I NOSTRI BRIGANTI A TORINO…

I NOSTRI BRIGANTI A TORINO…

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Da qualche settimana è in corso la mostra “Briganti!” al museo nazionale del Risorgimento di Torino. Sì, i briganti e a Torino. Nulla di male ma se i segnali sono quelli già chiari nei comunicati stampa e in qualche articolo, la situazione non è positiva (in attesa di andare alla mostra torinese di persona).
Intanto abbiamo apprezzato molto il commento di Alessandro Chetta sul Corriere del Mezzogiorno. Premesso qualche nostro dubbio tipo-acquaiuolo-napoletano (l’acqua che vendeva era sempre, ovviamente, freddissima) sulla location (il museo torinese del Risorgimento), condividiamo la partenza espositiva con lo spazio dedicato alle insorgenze contro i francesi ma evidenziamo, con l’articolista, la nostra perplessità “territoriale” (“eroici” i resistenti toscani, non “eroici” quelli napoletani).
Anche nostri i dubbi del giornalista quando trova spenti proprio i monitor relativi alla “guerra dei civili”: “la questione «civile» resta spinosa e quello schermo buio risulta quasi beffardo (gli altri due monitor in sala funzionano)”. Intanto, però, trapela qualcosa: la repressione postunitaria è sintetizzata come un esercito italiano contrapposto ad un esercito di briganti (contadini, ex soldati, delinquenti) con un “alto tasso di violenza reciproca”. Quindi poco conta che oltre centomila soldati sabaudi iper-armati fucilassero spesso senza processo e anche donne, vecchi e bambini o che distruggessero villaggi e paesi e, soprattutto, di certo senza essere stati chiamati dai meridionali e quindi in posizione di “invasori” contro difensori (legittimi) di famiglie, case, terre e chiese pagando il loro eroismo con centinaia di migliaia di vittime.
Poco conta anche una delle tesi principali del libro del prof. Carmine Pinto (uno dei curatori), spesso citato da diversi colleghi come una specie di “bibbia” e cioè quella secondo la quale si trattò di un brigantaggio “politico” e non “sociale”. Fuorviante in questo senso anche la domandona finale rivolta sugli schermi ai visitatori: “è giusto ribellarsi per motivi sociali”? Come se fosse storicamente (e logicamente) possibile che centinaia di migliaia di persone si ribellassero agli stessi nemici accorgendosi del loro disagio sociale solo ed esattamente nei giorni in cui quei nemici erano apparsi alle porte delle nostre case (magari sfondando le porte). Si intuisce anche un’altra (fallimentare) linea seguita da oltre un secolo e mezzo: quella che evidenzia come questo brigantaggio sia stato “endemico” e su questo, sempre a dispetto di documenti archivistici e ricerche recenti e corrette, svetta la sezione dedicata a Lombroso, il “genio” (folle) che diede inizio alle discriminazioni “razziali” contro i meridionali.
E così, invece, fin dalla locandina con quel pugnale in primo piano, viene evidenziata la crudeltà dei briganti senza tenere conto delle forze e delle armi in campo e della durata di quei massacri (almeno dieci anni e non i “sei” indicati nella mostra a dispetto di infiniti documenti) e delle loro vittime in gran parte civili (centinaia di migliaia, come da tempo attestano le nostre ricerche archivistiche e le recenti e inoppugnabili pubblicazioni del prof. Giuseppe Gangemi, un collega accademico dei curatori che però i curatori non hanno invitato).
E così prevale, a dispetto dei comunicati, l’aspetto romantico/romanzesco (“l’antro del brigante”) con una serie di locandine di fumetti e film che uniscono questi temi così delicati e complessi a Bonny e Clide (tutto vero!) o ai briganti pre-unitari di tutta l’Italia, questione che nulla ha a che fare con il brigantaggio post-unitario meridionale. E, come evidenzia giustamente l’articolista, tra le tante locandine manca proprio quella dell’unico film che raccontò in maniera cruda ma carica di verità il brigantaggio: quello di Pasquale Squitieri (“colpito nel 1999 da anomala censura”).
Aveva ragione, allora, quel capitano Massa citato alla fine del libro dello stesso Pinto: il brigantaggio fu guerra di “italiani contro altri italiani”. Ma raccontare oggi che gli italiani del Nord mossero guerra contro gli italiani del Sud con la complicità di pochi meridionali (alcuni in buona, altri in cattiva fede) è un nostro diritto e forse anche un nostro dovere: una strada per capire (finalmente) come nasce questa Italia duale che ci ritroviamo ancora oggi con una parte (quella meridionale) che ha la metà dei diritti, del lavoro, dei servizi, delle occasioni e delle speranze dell’altra.
Altro che “autoassoluzioni”, altro che “rischio di dividere l’Italia” o di mettere oggi “gli italiani contro”: l’Italia è divisa nei fatti e gli italiani sono “contro” nei fatti e nei diritti e non lo ammette solo chi oggi in questa situazione vive o sopravvive bene più o meno dal 1860. Il racconto di queste verità può essere importante per creare (finalmente) un’Italia unita da Torino a Trapani come non lo è stata mai per oltre un secolo e mezzo e di certo non per colpa dei briganti, dei borbonici o, magari, dei neoborbonici… E di certo quel racconto non lo leggeremo tra i pannelli della mostra di Torino.
PS A proposito: quanto è costata? Quanti soldi pubblici (e quindi anche dei meridionali) sono stati spesi? In attesa di risposte e di approfondimenti… noi continueremo le nostre attività di ricerca e divulgazione (autofinanziate e importanti magari al punto da costringere qualcuno a fare le mostre di Torino).

Gennaro De Crescenzo

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