due volte al mese. Era “r’ mit” sempre in giro per boschi, valli ed alture solitarie. I suoi passi, meglio, i suoi zoccoli di legno erano i soli a rompere il silenzio fermo di quelle montagne. Il suo andare, senza soste e senza meta, era come un perenne, lungo viaggio di penitenza. Ce ne vollero di giorni per rintracciarlo e portarlo in paese.
Aperta la porta della cappella, dinanzi alla statua che occupava l’altare, sino alla visita precedente, ornato di un dipinto, l’eremi¬ta cadde come in estasi. Ginocchioni, strascicando, occhi rivolti in alto, come a cercare il cielo che non poteva vedere, si portò presso l’altare. Prima mormorando, poi con voce in crescendo, e sempre più gridata dichiarò: “R’Sant n’z’mov ra’ccà! Sant’Rnat c’ha vnut e nn’esc’ ra’ccà. Iat’venn n’pac!!”
(Il Santo è qui, irremovibile! San Donato c’è venuto e non esce di qui. Andate in pace!!)
Non ci fu verso per convincerlo: né spintoni, né minacce. Si difese suonando la campana… scattò l’allarme tra i paesani: “R t’rramoto Sant’Anna aiuta’c Tu. No, è r’focu, addò? A la casa r’chi? San Giuann’ aiutac’ Tu. No, no, ri frasche sctann’ vattenn a r’ ‘monacu r’ Sant’Rnat”.

(Il terremoto, Sant’ Anna aiuta ci Tu. No, è incendio, dove? A casa di chi? San Giovanni aiutaci Tu. No, no, i forestieri stanno pic¬chiando l’eremita, il monaco-guardiano della cappella di S. Donato).

l cercesi dovettero dimostrare buona lena, frustare i cavalli e fug¬gire per sottrarsi all’ira della gente accorsa. Nessuno ha parlato di” prepotenza clericale subita”, perché il custode della cappella era solo un eremita, un monaco di cerca, un laico, forse, un vi¬sionario ma credente.
Avevo una decina di anni quando sentii per la prima volta que¬sta storia. Accompagnato da mamma, volli andare alla cappella. Era sera ed aveva piovuto da poco. Le pietre della scalinata, ba¬gnate riflettevano le fiammelle delle candele accese all’interno. Mi sembrò, anzi, fui certo di vivere il miracolo della statua che dal traino incustodito, si portava nella navata, sull’ altare della Sua chiesetta. Ancora oggi, lontanissimo dal pensiero laico, che si spreca nell’irridere alle credenze popolari lontane dalla razio¬nalità, voglio continuare a condividere la fantasia, l’immaginario, il miracolo del racconto. Se non fu miracolo, certamente il “ricovero” della statua fu dovuto alla iniziativa, alla devozione di un singolo o, più probabilmente, di una comitiva di passanti che giudicò sacrilego il comportamento dei cercesi che avevano lasciato all’ addiaccio il Santo, manco si fosse trattato di bestia¬me in transumanza.
Non mi presterò mai a fare commistione fra sacro e profano, ma sono dell’avviso che le credenze antiche non vanno mai ridotte a pallide reliquie.
Due le statue di S. Donato, ma una sola esposta al culto dei fede¬li. L’altra, salvata dalla demolizione della cappella, dopo breve permanenza nella vicina chiesa di S. Rocco, giace dimenticata, nel retro della sacrestia, tra ragnatele e polvere. Constatazione avvilente ed ogni commento provocherebbe l’esatto contrario di ciò che conferisce” dignità” al contesto comunitario.
Ma una proposta, per quanto utopica, credo possa essere avan¬zata: chiamare ad un incontro le istituzioni religiose e civili di Cercemaggiore, Morcone e Pontelandolfo per rileggere insieme quegli accadimenti e sanare, anche formalmente, quei conflitti.

Restituire il maltolto, se davvero di soverchieria si trattò. Ridare alla statua: altare e fedeli! Sarebbe rilevante il significato religioso e laicamente emblematica l’iniziativa.
Le nostre comunità per secoli sono state costituite da case sparse e contrade e si sono fatte Comuni, non senza difficoltà. Processi davvero faticosi e, per certi versi, incompiuti. Comuni che ri¬schiano la desertificazione, eppure rinserrati nelle loro gelose autonomie.
Il coro dei populisti, di tanto in tanto, propone, velleitariamente e retoricamente, il Molisannio. La nostra proposta vorrebbe sol¬tanto recuperare una più vera consapevolezza su quanto è necessario fare e su ciò che va scartato e dimenticato, per sviluppa¬re più larghe collaborazioni e solidarietà.

S.DONATO
IL LUOGO DEL SOGNO
Anche nelle giornate senza sole, caliginose, buie il giallo oro della ceramica antica cerretese, che fa da sfondo e cornice all’icona di S. Donato dell’ edicola di Viale Europa, è splendore e richiamo per il passante, devoto o laico che sia. Tanta è la luce nascosta in quel modesto monumentino, ed alto il canto di preghiera raccolto tra quelle pietre, impossibile a non coglierlo, ascoltarlo, portarselo nel cuore.
…lamento… brusio segreto… ronzio sonoro… voci che si fondono, si combinano, si elaborano come in una partitura musicale vera e propria.
E’ polifonia complessa e meravigliosa, canto di popolo che si annida tra le linee della strada, tra l’erba, gli anfratti, le foglie degli alberi che definiscono il sito sacro.
L’edicola di S. Donato ha trovato in sé un modo alto ed unico per tradurre lo spazio in preghiera. Non sarebbe stato miracolo se fossero andate perdute le antiche formelle. L’icona del Santo, rimossa dalla cappella, non venne dispersa solo per l’attenta, affettuosa sorveglianza della dirimpettaia famiglia Martini -Ruggiero, che raccolse una ad una le tessere del mosaico tra i calcinacci dell’ altare divelto per gelosamente conservarle, pre¬saga della immancabile risorgenza. Mai scordarsi di tanta accortezza, pietà e devozione.
La memoria è valore assoluto e perciò sulle fondamenta della cappella diruta non poteva che edificarsi un simbolo di valenza universale: un monumento per conservare il passato insieme al ricordo delle vittime sul lavoro di Bridegport. E’ storia di dolore e di lutti, di contadini emigrati spinti dall’ ansia di un avvenire migliore, fattisi operai edili, che trovarono la morte quando il sogno americano stava inverandosi. I nomi dei caduti di Bridge¬port sono tutti scolpiti nella pietra ma il monumento celebra tutti i pontelandolfesi che hanno onorato le radici, la storia, l’iden¬tità della comunità d’origine.
Una convinzione appassionata domina la mia mente quando passeggiando per Viale Europa, spinto da un vento di speranza e di volontà intense, raggiungo il crocevia delineato dalla edicola sacra e dal monumento ai caduti. Penso che il miracolo della ricostruzione di un sogno potrebbe anche avverarsi.