Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XXXII)

Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XXXII)

Posted by altaterradilavoro on Set 4, 2025

Il fiume della Storia trascina e sommerge le piccole storie individuali, l’onda dell’oblìo le cancella dalla memoria del mondo; scrivere significa anche camminare lungo il fiume, risalire la corrente, ripescare esistenze naufragate, ritrovare relitti impigliati sulle rive e imbarcarli su una precaria Arca di Noè di carta.

Claudio Magris

Un cesto di fichi, sei uova e due piatti di maccheroni.

Gaeta, gennaio del 1864

Il Tribunale Militare di Guerra in Gaeta condanna le contadine Raffaella Locolle, 27 anni, di Fondi, Maria Domenica Pannozzo, 33 anni, di Capo di Mele, Francesca Conti, 30 anni, di Fondi e Antonia Magaro di Casale di Sora alla pena di anni 20 di lavori forzati, all’interdizione dei Pubblici Uffizii, e nelle spese.

Accipicchia, che cavolo avranno combinato per beccarsi venti anni?

Semplice: il 15 settembre del 1863 una squadriglia di Fondi in perlustrazione incrocia Francesca e  Antonia che se ne vanno per la campagna, essendo le medesime portatrici l’una di un canestro pieno d’uva e fichi del quantitativo di quindici circa rotoli, e l’altra di sei uova dura.

Le due donne dichiarano che si stanno recando dalla loro amica Raffaella. Prontamente recatasi quella squadriglia alla capanna della Locolle, vi trova Maria Domenica con un fagotto di panni.

Viene effettuata un’accurata perquisizione nell’abitazione di Raffaella e, udite, udite, la ricerca produce risultati sconvolgenti, trovandosi altresì nascosti due grosse piatti di Maccheroni già cotti, sufficienti per sette ad otto persone.

Gli squadriglieri ci mettono un attimo a capire tutto: Raffaella e Maria Domenica sono le moglie di due briganti, rispettivamente del capobanda Farignoli e di Fall’Ovo; quindi nella capanna della prima, certamente dovevano convenire diversi briganti della banda.

Messe alle strette le donne, Maria Domenica ammette che l’involto contenente degli oggetti di biancheria… era destinato pel proprio marito brigante.

Manco a dirlo le donne vengono subito sbattute in galera. Per i giudici militari il caso è semplice:  vi è l’ammissione di Maria Domenica, tutte e quattro le incolpate vengono additate dalla voce pubblica siccome favoreggiatrici del brigantaggio; in più vi è in aggravio pur anco la circostanza d’essere entrambi legate in matrimonio ai due nominati Famigerati briganti, uno dei quali cioè il Farignoli venne ucciso non a guari dagli stessi compagni, mentre l’altro si mantiene tuttora in istato di brigantaggio percorrendo la Campagna.

Ma i militari sabaudi in fondo – come tutti i liberatori – sono benevoli e tolleranti e, proprio in quanto liberatori di una popolazione finora governata dispoticamente, intendono applicare tutte le regole del buon diritto: ritengono perciò che per le quattro donne, non essendosi verificati a loro carico reati anteriori, debba ciò valutarsi come circostanza attenuante.

Per questo le contadine vengono condannate a venti anni di lavori forzati. Soltanto!

La storia di queste poveracce potrebbe finire qui ma, dal momento che tutte le sentenze dei vari tribunali militari locali vengono poi mandate all’Avvocato Generale Fiscale per il relativo vaglio di legittimità, le stesse hanno almeno la fortuna di incocciare una persona la cui probità non mi stancherò mai di sottolineare: il comm. Trombetta, infatti, in svariate occasioni, pur osservando scrupolosamente la legge, ha dato prova di equilibrio ed umanità. La sentenza, pur tecnicamente legittima, gli pare comunque ingiusta e la condanna sproporzionata. Allora, appena gliene si presenta il destro, si adopera per una consistente riduzione della pena che il 4 gennaio del 1865 viene trasformata in sette anni di reclusione per Maria Domenica e Raffaella e in dieci di reclusione per Francesca e Antonia. Dopo appena un mese il buon Trombetta riceve una nota allarmante dalla Direzione delle Casa di pena pelle donne detta l’Argastolo:le quattro protagoniste della nostra storia, insieme alle altre detenute hanno sempre tenuto ottima condotta  ma la sofferta detenzione le ha ridotte in tale stato d’invincibile melanconia e di misera salute che evvi serio motivo di temere la prossima lor morte. Non ci pensa due volte e il 14 febbraio si arma di penna e calamaio, scrive al Ministro della Guerra e spiega che, avuta notizia della prima riduzione di pena, non era rimasto del tutto soddisfatto. Infatti, dice, essendo rimasto particolarmente colpito dal tenore della loro sentenza di condanna io avevo intenzione di raccomandare alla clemenza sovrana per un maggior beneficio onde non eccedere lo scopo di quella proposta complessiva diretta al solo fine di temperare le severe conseguenze della legge antecedente nella misura più mite della successiva.

In sostanza, il massimo esponente della magistratura militare, con la prudenza che gli deriva dal ruolo, non solo esprime una implicita ma ferma condanna della sentenza del Tribunale Militare di Gaeta, ma anche tutta la sua riprovazione per i beceri eccessi della legge Pica, che pure, da un uomo di stato qual è, non ha potuto fare a meno di applicare. Rompe perciò ogni indugio e insiste con il Signor Ministro: io mi credo in dovere di appoggiare presso V.E. il voto della Direzione della Casa di pena. L’ulteriore detenzione sarebbe cagione quasi certa della loro morte, oltreché la buona condotta e la soma rassegnazione ognora ad dimostrato provano come la colpa fu effetto non di malvagità ma d’ignoranza:il semplice esame degli atti che formarono oggetto della condanna vale ad invocare in favore delle detenute la massima considerazione.

Suvvia Eccellenza, sembra dire, adesso che vogliamo fare? Una decina di chili di frutta, mezza dozzina di uova sode e qualche maccherone possono mai giustificare 20 anni di lavori forzati?

Inoltre c’è un passaggio della sentenza di condanna che proprio gli è andato di traverso e questa è l’occasione giusta per togliersi un fastidioso sassolino dalle scarpe: i giudici (si fa per dire, ovviamente) di Gaeta hanno considerato la circostanza che due delle donne fossero mogli di briganti un’aggravante.

Bah! Questa, pensa Trombetta, proprio non la posso mandar giù: se si riflette che la Locolle e la Pannozzo erano ambedue maritate con due briganti devonsi ritenere per iscusate se dovendo obbedire agli ordini dei loro mariti nel contrasto tra le prescrizioni di una legge rigorosissima, e a loro forse anche ignota, e la voce dell’affetto coniugale cedessero a questo prestando loro qualche soccorso.

Come dire che, allo stesso modo di Antigone, hanno anteposto alle leggi dello Stato quelle del cuore.

La pena per Raffaella, Maria Domenica, Francesca e Antonia viene quindi condonata e le donne sono libere di tornarsene alla miseria della loro quotidianeità.

Ma, così come mi è piaciuto ricordare la lealtà di Camillo Trombetta (Consigliere della Corte d’appello di Torino nel  1857, Procuratore generale presso la gran Corte criminale di Napoli nel 1861, Procuratore generale presso la Corte d’appello di Brescia nel 1862, Avvocato generale militare presso il Tribunale supremo di guerra, Consigliere di Stato, Primo presidente onorario di Corte d’appello e, infine, Senatore del Regno), non posso esimermi dall’indicare – a loro, anche postumo, disdoro – i nomi dei componenti il Tribunale di Guerra di Gaeta: luogotenente colonnello Giovanni Carlo Bertani, presidente; maggiore Antonio Landi, cap. Carlo Zubbani, cap. Romoaldo Ottolini, cap. Decio Danesi, cap. Amilcare Franceschini, componenti.

Vuoi vedere che uno dei tanti problemi della costruzione della Nuova Italia sta anche nel fatto che di ribaldi come quelli sopra citati ne calarono a frotte nelle terre del Sud e che le poche persone oneste come Trombetta furono confinate negli edifici intorno a palazzo Carignano?

Sarà stato solo un caso? Bah, a pensar male …