LA FEDELTÀ AL TEMPO DEI BRIGANTI

LE DONNE DEL BRIGANTAGGIO | 34° episodio LA FEDELTÀ AL TEMPO DEI BRIGANTI.
di Valentino Romano (*)

Baselice, giugno del 1864.
Amici, la storia che vi propongo oggi è una di quelle che muovono al sorriso. E di sorrisi, in questo periodo, ne abbiamo assoluto bisogno. E, che ci volete fare, poi … io son fatto così: le avversità del quotidiano, quando posso, le affronto con un sorriso, con un commento ironico, e allora si rivelano meno pesanti.
Perciò, se in questa rubrica vi aspettate sempre storie orride o strappalacrime, beh, oggi potete pure cambiare … canale! Però vi prego di riflettere su una cosa: anche il velo dell’ironia può servire a veicolare i messaggi reconditi che si nascondono dietro una storia amena come questa.
Diversi anni addietro ero in Archivio, precisamente al Centrale dello Stato. L’assidua frequentazione di quella miniera di documenti aveva creato dimestichezza tra i funzionari di sala e me, tanto che, inevitabilmente, a fine giornata, venivano a chiedermi cosa avessi scovato quella volta. E io raccontavo, infarcendo storie serie con commenti più o meno faceti. Questa fece ridere tutti per una settimana. Eccola! Poi giudicate voi.
In quel periodo mi stavo occupando delle connivenze occulte e “altolocate” del brigantaggio: in altre parole ero a caccia di quei loschi individui che, da posizioni di potere, di giorno aiutavano i militari nella caccia ai briganti e di notte foraggiavano … i briganti. E non erano certamente schizofrenici: erano solo dei furbi che, in attesa di vedere come sarebbero andate a finire le cose, tenevano il classico piede nelle altrettanto classiche due scarpe. Come esempio potrei portare dei nomi famosi, ma chi (come Michele Eugenio Di Carlo) mi conosce, sa bene a chi mi riferisco.
Quella volta ero sulle tracce del barone Rosario Petrucelli, sindaco di Baselice, uno dei maggiori collaboratori dei militari del Regio esercito, un ricco galantuomo in fama di accesi sentimenti liberali e unitari, uno che aveva addirittura messo a disposizione delle truppe della zona alcuni locali per installarvi un ospedale militare. Il barone era talmente benvoluto dai vertici dell’esercito che Pallavicini, quando si trovava a passare da quelle parti nelle sue tante “passeggiate militare” chiedeva, subito accontentato, di essere ospitato nel palazzo del Barone.
A un certo punto, però, il Barone-sindaco si trovò invischiato in un processo per manutengolismo. Sì, avete capito bene, proprio lui, il benefattore delle trupppe! Tra parentesi, m’immagino le bestemmie di Pallavicini (che della guerra ai manutengoli ne aveva fatto una questione personale) nell’apprendere la notizia! Se ne andava in giro a caccia dei fiancheggiatori occulti e poi si faceva ospitare da uno di loro. Chissà quanti sghignazzi si saranno fatti i suoi avversari politici! Va beh, lasciamo pure il generale agli estimatori della sua “dottrina” e torniamo in archivio.
Quella volta consultai il fascicolo di uno dei briganti che sarebbe stato “favorito” dal Sindaco. Si trattava di Antonio Secola, un muratore di Baselice che, da molto tempo si era dato al brigantaggio e scorreva la campagna, aggregandosi a capi famosi come Michele Caruso o agendo in proprio con una piccola formazione brigantesca da lui diretta. Il brigante, nel 1864, resosi conto di come il cerchio si stesse stringendo intorno a lui, preferì consegnarsi, armi e bagagli, alle Autorità.
E tra i bagagli vi erano anche alcune strane carte che si rivelarono poi per “carte di passaggio”, cioè i passaporti necessari a consentire lo spostamento da un paese all’altro. Queste carte, però, avevano un particolare: erano tutte firmate in bianco dal Sindaco e con tanto di timbro comunale. Fu subito evidente agli occhi attenti dei Giudici militari che a fornirle al brigante non poteva essere stato che il signor Sindaco in persona. Da qui l’istruttoria di un procedimento a suo carico.
Ma, è pure risaputo, quanto i suddetti militari fossero meticolosi e rigorosi nelle indagini: così si accorsero che tra quelle carte ce n’era una assai misteriosa: un quadratino appena sul quale erano vergate come mano incerta alcune date precedute da altrettante lettere di alfabeto.
Anche voi, al posto loro, avreste pensato quello che pensarono i militari: “Ecco, questo è un messaggio in codice, cifrato, che nasconde chissà quali terribili segreti di guerra! Questo briccone che ne è portatore sarà sicuramente una spia del Borbone”.
E misero sotto torchio il Secola. Il quale, nello spiegare l’arcano, dovette sicuramente sganasciarsi dalle risate: “Ma quali piani reazionari, manco so cosa siano. Il foglietto è un … memorandum”.
I militari, a questo punto, chiesero a cosa servisse questo memorandum.
E Secola, candidamente, ammise trattarsi di un appunto sulle date nelle quali – di nascosto, a causa della latitanza – aveva avuto rapporti con sua moglie.
I militari non erano, però, convinti: c’era qualcosa che non quadrava. Le lettere dell’alfabeto erano due, non una.
E Secola, con la santa pazienza, spiegò che la prima, la “D” stava per Diletta, sua moglie e la seconda, la “L” per Lucia … sua cognata.
Presi alla sprovvista gli inquirenti sulle prime pensarono che il brigante li stesse coglionando di brutto.
Secola, per convincerli, fu costretto allora a spiegare nel verbale anche modalità e luoghi della consumazione dei rapporti: con sua moglie nel legittimo talamo, con la cognata al riparo dei compiacenti cespugli del giardino retrostante la casa.
I militari erano ancora più stupiti e, non del tutto convinti:
“Se è vero tutto questo che dici, come mai vicino a questa data ci sono tutte e due le lettere?”.
La risposta? Un occhiolino ammiccante! Ecchecavolo, come si fa a non capire queste cose? Non è che un latitante può andare e venire quando gli pare e piace; deve approfittare delle poche occasioni che gli si presentano. O no?
Un ultimo dubbio dei militari: “va bene tutto, ma che necessità c’era di segnarsi le date?
La risposta di Secola fu disarmante:
“Perché io era latitante e dovevo essere sicuro della loro fedeltà”!
In altri termini, se ci fosse scappata una gravidanza, lui – facendo un po’ di conti – avrebbe dovuto essere sicuro della paternità.
E sta tutta qui, in questa risposta del brigante, il messaggio che ho voluto trasmettervi con un sorriso: lui, che – tra talamo e cespugli — non brillava certamente per fedeltà, voleva essere ben sicuro di quella altrui, amante compresa.
Amici, come dite, questa volta sono uscito, come si diceva un tempo a scuola, “fuori tema”? Il protagonista della storia di oggi è un uomo e non le donne del brigantaggio, come annuncia il titolo della rubrica?
Rifletteteci un attimo: questo raccontato era il côté culturale e ambientale nel quale vissero le donne del brigantaggio. E in quel côté spesso è difficile distinguere tra “protagoniste” e “vittime”.
Questa volta ho optato per le seconde. Però, ve lo prometto: nella prossima puntata parlerò di una donna “guerriera”. Così sarete tutti contenti!
Stavolta è andata così ma … mi rifarò. Va bene?
Buona domenica a tutti.
PS.: Allego la foto del bigliettino incriminato perché possiate … farvene un’idea anche voi.

(*) Promotore Carta di Venosa

INCENDIO claudio forgione