Regno delle Due Sicilie-Vicende industriali ecommerciali

COP 1 Napoli_e_i_luoghi_celebri_delle_sue_vici-2
RICERCA EFFETTUATA DAL Prof. Renato Rinaldi su : “GOOGLE LIBRI” DAL LIBRO “Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze” VOL.I -di Giovan Battista Ajello-Napoli 1845

Da pag.514 a 521

Pag.514

Arsenale delle artiglierie.
Fra il bastione di s.Spirito e quello della darsena si distende in lunghezza l’arsenale di terra con un lato di trentadue canne allincirca, e con l’altro che giunge a quattordici soltanto di cotali misure. Sotto questo vocabolo di arsenale la pìù parte dei filologi intende quella fabbrica nella quale si costruiscono e si conservan le navi e quanto occorra per la guerra marittima, o fossero materie di ferro e di legno, ovvero munizioni ed armamenti. Ma se questa fu la prima accettazione della voce, quando non parlavasi che de’famosi arsenali di Venezia, di Amalfi, di Pisa edi Genova, oggi è ben altra cosa invero.

Chè le artiglierie da campo han d’uopo ancora di speciali lavorerie, nelle quali si vadano costruendo le macchine, la cui mercè sieno trasportate le bocche da fuoco,le munizioni; le provviste, i ponti e tante altre masserizie, di che la guerra si giova. Perchè abbiam creduto distinguere l’arsenale delle artiglierie da quello della marineria, se pure più brevemente non si volessero aggiungere le parole da terra e da maee, secondo l’arme alla quale è quello deputato.
E giusta il Grassi avvisa,l’arsenale in questo secondo significato è nome collettitvo ,e comprende le armerie,le fonderie, e tutte le diverse officine e i magazzini d’armi e d’attrezzi. Ora parlando dell’arsenale, che qui in Napoli la nostra artiglieria terrestre governa,la sua fabbrica venne imaginata verso il 1792 dal generale dell’arma Pommereul,uno di quegli uffiziali che la maestà del re Ferdinando I fece venire tra noi per metter su in ordine le cose che alle milizie si addicevano.
L’arsenale vien retto supremamente da un uffiziale superiore; e vengonvi deputati per ogni maniera di costruzione dugento soli dei nostri artefici militari, i quali sono ordinati in cinque compagnie, una di armaiuoli inservienti a’lavori della regia fabbrica delle armi e della montatura, due altre sotto nome di pontonieri per servigio di ponti estemporanei, e l’ultima, anche più numerosa, per l’opiicio di Pietrarsa.
I lavoratori dell’arsenale, ne’bisogni diuturni, ascendono sino a cinquecento, noverandovi gli artefici della piazza; e tutti questi sono poi spartiti con giusta proporzione tra fabbri, limatori, carpentieri,tornieri, carradori e bastai; mercè de’quali i nostri cannoni sono forniti delle loro casse, su cui piantano, de’loro­ carrelli, onde son trasportati, de’cassoni in cui vanno i cartocci che debbon caricarli, e delle rispettive fucine, ove nel campo se ne possono adempiere le riparazioni. Nè questo solo; ma vi si costruiscono ancora ed i carri da barche, e le barche, i cavalletti, le zatte e le pontate per ponti, e le capre per innalzar pesi, e le spazzole per nettar le anime delle artiglierie, e le borse per i cartocci, e gli astucci per le metraglie, e le palle per la moschetteria, ed i modelli di tutte le macchine usate nell’arma, e quanto alla fin fine servir possa a maneggiare e condurre le artiglierie sì nelle battaglie, che negli assedi e nelle fortezze.
Per le quali cose pressocbè cento fabbri fucinatori trovansi ordinati come in trentaquattro squadre, composta ciascuna di un capo fucina, di un battimazza e di un aiuto, le quali intendono al lavorio di altrettante fucine piantate in fila, lungo una larga sala a man destra dell’ingresso, ed il ferro riceve colà le debite calde per andarlo nelle diverse guise foggiando. Vengon poi le altre squadre di artefici tutti limatori ,intenti a meglio conformare e mettere in corrispondenza più esatta i ferramenti grezzi, tali quali già erano usciti da sotto i colpi del martel cadente su grosse incudini.
Un minor numero ancora de’precitati è quello degli operai, onde si compone l’officina de’carradori, e vene sono altrettanti i quali intendono, una metà a tornire le opere di ferro o di legname, e l’altra di bastai per gli arnesi di corame. Un’arte,di che pur assai abbisognasi coladdentro, è l’altra de’carpentieri, quali sommano quasi alla metà delle squadre de’foggiatori del ferro.
Da ultimo è ad osservarsi in questo nostro arsenale l’ampia e bella sala, nella quale sono ordinatamente assestate le sagome ed i modelli delle antiche e delle nuove costruzioni delle artiglierie, dai magisteri dell’anno 1789 in sino a quelli del 1835,aggiungendovi a mano a mano i più recenti trovati e gli ultimi concetti di più acconce macchine.
L’edifizio, rivolto a mezzogiorno,è diviso come in sedici tramezzi, ed ha su le pareti minori due vaste porte, che lo pongono in comunicazione eziandio con la real fonderia. Dalla parte interna stanno sullla prima i ritratti di tutti que’generali, cui venne fidato il supremo governo di quest’arma sotto i principi di Borbone, cioè Balhasor(1758-1743), Gazola (1744-1760),Pietra(1761-1768), Pommereul (1788-1796), Minichini (1800-1806), Novi (1807-1813 in Palermo) , Macry (1816-1831), d’Escamard (1832-1834), e Filangieri. E sull’altra porta leggesi questa iscrizione dettata da Mariano d’Ayala.

NELL’ANNO DECIMO
CBE PROVVIDO GOVERNAVA LE SICILIE
FERDINANDO II
QVANDO LE MILIZIE SCIENZIATE
CARLO FILANGIERI REGGEVA
A GIOVAMENTO MEMORIA E DECORO
DELLE ARTIGLIERIE NAPOLITANE
IL TENENTE COLONNBLLO RUSSO
REGOLANDO LE OPERE DELL’ARSENALE
QVESTA SALA ORDINAVA

Sorge poi nel mezzo la statua della mestà del Re, che lo scultore Tito Angelini condusse in marmo per il teatro di Foggia, e la contornano bene imaginati trofei di nostre armi e due guerrieri compiutamente vestiti delle loro armature del cinquecento, siccome lo indica la data dietro una corazza di quelle. E sulla faccia anteriore del piedistallo quest’altra epigrafe si legge.

A FERDINANDO II
RE DELLE DVE SICILIE
P. F. A.
IL QVALE COME OGNI ALTRA CIVILE E MILITAR COSA
LE ARTIGLlERIE SEMPRE IMMEGLIANDO
GLI ARCHETIPI NE DESTINAVA
IN APPOSITO CRONOLOGICO MUSEO
QUESTO SIMULACRO
GLI VFFIZIALI DI ARTIGLIERIA
GRATI E DEVOTI INNALZAVANO
L’ANNO MDCCCXLI

Real fonderia.
Nell’intima parte del castello, muovendo per una maniera di lunga ed oscura postierla, vassi alla regia fonderia. La quale era dapprima deputata a’getti delle artiglierie di bronzo e di altri arnesi dello stesso metallo, siccome girelle per capre, bronzine per ruote, proietti per provini, ed altrettali. Ma, vagheggiato il pensiero di tutto concentrare nelle città capitali, e spaventati della spesa di una strada almen mezzanamente rotabile da Mongiana, dove son le fornaci per i getti di ferro, insino alla marina del Pizzo, si aggiunsero quivi sulle prime quattro fornelli alla Winkilson per le costruzioni di somma urgenza, e poscia a mano a mano altrettante fornaci a riverbero di affinamento, per fondervi il ferraccio ottenuto dal minerale nostro in Calabria.
La fonderia di bronzo componesi di tre officine: la prima a man destra della corte quadrata, passata la soglia d’ingresso, vien deputata a’lavori di apparecchiamento per i getti, quanto a dire scelta e mescolanza delle argille, composizion de’modelli e delle forme sui fusi ed i modani già collocati su rispettivi cavalletti, e loro prosciugamento. E vi si adoperano o le crete di Massalubrense, ovvero le argille di una montagna di Calabria presso la Serra, le quali già sono state per alquanto spazio di tempo dimoiate, ed a cui si dia il nome di argille di gres. Pure si correggon col quarzo di Tropea, che può dirsi silice purissima; affìnchè la maggior durezza temperi la tenacità soverchia. L’officina di rincontro all’ingresso contiene la grande fornace a riverbero, innanzi a cui vedonsi l’ampia fossa dove vengon collocate verticalmente le forme con la culatta giù , e la macchina denominata altalena, permanetemente piantata allo insù, per abbassarvi le forme vuote e trarne i getti compiuti, dopo che avvenuto certo tal quale raffreddamento graduato, traesi a sterrarli.
La fornace presentasi come fosse un parallelepipedo quadrato, con un’apertura inferiore nel mezzo denominata foro di scolo, il quale ha diametralmente opposto il sito addimandato altare, e con due porte laterali, chiuse da saracinesche di ferro, una di rincontro all’altra, le quali si aprono per caricare il forno del rame neces­ sario, per istangonare il metallo nel bagno, per andare spiando i fenomeni della fusione, e per gittarvi lo stagno una mezz’ora innanzi dello scolo. Oltre a questa si ha pure un’altra piccola fornace, istessamente a fuoco riverberante, per le quasi mensuali fusioni di poco momento, la quale contiene al massimo ventidue cantaia di carica.
A’ lavori del trapano (francescamente barena ) si addice finalmente la magnifica officina a sinistra, ed a’lavori medesimamente di perfezione, cioè al torno, alla lima ed al bulino, per nettar quelle parti, cui non potè giungere il coltello, e per incidere il monogramma regio, il nome del fonditore e quello della bocca da fuoco, l’anno, il peso ed il luogo della fonderia; essendovi eziandio una macchina per forare il focone ed apporvi il grano di ferro martellato, un’altra per tornire gli orecchioni, in guisa che non perdessero l’unico loro asse, un foratoio verticale (perciatoio), alquanti torni, e parecchi magisteri per tutto che bisognasse a’lavori.
Di qui uscendo, e svoltando verso la dritta, trovasi l’officina dei piccoli getti di ferro, siccome innanzi cennammo. La quale, nata verso l’anno 1834, è oramai, se può dirsi umana cosa, perfetta: sicchè fra le mille masserizie fabbricatevi, si posson noverare i congegni de’novelli trapani delle nostre artiglierie. I quali sorgono ora, uno lì accosto in ampia sala e l’altro nell’officina di perfezione, siccome dicemmo, posti in movimento entrambi non già da poveri, tardi ed estenuati animali, siccome fu insino all’anno 1838, ma da quella forza che bene può esprimere l’avanzamento del secolo.

Mercè la quale, che è quanto quella di dodici cavalli, sono qui animati i trapani per forare i nostri cannoni e gli obici di bronzo, i quali si fondon pieni, eper lisciare quelli di ferro gettati vuoti; ed un ingegno per tagliare le teste perdute (masselottes ) i torni, il foratoio, ed un ventilatoio ancora, il cui rapidissimo aggiramento ha ridotto a solo due ore il tempo necessario per compiere un discreto getto in que’fornelli su menzionati alla Winkilson, che sono gli antichi forni a manica delle fucine italiane. Ed in queste officine medesime, dove si compongon le materie delle forme, fabbricansi eziandio i mattoni apiri, chiamati con voce francese refrattari, i quali servendo appunto per fare le incamiciature delle fornaci a riverbero, contengono della grafite o piombaggine.
Da ultimo verso il 1841 a piè delle due torri occidentali sorgeva una novella fonderia, già fino ggi vastamente ampliata, nella quale si ottengono getti di ferro per seconda liquefazione, apparecchiandovi non i modelli, già belli e fatti di ferro, ma le forme vuote.
Epperò quivi dentro medesimamente le arene di Montesarchio o di Gaeta, in cui è predominante la silice, si plasticano con quarzo e con argilla eziandio, per ottenere sempre coerenza, durezza e ristringimento nell’intriso, ma senza esporlo a soverchiamente contrarsi in virtù del calore. E le fornaci a riverbero vi siveggono
(flammoefen, o dugòfen degli Alemanni ), disposte a due a due; posciachè solo una non potrebbe invero illiquidir tanto ferro che bastasse a formare una grossa bocca da fuoco. Nè qui il combustibile è siccome usiamo nella fonderia di bronzo, cioè vegetale,che vien portato dagli alberi di ontano,ma fossile, ed in ispecie il litantrace.
Perlochè possiam dire, questa fonderia suddividersi in due officine, in ognuna delle quali pianta nel mezzo una grue maestosa, cui dassi facilmente il doppio moto di rotazione sopra il suo perno e di translazione ancora, per fare ciò che innanzi cennammo facesse l’altalena. Anzi per il più rapido trasporto delle moli che non fossero gravissime, si è non guari intromesso l’uso di ben accomodata macchina, la quale menasi a mano su rotaie di ferro, ed è una specie appunto di grue movibile e leggiera.
Nella officina più antica abbiamo ancora una ben imaginata stufa per prosciugare convenevolmente le forme ed i mattoni, senza passar di lancio dalla condizione umida alla inaridita. E qui dentro eziandio leggesi sopra picciol monumento innalzato a ricordanza e decoro della civiltà militare delle artiglierie napolitane questa iscrizione :

FEBDINANDVS.II. REGNI. VTR. SICIL. ET. HIERVSALEM. REX
PACIS. BELLIQVE. ARTIBVS. CLARISSIMVS
INSTAVRATA. MILITVM. DISCIPLINA.
CLASSE. INSTRVCTA. ABCIBVS. SARTIS. TECTISQVE
OMNIGENO. MACHINARVM. APPARATV
EXRCITV. ORNATO
NE. RELIQVAE. GENTES. MILITIBVS. SVIS
ARMORUM. PRAESTANTIA. ANTECELLERENT
NOVAM. INSTITVIT. OFFICINAM
VBI
BELLICA. TORMENTA. FERRO. BIS. LIQVEFACTO
INSTAR. OBLONGI. MAGNIQVE. TVBI
FIRMIORA. FVNDEBETVR
CVRANTE. CAROLO. FILANGERIO
SATRIANI. PRINCIPE
BALLISTICAE. ATQVE. ARCHITECTONICAE. REI. MILITARIS
SVMMO. DVCE
FABRVM. COHORS
NOVO. COMPARANDAE. GLORIAE. INSTRVMENTO. LOCVPLETATA
REGI. OPTIMO. BELLICAE. VIRTVTIS. STATORI. A.C. VINDICI
GRATI. OBSEQVENTISQVE. ANIMI. MONVMENTVM
POSVIT
ANNO. MDCCCXLI. KAL. SEPT.

E sono congiunte a questa nobilissima manifattura militare una sala di modelli in sesta parte del naturale: una collezione di disegni: una raccolta di strumenti di verificazione, fra’quali una pregevole e recente stella mobile per bene esplorare le anime delle artiglierie, mercè due sole punte movibili, e non quattro, siccome nell’antico magistero: un picciol museo mineralogico, il quale, cominciato riccamente e con sapienza dal famoso Breislak, era andato mezzanamente in rovina per le vicissitudini de’tempi: una mostra di disegni intorno alle generazioni diverse di fossili per dimostrare i terreni diversi, come se fosse una numismatica naturale e parlante: ed un lavoratorio ancora; perocchè abbracciando le artiglierie il vasto campo delle arti chimiche e meccaniche, sono a tale di continuo a dover cimentare i componenti diun miperale o di un metallo, determinar pesi e volumi, cavar il meglio d’una lega, entrar ne’ visceri d’un’argilla, e tante e tante cose simiglianti.

Arsenale della marineria e darsena.
Quasi in prolungamento della faccia del bastione della Maddalena,laddove han termine i fossati del castello da questo verso orientale,vedesi un’ampia porta, la quale conduce all’arsenale marittimo e chiamasi la porta della darsena. Entrato che uno ha questo ingresso, si avviene in larga e lunga via, la quale nella iunghezza diventi canne potrebbe considerarsi siccome strada coperta del forte; stantechè dalla parte del mare, sopra cui va essa costeggiando, sono innalzate una banchetta ed un muro con feritoie. Viene appresso un cancello, daddove propriamente muovesi dentro all’arsenale. Il quale innanzi all’amministrazione di don Innico Lopez Hurtado di Mendozza era appresao al molo piccolo, dove fu fatto a’tempi del re Roberto angioino verso il 1309, e ne fu tolto a cagione degl’interrimenti colà avvenuti. All’architetto fiorentino Vincenzo Casali, il quale era frate servita, fu allogata l’opera novella, e fu mercè di lui che venne cominciata sull’entrar dell’anno 1577 e condotta quasi a termine durante il triennio in che quegli qui stette cioè, dal dì 11 novembre 1579 insino allo stesso giorno del 1582. E l’altro vicerè principe di Pietrapersia compiè affatto l’edifizio, alzando istessamente l’opera della porta detta innanzi, sulla quale ei fece scolpire le parole, che ancor vi leggiamo:

PHILIPPO II REGVM MAXIMO
HISPANIARVM ET VTRIVSQVE SICILIA E REGE
D.JOANNE ASTVNICA PRINCIPE ILLVSTBISSIMO IN REGNO
PRO REGE AN. DOM. MDLXXXII
SPECIOSA REGII NAVALIS IANVA FINEM INDICAT
SPECIOSVM TOTIVS CRHISTIANI NOMINIS NEMPE MUNIMEN