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Via Pontelandolfo, 36100 Vicenza

Via Pontelandolfo, 36100 Vicenza Pubblicato da Domenico De Simone sul sito "Nuova Economia"
Devo una spiegazione per la modifica di questo articolo col quale intendo commemorare l'eccidio di Pontelandolfo.
Per un mio non scusabile errore ho attribuito il comando della spedizione punitiva a Gaetano Negri di Milano, invece che a Pier Eleonoro Negri di Vicenza. Entrambi erano in forza all'esercito piemontese in quella zona, Gaetano Negri parla nelle sue lettere di Pontelandolfo e molti altri sono caduti in questo errore (il che però, non lo giustifica comunque). Chiedo scusa a Gaetano Negri e ai milanesi cui ho attribuito falsamente l'intento di onorare un assassino.
Tuttavia la strage è sempre lì a reclamare la sua memoria e il problema si sposta a Vicenza, dove pure il vero assassino viene onorato e riordato con una targa apposta in una piazza della città. A lui è anche dedicata una strada di Vicenza e anche in altri paesi della zona.
Pier Eleonoro Negri era un nobile, di famiglia ricca che credeva fermamente nell'unità d'Italia al punto da finanziare a proprie spese un corpo di spedizione contro l'Austria durante la prima guerra di Indipendenza. Era un bravo soldato Pier Eleonoro Negri e combatté con onore nelle numerose guerre del risorgimento. Si distinse in molte battaglie ricevendo onorificenze di grande prestigio: Medaglia d'Oro, medaglie d'argento, Gran Croce, innumerevoli menzioni per il valore militare, non solo dal comando Piemontese ma anche da quello inglese e ottomano durante la guerra di Crimea cui partecipò con il corpo dei bersaglieri spedito da Cavour.  
A VIcenza c'è via Pier Eleonoro Negri. Si tratta di una medaglia d'oro un cittadino che si è distinto in modo eccezionale in fatti d'arme durante il risorgimento. E' un cittadino illustre, e quindi il Comune gli ha dedicato anche una targa, apposta nella Piazzetta S. Stefano a memoria della medaglia d'Oro ricevuta per la battaglia sul Garigliano.  
 
Pier Eleonoro Negri era un assassino, che insieme ai bersaglieri che comandava fu autore di una strage efferata almeno quanto quella di Marzabotto.
Era l'agosto del 1861. Pontelandolfo è un paese nel Molise (successivamente aggregato alla provincia di Benevento) di circa 5000 anime di origini toscane, poiché un gruppo di senesi vi si trasferì durante il periodo più cruento delle lotte tra guelfi e ghibellini, e ancora oggi il paese è diviso in contrade e vi si svolge il palio. il 7 agosto arriva un gruppo di circa 200 irregolari dell'esercito di Francesco II capitanati da Cosimo Giordano per la festa del paese. I notabili liberali fuggono via, e nel paese scoppia la rivolta contro i Savoia. Ne vengono abbattuti i simboli e viene issata di nuovo la bandiera dei Borbone. La rivolta si estende ai paesi vicini, soprattutto Casalduni che ha circa 2000 abitanti, dove i borghesi vengono cacciati o uccisi e viene ripristinato il Regno dei Borboni.
Il  colonnello Negri di stanza a Campobasso con il grosso dei bersaglieri dell'esercito savoiardo, non capisce la gravità della situazione e improvvidamente manda in avanscoperta il Tenente Bracci con quaranta uomini dell'esercito e quattro carabinieri. Pochi per combattere i duecento soldati del Re e troppi per esplorare: in breve vengono circondati e sterminati dai rivoltosi, chiamati briganti dagli storici prezzolati - come li definì Gramsci - che scrissero la cronaca dalla parte del vincitore.
Dopo il massacro, Negri ebbe l'ordine di intervenire in modo energico: il 14 agosto condusse personalmente 500 bersaglieri a Pontelandolfo e altri 400 li mandò a Casalduni, con l'ordine di distruggere entrambi i paesi. I duecento irregolari borbonici sostennero un primo scontro nel quale venti bersaglieri rimasero uccisi e poi si ritirarono nei boschi stante la supremazia numerica del nemico. Negri non cercò di inseguirli, non era quello il suo obiettivo. Non voleva fare la guerra ad un esercito allo sbando ma che comunque difendeva la sua terra dall'invasore, doveva dare una lezione alle popolazioni, compiere un'impresa che restasse nella memoria di tutti per far capire chi fossero realmente i nuovi padroni. I bersaglieri e i Carabinieri arrivarono a Pontelandolfo con le baionette innestate, sparando a qualsiasi cosa si muovesse. Sfondarono le porte delle case, stuprarono le donne, le fucilarono insieme ai bambini ed ai vecchi. Il parroco fu assassinato davanti alla chiesa. Le case furono saccheggiate e poi date alle fiamme con gli abitanti dentro. Un liberale che durante la rivolta era stato chiuso in casa e che era improvvidamente uscito alla vista dei soldati piemontesi, fu fucilato davanti a casa sua. Del paese non restò una sola pietra in piedi, come orgogliosamente rivendicò Pier Eleonoro Negri in un telegramma al Comando Generale: "Giovedì 15 agosto 1861. Ieri all'alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora". Non contro i ribelli, i briganti che avevano massacrato i soldati, ma contro i paesi, la gente inerme, le case, gli animali.
A Casalduni il sindaco, che conosceva l'efferatezza dei piemontesi, aveva convinto la popolazione a fuggire sui monti e i morti furono poche decine. Tutti quelli che erano rimasti. Il massacro avvenne a Pontelandolfo. Il Popolo d'Italia riporta 164 morti, ma il comando piemontese si è sempre rifiutato di dare le cifre esatte. Molte famiglie furono interamente sterminate e nessuno ne denunciò la scomparsa. Coloro  che avevano parenti uccisi si guardavano bene dal denunciarne la morte: in quelle circostanze equivaleva ad autodenunciarsi e rischiare la fucilazione o l'imprigionamento. I parenti sono tutti complici. Nei giorni successivi l'opera fu completata con i rastrellamenti, le fucilazioni sul posto, i processi sommari, la galera.
Quanti morirono a Pontelandolfo? C'è chi dice 200 chi 400 chi molti di più. Si sa solo che fu una strage in tutto simile per efferatezza a quella di Marzabotto e alle Fosse Ardeatine, di cui ha anticipato la dinamica. I partigiani uccidono i soldati in un atto di guerriglia (ma lì era ancora vera e propria guerra) e la vendetta cade sulla popolazione inerme.
Di Marzabotto si è discusso a lungo e giustamente la memoria dell'eccidio deve essere sempre tenuta viva per evitare che si ripetano simili orrori. Su Pontelandolfo è caduto il silenzio e la menzogna. I responsabili di Marzabotto sono stati individuati e condannati, quelli di Pontelandolfo sono stati coperti, promossi  premiati  innalzati tra i cittadini più illustri della patria. Per aver stuprato, ucciso, saccheggiato, incendiato e distrutto le vite e le case di donne, bambini, vecchi, preti, contadini praticamente inermi.
Era un bravo soldato, Pier Eleonoro Negri emostrò ovunque il suo valore militare. A Pontelandolfo, no. Mostrò il volto feroce della vendetta e della crudeltà, che nulla hanno a che fare con l'onore militare.  
A  Vicenza non c'è via Pontelandolfo. Ma ci dovrebbe essere. Per non dimenticare, per far conoscere la verità, per togliere la cappa di menzogna che grava ancora sugli eventi che portarono alla conquista del sud. Perché se si vuole davvero fare l'Unità d'Italia, non la si può fondare sulle falsità, sulle ipocrisie, sulle menzogne, sulle stragi impunite e pure negate, sulla corruzione, sulle rapine e sui saccheggi.    
L'unità d'Italia si sarebbe fatta lo stesso, era necessario che avvenisse: magari seguendo le idee di un grande milanese come Carlo Cattaneo, la cui strada a Vicenza non è molto distante da via Negri, che voleva un'Italia Federale e non l'annessione brutale ai Savoia. E che restò esule a Lugano per non giurare mai fedeltà ad una famiglia che aveva distrutto per la propria brama di potere la possibilità di costruire un paese normale, fondato sul rispetto e sulla tradizione culturale di popoli diversissimi tra loro, sulla collaborazione, sulla verità, sul coraggio delle idee e sull'ideale di costruire un solo popolo. Non di distruggerlo per annetterlo brutalmente come e peggio fu fatto dopo con le colonie.
Ecco, se vogliamo un paese normale, dobbiamo partire proprio da qui. Chiamare le cose con i loro nomi: una strage è una strage, un assassino è un assassino, un ladro è un ladro. Basta con le ipocrisie e con le menzogne: il sud d'Italia deve ritrovare la dignità che i vincitori gli hanno negato per esaltare la corruzione, l'ipocrisia, la falsità e la menzogna. Nemmeno i morti si potevano piangere. Ripartiamo dalla storia d'Italia, ma da quella vera. Dalla lauta pensione che il governo Savoiardo garantì al generale traditore Landi che invece di ributtare a mare gli avventurieri di Garibaldi a Calatafimi ritirò le truppe in modo del tutto assurdo. Era un corrotto traditore: cercò di incassare una polizza da 14.000 lire (una vera fortuna) che disse essergli stata data da Garibaldi in persona. Come al solito ne venne fuori un po' di polverone, ma poi tutto cadde nel dimenticatoio. Altri denari gli furono generosamente elargiti dai massoni inglesi che stanziarono la cospicua cifra di 3 milioni di franchi per finanziare Garibaldi.
Perché Landi è stato premiato dai piemontesi? Era il prezzo della corruzione, ma come si fa a fondare una nazione su questi valori? Se la massoneria rivendica un ruolo nella guida del paese, non lo dobbiamo forse al ruolo che essa ha avuto nel costruirlo?
E gli ottocentomila morti dimenticati della guerra contro l'invasore che ha sterminato il fiore della nazione del sud, lasciando il passo ai pavidi, agli ipocriti, agli opportunisti, ai traditori. E i quindici milioni di emigranti, quando dal sud non era mai andato via nessuno perché il sud era ricco e laborioso, molto più ricco del nord e del centro messi assieme. Nel sud circolavano circa 443 milioni di lire a fronte dei circa venti milioni del Piemonte. E le industrie estirpate con la forza  trasferite al nord, e la Legge Pica al sud mentre nel resto d'Italia vigeva lo Statuto Albertino.  
Signor Sindaco di Vicenza, il nome di quella strada, la targa apposta nella piazzetta S. Stefano, sono un'offesa alla memoria dei morti di quella strage. Non possiamo onorare chi l'ha compiuta.  Non possiamo continuare a seppellire la dignità di un intero popolo sotto la sabbia dell'ipocrisia e dell'opportunismo. Non sarebbe il caso di cominciare proprio da Via Pontelandolfo, 36100 Vicenza?