Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XXVII)
Posted by altaterradilavoro on Lug 31, 2025
Il fiume della Storia trascina e sommerge le piccole storie individuali, l’onda dell’oblìo le cancella dalla memoria del mondo; scrivere significa anche camminare lungo il fiume, risalire la corrente, ripescare esistenze naufragate, ritrovare relitti impigliati sulle rive e imbarcarli su una precaria Arca di Noè di carta.
Claudio Magris
La legge di Maria Saveria Parente.
Benevento, dicembre 1863
A Ceppaloni viene arrestato e, ça va sans dire, subito, fucilato. Carmine Porcaro, contadino del posto. Il brigante, appartenente alla banda di Michele Caruso, in seguito alla sconfitta subita nell’ottobre a Francavilla, ha cercato rifugio nei pressi del suo paese, dove è stato visto aggirarsi vestito da cappuccino e incappucciato: viene perciò ricercato a lungo dalla forza pubblica.Finalmente le Guardie Nazionali di San Giovanni e di Ceppaloni, insieme a quella di Chianche hanno la soffiata giusta: Porcaro si è rifugiato nella casa di Maria Saveria Porcaro, moglie di un servo di pena. È grama la vita di questa cinquantaduenne, madre di sei figli che disgraziata per l’arresto e la condanna del di lei marito per reato di furto, colle proprie fatiche sostenne e alimentò la sua famiglia.
Si arrangia come può
Circondata la zona, i militi fermano la donna e si fanno consegnare un limite per esplorare una grotta di pertinenza dell’abitazione, dove vi trovano una giumenta sellata.
Pressata dalle domande dei militi, Maria Saveria è costretta ad ammettere che, durante il giorno e in sua assenza, il brigante si è rifugiato nell’abitazione. I militi, a questo punto, circondano l’abitazione e intimano al brigante di arrendersi; questi – sulle prime – rifiuta e ne nsce anche un breve conflitto a fuoco. Successivamente, sotto la minaccia dell’incendio dell’abitazione, Porcaro si avvicina alla porta e chiede di costituirsi al capitano della Guardia Nazionale e non al luogotenenti Rizzo e Martino perché non li conosce: e non fate fuoco perché io allora mi arrendo quando le vostre teste sono saltate per sopra le quercie. Dopo una lunga serie di schermaglie verbali, alla fine si arrende.
I militi entrano in casa e riescono a catturare il brigante. Anche Maria Saveria viene fermata: balbetta qualche scusa, sostiene che il brigante è entrato in casa in sua assenza, mentre era nei boschi a raccogliere castagne, che ha minacciato le e i suoi figli costringendola al silenzio: taci, corpo della Madonna, non sono venuto in casa tua per derubarti ma bensì perché ho intenzione di presentarmi. La donna piange e si dispera, implora i militi di non arrestarla perché non sa a chi affidare i figli, ma non c’è verso, peraltro non gode nemmeno di buona fama per via del marito detenuto: ad aggravare la sua posizione ci si mette pure lo stesso Porcaro che sostiene di aver dato in consegna alla donna trentadue piastre perché le nascondesse. I militi perquisiscono accuratamente l’abitazione e, nel pagliericcio della donna, ne trovano tredici. Viene perciò portata in carcere. A nulla valgono le proteste d’innocenza della donna davanti agli inquirenti: io conoscevo perfettamente il brigante Porcaro Carmine prima di tal giorno perché mio compaesano. Io non sono mai stata ricca e non ho mai avuto danari in casa, per cui nulla posso dire intorno alle trentadue piastre: se vi furono trovate è senza dubbio Porcaro che ve le ha riposte.
Nel giugno dell’anno successivo, incriminata per manutengolismo Maria Saveria viene condotta a giudizio davanti al Tribunale di Guerra di Benevento che, pur tenendo conto di varie circostanze attenuanti, riconosce come convinta [colpevole] la Parente dell’ascrittogli reato di connivenza coi briganti, e la condanna a sette anni di reclusione ordinaria, all’interdizione dai pubblici uffici ed alla rifusione delle spese di procedimento.
Recentemente qualificati giuristi si sono posti il problema della correttezza della condanna, pronunciata ai sensi della legge Peruzzi del 7 febbraio 1864 e non già ai sensi della legge Pica, nella cui vigenza sarebbe stato commesso il privato. Ma non vale la pena di addentrarsi troppo nei meandri della dottrina giuridica: a prescindere dalla considerazione che il risultato finale non sarebbe cambiato, basterà la considerazione che Maria Saveria Parente è colpevole a prescindere: non gode buona fama, ha un marito servo di pena ed è contadina. Tanto basta. Ma, se anche tutto ciò non fosse ancora sufficiente, la donna soggiace a una legge che tutte le altre sovrasta e vanifica. Lo riconosce lei stessa: sono innocente e mi trovo carcerata unicamente perché il destino mortale mi perseguita.