Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XLII)

Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XLII)

Posted by altaterradilavoro on Nov 13, 2025

Il fiume della Storia trascina e sommerge le piccole storie individuali, l’onda dell’oblìo le cancella dalla memoria del mondo; scrivere significa anche camminare lungo il fiume, risalire la corrente, ripescare esistenze naufragate, ritrovare relitti impigliati sulle rive e imbarcarli su una precaria Arca di Noè di carta.

Claudio Magris

Abbiate almeno rispetto per i morti!

Potenza, agosto del 1872.

Il 20 agosto del 1872 in via Pretoria a Potenza, nella sede del Palazzo dei Tribunali, il cav. Cava che presiede la Corte d’Assise dà inizio al processo dei processi: quello cioè che vede alla sbarra il capo indiscusso della rivolta antiunitaria, Carmine Crocco, Donatelli, pecoraio di pecore altrui e generale dei briganti.

Nell’aula, ricolma di pubblico e di cronisti e nell’attesa di un verdetto già pronunciato, si consuma dapprima lo stanco rituale della contestazione delle decine di capi d’accusa e poi quello della sfilata delle centinaia di testimoni.

L’attenta corrispondenza di un collaboratore de Il Corriere Lucano ci restituisce non solo uno spicchio importante di cronaca giudiziaria ma soprattutto l’affresco di un uomo che ha attraversato la storia e che qualcuno è arrivato a definire come il Napoleone dei poveri; l’uomo capace di  infiammare di passione contadina la Basilicata e le contigue regioni del Meridione.

A saperle cogliere, sono pennellate di autentica umanità quelle che la penna del cronista affida alle pagine del suo giornale; pennellate di colore, sicuramente buttate qua e là allo scopo di ravvivare l’interesse del racconto, ma che mettono a nudo il mondo antico dei nostri contadini e che ci riconsegnano oggi – fresche e intatte – cultura,  fierezza e dignità, collera e debolezze, sagacia e sottile ironia dell’uomo che ha avuto la forza di emergere dalla massa indistinta e anonima dei poveracci che ha combattuto con le armi della disperazione un destino che le era nemico.

Il diciannovesimo capo d’accusa contesta a Crocco l’attentato diretto a cambiare la forma del Governo, ad eccitare gli abitanti ad armarsi contro i poteri dello Stato, nonché a suscitare la guerra civile fra i medesimi, portando la devastazione, la strage, ed il saccheggio nei Comuni dello Stato …

Crocco si difende come meglio può, tutta la sua strategia difensiva è tesa a dimostrare la sua subordinazione ai veri capi della rivolta e la sua estraneità rispetto agli episodi più violenti. Abbarbicato nelle sue tesi difensive sostiene tenacemente che, in occasione della rivolta dell’aprile ’61 nel Melfese aveva sempre obbedito agli ordini di quel francese [De Langlais] che ne era il Capo e il Direttore Generale …; che, in quella dell’autunno-inverno, il comando supremo nella reazione di Trivigno era tenuto dal Generale Boryes …; di non avere avuto parte ai pretesi saccheggi di S. Chirico e che a Vaglio io non entrai affatto, perché il Generale Boryes lasciommi dietro al Ponte con un drappello di 10 a 14 tra malati e feriti.

Il cav. Cava non se la beve certamente e, nel dibattimento, gli contesta un episodio che sembra smentirlo definitivamente: era lui che aveva il comando, eccome se lo aveva! Tanto è vero che a Bella, dice il presidente della Corte, chiamaste il sagrestano Cecere perché vi aprisse la Chiesa, ed uccidere così tutti coloro, che s’erano colà rifugiati. E avendo trovato Boryes, che aveva fatto caricare sopra un asino i calici e le pissidi della Chiesa, voi per intercessione d’una donna li faceste scaricare.

Crocco continua con pervicacia a negare tutto. Vengono allora escussi numerosi testimoni per verificare l’accusa: Domenico Bruno sostiene di non saperne nulla, ma fa il nome di una donna che potrebbe dare ragguagli. La donna, Maria Damiano, conferma il fatto del furto sacrilego ma è incerta nell’attribuirne la responsabilità a Borges.

Ma il presidente Cava continua ad insistere, la faccenda gli pare fondamentale: Boryes aveva fatto caricare su di un carretto i calici, le pissidi ed altri oggetti sacri appartenenti ad una Chiesa; voi lo sapeste e facasete subito restituire quella roba. Se è vero cioè il fatto del tentativo di involamento degli arredi sacri  da parte di Borges, e soprattutto che sia stato poi Crocco ad impedirlo, si accerterà che questo aveva l’autorità per farlo. Verrà così provato processualmente che il vero capo della rivolta è stato Carminuccio.

Non ci vuole  però molto per capire oggi – conoscendo religiosità dello spagnolo spinta fino al fanatismo – come l’accusa debba essere del tutto infondata e pretestuosa.

Il rionerese, comunque, non ci sta: è assodato che tra lui e lo spagnolo non sia mai corso buon sangue. Troppe le differenze culturali, diversi gli obiettivi, due mondi confligenti, l’uno all’altro del tutto alieno. Ma tutto questo, morto Borges, non basta. Può anche essere – lo riconosco – che a Crocco non convenga ammettere l’episodio per i motivi opposti rispetto a quelli di Cava, ma la risposta con la quale chiude definitivamente la faccenda dice anche altro: parla di un mondo, quello contadino, nel quale è sempre presente il rispetto per i defunti, un mondo nel quale rancori e odi si fermano davanti alla morte e lasciano il posto al rispetto e al recupero della dignità. Il vecchio guerriero, piegato dalle circostanze ma non da difetto di valore, ha un sussulto di fierezza e prorompe in uno sdegnato:

Non è vero … Boryes è morto,  ed io non intendo dargli questa imputazione.

Che poi sarebbe come dire: Caro Presidente, cerca altri appigli, se ti riesce, ma abbi rispetto almeno per i morti!

Il cronista non lo dice ma a me resta la convinzione che, sottovoce, Crocco abbia poi mandato l’ottimo cav. Cava … da qualche parte!

E, se proprio non lo ha fatto lui …

Indice

Prefazione                                                                             pag.

Introduzione                                                                         pag.

Le storie                                                                                pag.

  1. Fratelli briganti.
  2. E anche questa volta li abbiamo fatti fessi!
  3. Cherchez la femme…
  4. Astengo e i napoletani.
  5. Interrogati sotto minaccia di morte e nel … cimitero!
  6. Alla fine la colpa è del becchino.
  7. E a Pontelandolfo è stato pure poco…
  8. Solo una spiacevole vertenza.
  9. Centro Benessere “San Maurizio”.
  10. Un giorno in … Parlamento.
  11. Proprio con il vino non ci fregate!
  12. Jobs act 1862.
  13. Il Lacrima Christi del Barone Ricasoli.
  14. Le monete tosate.
  15. Accidenti alla coppola.
  16. Uffa, sempre a cercare il pelo nell’uovo!
  17. Il  ramoscello d’ulivo.
  18. Il compleanno di Sua Maestà.
  19. Fumel e i Reali Carabinieri.
  20. Un monaco e un Delegato di PS in società.
  21. Brigante per gelosia.
  22. Molla l’osso!
  23. Ora tutti vogliono averlo ucciso.
  24. Una toccatina pericolosa.
  25. La legge  di Maria Saveria Parente.
  26. Briganti e musicanti.
  27. E io … non pago!
  28. Fuoco amico? No! Colpa dei soliti … noti.
  29. Un cesto di fichi, sei uova e due piatti di maccheroni.
  30. I conti non tornano.
  31. La Giustizia è uguale per tutti. O no?
  32. E negagli pure questa soddisfazione!
  33. Antonio e Maria Rosa
  34. Guardie e ladri a teatro.
  35. Adesso pure i Prefetti organizzano bande di briganti!
  36. Ma c’erano anche i porci?
  37. Editto e contro editto!
  38. La lettera di una cattiva donna.
  39. Abbiate almeno rispetto per i morti!