21 ottobre 1860: la farsa del plebiscito al Sud

TRIONFO DEL SIIl 21 ottobre del 1860 si svolse il plebiscito per l’annessione dell’ormai ex Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. Quel giorno il 79% degli aventi diritto al voto si espressero per il Sì.

Tutto ebbe inizio il 2 ottobre, quando Camillo Benso conte di Cavour chiese al parlamento piemontese il potere di compiere mediante un decreto l’annessione di tutte le province che avessero votato l’unione al regno di Vittorio Emanuele attraverso un plebiscito.

Giunta notizia di questo decreto a Crispi e Garibaldi a Napoli, si decise di procedere con il plebiscito. Infatti, sino ad allora si era discusso sulla possibilità tra un voto popolare o un’assemblea in grado di aggiungere delle condizioni all’annessione. Tutta la discussione di quei giorni verteva sul significato del plebiscito: era un’unificazione o un’annessione? Si voleva aderire al Regno Piemontese incondizionatamente? Oppure era meglio convocare un’assemblea in grado di decidere le modalità dell’unificazione?

Garibaldi, anche se fu più volte in disaccordo con Cavour durante la sua spedizione nel Sud, si rassegnò agli eventi poiché era completamente assorbito dalla battaglia del Volturno, ancora convinto di poter arrivare a Roma. La notizia del plebiscito di Napoli rimbalzò anche in Sicilia dove il prodittatore Giuseppe Mordini aveva deciso per un’assemblea. Mordini, convinto di assecondare le volontà di Garibaldi, disdette l’assemblea e convocò il plebiscito per il 21 ottobre come stabilito anche a Napoli.

Il 15 ottobre, prima della consultazione, Garibaldi precisò subito che «le Due Sicilie fanno parte integrante dell’Italia, e che egli deporrà la Dittatura nelle mani de Re».

Si votava sì o no alla seguente domanda: “Il popolo vuole l’Italia Una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?“.

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Il voto doveva essere dato “per bullettino stampato o scritto portante la scritta SI o No”. La scheda, una volta piegata, doveva essere consegnata nelle mani del presidente del comitato elettorale che deponeva il tutto nell’urna chiusa alla presenza dell’elettore. Era chiaramente un voto non segreto e lasciava poche possibilità a chi voleva votare per il No. Come scrisse lo storico Cesare Cantù, “il plebiscito giungea fino al ridicolo, poiché oltre a chiamare tutti a votare sopra un soggetto dove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l’identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i Sì e i No, lo che rendeva manifesto il voto”. D’altronde, come diceva un giornale di allora (Il Regno d’Italia), “il Sì o il No rimane tuttavia libero ma è una tal libertà che servirà a imprimere una macchia indelebile nella coscienza di chiunque profferirà un No invece di un Sì”.

Il plebiscito fu raccontato anche da Giuseppe Tommasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, che ispirò l’omonimo film (1963). Qui sotto la scena in cui il Principe di Salina si appresta a votare.


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Unità d’Italia, 21 ottobre 1860: la farsa del plebiscito al Sud

Il 21 ottobre del 1860, mentre ancora si combatteva nella fortezza di Gaeta per la difesa e l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie, si svolse quello che già allora si capì essere un “plebiscito-farsa”.
L’irregolarità e l’anormalità di questo voto è testimoniato da numerosi studi come ad esempio quello di T. Pedio (Vita politica in Italia meridionale, 1860-1870) che afferma: «Basta che si manifesti il desiderio di votare per il mantenimento dei Borbone, perché si venga arrestati e rinviati a giudizio per rispondere di attentato a distruggere la forma di Governo; basta un semplice sospetto, perché si proceda al fermo preventivo che impedisce a numerosi cittadini di partecipare alle operazioni di voto». Un alto ufficiale piemontese, testimone oculare, ebbe a dichiarare: «In Caserta, lo Stato maggiore della mia Divisione, composto di cinquantuno ufficiali non tutti presenti al momento del plebiscito, si trovò ad avere centosessantasette voti. Nel resto del Regno si fece il plebiscito al pari di quello di Napoli».
Non da meno furono alcune dichiarazione rese alla vigilia della fatidica data da alcuni personaggi che di lì a poco sarebbero diventati dei “simboli” del nuovo Regno d’Italia. In una riunione con i suoi ministri Vittorio Emanuele II (il “padre della patria”, così è scritto al Pantheon!, tralascio ogni commento) ad esempio, si lasciò andare ad una cocente confidenza, a proposito dell’ormai scontata ed imminente annessione del Sud: «…che unirsi con i meridionali era come mettersi a letto con un malato di vaiolo»; lo stesso ebbe a dire Massimo D’Azeglio: «Meglio andare a letto con un lebbroso che con un meridionale». Parole vergognose pronunciate da “personaggi” che ci fanno studiare a scuola ed ai quali il Sud ha dedicato strade, scuole, musei, teatri e quant’altro. A parte qualche sporadico caso, nel Mezzogiorno – dove in molti finalmente incominciano ad “aprire” gli occhi ed a prendere coscienza della verità storica – sembra ancora che sussistano remore e pregiudizi ad intitolare, che so, una strada a Carlo III di Borbone, a Ferdinando II, a Maria Sofia o a Francesco II. A Lucera, per esempio, che contraddizioni! Risultano intitolate: una scuola a Vittorio Emanuele III, il promulgatore delle leggi razziali, una piazza ad Antonio Salandra, «colui che appoggiò l’ascesa di Mussolini al potere nel 1922» (il trinomio Savoia-Mussolini-Fascismo è il peggiore che l’intera storia possa ricordare, altroché!) ed una via a Carlo II d’Angiò… Pure lui? Sì, anche lui, per il quale, tra l’altro, viene organizzato un corteo; Carlo II d’Angiò, autore, insieme a Pipino da Barletta, della strage di migliaia e migliaia di persone! (NOTA IN CALCE). Addirittura, poi, come se non bastasse, sempre a Lucera – ed esempi di questo genere se ne possono fare nel Sud a centinaia – tantissime persone ignorano sia il periodo di costruzione sia il fatto che il cosiddetto teatro di città si chiamasse “Real Teatro Maria Teresa Isabella” e credono, invece, che questo teatro sia stato costruito e intitolato, nello stesso tempo, a “peppiniello ‘o robbacavallo”! Ah!, quell’Angelo Manna e le meningi imbottite, aveva capito proprio tutto! E, dulcis in fundo, ancora a Lucera, c’è la storia del quadro di Francesco II (nel museo “Fiorelli”) che attende il restauro promesso. Sembrava che la cosa fosse a buon punto, grazie all’interessamento dell’allora assessore alla cultura Mario Monaco, dopodiché il buio! Insomma, chissà se a Lucera qualcuno sia a conoscenza della Circ. n. 1814 del 24.3.2009 (e di quanto in essa viene prescritto), avente ad oggetto: “Adempimenti dei comuni relativi agli strumenti ecografici e topografici per i Censimenti Generali del 2010-2011”! Sai, non si sa mai, domani, tra un anno… Chissà!
La formula del plebiscito, sulla quale i votanti dovevano esprimere le proprie volontà, era la seguente: «Il Popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti. Il voto sarà espresso per “SI” o per NO”, col mezzo di bollettino stampato» (Archivio di stato di Foggia).
«Giorni prima che si facesse il plebiscito furono affissi, alle mura delle città principali, dei grandi cartelli, in cui si dichiarava nemico della Patria chi si fosse astenuto o avesse dato il voto contrario all’annessione». (C. Alianiello, La conquista del Sud)
Il «plebiscito-burletta» a Napoli avvenne in un clima intimidatorio, «sparpagliati per tutta la città, garibaldini e camorristi cercavano di convincere in tutte le maniere e con i modi più sbrigativi come si doveva votare, cercando di sforzare la volontà altrui. In ogni seggio di votazione vi erano due urne palesi, quella del No era coperta dai nazionali e camorristi». (N. C. D’Amelio, Quel lontano 1860).
«Tra un’esibizione di bandiere tricolori con stemma sabaudo e l’occhiuta vigilanza di addetti, guardie, e curiosi accalcati in entrata, ogni segretezza del voto – come si può capire – era pura illusione». (G. Campolieti, Re Franceschiello). Quei pochi che ebbero il coraggio di votare contro subirono minacce fisiche e violenze, fatti che fecero persino dire all’inglese Mundy: «Un plebiscito a suffragio universale svolto in tali condizioni non può essere ritenuto veridica manifestazione dei sentimenti del paese». Sulla stessa linea furono le affermazioni di Lucien Murat: «Le urne stavano tra la corruzione e la violenza. Non più attendibili apparvero gli scrutini. Specialmente i garibaldini si erano diverti ad andare a votare più volte, e certamente nessuno pensò di impedirlo ai galantuomini delle città di provincia, che affermavano in tal modo la loro importanza». Insomma, «si fece ricorso a ogni trucco, nel voto e negli scrutini, per ottenere il risultato plebiscitario desiderato». (P. G. Jaeger, Francesco II di Borbone l’ultimo re di Napoli).