Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XXV)

Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XXV)

Posted by altaterradilavoro on Lug 17, 2025

Il fiume della Storia trascina e sommerge le piccole storie individuali, l’onda dell’oblìo le cancella dalla memoria del mondo; scrivere significa anche camminare lungo il fiume, risalire la corrente, ripescare esistenze naufragate, ritrovare relitti impigliati sulle rive e imbarcarli su una precaria Arca di Noè di carta.

Claudio Magris

Ora tutti vogliono averlo ucciso …

Arienzo, novembre del 1863

Carabinieri di Cervinara e soldati del 59° Reggimento Fanteria braccano notte giorno Domenico Calabrese e alla sua banda che il 18 novembre hanno sequestrato, lungo la strada tra  Mugnano e Monteforte, il ricco possidente d. Filomeno Borelli di Avella. A passare la dritta ai malfattori è stata una contadina, sua concittadina, Antonia Alanza che da tempo è in disoneste relazioni con il Calabrese con il quale convive. La caccia prosegue alla cieca, fino a quando un brigadiere dei guardaboschi di Cervinara, Giuseppe Contorsi che arrotonda lo stipendio facendo l’informatore, non suggerisce di ricercare i briganti ricorrendo al vecchio stratagemma dello cerchez la femme.  E la femme adatta allo scopo è proprio l’Abate, della quale si conoscerebbero spostamenti, rifugi e complici. È notte inoltrata quando un raggruppamento misto raggiunge una casupola posta al limitare di un bosco, di proprietà delle sorelle Sorice, amiche dell’Abate.  Si circonda prontamente il posto ma l’auspicata sorpresa va a farsi friggere: da un punto imprecisato del tetto della casa partono alcuni colpi di fucile, ai quali si risponde a casaccio; poi, nelle ombre della notte, s’intravede la figura di uomo che tenta di scavalcare un muretto che delimita il bosco. Una immediata scarica di fucile pone fine a quello che i rapporti definiranno come il volteggiare sul muretto:l’ombra cade bocconi, riversa sul terreno appena oltre il muretto. Si intima la resa agl individui asserragliati all’interno dell’abitazione senza ricevere, tuttavia, risposta; avvertita la presenza di individui che si muovono concitatamente,  si decide di sfondare la porta che finalmente si apre. Appare una delle sorelle in camiciola e si fa irruzione all’interno: in un giaciglio viene trovata l’altra sorella e Antonia Abate; sollevate le coperte si scopre che la donna è completamente vestita e viene immediatamente incatenata. I sospetti delle forze dell’ordine sulla presenza di altri individui prendono consistenza e vengono subito rafforzati da un leggero tramestio che proviene dal soppalco, al quale si può accedere attraverso una piccola botola priva di scala.

Entra allora in scena il maresciallo Benedetto Angela che comanda la stazione dei RR. CC. Di Cervinara: presa una seggiola vi si appollaia sopra e, infilato coraggiosamente il capo oltre la botola stessa scorge un individuo armato. Senza pensarci oltre il carabiniere infila il fucile nel pertugio, spara e ammazza l’individuo. Con l’aiuto del guardaboschi si procede all’identificazione dei cadaveri: l’uomo caduto appena oltre il muretto è proprio Domenico Calabrese, l’altro è un suo luogotenente, Giuseppe Di Marzio.

Arrestate le donne, si torna in paese e, militari e carabinieri – soddisfatti – provvedono a stendere i rispettivi  rapporti. Ed è proprio a questo punto che nascono i problemi, perché ognuno dei protagonisti rivendica sé l’onore di aver tolto dalla faccia della terra due pericolosi briganti. In palio ci sono ricompense e medaglie: il Comando della Zona Militare di Caserta riceve il rapporto del maggiore Ghezzi del 59° Fanteria che ascrive esclusivamente al coraggio e alla determinazione dei suoi uomini il merito dell’uccisione dei due briganti e della cattura dell’Abate. Ma la ricostruzione va di traverso al Comandante della Divisione Territoriale dei RR.CC. di Avellino che gli manda una dettagliata nota sull’accaduto. Si deve, perciò, alla piccata puntigliosità dell’ufficiale la conoscenza di particolari raccapriccianti sull’accaduto. L’alto ufficiale, dapprima lamenta, che si è trattato di un errore di poco conto l’errata indicazione da parte del maresciallo del nome della catturata: “l’aver nominata il Maresciallo Angela, Barri Antonia e non Abate Antonia la druda del brigante Calabrese non fu che un errore materiale di scrittura del bass’uffiziale, o male interpretato scrivendo esso pessimamente”. (Va beh, questo non era nemmeno il caso di precisarlo…) Più importante appaiono i dettagli della morte del Di Marzio: i militari presenti hanno testimoniato che il brigante, al momento della sua scoperta, è già ferito, steso sull’impiantito del soppalco e cerca di sollevarsi sorreggendosi con una mano. Non è vero, replica indignato il Comandante dei RR CC: “il Maresciallo montato su di una sedia sporgeva il capo nella soffitta, ove di rincontro eravi il Di Marzio ritto che chiedeva arrendersi”. Abbiamo capito bene, il brigante si stava arrendendo? Pare proprio di sì, dal momento che, a sostenerlo è proprio l’ufficiale, “Il Maresciallo nel rispondergli che era troppo tardi gli scaricava due palle in petto col suo due colpi, stendendolo cadavere”.

Ma la versione ufficiale viene incautamente smentita dallo stesso maresciallo Angela, nel corso di un incontro tra ufficiali e carabinieri, riuniti in casa del capitano Costantini per festeggiare il felice esito della spedizione. Sostiene infatti il capitano ai suoi superiori che Angela, dopo numerosi brindisi – esprimendosi un pò in italiano, un pò in dialetto piemontese – abbia preso a vantarsi delle sue nobili gesta: “Il Di Marzio stava nella soffitta sdraiato a terra con uno stilo in mano ed il fucile a terra, gridando << Maresciallo, salvatemi la vita, mi arrendo>>. Allora io gli dissi << Ah, troppo tardi >>  e gli sparai due colpi di fucile; salito quindi sulla soffitta e vedendo che si muoveva ancora gli ho rotto il fucile sulla testa, quindi temendo che fosse ancora vivo, ho acceso uno zolfanello e glie l’ho messo in bocca per vedere se tirava ancora il fiato”.

E ad accrescere l’orrore ci pensa l’alto ufficiale che ammette candidamente come tutti i presenti, bramosi di aver parte attiva nell’esecuzione del brigante, montarono nella soffitta stessa e così altri colpi furono scaricati sul cadavere.

Infierire contro un morto è quanto di più riprovevole possa esservi, ma forse non era questa l’intenzione di carabinieri e militari: magari sono stati travolti dalla concitazione di quei momenti convulsi. Bah potrebbe pure essere, il dubbio è legittimo e il relativo beneficio va provvisoriamente concesso. Ma lo stesso è destinato presto ad andare a farsi benedire sol che  continui a scorrere i rapporti nelle parti che riguardano l’altro ammazzato, il capo brigante Calabrese: si litiga se il colpo fatale che ha ucciso Domenico sia partito dai fucili dei carabinieri (in particolare quello dell’onnipresente maresciallo) o da quelli dei volenterosi fanti. Un colpo in in particolare fa discutere, quello che ha raggiunto il collo del brigante. È stato sparato dal maresciallo come egli sostiene o dai soldati. Perbacco, accertarlo non è davvero cosa da poco: in gioco ci sono sempre le famose medaglie e le ricche ricompense!  Per questo motivo le parti in causa si affannano a tirar fuori testimonianze particolari sempre più dettagliati che possano portare acqua al proprio mulino.

Esemplare  è la deposizione del luogotenente Zappis del 59° che – allo scopo di smentire il maresciallo testimonia come, una volta caduto il brigante, gli siano piombati addosso tutti quanti indistintamente: “Egli era ancora caldo, e gettato boccone colla faccia e ventre a terra; circondato da molti soldati e dal sottotenente Sig. Golia. In quel mentre poi si facevano largo il carabiniere Begliccomini e il vice-brigadiere  Genovese, ed unanimi pel contento dell’esito gli scaricammo io un colpo del mio revolver al collo da sinistra a destra, il vice brigadiere colla carabina lo sparava alle natiche e il carabiniere Begliccomini lo sparava alle reni.”

Il commento più pacato è quello di un altro ufficiale, il cap. Costantini che – con un pizzico di amaro sarcasmo – sibila un “ora tutti vogliono averlo ucciso”.

Ignoro comunque a chi poi siano andate le tanto sudate medaglie dei “liberatori” del Sud: inutile consultare graduatorie e motivazioni finali,  me li sono ricostruite entrambe, da solo senza perdere altro tempo: un bell’ex aequo alla vergogna! È più impellente andare in bagno e dar di stomaco!