Cronache dal brigantaggio e dintorni di Valentino Romano (XXXI)
Posted by altaterradilavoro on Ago 28, 2025
Il fiume della Storia trascina e sommerge le piccole storie individuali, l’onda dell’oblìo le cancella dalla memoria del mondo; scrivere significa anche camminare lungo il fiume, risalire la corrente, ripescare esistenze naufragate, ritrovare relitti impigliati sulle rive e imbarcarli su una precaria Arca di Noè di carta.
Claudio Magris
Fuoco amico? No, colpa dei soliti … noti.
Bari, settembre del 1864
Il 20 settembre a S. Agata si è verificato un increscioso incidente: un sottotenente del 25° Fanteria, Antonio Belcudi, in servizio di pattugliamento, è stato ucciso in circostanze misteriose. A darne notizia al Comando del VI Dipartimento Militare di Napoli è lo Stato Maggiore della IX Legione dei Regi Carabinieri di stanza a Bari.
L’ufficiale, alla testa di una compagnia del suo reparto, batteva le campagne circostanti il paese, essendo stata accennata la comparsa nel circondario di una comitiva di briganti: oggetto di particolari attenzioni erano naturalmente i casali e le masserie sparse nella campagna, probabile rifugio delle bande. Così il drappello, sul far della sera del 20, raggiunge un casolare, la masseria S. Antonio, distante da S. Agata otto chilometri. I soldati si insospettiscono per l’insolito silenzio che circonda la masseria e sospettano che dentro vi siano rifugiati i briganti avvistati.
Il Belcudi fraziona allora le sue forze in due drappelli in modo da prendere il casolare da due posizioni distinte, circondarlo e bloccare ogni eventuale tentativo di fuga: alla testa di un drappello mette un sergente suo sottoposto, riservando a se il comando dell’altro.
Portatisi a duecento metri dal fabbricato, il drappello del sergente prende posizione sulla destra, quello dell’ufficiale a sinistra. L’ordine è di muoversi con rapidità e in silenzio.Al segnale convenuto i soldatini muovono di corsa verso l’obiettivo prefissato. Ma è una corsa resa difficile dalle ombre della sera e dal terreno che, come si affrettano a spiegare i Carabinieri era frastagliato da qualche albero, cespugli e e piccole vallette. Poca cosa si dirà, quale ostacolo sarà mai qualche cespuglio o fosso? Ma così non evidentemente non è per i soldati, appesantiti dall’armamento e dallo zaino.
Infatti, nel momento in cui correvano si udì un colpo di fucile sparato in quella vicinanza. Ciò mette le ali ai piedi dei soldati che ormai sono convinti dell’incipiente scontro con i briganti. I drappelli perciò prendono maggior lena nell’assalto, sospettando che quel colpo fosse stato fatto dai ladri.
Raggiunta, anzi investita, la masseria, la occupano in un baleno, frugando in ogni anfratto. Ma dei briganti nessuna traccia. Per quante ricerche si facciano non si trova nessuno, tranne sette lavoratori della masseria che stavano mangiando.
I due drappelli riuniti, piuttosto delusi, decidono di continuare la marcia. Manca però all’appello proprio il Comandante: a quella riunione non era comparso l’ufficiale. Per ritrovarlo si organizza una perlustrazione e dopo poco lo rinvennero distante ottanta metri circa dalla masseria. Ė steso cadavere al suolo – annota con la tipica precisione dell’Arma – trafitto da una palla che, penetrando dall’occipite, usciva dalla parte sinistra della fronte traendo seco la massa dell’occhio.
Al dolore dei soldati subentra subito la necessità di far chiarezza sull’accaduto. Appare subito evidente che il poveretto è stato colpito alle spalle, durante la corsa. Deve perciò trattarsi di un colpo causato, nella corsa, dal cosiddetto fuoco amico. Magari qualche soldato inciampando avrà fatto partire inavvertitamente un colpo. Ma non ci si vuole rassegnare all’ipotesi.
Il sergente, che ha subito preso il comando dell’intero reparto, ritorna nella masseria e nuovamente la perquisisce. Anche stavolta infruttuosamente però, dando atto poi di avervi trovato solo i coloni inermi, senza armi cioè. Quindi non possono aver sparato loro. Del resto in entrambe le perquisizioni li hanno trovati intenti a consumare tranquillamente il loro pasto in modo da non destare alcun sospetto.
Vengono interrogati tutti i soldati: il sergente fece su di loro investigazioni, ma tutto riuscì invano. Si avvisa l’Autorità di S. Agata e immediatamente si recano sul posto il Giudice locale, il Capitano comandante la compagnia e l’Arma di quella Stazione. Ma non si viene comunque a capo di nulla.
Il giorno successivo arriva anche il Maggiore Comandante il Battaglione di stanza a Deliceto, facendo egli pure indagini senza aver miglior fortuna.
Il fatto è sempre avvolto nel mistero, riporta sconsolato il rapporto. Si può solo avanzare qualche congettura: solo si arriva a supporre che possa essere stato un colpo partito casualmente dal fucile di qualche soldato nella confusione dell’assalto. I Carabinieri non possono non imputare – seppure con comprensione e benevolenza – al sergente il fatto di non avere al momento pensato di constatare ispezionando con diligenza le armi dei soldati; ma si affrettano subito a individuarne una giustificazione: dall’altra parte se vi fossero anche dei testimoni oculari fra i soldati questi, per quella solidarietà che informa la milizia di pari grado, non parlerebbero.
Caspita! Se un contadino impaurito dai briganti o anche sodale a questi non parla è reticenza, manutengolismo e per lui si spalancano immediatamente le porte delle patrie galere. Se tacciono i soldati è … spirito di corpo, si possono chiudere tutti e due gli occhi, meglio metterci una pietra sopra.
Sembrerebbe che la faccenda abbia a chiudersi qui, con un nulla di fatto. Errore!
Perché i sette contadini di cui sovra furono nonostante ristretti dal potere Giudiziario in carcere.
Chissà quale delitto viene loro imputato, si chiederà a questo punto il lettore.
Semplice!
Non uno, ma tre: mangiavano, mangiavano tranquillamente, ed erano…contadini!