Il plebiscito del 1860 Unificazione

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 IL GRANDE SUCCESSO DEL PLEBISCITO ED IL FALLIMENTO DEL BOICOTTAGGIO BORBONICO

È uscito da pochi mesi l’imponente saggio “Il plebiscito del 1860 Unificazione, legittimazione, reazione nel Mezzogiorno e in Sicilia”, edito da Rubbettino (Soveria Mannelli 2025) ed a cura di Carmine Pinto, massimo studioso del brigantaggio postunitario.
Lo studio è di 626 pagine ed è stato scritto da 24 autori diversi, ciascuno con un tema suo proprio ed una sua prospettiva. L’opera è basata su fonti archivistiche, analizzate con rigore metodologico. Come spiega il professor Pinto, lo studio è il primo ad esaminare sistematicamente i plebisciti del 1860 al Sud, smontando la mitologia neoborbonica che li riduce erroneamente a farse. In realtà, i plebisciti furono un momento di intensa mobilitazione sociale di massa e di una partecipazione collettiva all’atto di fondazione di uno stato, con presenza diretta per la prima volta sia delle classi popolari, sia delle donne.
Il Plebiscito del 1860 è stato immancabilmente descritto dai cosiddetti revisionisti come una farsa priva di ogni valore. Secondo questi scrittori (non storici) il Plebiscito sarebbe stato invalidato dalla bassa partecipazione.
Il voto era a suffragio universale maschile, ovvero tutti gli adulti di sesso maschile potevano votare. I borbonici, sapendo d’avere scarso consenso, si mobilitarono per contrare il plebiscito non invitando a votare negativamente, ma a boicottarlo. Il loro calcolo era che, sommando le astensioni dei borbonici a quelle di coloro che sarebbero rimasti a casa perché indifferenti, si sarebbe potuti arrivare alla maggioranza assoluta e togliere validità politica al plebiscito.
Fu specialmente il clero, in massima parte borbonico perché teneva a conservare i suoi privilegi, a svolgere attività di propaganda contro il voto ed invitare all’astensione. Fu quanto avvenne a Catanzaro con il vescovo Raffaele De Franco, spalleggiato da Liguorini e Cappuccini. In generale, i vescovi furono ostili al plebiscito e cercarono di dissuadere dalla partecipazione, con lettere pastorali, sermoni dal pulpito etc. Opuscoli in cui si invitava la popolazione a disertare il voto provennero dai vescovi di Isernia, di Sora, di Tricarono, di Anglona etc. Lo stesso fecero molti parroci ed altri ecclesiastici. Ad esempio, nel Cilento i Liguorini si rifiutarono persino di fornire le proprie generalità (ossia d’essere iscritti fra le liste dei votanti), mentre in provincia dell’Aquila i padri Passionisti si servirono della coercizione morale rifiutando l’assoluzione a chi fosse favorevole all’unione nel regno d’Italia. Su incitamento dei borbonici, avvennero anche atti di terrorismo con sommosse brevi e violente. A Carbonara, proprio il giorno del plebiscito un patriota, Isidoro Stensalis, fu braccato ed assassinato a colpi di scure e coltello. Il suo figlioletto Michelino, già ferito, fu scovato dai borbonici e malgrado fosse un bambino ricevette tre colpi di scure sul collo, prima d’essere gettato già da un dirupo. Si contarono dal 21 al 24 ottobre almeno 9 sommosse con cui i borbonici cercarono d’impedire il plebiscito.
Nonostante le pressioni morali e fisiche dei borbonici, la stragrande maggioranza degli uomini andò a votare ed a favore dell’Unità. Alla chiusura dei seggi la votazione fu giudicata un grande successo. A Napoli votarono 100.794 elettori, pari all’83 per cento degli iscritti nelle liste elettorali.
In tutto, al Sud votarono a favore dell’unificazione 1.736.311 unità, la maggioranza assoluta degli uomini adulti.
Considerando poi la mobilitazione femminile a sostegno del voto (anche se il suffragio era puramente maschile), si può tranquillamente concludere che il grosso della popolazione del Meridione continentale e della Sicilia fosse a favore dell’Unità.

Le cifre riportate sono calcolate su quelle riportate in Carmine Pinto (a cura di), “Il plebiscito del 1860 Unificazione, legittimazione, reazione nel Mezzogiorno e in Sicilia”, edito da Rubbettino (Soveria Mannelli 2025).

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