Ricerca e elaborazione testi del Prof.Renato Rinaldi del maggio 2026 Da: CRONACA DELLA GUERRA D’ITALIA- DEL 1861-1862
Dispensa XLIII quinta parte Fascicolo 171 -1863



ESTRATTE PAGINE DA 82 A 103
PAG 82
… OMISSIS…
Quali che fossero i motivi personali ohe avevano potuto determinare la dimissione del conte Ponza S. Martino, la trista situazione formata alle provincie napoletane dal suo sistema temperato e conciliatore, basta a giustificare e spiegare la sua risoluzione; la quale fu considerata dai fogli reazionari come una disgrazia per il loro partito. Non sapendo a qual mezzo ricorrere per evitare la rovina, che la spada del nuovo locotenente faceva pesare sovra il suo capo, la reazione tentò di render odiosa la condotta energica dell’ autorità italiana, attribuendo ai comandanti militari le più atroci barbarie, e guardandosi bene di narrare, anzi colorando a lor modo le ferocie dei briganti, si accusarono i Piemontesi d’ aver fatto fucilare alcuni poveri campagnoli per aver portato un poco di pane agli insorti. Si fece loro un delitto di aver distrutto uno o due villaggi reazionari: finalmente si gridaron loro contro ben altre imputazioni che sarebbe troppo lungo discorsò a voler noverare.
Il dovere della nostra cronaca essendo di tener in mano la bilancia dellà verità, acconteremo ai nostri lettori il fatto ehe originò la distruzione dei due villaggi Pontelandolfo, e Casalduni.
Nel primo giorno d’Agosto 1861, una banda invase Pontelandolfo, che è situato presso Cerretto, e col concorso del popolaccio i briganti saccheggiarono il palazzo comunale, e tutte le botteghe: forzarono la casa del percettore Michel Angelo Perugino e ne votarono la cassa, quindi spogliatolo affatto de’ suoi vestimenti, lo mutilarono vivo nel mentre che mettevano fuoco alla abitaziòne dell’infelice, dove il suo corpo finalmente gittarono entro le fiamme, non ancora morto.
Durante più giorni Pontelandolfo stette in potere di quattrocento malfattori, che vi costituirono un governo a nome di Francesco II, o per mezzo di emissari nelle comuni circonvicine fecero sollevare due o tre altri “Villaggi sicchè quando l’autorità italiana udì questa notizia, spedì l’undici Agosto a Pontelandolfo 45 soldati per mettere in rotta i briganti, che si credeva ammontassero a un centinaio incirca. L’ ufficiale italiano Luigi Augusto Bracci locotenente del 36° trasportato dal proprio ardore volle attaccarli, se non che tutto il popolaccio prese le armi, e lo costrinse ritirarsi con la sua piccola truppa in una vecchia torre a mezza strada da Casalduni. Dopo una vigorosa resistenza li 45 uomini lasciarono questa posizione, e si ripiegarono sopra Casalduni. La fu un’ atroce carneficina.
Sulla strada, serrati da vicino dalle genti di Pontelandolfo, ed attaccati a fronte da quelle di Casalduni, che s’ erano imboscati per attenderli, furono oppressi dal numero e massacrati tutti, eccetto un solo, che aveva avuta la fortuna di celarsi in una fratta, e che ha potuto fornire i dettagli di quest’ orribile scena di cannibali, in cui contadini e briganti 100 contro uno non solamente scannavano, e mutilavano con rabbia, ma tagliavano a pezzi perfino i cadaveri, perchè ciascuno potesse portare in trionfo un brano di quest’orribile macello. Due giorni appresso una colonna di truppe italiane giunse, e cercò invano gli avanzi di quella piccola truppa comandata dal locotenente .Bracci.
In mancanza dei prigionieri, fu domandato almeno dei cadaveri, e non ottenendosi risposta, si procedette alla ricerca, e non si tardò molto a scoprire nelle case dei brani sanguinosi, e delle membra tagliate, spaventevoli trofei della reazione.
A questa vista il colonnello Negri che comandava il distaccamento a gran pena potè contenere il furore de’suoi soldati. Egli aprì un processo sommario, ed apprese che l’infelice locotenente, che nel combattimento era stato soltanto ferito, fu torturato per otto ore, e quindi tagliato a pezzi. Questo fu il colmo: fu dato l’ordine di bruciare i due borghi.
Furono arrestati tutti quelli, in cui potere si trovarono dei pezzi di cadaveri, poi si diè ordine alla popolazione di sgombrare dalle case. Alcune ore di poi questi due villaggi non erano più che un ammasso di ceneri e di rovine.
Il colonnello Negri annunziava così in un dispaccio il risultato della sua spedizione,: Giustizia è fatta contro Pontelandolfo, e Casalduni.
Tale è il fatto, che mosse una delle più forti querele da parte dei fogli reazionari contro il governo italiano. Ecco del resto come la gazzetta ufficiale del regno rispondeva a questi ro mori, ed a queste accuse:
Alcuni giornali e corrispondenze estere parlando del brigantaggio nelle provincie napolitane, mentre nascondono per ispirito di parte le atrocità commesse dai briganti, inventano assurde calunnie a carico dei nostri generali e delle nostre truppe.
Per citare una sola di quelle recenti calunnie, si è sparso che un generale italiano abbia fatto fucilare dei contadini perchè portavano indosso dei viveri, anzi solo dei pezzi di pane.
Cotesto fatto è interamente falso.
« Le istruzioni date dal governo e dal generale Cialdini sono le seguenti:
« Assicurare la vita salva a tutti coloro che vengono a consegnarsi volontariamente.
Promettere la massima indulgenia a coloro che non abbiano commesso delitti.
« Procedere con tutto il rigore soltanto contro coloro che sieno presi colle armi alla mano e in atto di resistenze.
« Dei resto basta scorrere i giornali di ogni colore politico che si pubblicano nelle Provincie Napolitane per vedere com’essi accusino tutti il Governo del Re anzichè di rigore, di soverchia mitezza, e il che si spiega facilmente quando si pensi alle orribili ed inaudite atrocità commesse dai bdganti.» Ma il Governo mentre vuole procedere con tutta fermezza, non si dipartirà mai dalle norme della giustizia.
Fedele all’istruzioni dategli, il generale Cialdini adottò il piano seguente:
Colpire così fieramente gli agitatori politici, come gli assassini.
Conciliarsi il partito d’ azione, che i rigori ministeriali avevano alienato dal governo italiano.
Imporre silenzio alla stampa reazionaria senza colpirla direttamente, al possibile, ma facendola cadere sotto il peso della pubblica riprovazione.
Quanto al brigantaggio, egli risolvette di separare le bande una dall’altra, onde potessero le stesse guardie nazionali delle diverse regioni infestate distruggerlo con qualche piccolo rinforzo di truppe regolari.
Questo piano fu messo in piena esecuzione.
Il 3 d’Agosto verso le 9 ore del mattino una folla imponente di cittadini di tutte le classi invase le stamperie dei giornali reazionari la Settimana, la Gazzetta del Mezzodì, l’ Unità cattolica, l’Araldo, Flavia, Gioia, e dopo aver lacerato i fogli, sparpagliato i caratteri intimò con minacce, e sotto pena della vendetta popolare, l’ordine agli stampatori di non più prestar l’opera loro alla pubblicazione di simili fogli, che ogni giorno profanavano la libertà della stampa.
Alcuni giorni appresso al 9 Agosto fu sorpresa una riunione di cospiratori borbonici nelle deliziose grotte di Posilìpo ed a Portici, fra i quali si trovavano il Sig. Maresca vicario, Picca penitenziere, il canonico Buonocore, il curato di S. Lucia, ed altri canonici e curati, e il sagretario del cardinale arcivescovo. Fu arrestato anche un gran numero di militari.
Erano marescialli,locotenenti generali, generali di brigata, colonnelli, maggiori, e capitani dell’armata di Francesco II, nel cui novero entravano i generali Polizzi, Elguere, Sigrist, Alfan de la riviere con i suoi due figli, Tabacco, Palumba, Lovero, Echantiz, Morullo e i fratelli Marra. Una parte di questi personaggi fu chiusa nel castello dell’Uovo, altri al castello del Carmine. De Christen fu parimenti imprigionato. Pochi dì appresso furono spediti a Genova quasi tutti questi prigionieri in compagnia di tutti i zuavi pontifici, ed altri legittimisti francesi, che erano stati presi egualmente. Poco dopo il Cardinale arcivescovo di Napoli Riario Sforza s’imbarcò alla sua volta per Roma.
Colpito in questa maniera il partito borbonico, il locotenente del re si occupò di frenare un altro elemento d’agitazione per le provincie meridionali. Questo era il partito d’azione, che prendeva la sua popolarità dal nome di Garibaldi, sul quale si appoggiava. Nelle ultime elezioni, i candidati repubblicani erano stati eletti: Cialdini comprese che se una vera conciliazione era impossibile fra i liberali ed i retrogradi, un’intesa fra gli uomini del partito avanzato ed i liberali diveniva necessaria. Esso li chiamò a sè, e fece loro comprendere l’interesse reciproco, il quale avevano di operar di comune accordo contro il loro vero nemico il partito retrogrado.
Un abboccamento ebbe luogo fra Nicotera, uno dei capi del partito d’azione, e il locotenente del re, in seguito del quale il direttore generalo di polizia Spaventa fu sacrifìcato malgrado i suoi servigi, e 10 anni di carcere duro subito sotto il governo di Ferdinando II. Questa destituzione fu un successo, che ci diè troppo ardire al partito, poichè il giorno appresso alcuni esaltati si fecer lecito di fischiare vari deputati ministeriali venuti da Torino. Cialdini lasciò passare senza castigo quest’ingiuria fatta ai rappresentanti legali del paese, sia che egli non volesse darle importanza o sia che gli paresse destreggiare col partito d’azione. Intanto quando Nicotera gli offrì d’organizzare dei battaglioni di volontari, e di formare così delle bande repubblicane, Cialdini rifiutò, percbè comprendeva bene che egli doveva rimaner signore e non dividere il potere con nessuno per dominare la situazione.
Estragghiamo dalla Monarchia nazionale i dettagli di questo ravvicinamento del locotenente del re, e del partito di azione, il cui concorso parve doversi accettore per l’estirpazione del brigantaggio.
Dopo un colloquio tra il generale Cialdini e Nicotera, e dopo una specie di concordato stabilito fra loro pareva che soltanto in caso di bisogno si sarebbe ricorso al sussidio del partito d’azione; ma non fu cosi. Due giorni dopo il colloquio il generale X.,. avvertiva che Cialdini preferiva armare subito quanto fosse possibile dei volootarii, e ne incaricava direttamente Nicotera dando a lui la facoltà di presentare i nomi, sia di bassa forza, sia della ufficialità, di scegliere i locali per acquartierarli, e riservandogliene il comando per il caso d’ azione: questa ultima condizione era richiesta da Nicotera stesso al quale pare che invece si fosse offerto di riconoscerlo immediatameo.te nel suo antico grado di colonnello brigadiere, e dargli cosl veste ufficiale nell’organizzazione dei volontarii.
In due giorni di arruolamento già la cifra dei presentati giungeva ad 800: pochi giorni ancora ed il partito d’azione avrebbe avuto 3 o 4.0QO uomini in armi; ma in una sera tutto fu cambiato. Non saprei dire se inquietatosi tutto ed un tratto delle proporzioni che poteva prendere uo arruolamento illimitato; se persuaso dalle persone che lo circondano; se avvertito dal governo centrale, il fatto è che il gen. Cialdini profittando della presenza in Napoli di Fabrizi, faceva dire a Nicotera di andarlo a vedere, e nel tempo stesso dichiarargli che bisognava desistere dall’arruolamento.
Il caso aiutò ilgen. Cialdini in questo affare, e gli diede in mano una plausibile ragione per giustificare la nuova misura. Di fatti giunto a cognizione del Luogotenente, prima della pubblicazione del giornale di ieri sera, che la Democrazia sotto il titolo di armamento, doveva pubblicare un articolo io cui si annunciava chiaramente che Cialdini per aderire al voto p-opolare avrebbe armato il popolo e affidatone il comando a Nicotera, Nicola Fabrizi fu dal Luogotenente stesso incaricato di ottenere dalla Direzione della Democrazia che quell’articolo non fosse pubblicato.
A ciò si assentì, e la Democrazia uscì con due colonne in bianco avendo soppresso l’articolo che troppo apertamente svelava il concordato fra Cialdini e Nicotera.
Questa circostanza servì a meraviglia al Luogotenente, e di fatti l’ articolo valse a scusare presso Nicotera la improvvisa de terminazione sopra accennata. Il generale Cialdini allegò lo sgomento che si sarebbe sparso nel paese, e che avrebbe per corso lo stesso governo centrale, mentre era necessario che I’ arruolamento si fosse fatto senza rumore. Ciò stante il Nicotera declinò compiutamente l’ incarico affidatogli.
Questo scioglimento inatteso fece molto senso, e fu varia mente interpretato. Taluni lo attribuiscono ali’ opera del conte Cantelli e del segretario generale De Blasio; ma comunque sia, i commenti furono poco benevoli sia nel campo del partito d’ azione, sia nP.l campo del partito liberale moderalo.
Il generai Cialdini frattanto era ben lungi di respingere il concorso delle milizie nazionali, anzi lo riclamò vivamente. Or.iinò che in ogni distretto facessero organizzare due compagnie di guar dia nazionale mobilizzata alla maniera dell’ingaggio dei volònlari. Così egli bentosto ebbe a sua disposizione 15000 uomini, dei quali avrebbe potuto fare a meno, come rinforzo alle truppe l’Agolari, ma le quali egli voleva interessare alla difesa del paese, perchè importava al governo italiano di mostrare ali’ Europa, che l’ armata non marciava sola alla repressione del brigantaggio, e che combattendo per il popolo napolitano, ella non comprimeva punto, come pretendeva il partito borbonico, i movimenti sponta nei della popolazione.
Questa organizzazione delle milizie cittadine fu una gran fatica per il locotenente, dovendo occuparsi in riviste ed ispezioni continue; le quali però lungi dall’ affaticare i nuovi soldati, lu • singava il loro amor proprio nazionale, oltrcchè anche piaceva molto al popolo napolitano. •Cialdini non si lasciè1 sfoggire questa occasione di popolarità, snzi la seppe accrescere associandosi, per mezzo d’ una lettera eh’ egli scrisse al sindaco di Napoli alla festa che si organizzava in memoria dell’ingresso di Garibaldi. Eneo la lettera;
Illustrissimo Signore,
•Sento il debito di manifestare al patriottico Municipio di questa illustre Città la mia molta riconoscenza per I’ iniziativa da lui presa onde l’anniversario dell’ entrata in Napoli del Generale Garibaldi venga celebrato con quella solennità, che a sì grande e fausto avvenimeuto si addice. Ciò facendo, codesto Municipio percorreva i voti del paese, esuadiva i miei desiderii, e secondava le intenzioni del Governo del Re.
L’ arrivo in Napoli del celebre Dittatore, innanzi a cui un esercito ed una dinastia andavano fuggenti, fu il più mirabile fatto che la sagacia e la temerità abbiano ma’i compiuto, .fu il fatto più fecondo di risultato, che la storia della Rivoluzione ricordi e racconti.
Ogni cuore che palpiti per la libertà della patria nostra, ogni anima che senta l’amore d’ Italia, ogni uomo ch •di liberale ed italiano abbia nome, si associerà riverente a quella festa, che festa della Nazione intera diventa e non di Napoli sola.
Ai nostri nemici, ai vinti borbonici soltanto potrebbe sorri dere I’ idea di turbarla con qualche sconcio disordine.. Facciano pure. Le baionette della Guardia Nazionale e delle Truppe di Linea sapranno far rispettare la dignità della festa, e sapranno dar senno a chi lo avesse perduto.
La prego, illustrissimo signor Sindaco, di partecipare i sensi della mia gratitudine ali’ Eccellentissimo Municipio di Napoli e di gradire I’ assiouranza della mia distinta Considerazione.
Napoli 19 Agosto 1861
Il Luogotenente Geo. del Re
CIALDINI
Il compito del generai Cialdini non era pertanto scevro di amarezza. Uomo di guerra e d’azione, egli non poteva sì agevolmente acconciarsi alle difficoltà ed alle lungaggini amministrative. Per questo si determinò verso il 16 Agosto ad offerire 13 sua dimisione di locotenente del re per tenersi alla posizione di comandante militare. Nel suo dispaccio egli diceva al capo del gabinetto italiano; che non aveva accettato la locotenenza di Napoli fuorchè provvisoriamente, che la sua missione era di purgare il paese dal brigantaggio, e che riempirebbe il suo mandato purchè venisse sbarazzato del governo civile.
II ministro lo invitò a conservare le sue funzioni di locotenente del re fino o tanto che fosse provveduto al suo rimpiazzo. Tuttavia il conte Cantelli e di Blasio, segretarj generali della loco tenenza in disaccordo col generale Cialdini furono tolti dalle loro funzioni dalle quali a dir vero erano già dimessi per volontaria rinunzia. ‘
A quest’ epoca gli ufficiali dei reggimenti svizzeri disciolti dell’ antica armata borbonica, molti de’ quali s’ erano mischiati nelle congiure della reazione , avevano ordine di abbandonar Napoli, come del resto tutti i loro compatrioti nella medesima situazione di loro erano già stati espulsi d’ Italia per ordine del governo. Questi ex ufficiali si presentarono al generale Cialdini pregandolo di lasciarli risiedere a Napoli, ed assicurandolo che non si sarebbero impacciati di politica. Il locoteoente del re ri• spose col rifiuto, aggiungendo: Fù un tempo oh’ io stimava molto la Svizzera come un asilo dello libertà; al, presente io la rispetto, ma non posso tenermi dal constatare con dispiacere ohe da un anno in qua ho trovato continuamente degli ufficiali niz. zeri fra i più accaniti nemici dell’ Italia. Io bo incontrati Svizzeri a Perugia, a Castelfidardo, ad Ancona, al Garigliaoo a Gaeta, a Messina. Il Generai Garibaldi incontrò Svizzeri al Volturno, ed ora ohe il re d’ Italia mi affida le provincie napolitane sono ancora Svizzeri dell’ antica armata borbonica che io trovo mischiati con i cospiratori, e noi complotti reaziooarii.
Del resto la situazione di questi ufficiali svizzeri era stata oggetto dei reclami dell’ambasciatore elvetico. Noi citeremo due note dell’inviato svizzero, che abbiamo estratte dal Bund: l’una indirizzata al Baron Ricasoli, l’altra al presidente della confederazione elvetica.
Torino 17 luglio 1861.
Eccellenza,
Io fui dolorosamente sorpreso ali’ intendere dalla vostra bocca che il go1erno italiano avrebbe forse cangiata la decisione, communicalami gia datempo dal conte Cavour e poi da voi stesso a me confermala, di permettere anche in appresso agli antichi soldati• svizzeri al servizio dell’ ex-re delle due Sicilie il soggiorno in Napoli fintanto che essi non si fossero immischiati nella politica del paese.
Io aveva fatto conoscere quella decisione alle parti interessate, che ne avevano ricevutO la notizia, con espressioni di riconoscenza, ed avevano preso l’impegno sul loro onore di non prendere alcuna parte sui movimenti suscitati in Napoli dall’antico governo.
E la stessa notizia aveva comunicata al console federale al quale sta grandemente a cuore ohe tutti i cittadini svizzeri possano godere in tulle l’ItaHa dei diritti di libero soggiorno guarentiti dal trattato di commercio del 18 giugno 1858 tra la Sardegna e le Svizzera, quando non siansi fatti colpevoli di un qualche atto degno di biasimo.
Perchè si possa modificare una decisiona presa da due ministri, devono potersi invocare gravissime ragioni. Giacchè i miei connazionali, forti. delle loro buone intenzioni, e fatti sicuri dalla loro condotta non molesta ad alcuno, non possono credere di essere minacciati da una popolazione la quale, almeno in quanto è a mia cognizione, non ha fatto contro di essi alcuna dimostrazioµe e non potranno mai credere che un provvedimento dal quale essi sono tratti in rovina sia stato suggerito dall’intenzione di far loro un bene.
lo credo quindi di aver il diritto dr richiedervi quali siano queste ragioni – di qualunque specie esse possano essere – relativamente alle quali io non posso pretendere di pronunciare un giudizio, in considerazione dello stato eccezionale in cui si trova la provincia di Napoli, cosi che io possa almeno spiegare al console federale le ragioni di questo improvviso cangiamento di risoluzione, per il quale sono rovinate tante onorevoli esistenze. Ed infatti tra quelli che vengono colpiti da questo provvedimento si trova un buon numero di veterani domiciliati in Italia da venti o trent’anni, tutti gli interessi dei quali sono in Italia e che non avendo nella Svizzera alcuna fonte di rendita non sono più in grado per la loro età di procurarsi i mezzi di esistenza, e per il mantenimento dei quali nella Svizzera sarebbe del tutto insufficiente una pensione calcolata dietro il buon mercato dei viveri in Napoli.
Io prego in conseguenza il governo di S. M. a non voler ricorrore, se non in caso di necessità, ad un provvedimento – che, ne sono convinto, sarebbe giudicato molto crudele in Isvizzera; dove la popolazione è avvezza a trovare nei rapporti internazionali coll’Italia una grande cordialità – quando non si possano citare ratti che giustifichino questo provvedimento come una di quelle eccezionali necessità cho la buona politica impone alle volte ad un governo.
Io prego istantemente il governo del re a voler riflettere che gli uomini dei quali si tratta, tutti soldati, che non avevano altra professione all’infuori di quella delle armi, avrebbero corso pericolo di perdere la pensione con tanta fatica acquistata, il solo sostegno della loro vecchiezza, quando non avessero seguito a Gaeta l’ex-re di Napoli.
Sicuramente non vi sarà in !svizzera alcuno che voglia negare il diritto di espellere da un paese, la tranquillità del quale fosse per opera sua minacciata, qualunque di quegli antichi soldati svizzeri che avesse dato fondate ragioni di sospetto anche piccolissimo. Ma sembrerà a tutti cosa molto dura quella che si vogliano
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colpir tutti colla pena dell’ esilio, senza far distinzione di colpevoli e di innocenti, un mese. appena dopo •che fo ad essi accordato il permesso di rimanere a Napoli.
Permettetemi, sig. presidente, che io vi ricordi come senza i due decreti dell’ antica Dieta e della Assemblea federale, coi quali vennero vietate le capitolazioni ed il servizio militare degli Svizzeri aU’estero, sarebbe permesso di credere che la rivoluzione in seguito olla quale le Due Sicilie furon riunite all’ Italia, non avrebbe potuto forse compiersi tanto agevolmente. L’ Italia può quindi esser grata sotto questo rapporto alla S,izzera la quale non ba esitato di sacrificare ad un principio liberale gl’ interessi di 15,000 suoi cittadini.
Con pieno diritto può quindi la Svizzera domandare che i suoi cittadini siano, nel caso presente, trattati più favorevolmente di queUi degli altri paesi • ché hanno favorito con tutte le loro forze il reclutamento per i corpi esteri al servizio doll’ ex re di Nepoli.
Nella speranze che il governo del Re troverà il modo o di ritardare o di mitigare le risoluzioni delle quali V. E. mi ha dato comunicazione, prego V. E. ecc.
Firmato A. TOURTE.
Torino 17 Ago,to I86 I
Eccellenza. Con grave rammarico devo annunciarvi che il ministro, malgrado la capitolazione di Gaeta, mi ba fatto prevedere probabile la revoca della decisione, in virtù della quale era permesso agli antichi militari svizzeri il soggiorno di Napoli. Il generale – Cialdini ed il conte Ponza di San-Martino chiedono ambedue la- revoca di quella concessione, la quale, a quanto essi assicurano, espone ad un sicuro pericolo i nostri connazionali stante l’irritazione grande che esiste contro di essi considerali come agenti- passati e futuri del Re di Napoli.
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Io bo parlato colla massima energia contro una tale risoluzione ed bo stimato dover dirigere al ministro la nota che qui unisco in copia.
Mi darò premura di comunicarvi la risposta che sto aspettando.
Ho solamente paura che i nostri connazionali manifestino in modo sconveniente ed imprudente le loro simpatie. Così per esempio quando un console oltremodo reazionario, appena ricevuta la notizia della morte del conte Cavour si affrettò a preparare un grandioso pranzo, tutti gli invitati, ad eccezione di sette o otto svizzeri, ebbero il buon senso di non accettare I’ invito. Que gli svizzeri erano senza dubbio nel loro diritto, ma il loro atto è tuttavia molto imprudente, in un momento in cui Chìavone e compagnia tengono la campagna, e ci fanno credere ogni giorno possibile il ritorno dell’antico re. L’ inviato dello Stato al quale appartiene il detto console, ne ba severamente biasimata la condotta in una nota diretta al suo governo, della quale mi ba dato lettura.
Aggredite ecc.
Firmato
A. TOURTE
Quella parte del disegno adottato dal generai Cialdini per la pacificazione delle provincie meridionali; vnle a dire la distruzione del brigantaggio ora eseguita con buon successo. Le bande furono divise. Forze italiane occuparono il paese ohe si stende tra Foggia ed Avellino, le communioazioni col mare Adriatioo furono ristabilite di modo che i briganti del mezzogiorno si trovarono isolati da quelli delle Calabrie, e segnatamenle quelli del distretto di Cortooe ove s’erano ingrossati, si poterono distruggere. I campagnoli ed i proprietarii li strinsero colà, e li forzarono a rinchiudersi nei boschi impenetrabili della Sila dove li tennero a disagio finchè la colonna del maggiore Rossi giunse a dar loro l’ ultima caccia.
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Le operazioni eseguite nel bosco della Sila dal maggiore Rossi con i suoi Bersaglieri sono tra le più belle che siano mai avvenute. Egli fece prendere ad ogni soldato tre giorni di viveri in pane, companatico e ‘Vino, a guisa degli antichi romani. Poscia in drappelli spartiti, ma congiunti da un comune divisamento penetrò nelle parti piò inaccesse della Sila. I briganti si erano riparati a Garigliano, luogo inaccessibile dove non mai si erano inoltrati de’ soldati per quanto audaci. Assaliti impensatamente si sbigottirono tanto che dopo breve conflitto si arresero. Non pareva loro possibile che tanto si potesse, Il bottino de’ briganti, e molti cavalli e gli armenti rubati che essi aveano, caddero nelle mani dei bersaglieri. Ogni proprietario così riebbe il suo, ed i calabresi accorrevano con stupore a guardare que’soldati che avean saputo eseguire un’impresa da loro non creduta possibile. Dei soldati niuno venne ferito; la resistenza non fu grande. La bellissima operazione militare vinse i briganti più delle palle dei moschetti.
Nel bosco di Prato quattro briganti ferocissimi si erano riparati imponendo taglie e rubando intorno. Il Capitano della Guardia Nazionale di quel comune, a nome Grillo, arditamente, seguito dai suoi militi, estese una catena di soldati che da ogni banda rinserrava que’ malandrini.
Presi in mezzo, si difesero e due caddero morti, uno prigioniero, e l’ altro ferito fuggì. Il capitano Grillo spedì avviso ad Altavilla, dove pare che quegli si fosse ricoverato , per farlo arrestare.
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Ma nel centro delle provincie napolitane, e nel Nord il brigantaggio era più pericoloso a cagione della vicinanza delle frontiere romane. La famosa banda di Chiavone vi rappresentava la parte principale. Ecco quel che se ne scriveva da Sora alla Cazzetta di Genova.
Sora 2I luglio I811
Vi do un sunto di ciò che si è operato da Chiavone nei giorni scorsi. – La banda del famigerato Chiavone disceso dai monti confinanti con lo Stato Pontificio, dopo aver sotto Roccaviva guadato il Liri e traversata la strada rotabile, ove troncarono il filo elettrico, a guisa di turbine devastatore si gettava su S. Giovanni; e quivi dopo aver spogliato le case del sindaco e del costui cugino, vi appiccarono il fuoco. I briganti, sfogata la loro rabbia in questo paese, entrarono in S. Vincenzo inalberando tre bandiere, bianca, rossa e nera, e preceduti da due trombe. L’orda, numerosa di circ 200 uomini, orribile a vedersi pei volti contraffatti e pel lurido vestire, corse al corpo di guardia, e spiccandone lo stemma, lo ridusse in pezzi tra gli urli e le bestemmie: indi si portò in casa dell’egregio cittadino sig. Pietrantonio Corsetti, appartenente al Comitato di Provvedimento per Roma e Venezia, e quivi fu frantumato e consegnato alle fiamme ogni cosa vi si rinvenne, non esclusi i libri, le finestre e perfino le persiane.
Di là i briganti passarono alle case degli altri signori Corsetti, le quali altresì furono di tutto perfettamente spogliate, sicchè sono rese inabitabili. Quelli assassini avrebbero fatte prodezze maggiori se non avessero udito i tre rintocchi della campana di Morrea che erano, secondo l’accordo innanzi già udito, il segnale dell’avvicinarsi dei soldati italiani: si dileguarono immantinente fugggendo sul monte soprastante al paese. Uno di essi raggiunto dai nostri soldati, atteso l’ubbriacbezza che l’avea estenuato di forze, fu fucilato in mezzo alla piazza pubblica.
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Jeri nel confine tra Balsorano e Sora fuvvi uno scontro verso le ore 12 della notte, in cui morì un sergente ed un caporale fu ferito dei soldati italiani, 5 ne morirono de’ briganti e 2 caddero prigionieri. Ieri stesso un telegramma di Avezzano diretto a questo Generale, che risiede qui in Sora, diceva che in un altro scontro avvenuto neUa Villa di Collelungo furon presi prigionieri altri 15 di quella banda e due trombe dalla Guardia Nazionale di Avezzano e di Magliano.
Il generai Govone aveva indirizzato agli abitanti della provincia l’ordine del giorno seguente :
Ordine del giorno del generale Govone alla Guardia nazionale dell’Abruzzo Ultra II e di Terra di lavoro. Alla brigata Forlì.
UffiCiali, militi e soldati
Il mattino del 17, le bande del capo-ladro Chiavone scendevano dal Pontificio per Roccavivi su S. Giovanni e S. Vincenzo, frazioni di Balzorano, e mettevano questi inermi e poveri villag gi a sacco ed a fuoco.
Un distaccamento del 44 reggimento, di 24. uomini, comandati dal sottotenente Sassa, seguito da altro distaccamento di 50 uomini, condotti dal maggiore Marsuzi, accorrevano dal Morino e Civitella Roveto, e le bande si davano alla fuga. Uno dei briganti rimase ucciso. Meritano lode ed il maggiore Marsuzi ed il sottotenente Sessa per la rapidità della loro mossa.
Prese al rovescio le bande, si gettarono sul Collelongo, inseguite da un drappello di quelle animose guardie nazionali, guidate dal rispettivo capitano Jatosti, ed un distaccamento di 50 uomini del 14.reggimento, comandati dal capitano Wulten.
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Questa piccola colonna, ragsgiunta da alcuni militi di Luco, dopo faticosa marcia, raggiunse all’alba del 19 le bande dei ladri sul pendio della montagna che sovrasta Villavallelunga.
La guardia nazionale e la truppa li attaccarono con tutta la rapidità che l’asprezza del luogo permise. Alcuni perirono.
Restarono in mano dei nostri per la celerità della fuga una tromba in ottone, una specie di bandiera, uno stemma di Francesco Il, alcuni fucili, ed oggetti derubati.
La banda si vedeva chiuso così ogni teatro di nuova rapina, e dovea gettarsi sulla valle del liri, per riguadagnar il suo asilo sicuro sulla frontiera del Pontificio.
In questa previsione feci guardare alcuni punti del tiri e disposi per attendere al varco.
Alla mezzanotte del 20 al 21, la banda stava per passare il fiume sotto Balzorano, quando un distaccamento di 50 uomini, comandato dal giovane luogotenente l\lalagola e dal sottotenente Bondini giungeva sul sito. I briganti sorpresi s’ imboscarono, e ricevettero con una scarica a bruciapelo un piccolo drappello dei nostri, ma gli animosi giovani soldati vi si gettarono sopra senza esitazione, sapendo valer meglio la baionetta del fuoco.
Buon numero di briganti ammazzarono sul luogo, buon numero ferirono. Il Malagola ne stese uno a colpi di scia bola.
La banda da quel giorno cessò d’ esistere. Essa va disper•
sa in gruppi, che errano affamati per la montagna e gettano le armi.
La guardia nazionale di Solmona e quella di S. Donato, il distaccamento del capitano Wulten, ed il pelottone della brigata Pistoia che accorsero il 21 da Pescasseroli iu varie direzioni su
Balzorano e Pesarsolido, appena videro assicurato quello e minacciati questi ultimi, ne incontrarono ed inseguirono vari drop• pelli. La guardia nazionale di Solmona ebbe a sparare su loro colpi di fucile verso Campo di grano.
Qui è lieto lodare la condotta patriottica della Guardia Na zionale d’ Avezzano, che combatteva accanto il distaccamento del capitano Wulton.
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Intento il generale Chiabrera da Solmona avea spedito in Pescina un pelottone del 35. , sottotenente Ventura, con un drappello di quella brava Guardia Nazionale , condotta dal capi tano Ricciardi. Questa nuova colonna rinforzata da drappelli della guardia di Pescina e di Ortona, guidata dal capitano Inviti del 44.. , che si trovava colà per altre missioni, si diresse su Pescasseroli che era minacciato, e su Pescasseroli accorrevano il capita no Wulten e un distaccamento guidato dal capitano Bonino del presidio di Sora, ed un drappello della Guardia Nazionale di S. Donato, comandata dal capitano Tempesta.
Il vice-giudice di Campoli arrestò da solo 4 briganti, che condusse a Sora. Sia lode a lui I
Ufficiali, militi e soldati
Ai giusti elogi che devo ai distaccamenti di truppa ed alle guardie nazionali per le marcie perenni e faticose, e per Io zelante servizio fornito, mi è dolce di aggiungere lode speciale al colonnello Lopez, al luogotenente Malagola, al sottotenente Bondini, al caporale Cimamonti Pietro, ed al soldato Fosco Michele ( delle provincie napolitane ), ed all’ intero distaccamento del 44, di cui questi fan parte.
Il distaccamento ebbe il bravo sergente Tornuscolo ucciso, e il caporale Bigoloni gravemente ferito. Ma la patria volge un mesto pensiero a chi cade per le lei; piangono ed ammirano gli amici, i parenti, i commilitoni.
Raccolgano l’ odio degli uomini, e la vendetta di Dio i ladri, i saccheggiatori, gl’ inceodiarii di gente inerme.
Sora, luglio 1861.
Il maggiore generate comandante le truppe alla frontiera pontificia, GOVONE.
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A S. Lupo provincia di Benevento, l’ undecima Compagnia del 62.o il giorno 10 corrente combattette per quattr’ore con circa 200 briganti appiattati ai contini del bosco, i quali si dispersero nell’ interno del medesimo bosco lasciando sette morli de’ loro e sette prigionieri, da’ quali si è venuto a sapere che quella banda composta in massima parte di Tedeschi, è sconfortata per l’ attitudine minacciosa de’ paesi e per la mancanza de’ soccorsi promessi. Dei nostri neppure un ferito.
Un distaccamento di truppa regolare il giorno 10 corrente mosse a tutta corsa da Calitri , in provincia di Avellino verso Ruo, dove la banda di Crocco avea saccheggiate alcune case. I soldati si posero in agguato nel bosco di Montichio per sorprendere i briganti che dovean ritornare da Ruo. Infatti mentre costoro si riparavano in quel bosco, i soldati li assalirono.
Nel conflitto, che durò più ore rimasero morti circa 20 briganti. Si ha a deplorare la perdita di tre soldati e leggiere ferite di 8. I briganti lasciarono cinque prigionieri e sei cavalli nelle mani de’ valorosi soldati, i quali nonnostante le fatiche della giornata proseguirono la loro perlustrazione.
All’alba del giorno 10 corrente il comune di Ruvo, nel circondario di Melfi, fu invaso da circa 60 briganti. A mezzo giorno arrivarono le guardie nazionali di Pescopagano e di Rappone, uno squadrone di lancieri ed una compagnia di bersaglieri, ma i briganti aveano già consumato le loro atrocità, aveano ucciso sette de’ più notevoli liberali, aveano saccheggiato ed incen-
diato molte case tra cui quelle dell’ arciprete, del sindaco, I’archi vio comunale e le schede del notaro Patrizio. Tanta strage si commetteva al grido di Viva Francesco II.
Nella provincia di Cosenza fu arrestato un capobanda , al quale un giornale appiccò il nome di Chiavoncino. In dosso a costui fu trovato il seguente documento scritto da un antico
brigadiere di gendarmeria :
« Nel Dèbats 8 maggio di Parigi viene trascritto il segµente proclama di FrancesCO II datato 6 maggio da Albano.
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“Essendosi risoluto da tutte le potenze del Nord doversi conciliare la confederazione Italiana, e quindi ripristinarsi ai loro posti tutti i principi spodestati, e siccome la mia corona per ogni buon diritto divino ed umano è a me solo legittimamente dovuta, così fra breve sarò ricondotto a voi da una forza militare straniera mia amica, la quale avrà alla testa un principe reale della nostra casa. Essa truppa si occuperà a ristabilire I’ ordine costituzionale e richiamare i miei fedeli soldati che mi hanno seguito sul Volturno e in Gaeta. Amnistie generale per tutti i miei popoli delle Due Sicilie, e velo impenetrabile sui passati trascorsi. Saranno concessi alle Finanze dieci milioni, di cui cinque saranno destinati alle sole Calabrie. Saranno mantenuti saldi i miei atti del 25 giugno 1860, dei quali sciaguratamente non si è voluto aspettare lo sviluppo. Voglio sperare che i ravveduti miei amati soldati si uniranno per venirmi incontro, altrimenti mi riceveranno con la forza.•
Nello stesso tempo il generai Pinelli sgombrava il piano attorno di Nola, e ne scacciava i briganti che troncavano le rotaie delle ferrovie, e traevano sopra le guardie di strada e sopra i convogli. Finalmente il Generale Cialdini stesso s’imbarcò all’improvviso e piombò sulla Puglia, ove con qualche compagnia di bersaglieri pose in rotta da 7 in 800 briganti, che quivi si abbandonavano a tutte sorta di atrocità, scannando i fanciulli, le femmine ed i vecchi, incendiando case e ricolti, e spingendo la ferocia fino ali’ antropofagia. In una lettera d’ un prete di Viesti si leggevano . le seguenti parole :
« Trappiccioni e il suo figlio furono uccisi nella mischia come Giovannicola Spina, di cui li banditi si mangiarono un pezzo di carne”
Fu, durante questa breve assenza del locotenente del re che la reazione profittando dello spargimento delle truppe inviate su diversi punti del paese, ebbe spinta per mezzo di agenti segreti la piccola città di Castellamare all’ insurrezione. Il disegno sarebbe forse riuscito senza la presenza della flotta inglese nella rada o piuttosto senza lo sbarco inopinato di 7 in 800 marinari inglesi,
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che scoraggirono, e sconcertarono i progetti della reazione. L’ammiraglio inglese aveva inviati i soldati a terra sotto colore di far manovrare le sue truppe. Si pretendeva ancora, che alcuni giorni dopo il generai Cialdini avesse ricevute dagli alleali d’oltre la Manica una batteria di cannoni per guarnire il forte di Sant’ Elmo. Questa specie d’intervento fu il soggetto di reclami diplomatici contro l’ Inghilterra.
FINE CAPITOLO II