ITALIANI E UNGHERESI durante il Risorgimento

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ITALIANI E UNGHERESI durante il Risorgimento
Il “no,, di Kossuth – L’inviato di Gioberti – Stefano Turr e la spedizione dei Mille – Morte gloriosa di Tukory – Proclama garibaldino per l’indipendenza ungherese

L’inizio del rapporti politici fra l’Italia e l’Ungheria durante il Risorgimento ha una data gloriosa: quella della primavera sacra del 1848. Dopo le Cinque giornate di Milano, il Governo di Vienna, fedele alla vecchia massima del divide et impera, avrebbe volentieri concessa — sia pure col recondito ‘pensiero di ritorglierla non appena ciò fosse possibile senza troppi pericoli — qualche soddisfazione al patrioti ungheresi, che il 15 marzo avevano dimostrato a Pesth di essere padroni della piazza. Ma la nuova costituzione, frettolosamente preparata sul modello di quella belga, non appariva una garanzia sufficiente; perciò il capo dei liberali ungheresi, Luigi Kossuth, aveva chiesto senz’altro a Vienna la facoltà di costituire un esercito nazionale di 200 mila uomini. In quei frangenti non si poteva rispondere con una negativa assoluta, e perciò il Governo austriaco fece sapere a Kossuth, che accettava la proposta, ma ad una condizione: quella che le prime prove del nuovo esercito ungherese fossero fatte subito nella Lombardia e nel Veneto, per soffocarvi la rivoluzione italiana e per combattere le truppe del Piemonte. Kossuth oppose un netto rifiuto, spiegato poi in un prodclama diffuso clandestinamente a Pesth.

Un proclama, una lirica
Fratelli italiani — diceva il proclama —, non dubitate della amicizia degli ungheresi. Pugnando per la libertà, noi non possiamo nutrire verun sentiménto di odio contro di voi, che intrepidi combattenti versate il vostro sangue in questi gloriosi combattimenti ».
Il proclama di Luigi Kossuth fu conosciuto in Italia quando la prima fase della guerra era terminata. Esso giunse fra noi accompagnato da una stupenda lirica dedicata all’Italia da Petòfi, il Tirteo ungherese.
Sulla fine del 1848 Vincenzo Gioberti, presidente del Consiglio dei Ministri del Piemonte, si mise segretamente in relazione con Kossuth e Bratiany per stringere una alleanza politica e militare con gli insorti ungheresi. Quale rappresentante del Piemonte presso Kossuth fu inviato il colonnello Alessandro Monti, bresciano, con la precisa missione di riconoscere ufficialmente l’Ungheria indipendente e di gettare le basi per una collaborazione politica e militare.
Il Colonnello Monti, benché richiamato dal successore del Gioberti, raggiunse Kossuth nel maggio del 1849 ed assunse il comando di quella Legione italiana, che combattè eroicamente fino alla disfatta completa della insurrezione ungherese, vinta non dalle truppe austriache, ma da quelle russe. Alessandro Monti fu poi con Adriano Lemmi, uno degli intermediari fra Mazzini e Kossuth, relegato a Kutahia.
Le forche innalzate dall’Austria ad Arad, le fosse colme di cadaveri di parioti ungheresi e di volontari della Legione italiana, strinsero ancor più i legami fra gli elementi rivoluzionari delle due nazioni. La relazione sulla catastrofe ungherese, scritta da Kossuth nell’esilio di Viddino, circolò subito in Italia, anche nel Lombardo Veneto e nelle Legazioni, dove chi possedeva una sola copia del libretto rischiava ad ogni istante la testa. Una edizione ita-liana dell’opuscolo, tradotto dallo studente Giuliano Landucci di Pisa, potè anche essere pubblicato a Firenze, sotto gli occhi delle truppe austriache del Wimpfen e del Kollovratth, con l’aggiunta di note che avrebbero procurato serissimi guai al traduttore ed all’editore sotto un Governo che non fosse stato quello assai mite del Granduca Leopoldo II.
Il popolo, più delle altre classi sentì la tragedia ungherese, ed accolse ovunque come fratelli i magiari forzatamente arruolati nell’esercito austriaco. Del resto le diserzioni di costoro erano frequenti in Lombardia, in Toscanae nelle Legazioni. Una volta, anzi, per salvare un popolano condannato a morte, un intero plotone di hónved disertò in Romagna, e potè essere messo fuori pericolo soltanto mercè l’astuzia dei pa trioti nostri, e l’abnegazione di quella sublime figura di sacerdote italiano, che fu Don Giovanni Verità.

Nel giuco del Cavour
E’ risaputo, che fra il 1850 ed il 1855 molto lavoro in comune fu svolto fra Mazzini e Kossuth. I documenti pubblicati da Mario Menghini e da Eugenio Kastner hanno fissato le forme, i limiti e la durata di questa collaborazione. Rimane tuttavia qualche lacuna da colmare. Infatti mentre il Museo del Risorgimento di Roma con serva le lettere di Kossuth a Mazzini fino al marzo 1855, quelle del Mazzini al Kossuth, raccolte nel Museo Nazionale di Budapest, non arrivano che all’ottobre del 1852. Ad ogni modo, se qui dovessimo fare i conti del dare e dell’avere il Triumviro della Repubblics Romana ed il Governatore dell’Ungheria, l’attivo non sarebbe a vantaggio del Kossuth. Intendiamo riferirci particolarmente alla dolorosa polemica che seguì il falli mento del moto popolare milanese del 6 febbraio 1853. Anche il prof. Kastner sorvola su questo episodio nel suo bel libro su Mazzini e Kossuth, del quale esiste anche una traduzione in italiano. Il silenzio del Kastner, storico probo ed avveduto, non è privo di significato.
Ma lasciamo andare. La mistica mazziniana non poteva esser compresa da Luigi Kossuth, che aveva l’istinto dell’uomo pratic, del realizzatore. Simile in questo a Garibaldi, il Governatore dell’Ungheria scriveva un giorno a Mazzini, che per arrivare a rendere indipendente la sua Patria si sarebbe alleato anche col diavolo o peggio ancora con Luigi Bonaparte e lo Czar Nicolò ».
Nel 1855 Kossutn è già orientato verso il piemonte. Entra nel giuco diplomatico di Cavour e lavora per l’indipendenza ugherese con Re Vittorlo Emanuele e NapoieoneIII

Soldati di Garibaldi
Un’altra figura di patriota e di soldato ungherese, che l’Italia ama ed ammira, è quella di Stefano Turr, che aveva disertato a Milano il 19 gennaio 1849, dopo la lettura di un infiammato proclama del barone Splenyl, e si era distinto con un gruppo di ungheresi nella campagna di quello stesso anno combattendo con le truppe piemontesi. Dopo dieci anni di vita avventurosa in Francia, in Svizzera, in Inghilterra, in Turchia, combattente alla Cernaia, sfuggito miracolosamente alla forca au- striaca esule ancora in Grecia ove studia il taglio dell’istmo di Corinto ( aperto poi al traffico nel 1893), lo troviamo nel maggio del 1859 col Generale Klapka e col Colonnello Teleki alla testa della Legione ungherese. Il 15 giugno riceve a Tre Ponti il battesimo del fuoco, guadagnandosi una medaglia d’argento del Valore, e questo elogio di Garibaldi:
« Il sangue magiaro si è versato per l’Italia, e la fratellanza che deve rannodare i due popoli nel l’avvenire è cementata. Quel sangue doveva essere il vostro, quel lo di un prode! Io sarò privo di un valoroso compagno d’armi per qualche tempo, e d’un amico, ma spero rivedervi presto al mio lato per ricondurre i nostri giovani soldati alla vittoria ».
Da quel giorno Stefano Turr è nella scia garibaldina. All’alba del 6 maggio 1860 parte da Quarto con i Mille. Nove giorni dopo parteci-pa all’assalto del colle di Calatafimi con un manipolo di carabinieri genovesi. Dopo l’occupazione di Palermo il Dittatore lo nomina, con un decreto controfirmato da Crispi, Ispettore generale delle forze nazionali in Sicilia. Intanto si è formata anche in Sicilia una Legione ungherese ed il colonnello Luigi TUkòry cade al Ponte dell’Ammiraglio. Il 7 giugno 1860 Garibaldi lo commemora con queste parole:
« Il colonnello Tukòry è morto. I Cacciatori delle Alpi perdono oggi uno dei migliori capi, uno dei più cari, dei più valorosi compagni! Varese, Como, Calatafimi, Palermo videro Tukòry primo fra i primi assaltare il nemico… La fratellanza dei due popoli, cementata col sangue sui campi di battaglia, è imperitura. L’ Italia libera è solidaria responsabile alla faccia del mondo della libertà ungherese. I figli di questa terra risponderanno al grido di guerra contro la tirannide echeggiante sulle sponde del Danubio, nel giorno che le rotte catene dei nostri fratelli saranno fuse in daghe per combattere gli oppressori. Si! gli italiani giurano sulla tomba dello eroico martire che la causa della Ungheria è la loro, e che cambieranno con i loro fratelli sangue per sangue ».
Il 12 luglio, Garibaldi scriveva al Turr gravemente ammalato:
“State bene presto, e venite. Ho veduto con fraterno piacere i vostri ungheresi. Ne faremo una forte colonna per andare in Ungheria ».
Il 29 ottobre 1860, al termine della campagna, Stefano Turr aveva raggiunto il grado di luogotenente generale, ed il 20 ottobre 1861 Re Vittorio Emanuele lo nominava comandante della prima divisione del Corpo Volontari italiani.
Con la campagna del 1860 terminava cosi la vita militare di Stefano Turr, che più tardi, nominato aiutante di campo del Re, chiese ed ottenne — come un figlio di Kossuth — la cittadinanza italiana.

Dopo ottant’anni
Nel luglio del 1862, da Palermo, Garibaldi lanciò un infiammato proclama agli ungheresi, che fu pubblicato nel giornale II Diritto di Torino il 23 agosto:
«Fratelli ungheresi! La rivoluzione è ai vostri confini. Aguzzate lo sguardo, e sulle mura di Belgrado vedrete sventolare la bandiera della libertà; porgete attento l’orecchio; ed udirete le schioppettate dei Serbi, che levati in armi a difesa dei propri diritti, francamente combattono un aborrito dispotismo.
« E voi che fate ? Voi, popolo forte, che non avete la sventura che ebbe un tempo l’Italia di essere divisa fra sette tiranni; voi, popolo di guerrieri che aspettate oggimai? Avete dunque spezzate le vostre spade? Avete dimenticato i vostri martiri, rinnegato i vostri giuramenti di vendetta?».
“…Oh, io vi conosco! Io non dubito di voi. L’Ungheria, troppo a lungo ingannata da perfidi amici, si sveglierà al grido di libertà, che oggi le giunge da oltre Danubio, domani le giungerà dall’Italia. E quando l’ora solenne del popolo suoni, io vi incontrerò, ne son certo, invincibili falangi, sui campi dove si combatterà il mortale duello fra la libertà e la tirannide, la civiltà e la barbarie ».
Questo proclama di Garibaldi, del quale abbiamo riportate solo le parti più salienti, non piacque al Kossuth, che in una lunga lettera (apparsa quando Garibaldi, dopo Aspromonte, era ferito e prigioniero al Varignano), accusò l’Eroe di intempestività, quasi di leggerezza, aggiungendo che i rivoluzionari ungheresi non avevano fiducia nel Partito d’Azione, ma soltanto nel Governo di Vittorio Emanuele e nella Francia di Napoleone III. L’evoluzione politica del Kossuth era ormai compiuta da un pezzo, e per conseguenza il suo atteggiamento nei confronti di Garibaldi non può meravigliarci. Ma la protesta di Luigi Kossuth, della quale si impadronì subito la stampa reazionaria, leggittimista ed austriacante, era veramente inopportuna in quel momento, poiché costituiva una sconfessione dell’impresa di Aspromonte, alla quale aveva partecipato col Frigyesi anche un manipolo di giovani volontari ungheresi.
La partecipazione degli ungheresi alle ultime campagne del Risorgimento italiano fu di minore importanza. Tuttavia nuclei di volontari magiari parteciparono alla guerra del 1866 ed ai combatamenti del 1867 nell’Agro Romano. Ma sempre, anche dopo il compromesso del 1867, che nel pensiero del Governo di Vienna doveva porre fine a tre secoli e mezzo di lotte, le relazioni fra Garibaldi ed i patrioti ungheresi furono strette e continue. Per un esempio, una importante lettera politica di Garibaldi a Turr sulla indipendenza ungherese e per la creazione di una federazione dei popoli che vivono fra il Danubio, la Sava, il Mar Nero, l’Egeo e l’Adriatico, con la data dell’ll novembre 1876, è conservata ancora inedita nel Museo Nazionale di Budapest.
I contrasti temporanei fra Koasuth, Mazzini e Garibaldi non rallentarono dunque la concorde azione dei due popoli, che in questi ultimi anni hanno avuto molteplici occasioni di dimostrare al mondo la rinnovata comunanza di intenti e di vedute. E l’aiuto che oggi l’Italia fascista dà alla rinascita politica ed economica del popolo magiaro riconferma la promessa di Garibaldi davanti alla salma di Tukòry: l’Italia libera si rende solidale davanti al mondo delia libertà e dell’indipendenza,
dell’Ungheria.
G F,

LaStampa 26/11/1936 – numero 282 pagina 3
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