Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XXXIX)
Posted by altaterradilavoro on Ott 23, 2025
Profumi e puzze
Corleto, dicembre del 1865
Nelle campagne di Corleto si aggirano tre briganti del paese, Francolino, Grande e Pallotta: il capitano Gherardi che comanda una compagnia del 31° Reggimento Fanteria “Siena”, non sa più cosa rispondere ai suoi superiori che richiedono misure energiche e definitive per la loro cattura.
Pensa e ripensa, dopo aver veduta la inutilità di ogni sforzo per sorprenderli all’aperta campagna, arriva al modo di coglierli in qualche agguato: dapprima colpisce, con molta avedutezza, i numerosi manutengoli che i briganti hanno nel paese; poi, grazie ad alcuni informatori, si procura buone relazioni sulla loro dimora e tendenza. Viene così a sapere che in un giorno indeterminato i tre briganti intendono entrare in una masseria, ed ivi mangiare e bere e fare baldoria.
La masseria, in contrada Tempademma, è di proprietà di Francesco Lapenta che, quando si dice la combinazione, è anche un milite della Guardia Nazionale di Corleto.
È fatta, si dice l’ottimo Gherardi, fregandosi le mani: convoca immediatamente il Lapenta e si assicura la sua attiva collaborazione.
Concertato minuziosamente il piano, l’obbediente milite provvede a riempire le dispense con cibarie e vini, assolda un suonatore di zampogna e lo manda nella masseria con le due sue giovani sorelle che apparentemente devono attendere ai lavori di campagna, ma che invece devono allettare i compaesani briganti ad entrare fiduciosamente nella masseria e divertirsi.
Le sue giovani sorelle? Sì, per quanto possa apparire disgustoso, è proprio così: il Lapenta non si vergogna di usare la sua famiglia come esca. Comunque, una volta predisposto tutto, la notte del 7 dicembre, vestito da soldato, conduce celatamente nella masseria una pattuglia di otto soldati per sorprendere i briganti. Bisogna essere cauti, i briganti, è risaputo, sono sempre all’erta: il gruppetto si apposta allora nel… porcile, attiguo all’abitazione: qui, per mezzo di un foro praticato nella parete, riceve dalle sorelle notizie intorno ai detti briganti.
Il luogo dell’appostamento, come si può ben comprendere, non è certamente tra i confortevoli, tanto che uno dei graduati, il furiere Baciocchi, ha il suo bel da fare con i soldati per tenere l’ordine e la disciplina nel nascondiglio nel quasi richiedesi il massimo silenzio.
L’attesa, che si protrae per tre lunghi giorni, alla fine è premiata: nella serata del 10 i tre briganti arrivano e si predispongono a trascorrere qualche ora serena: di lì a qualche minuto dall’abitazione arrivano fino al porcile il suono della zampogna e i canti e le risate di una comitiva che si diverte. I militi fremono, non sappiamo se per l’eccitazione dell’assalto vicino o per una certa, giustificata invidiuzza.
Al tardi, finalmente, una delle sorelle, avverte – tramite il famoso foro – il fratello di essere giunto il momento di attaccare.
Il commando viene allo scoperto: Broglia sottotenente esce per primo, blocca ogni via di fuga e si dirige al punto indicato; giunto sull’uscio del locale dove ci sono i briganti sente dal suono della zampogna e dal rumore che i briganti stanno lietamente danzando.
È il momento di agire: si sfonda la porta e si irrompe, bajonette alla mano, nella stanza: i briganti sono colti di sorpresa perché ballano e si divertono ma non hanno del tutto trascurato di usare qualche accortezza: infatti ballano senza dubbio col revolver alla cintola!
Ne scaturisce un breve conflitto nel quale, com’è nell’ordine delle cose, i tre briganti soccombono e ci lasciano la pelle.
Ma sfortunatamente una delle giovini Lapenta nel breve combattimento resta uccisa dal brigante Grande con cui ballava e che al primo entrare della truppa erasi insospettito dall’orditogli tranello. Il suonatore di zampogna rimane pure ferito, ma non gravemente.
Commenta il cap. Gherardi che anche l’altra sorella Lapenta ha corso il rischio di essere uccisa ma, fortunatamente il proprio fratello surriferito, slanciandosi arditamente nella stanza riesce a trarla in salvo, facendogli con rara intrepidezza scudo del proprio corpo.
Non si lamentano altri danni collaterali, se si eccettua quello del soldato D’appolito che ne ha il fucile inservibile e la ciberna degradata e che il caporal Canigia si ritrova con il cappotto forato.
Chiosa infine il bravo capitano che il Lapenta, il quale ha esposto la propria vita nella cattura ed uccisione dei tre malfattori, sgraziatamente paga la riuscita col sacrificio della vita della propria sorella.
Scopo manifesto del rapporto è anche quello di richiedere ricompense per gli eroici protagonisti della storia.
Però, a rileggerlo oggi, si avverte oltre al profumo di medaglie un insopportabile puzzo. Sarà forse a causa del luogo dell’appostamento o per chi ci è stato per alcuni giorni? Non saprei!
Di certo vi è solo che il porcile, almeno per tre giorni, è stato abitato dal Lapenta che se ne è dimostrato – a parer mio – legittimo inquilino.