Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XXIV)
Posted by altaterradilavoro on Lug 10, 2025
Molla l’osso!
- Potito, ottobre del 1863
Il 5 ottobre, nelle campagne di Gioia Sannitica ha luogo un conflitto a fuoco tra briganti, un distaccamento del 46° Reggimento Fanteria e R.R. C.C. della locale stazione. Nulla di strano, per carità: gli scontri sono all’ordine del giorno, se ne registrano tanti con tutti questi malviventi che scorrono le contrade del Sud!
Questa volta i militi essendo in perlustrazione in quei dintorni vedono in lontananza 4 individui armati, e tosto si disposero per accerchiarli. La forza pubblica si fraziona in gruppetti e si pongono all’inseguimento dei briganti che udito l’avvicinarsi della truppa si mettono in fuga. Vengono sparati alcuni colpi e il scelto Badano Adamo, scarica il proprio fucile sopra di loro, e ne ferisce uno mortalmente riconosciuto di poi per una donna vestita da uomo armata di fucile, nomata Elisabetta Palmieri di S. Potito. Al quale colpo si udì un lamento, tosto che tre colpi partirono in risposta per parte dei briganti. Raggiunta la donna, viene trovata immersa nel proprio sangue, sgorgata da una ferita che teneva al petto sinistro. Si decide perciò di trasportarla nell’infermeria del carcere di Piedimonte. Qui, il giorno successivo viene raggiunta dal Delegato di Pubblica Sicurezza di Piedimonte, in unione del vice di PS, Giovanni Eliseo Petrona e dal Maresciallo de’ Reali Carabinieri Castellani. Anche se moribonda è necessario ascoltarla, non sia mai che si decida a fare delle ammissioni che possono rivelarsi utili per perseguire manutengoli e fiancheggiatori vari: giunti sopraluogo, adagiata ad uno di quei letti ci è stata indicata l’enunciata donna la quale, alle nostre opportune ed analoghe dimande, dopo averci riconfermata chiamarsi Elisabetta Palmieri, moglie di Giuseppe Conte, di circa anni trenta, nativa di S. Potito.
La donna ammette che nel giorno 2 del mese di giugno ultimo si diede in campagna con Cesare Castelli, col capobanda Liberato De Lellis e con un tal Domenico, detto il cusonaro, percorrendo vari punti di diverse montagne. Ma agli inquirenti interessa altro e così riescono a farsi dire che la stessa ha ricevuto dal ferraro Michele Bozzo di Faicchio la somma di trentasei piastre, un prigiotto, una verrecchia di vino, dieci mazzi di cartucce e un tomolo di pane.
La poveretta fa anche altri nomi: ad esempio Carlo e Pietro Zazzarino, padre e figlio, di S. Potito si sono procurati dieci mazzi di cartucce e li hanno fatti con tutta sollecitudine venire al capobanda De Lellis, nel luogo detto La Piscina Fiondella sita sopra Calvisi, ricevendone in compenso due piastre; Filippo Onoratelli di Seppiciano, tramite Luigi Venditto, ha consigliato De Lellis di costituirsi all’autorità, perché egli non intendeva affatto assumerne la responsabilità per le conseguenze che ne derivavano. Altra fiancheggiatrice è sicuramente Isabella Carpentieri di S. Potito: infatti nello scorso mese di settembre il De Lellis con un suo biglietto mando a chiedere una somma di venti piastre a certa Isabella, alias la Serpara, somma che la donna fè subito a lui pervenirsi.
Le indagini proseguono e le dichiarazioni della Palmieri vengono perciò – in tutta fretta – trasmesse all’Avvocato Fiscale Militare perché proceda nei confronti di tutti i soggetti interessati.
Il Maggiore comandante la truppa nella zona spiegherà poi – in un rapporto ai superiori – che non ha ritenuto di dover convocare il consiglio di guerra straordinario perché l’individuo arrestato armata mano era una donna gravemente ferita dichiarata non guaribile dalle persone dell’arte, da non reggersi comparire in consiglio.
Non ne vale la pena, tanto è destinata comunque a morire. Perché perdere tempo? Infatti di lì a poco la donna esala l’ultimo respiro.
L’indagine prosegue per i soggetti da lei indicati e al verbale dell’interrogatorio, oltre una relazione dettagliata sui fatti, si allegano ugualmente le informazioni che la Giunta comunale di S. Potito ha – nel frattempo – solertemente raccolto sul conto della stessa.
Veniamo così a sapere che la Palmieri fin dalla sua prima età à serbato una vituperevole condotta sotto tutti gli aspetti; che anni sono venne condannata per furto ed espiava la pena di anni sei nella casa penitenziaria di Aversa da dove uscì nel settembre del 1860; che ritornata in paese abbandonando il marito, si unì con il Brigante Cesare Cascella.
E ti pareva che non se ne dovesse ferire anche la memoria oltre al corpo? Anzi, proprio a proposito di quest’ultima ferita, il maggiore Robbio ci tiene a dire la sua: proprio non gli va giù che i R.R. C.C si attribuiscano il merito di aver ammazzato una brigantessa e ne rivendica puntigliosamente il “merito” ai suoi uomini.
Non posso nasconderle che l’Arma dei Carabinieri siasi arrogato ad essa questo fatto, però dai due rapporti che tengo esso è, come dissi per togliere ogni dubbio e la cosa appaia nella sua precisa realtà.
Siano tranquilli lorsignori superiori, il bravo maggiore ha anche incaricato l’Ufficiale Comandante il Distaccamento di Calvisi di recarsi sul sito per accertarsi della reale dinamica dei fatti: il colpo mortale non è partito dall’arma del regio carabiniere scelto Badamo Adamo, perché il proiettile rinvenuto sul cadavere della Palmieri non è compatibile con quell’arma. Infatti fu constatata la ferita fatta da palla ogivale conica cava e non sferica adoperata da quell’Arma.
Tanto, scrive testualmente il maggiore al suo superiore diretto, ho l’onore di assicurarle!
Che dire? Ognuno ha un proprio concetto di onore e nessuno gli impedirà di perseguirlo come meglio crede.
Però pretendo troppo se oggi mi arrogo la libertà del disgusto nei confronti di quanti, soldati o carabinieri, consideravano un “onore” ammazzare un essere umano, anche se inferiore e malvagio come i meridionali, e vantarsene pure? Forse no!